Ryuichi Sakamoto

Ho conosciuto quell’eclettico artista giapponese che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto grazie ai dischi di David Sylvian, dato che il cantante inglese s’è avvalso spesso e volentieri del talento creativo di Sakamoto. A dire il vero, fino ad una decina d’anni fa, ignoravo bellamente che Forbidden Colours, il pezzo più famoso di Sylvian e uno dei brani che amo di più, fosse in realtà una canzone di Sakamoto cantata da David.

Ryuichi Sakamoto, classe 1952, è probabilmente la più grande star musicale del Giappone e uno dei migliori compositori di colonne sonore. Numerose le sue collaborazioni con famosi artisti internazionali, fra i quali, oltre al già citato David Sylvian (e ai suoi progetti quali Japan e Nine Horses), troviamo Iggy Pop, i PiL, Caetano Veloso, Youssou N’Dour, Arto Lindsay e gli Aztec Camera.

Mago del pianoforte e delle tastiere, Ryuichi Sakamoto ha debuttato su disco nel 1978 con gli Yellow Magic Orchestra, un trio techno-pop giapponese del quale ha fatto parte fino allo scioglimento del gruppo stesso, nei primi anni Novanta. Nel frattempo, oltre ad aver realizzato diversi e celebrati album solisti (qui cito la trilogia composta da “Neo Geo” del 1987, “Beauty” del 1989 e “Heartbeat” del 1991), ha musicato numerose e fortunate colonne sonore, fra le quali “Furyo” (la sopracitata Forbidden Colours è parte di questa colonna sonora), “L’Ultimo Imperatore”, “Un Té nel Deserto” e “Femme Fatale”. Ha anche recitato da attore, sia in alcuni degli stessi film che ha musicato (in “Furyo” è accanto a David Bowie) e sia in parti minori, quali il video di Rain, una canzone di Madonna datata 1992.

Insomma, davvero un artista – un artista nel vero senso della parola – completo, questo Ryuichi Sakamoto, un personaggio in continuo fermento creativo che non ha mai rinunciato a sperimentare con i suoni e le immagini.

-Matteo Aceto

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Nick Cave

Nick Cave immagine pubblicaVolevo scrivere un post su questo personaggio da molto tempo… poi ho affidato il compito a mio fratello Luca. Non sarei stato in grado di fare un lavoro migliore del suo.

Quando il fratellone, conoscendo bene le mie simpatie per la rockstar australiana e la sua banda di scagnozzi, mi ha chiesto di scrivere per il suo blog questo post, io ho accettato felicemente, ma presto mi sono accorto di quanto fosse difficile scrivere di Nick Cave! Precisamente, cosa avrei scritto? Di quale Nick Cave avrei parlato?

Domande non semplici, perché nelle cantine di Melbourne il giovane Nicholas Edward Cave (classe 1957) inizia presto a far baccano, appena diciottenne, facendosi conoscere più che per la qualità del suo punk, per i furti, il consumo di droga e i primi guai con la giustizia. La maggior parte di voi conoscerà sicuramente il Cave emaciato e funereo, icona moderna del poeta maledetto, ma c’è anche quello che dalla metà degli anni Novanta in poi scrive bellissime canzoni d’amore, malinconicamente dolci; che tiene lezioni di scrittura poetica presso le università; che ha ormai superato gli eccessi della giovinezza e la terribile tossicodipendenza.

E chi non ricorda poi il Nick Cave immortalato da Wim Wenders nel suo capolavoro “Il Cielo Sopra Berlino” del 1988? Quell’australiano trapiantato nella capitale delle due repubbliche diviene l’artista-culto di una generazione berlinese senza passato, senza presente, senza futuro. Dirà Wenders di lui: “Non avrei potuto descrivere cosa fosse Berlino in quegli anni senza filmare un concerto di Nick Cave”. E adesso, proprio negli ultimi mesi, l’ex ribelle australiano torna nei negozi con il suo nuovo progetto, Grinderman (rock-blues un po’ attempato ma d’effetto sicuro), sfoggiando nuovi mustacchi neri ed una stempiatura evidente. Per farla breve, ho deciso di proporvi una semplice biografia musicale dell’artista, non troppo dettagliata, che vi permetterà di conoscere a grandi linee la vita e la musica di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds.

Musicalmente, Nick Cave nasce nella Melbourne di fine anni Settanta, diventando con il suo primo gruppo, The Boys Next Door, uno dei punti di riferimento della scena punk locale. Con lui suona già Mick Harvey, l’amico/musicista che lo accompagnerà sempre durante la lunga carriera. Il gruppo, attivo dal 1977 al 1983, propone un sound difficile da etichettare, che spazia dal punk alla new wave, sotto l’influenza di David Bowie, Iggy Pop, Alice Cooper, Pere Ubu, Ramones. Nel 1980 i Boys Next Door cambiano nome in The Birthday Party, lasciano Melbourne e si trasferiscono prima a Londra e poi a Berlino, dove vivono di piccoli furti e spaccio. Le esibizioni deliranti li rendono più famosi dei loro dischi, che intanto sono arrivati alle orecchie di Ivo Watts-Russell della 4AD, il quale provvede a pubblicarli in Inghilterra.

Nonostante il discreto successo ottenuto, nel 1984 il gruppo si divide per problemi economici dovuti all’eccessivo consumo di droga: Cave tuttavia decide di continuare la sua carriera a Berlino, e, assieme a Mick Harvey, al chitarrista Blixa Bargeld (Einstürzende Neubauten), al batterista Barry Adamson (Magazine) ed al chitarrista Hugo Race – allegramente chiamati Bad Seeds – pubblica il primo lavoro da solista: “From Her To Eternity” (1984). L’album riprende dove i Birthday Party avevano lasciato e propone un blues malato, tanto trascinante quanto privo di senso, stravolgendo la lezione di Leonard Cohen e di Elvis Presley. Segue così “The Firstborn Is Dead” (1985), che si ricorda soprattutto per stupenda Tupelo, riconoscimento personale di Cave al dio Elvis: una cantilena spettrale divenuta subito uno dei classici dell’autore.

Nel 1986 Nick Cave, sempre accompagnato dai suoi Bad Seeds, pubblica invece il doppio lp “Kicking Against The Pricks”, un tributo ad artisti fondamentali per il suo immaginario musicale, come Jimi Hendrix e John Lee Hooker, ma anche Velvet Underground, di cui Cave ripropone magnificamente All Tomorrow’s Parties. Il 1986 è comunque un anno difficile per la band, a causa dei problemi di droga che iniziano a pesare all’interno: Berry Adamson lascia i Bad Seeds, mentre entrano Tony Wolf e Kid “Congo” Powers, ex chitarrista dei Gun Club.

Nonostante le difficoltà, Nick Cave realizza uno dei miei lavori preferiti, “Your Funeral, My Trial” (1986): il disco è un alternarsi di brani spettrali e decadenti, spesso maledettamente infervorati, come l’omonima Your Funeral, My Trial, Stranger Than Kindness o la geniale The Carny.
L’album successivo, “Tender Pray” (1988), è l’ultimo atto berlinese dei Bad Seeds. La voce di Cave, disperata, ripete ossessivamente il ritornello di The Mercy Seat, canzone-manifesto della condizione personale dell’autore: la dipendenza dalla droga è ormai totale, i concerti finiscono in rissa, e Cave non è più in grado di reggersi in piedi da solo. Tutto il disco è un desiderio musicale di redenzione, di salvezza, di espiazione.

Nel frattempo intorno al gruppo girano i tossicodipendenti di mezza Berlino, perché i concerti sono occasione di spaccio, e lo stesso Cave viene arrestato nel 1988 a Londra con quasi un chilo di eroina nelle tasche. Costretto in via giudiziale alla disintossicazione come unica alternativa al carcere, Cave vola a San Paolo, presso una clinica privata. Prima di lasciare Berlino però, nel 1987, pubblica il suo primo romanzo, “E L’Asina Vide Il Cielo”, in cui Nick dimostra di essere un bravo romanziere che conosce bene l’America dei folli predicatori e dell’integralismo biblico che sfocia nella intolleranza.

Iniziano così gli anni Novanta, ed inizia la rinascita personale e musicale dell’artista, che in Brasile conosce la compagna, madre del primo figlio Luke, la modella brasiliana Viviane Carneiro. Appena uscito dalla clinica di disintossicazione, Nick Cave appare barcollante nel video di The Ship Song, emozionante singolo dell’album “The Good Son” (1991), ma l’amore e la paternità hanno ormai cambiato l’uomo: lontano dagli eccessi berlinesi, Cave rimane colpito dalla miseria delle favelas, i cui drammi segnano profondamente i testi che scrive durante gli anni in Brasile.

Tuttavia l’equilibrio è ancora precario, gli anni a Berlino sono piuttosto recenti, e il disco ne risente, alternando momenti di ritrovata serenità ad improvvise ricadute, come nella atmosferica The Weeping Song. Seguono gli album “Henry’s Dream” (1992) e “Let Love In” (1994), famoso soprattutto per la bellissima Loverman, una diabolica dichiarazione d’amore, riproposta poi come cover dai Metallica e da Martin L. Gore. Entrambi gli album rivelano comunque un artista più vicino alla dannazione di quanto egli stesso e i giornalisti avevano fatto credere: la miseria quotidiana e il degrado suburbano sembrano affascinare non poco Cave, che con voce sempre più inquietante dà anima a testi che hanno per protagonisti stupratori, assassini e pederasti.

Nel 1994 termina la relazione con la Carneiro e Nick fa ritorno a Londra, dove risiede tuttora: ormai libero dalla dipendenza da eroina, confessa però di esserne ancora attratto nel profondo, e di lottare quotidianamente contro il proprio lato negativo così duro a morire. In questi anni Nick Cave si avvicina alla letteratura gotica anglo-americana, che ispira l’album “Murder Ballads” del 1996: dieci brani che portano in musica storielle tradizionali di carnefici e vittime, assassini e omicidi (alla fine del disco se ne contano quasi cento, un numero che porterà lo stesso Cave a scusarsi pubblicamente per la violenza dei testi). Oltre ai Bad Seeds, partecipano al disco Kylie Minogue, Anita Lane, Shane MacGowan e P.J. Harvey, con cui Cave ha anche una fugace relazione. Il celebre duetto con la Minogue, Where The Wild Roses Grow, gli vale la candidatura per gli Mtv Music Awards, che l’artista comunque rifiuta adducendo in una nota la seguente motivazione: “non voglio che la mia arte sia in competizione con nessun’ altra”.

Nel 1997 esce l’album che segna la svolta decisiva nella discografia dell’artista australiano e della sua band, “The Boatman’s Call”: un lavoro maturo, equilibrato, nato – a detta di Cave – da quella maturità che un uomo acquisisce (o dovrebbe acquisire) passati i quarant’anni. I brani sono malinconicamente dolci e si sviluppano tutti intorno alla voce limpida di Nick, accompagnata da semplici arrangiamenti di piano, come in Into My Arms o (Are You) The One That I’ve Been Waiting For?. Nello stesso anno Cave conosce Susie Bick, la sua attuale moglie, dalla quale ha due gemelli.

Nel 2001, sempre con i Bad Seeds, registra il tanto acclamato “No More Shall We Part”, album che porta a definitiva maturazione il processo creativo iniziato nel 1997: le composizioni sono arricchite dai violini di Warren Ellis, che rendono l’album particolarmente malinconico ed emozionante, come si può sentire nel primo singolo As I Sat Sadly By Her Side. Con “No More Shall We Part” Nick Cave si sbarazza definitivamente dell’abito nero da poeta maledetto che egli stesso si era cucito addosso, e con l’album successivo, “Nocturama” (2003) continua sulla stessa via, senza entusiasmare molto, pur facendosi notare per la delirante Babe I’m On Fire: diciassette minuti di pura frenesia rock-blues che sembrano fare il verso alle registrazioni degli esordi.

Nel 2004 il gruppo sembra essere davvero al culmine della creatività, pubblicando, ad un solo anno di distanza dal precedente, “Abbattoir Blues / The Lyre Of Orpheus”, doppio album che si dimostra essere un lavoro di qualità, piacevole da ascoltare, spontaneo e allo stesso tempo maturo, influenzato dal blues, dal rock classico, dai cori gospel ed a tratti anche dal pop più melodioso, come nel singolo Nature Boy.

Nel febbraio 2007 Nick Cave annuncia alla stampa la formazione del suo nuovo progetto, i Grinderman: assieme a lui, tra gli altri, l’amico Warren Ellis. Il gruppo diffonde in anteprima il singolo No Pussy Blues su Myspace, riscuotendo un buon successo mediatico. Tuttavia i Grinderman non entusiasmano a sufficienza, ma è un vizio di forma: è sbagliato aspettarsi di più da quattro attempati ragazzotti che cercano di riproporre il sound e la grinta dei loro esordi. Un nuovo album firmato Nick Cave And The Bad Seeds è atteso invece per il 2008.

Completano la produzione artistica di Cave le raccolte “The Best Of” (1998) e “B-sides And Rareties” (2005), più una serie di video musicali e documentari ufficiali, tra cui ricordo la raccolta di videclip del 1998 ed il recente dvd (2007) tratto dall’ “Abbattoir Blues Tour”.

– Luca Aceto

Iggy Pop, “The Idiot”, 1977

iggy-pop-the-idiot-immagine-pubblica-blogAvendo avuto l’oscuro piacere d’ascoltarlo ieri notte, oggi pomeriggio mi sembra proprio l’occasione buona per parlare di uno dei miei album preferiti, “The Idiot”. Il disco in questione, pubblicato dalla RCA nel 1977, è accreditato a Iggy Pop, anzi è il suo primo vero album solista dopo lo scioglimento degli Stooges.

In realtà “The Idiot” è un’opera nata dalla collaborazione tra due enormi talenti che apprezzo moltissimo: Iggy Pop, ovviamente, e l’immenso David Bowie, che produce l’album. Bowie, inoltre è coautore di tutte le canzoni, suona il piano, le tastiere & il sax, contribuisce ai cori e mixa il tutto. Altra aspetto interessante: si parla spesso del periodo berlinese di Bowie, che ha fruttato la splendida trilogia di “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), ma bisogna considerare che anche “The Idiot” è stato inciso a Berlino, nel corso del 1976, mentre Bowie incideva il suo “Low”. A questo punto si tratta d’un poker fantastico di album berlinesi… certo, aggiungendovi “Lust For Life” (il seguito di “The Idiot”) ed escludendo “Lodger” che in realtà non è stato registrato a Berlino… ma la cosa si complica, per cui passiamo per ora ad una breve recensione del solo “The Idiot”.

Si parte con un brano piuttosto notturno, chiamato inequivocabilmente Sister Midnight: con le parti di chitarra di Carlos Alomar in bell’evidenza, la canzone è una lenta danza ipnotica che fa subito capire con quale tipo di sonorità abbiamo a che fare in questo lavoro. Segue il rock strisciante ma irresistibilmente funky di Nightclubbing, una delle canzoni più coinvolgenti di Pop, che forse molti ricordano nella colonna sonora del film “Trainspotting”. Poi è la volta di Funtime, un trascinante brano funk-punk dove si sente chiaro & forte il coro di Bowie; anche questa canzone verrà inclusa in una colonna sonora, per il film “Miriam Si Sveglia A Mezzanotte”, interpretato dallo stesso Bowie con una bellissima Catherine Deneuve.

Il quarto brano è Baby, sintetico & tenebroso ma assolutamente irresistibile e molto melodico, seguìto da una delle canzoni che più amo, China Girl: invito calorosamente tutti quelli che vogliono conoscere Iggy Pop ad ascoltare questo brano di rock decadente ad alto volume. China Girl resta una delle migliori creazioni del duo Pop-Bowie, forte d’un testo interpretato con la tipica sfrontatezza di Iggy ma adagiato su una musica potente ed innovativa al tempo stesso, tipica del Bowie di quegli anni. Poi è la volta della pesante Dum Dum Boys, la canzone più convenzionalmente rock del disco, anche qui col coro di Bowie ben evidente (sul canale destro degli speaker) e poi ancora c’è Tiny Girls, una breve & struggente ballata dall’andamento circolare, con il sax di David come principale protagonista. Gli oltre sette minuti della ben più elettronica Mass Production chiudono l’album su note dissonanti che ci regalano un testo colmo di sarcasmo, in quella che è un’epica espressione fifty-fifty fra Bowie e Pop.

L’atmosfera complessiva di “The Idiot” è notturna, cupa & opprimente, coi testi sempre in bilico tra disperazione & sarcasmo. Il tutto suona incredibilmente avanti per i suoi tempi: come per gli album “Low” e “Heroes” di Bowie, “The Idiot” sembra un disco inciso negli anni Ottanta (prestare attenzione al suono della batteria, in particolare), un lavoro davvero straordinario, forse un po’ sottovalutato ma fra i migliori che io possegga nella mia collezione di dischi.

Per finire, alcuni aneddoti… Sister Midnight è stata ripresa da Bowie per il suo album “Lodger”, dopo averne riscritto il testo e presentandola quindi col nome di Red Money. Bowie ha anche riproposto China Girl: la sua è una cover magnifica che s’avvale di musicisti d’eccezione (si trova sull’album “Let’s Dance” del 1983), mentre il buon David sfoggia una delle sue migliori prove vocali. Peter Murphy dei Bauhaus chiude il suo album del 1988, “Love Hysteria”, con una bella cover di Funtime, mentre Martin Gore dei Depeche Mode ripropone una suggestiva versione di Tiny Girls nel suo album “Counterfeit2” (2003). Ultimo aneddoto, piuttosto macabro… prima di togliersi la vita, Ian Curtis, il cantante dei Joy Division, ascolta “The Idiot” e mentre questo compie trentatrè giri lui decide di farla finita.

– Matteo Aceto

Bauhaus: la storia e gli album della band

bauhaus-immagine-pubblicaUna delle band alle quali sono più affezionato e a cui più tengo – anche se non la ascolto propriamente dalla mattina alla sera – sono gli inglesi Bauhaus, originari di Northampton. Amo molto la loro unica commistione fra etica punk e rock teatrale, il loro essere dark senza però scadere nel manierismo del genere.

La storia di questo gruppo inizia nel 1978 quando due compagni di scuola, Peter Murphy (voce) e Daniel Ash (chitarra), uniscono le forze a quelle dei fratelli David J e Kevin Haskins (rispettivamente bassista e batterista), per formare i Bauhaus 1919, dal nome della storica scuola d’arte tedesca. Nel corso del ’79 il nome diventa definitivamente Bauhaus e il quartetto pubblica per una piccola etichetta, la Small Wonder, già il suo capolavoro, il singolo autoprodotto Bela Lugosi’s Dead. Questo disco (sulla facciata A c’è appunto Bela Lugosi’s Dead, sulla facciata B troviamo Boys e una versione embrionale di Dark Entries, peraltro non accreditata sulla confezione) è un’autentica pietra miliare del rock: dà praticamente il via al filone gothic rock, anche se i Bauhaus non gradiranno mai quest’etichetta, definendosi tuttalpiù una band di dark rock ‘n’ roll. Bela Lugosi’s Dead, dedicata al celebre attore Bela Lugosi (interprete hollywoodiano di fortunate pellicole dedicate al conte Dracula negli anni Venti e Trenta), è un originale intreccio tra rock, progressive, cabaret, noise e dark che dura oltre nove minuti… e se poi pensiamo che, rispettosi dell’etica punk, il singolo è stato autoprodotto da questi ragazzi con un’età compresa tra i 19 e i 22 anni, il tutto è ancora più strabiliante.

Un tale singolo non può passare certamente inosservato e così, nel 1980, i Bauhaus firmano per la celebre etichetta alternativa 4AD che, nel corso dell’anno, pubblica quindi il primo album della band, “In The Flat Field”: un disco selvaggio, irrequieto, originale, come l’approccio strumentale del trio Ash-Haskins-Haskins e la voce incredibile di Murphy, una delle più belle che io abbia mai ascoltato in ambito pop-rock.

Nel 1981 è la volta di “Mask”, album che segna un ulteriore progresso nel sound dei Bauhaus: entrano elementi funky (Kick In The Eye e In Fear Of Fear) ma anche brani più lenti e atmosferici, come la tetra e bellissima Hollow Hills. A partire da quel 1981, inoltre, i dischi dei Bauhaus iniziarono ad essere pubblicati dalla casamadre della 4AD, ovvero la Beggars Banquet. Nell’82 esce così quello che secondo me è l’album più riuscito dei Bauhaus, “The Sky’s Gone Out”, contenente brani di incredibile forza e originalità espressiva come Silent Hedges, Swing The Heartache, Spirit e la fantastica All We Ever Wanted. Anche il singolo di quell’anno, non pubblicato su album, Lagartija Nick, è una delle esperienze sonore più convincenti & esaltanti della band, così come la potente cover di Ziggy Stardust di David Bowie (uno dei miti della band assieme a Elvis Presley, Iggy Pop e Syd Barrett), pubblicata anch’essa come singolo nel 1982.

Purtroppo il bel gioco dura poco e le crepe avanzano nel corso dell’83: Peter si ammala durante le sessioni del quarto album ma gli altri continuano senza di lui, cantando a turno le proprie canzoni, accreditate però come sempre alla firma collettiva Bauhaus. Quando Peter torna, presenta le sue canzoni, canta dov’è richiesto e ne esce fuori un album comunque bello, “Burning From The Inside”, con una copertina indimenticabile. I brani degni di nota sono la stupenda She’s In Parties (dark rock che si fonde con sonorità dub-reggae), Who Killer Mr. Moonlight (cantata da David J), la malinconica Kingdom’s Coming e la conclusiva Burning From The Inside, un crudo rock lungo nove minuti dove Peter urla ossessivamente ‘never more’ (mai più).

Nel 1983, dopo un’ultima serie di concerti e un prezioso regalo ai membri del fan club (il singolo inedito The Sanity Assassin / Spirit In The Sky), i Bauhaus giungono così all’inevitabile scioglimento. In un primo momento, Daniel Ash fonda i Tones On Tail (ai quali si unirà anche Kevin Haskins), poi, nel 1985, esce il primo album dei Love And Rockets, ovvero i due fratelli Haskins con lo stesso Ash, ovvero ancora i trequarti dei Bauhaus. E Peter Murphy? Nel 1984 dà vita ai Dalis Car col grande bassista Mick Karn (libero giacché anche la sua band, i Japan capitanati da David Sylvian, s’è ormai sciolta): il duo pubblica l’interessante “The Waking Hour” ma poi ognuno per sé, con la carriera di Peter che va a gonfie vele anche oggi, dopo oltre trent’anni di attività solista.

La nostalgia dei Bauhaus è comunque dura a morire: nel 1985 esce uno straordinario doppio elleppì, “Bauhaus 1979-1983”, che include i singoli non pubblicati sugli album (come la magnifica Double Dare), gli estratti dagli album e l’inedita (tranne per i membri del fan club) & tosta The Sanity Assassin. L’anno seguente, “Bauhaus 1979-1983” viene stampato con brani aggiunti in due distinti ciddì, “Volume One” e “Volume Two”… da avere assolutamente per chi vuole ritenersi ammiratore dei Bauhaus!

Gli anni passano, le ferite rimarginano, le fratture si ricompongono e i Bauhaus risorgono nel 1998 con il Resurrection Tour, in giro trionfalmente in tutto il mondo. Nello stesso anno esce una formidabile raccolta, “Crackle”, che risveglia l’interesse per i Bauhaus: la Beggars Banquet, infatti, ristampa tutti gli album del gruppo, compreso il live del 1982 “Press The Eject And Give Me The Tape”, con tracce aggiunte di notevole interesse (praticamente tutti i lati A e B dei vari singoli). Nel ’99 esce invece “Gotham”, un doppio ciddì registrato a New York che testimonia ancora una volta la grandezza dal vivo dei Bauhaus: inutile dirvi che si tratta d’un disco essenziale, impreziosito anche dal primo inedito in studio dei Bauhaus dal 1983, ovvero la cover di Severance dei Dead Can Dance.

Dopo altri progetti solistici (Peter Murphy lo seguo sempre, ho tutti i suoi dischi…), i Bauhaus tornano per una serie di concerti nel 2006, presentando anche alcuni nuovi brani. E’ il preludio ad una reunion più prolifica che porta la band nuovamente in studio per un quinto – e a quanto pare conclusivo – album, “Go Away White”, pubblicato nel marzo 2008. (ultimo aggiornamento: 28 agosto 2018)

Syd Barrett

syd-barrettRoger Keith Barrett, ben più noto come Syd Barrett, è l’uomo attorno al quale è sorta la leggenda dei Pink Floyd, una band che ha cambiato il modo d’intendere la musica leggera e l’idea stessa di rockstar. Vediamo di ripercorrere l’affascinante storia di Syd intrecciandola a quella dei primi anni della band.

Syd nasce nel 1946 nei pressi di Cambridge ed inizia a suonare la chitarra all’età di quattordici anni: in questo periodo già compone le sue prime canzoni, alcune delle quali, come The Effervescing Elephant, vedranno la luce diversi anni dopo. Qualche esperienza musicale in giro qua & là e poi, ai tempi del college, Syd conosce Roger Waters, che lo invita a far parte del suo gruppo, gli Architectural Abdabs. Barrett ne diventa ben presto il cantante principale mentre, dopo l’abbandono del bassista Bob Klose, Waters passa dalla chitarra al basso. Gli altri due componenti del gruppo sono Richard Wright (tastiere, piano, organo) e Nick Mason (batteria), già compagni di studio di Waters. Lo stile di questa band è fondamentalmente blues, tanto che Syd pensa bene di ribattezzarla The Pink Floyd Sound, ovvero ‘il suono di Pink Anderson e Floyd Council‘, due bluesmen americani particolarmente apprezzati da Syd.

I Pink Floyd Sound iniziano a suonare in diversi club alternativi della swinging London: tra il ’66 e il ’67 sono i protagonisti assoluti in locali come l’Alexandra Palace o l’UFO. Anche Paul McCartney e John Lennon vanno a sentirli/vederli giacché il loro uso di luci e fondali applicato alla loro miscela di pop-blues psichedelico è qualcosa di totalmente innovativo per l’epoca. Il nome del gruppo cambia definitivamente in Pink Floyd e, nel corso del ’67, la band viene messa sotto contratto dalla EMI, la stessa etichetta dei Beatles (le due formazioni avranno anche modo di conoscersi personalmente negli Abbey Road Studios di Londra).

In quel fatidico 1967 escono così i primi due singoli dei Pink Floyd, Arnold Layne e See Emily Play, seguìti in estate dall’album “The Piper At The Gates Of Dawn”: tutto materiale scritto da Barrett, a parte una manciata di brani. Tra il ’67 e il ’68 escono altri singoli ma Syd non è più lo stesso: il suo consumo eccessivo di lsd, unito ad una fragilità psicologica incapace di reggere le pressioni dello show-business, lo conducono sulla soglia della follia. Il suo comportamento diventa sempre più irrazionale, soprattutto sul palco e nel corso delle interviste: se i Pink Floyd vogliono andare avanti devono ricorrere ad un sostituto, almeno per i concerti.

Il sostituto si chiama David Gilmour, classe 1946 anch’egli, amico di Syd da lungo tempo; i due iniziarono a strimpellare insieme la chitarra e in gioventù fecero un viaggio in Francia come musicisti di strada. Inizialmente il ruolo di Dave è quello di cantare e suonare la chitarra dal vivo mentre Syd è libero di scrivere nuove canzoni per il gruppo: Jugband Blues e Vegetable Man nascono in questo periodo, con la prima che figurerà come unico contributo autoriale di Barrett al secondo album dei Floyd, “A Saucerful Of Secrets” (1968), mentre la seconda resterà inedita. Ci sono alcune foto dei Pink Floyd come quintetto ma la cosa non dura a lungo: nel febbraio ’68, Barrett esce dal gruppo (con la benedizione del management che decide di seguirlo) e in primavera inizia ad incidere il suo primo materiale da solista.

Le sessioni si rivelano caotiche perché le condizioni psicologiche di Syd sembrano peggiorare giorno dopo giorno (in realtà, il musicista rivela commoventi lampi di lucidità che riversa in molte delle sue composizioni): dopo l’avvicendamento di due produttori, subentra proprio l’amico Dave Gilmour nel seguire Syd in studio. Il primo singolo solista di Barrett, Octopus, prodotto da Gilmour con Roger Waters, esce nel dicembre ’69, mentre il primo album, “The Madcap Laughs” vede la luce solo nel gennaio 1970. Il lavoro tuttavia continua, con Syd e David che tornano in studio per dare un seguito all’album: le sessioni sono ancora più confuse, con Gilmour che suona il basso e coinvolge i Soft Machine per riempire gli spazi lasciati vuoti da Barrett. Il lavoro che ne risulta, “Barrett”, pubblicato a fine anno, è comunque pregevole.

Poi Syd si ritira in un suo mondo, sempre più piccolo, sempre più lontano dalle luci della ribalta. Torna a casa della madre ed accetta di farsi curare in un istituto psichiatrico, mentre la carriera dei Pink Floyd prende il volo nel 1973, con lo straordinario album “Dark Side Of The Moon”. In quel periodo sono diversi gli artisti/produttori che cercano di convincere Barrett a tornare sulle scene: tra questi vi è David Bowie (che aveva già aiutato i Mott The Hoople, Lou Reed e gli Stooges di Iggy Pop) che però dovrà infine accontentarsi d’inserire una sua cover di See Emily Play nel suo album “Pinups”. In effetti, Barrett torna in studio nel 1974 ma non ne esce nulla di buono e così ripiomba nel suo isolamento.

Seguono anni d’anonimato durante i quali Syd si limiterà a ritirare le sue quote autoriali dalle vendite dei dischi suoi e dei Pink Floyd. Le sue interviste, sempre sopra le righe, sono rarissime così come le sue apparizioni pubbliche. Altri lo cercano: nel ’77 i Damned, in procinto d’incidere il loro secondo album, si rivolgono al management dei Pink Floyd per convincere Syd a produrre il disco. Anche loro, come Bowie, non ottengono nulla da Syd; sarà comunque Nick Mason a produrre l’album “Music For Pleasure” ma questa è un’altra storia.

La leggenda del quinto membro impazzito dei Pink Floyd cresce negli anni Ottanta, tanto che la EMI pubblica un’interessante collezione di brani più o meno inediti di Barrett, “Opel” (1988), contenente la bellissima Opel, una gemma perduta di Syd risalente al 1969. Intanto il talento del nostro si riversa – pur se privatamente – nella pittura di quadri firmati col suo vero nome, Roger Barrett, come se l’artista volesse dare un taglio definitivo al suo passato di musicista. Per il resto, la vita di Syd Barrett continua nell’ombra fino al luglio del 2007, quando muore fra le mura domestiche in seguito ad alcune complicazioni da diabete.

Gli altri componenti dei Pink Floyd, nessuno escluso, lo omaggiano (l’home page del sito di Waters era listata a lutto, subito dopo la triste notizia) e Dave Gilmour continua a proporre composizioni barrettiane nei suoi concerti. (

-Matteo Aceto

Sex Pistols

sex-pistolsAmo i Queen, i Genesis, i Pink Floyd ma, evidentemente, i giovani inglesi della metà degli anni Settanta non la pensavano come me. Pareva che i campioni dell’art-rock, del progressive e dell’hard rock fossero troppo distanti dai comuni mortali, e così l’intraprendente Malcolm McLaren, proprietario d’un negozio di tendenza a Londra chiamato Sex, fiutò il cambiamento dei tempi e decise d’investire tempo & denaro per costituire una nuova band che rompesse coi cliché tipici delle rockstar del passato. Partì quindi da Glen Matlock (basso), commesso del Sex, e vi aggiunse due ragazzi di strada, abituali frequentatori del negozio: Steve Jones (chitarra) e Paul Cook (batteria). Mancava ancora un cantante ma McLaren non ebbe dubbi quando al Sex vide entrare un ragazzo dai capelli verdi e con una maglietta strappata dei Pink Floyd con la scritta ‘li odio’. Si chiama John Lydon ma a causa della sua dentatura compromessa venne soprannominato Johnny Rotten (‘Marcio’): la band è quindi completa, assumendo il nome Sex Pistols.

Nel corso del 1976, prima Londra e poi l’Inghilterra intera s’accorsero di questo nuovo fenomeno che stava scuotendo le fondamenta della musica. Anche le case discografiche fiutarono l’affare e si misero a caccia dei Pistols: la spuntò la EMI che pubblicò il loro primo singolo, Anarchy In The U.K., un titolo che è tutto un programma. I Sex Pistols erano però troppo oltraggiosi, estremi & volgari per i gusti del britannico medio e così la EMI stracciò il contratto. Subentra così la A&M ma anch’essa in poco tempo scarica la band che, nonostante tutto, beneficiò degli indennizzi per inadempienze contrattuali e soprattutto di pubblicità gratuita. Siamo intanto nel 1977, le punk band sono ormai una realtà in Inghilterra con gruppi quali Damned, Clash, Generation X, Siouxsie And The Banshees e altri, coi tempi che sono ormai maturi per l’esplosione del genere. I Sex Pistols firmano infine con la Virgin e pubblicano lo strepitoso singolo God Save The Queen per il giubileo della regina: il ritornello della canzone canta ‘no future’ ed è tutto dire in una nazione in piena recessione economica.

Intanto Malcolm McLaren pensò bene di sostituire il musicista più dotato, Glen Matlock, con Sid Vicious, un fan della prima ora dei Pistols che nel corso dei loro concerti aveva inventato il pogo; in precedenza, Sid aveva militato nei Banshees e nei fantomatici Flowers Of Romance. A fine anno, dopo diverse polemiche e boicottaggi, uscì finalmente “Never Mind The Bollocks“, album straordinario (nel vero senso della parola) che volò al primo posto della classifica inglese. Alcune parti di basso sono suonate da Glen Matlock (riassunto, pare, per completare il lavoro in studio) e altre da Steve Jones ché Vicious non ne era capace, anche se dal vivo la cosa non aveva alcuna importanza. Ormai tutti parlavano di questa nuova band che sapeva suonare a malapena (così si diceva), che cantava di aborto, di precariato, di mancanza d’ideali e d’anarchia, che insultava tutti, compresi pubblico e manager. Il gioco dura poco, però: nel gennaio ’78, mentre la band si trovava in tour negli USA, Rotten pensò d’averne avuto abbastanza e mollò malamente i Pistols, mentre Vicious era ormai un tossicodipendente che correva a folle velocità sulla strada per l’autodistruzione.

Per un po’ la band fu data per spacciata – Johnny nel frattempo fondò i mitici PiL con Keith Levene – ma nel corso dell’anno riuscì a risorgere in un modo o nell’altro: iniziarono le audizioni per un nuovo cantante e McLaren trovò addirittura i fondi per realizzare un film con & sui Sex Pistols. Steve Jones e Paul Cook, i due elementi più legati nel gruppo, si assunsero il compito di scrivere nuovi brani, molti dei quali cantati dallo stesso Jones. Incisero un paio di canzoni pure con Ronnie Biggs, un fuorilegge inglese rifugiato in Brasile. Sid Vicious partecipò cantando in due cover, My Way e Somethin’ Else, per il resto era diventato un solista che a quanto pare andava avanti solo per procurarsi i soldi necessari per la droga. La grandiosa e delirante colonna sonora del film “The Great Rock ‘N’ Roll Swindle” uscì nel 1979, quando ormai Sid era già morto per overdose, mentre il film vero e proprio uscì nelle sale nei primi mesi del 1980, quando Jones e Cook ne avevano avuto abbastanza anche loro dei Sex Pistols e di Malcolm McLaren.

Intanto, se nel ’78 Rotten recuperò il suo vero nome, John Lydon – e come già detto diede vita ai Public Image Ltd. – Sid Vicious diventò un cantante solista, facendosi accompagnare dal vivo dalle stelle più in vista del punk rock: il suo collega nei Pistols Glen Matlock, poi Steve New, Mick Jones dei Clash, Rat Scabies dei Damned, e altri. Ma il suo gioco durò poco perché una fatale overdose lo stroncò nel febbraio ’79, dopo essere finito in galera per il suo presunto omicidio di Nancy Spungen, la sua discussa fidanzata. Sid ci ha lasciato parecchi bootleg (le incisioni illegali) e un solo disco ufficiale, il trascurabile “Sid Sings”, registrato dal vivo.

Glen Matlock fondò un gruppo con Steve New alla chitarra e un emergente Midge Ure al microfono: sono i Rich Kids, che pubblicarono però un solo album, “Ghosts Of Princes In Towers”. Poi Ure si unirà prima ai Visage e poi definitivamente agli Ultravox, mentre Matlock entrò nella band del grande Iggy Pop, accompagnandolo sia sul palco che nelle sessioni in studio. Nel corso degli anni Ottanta, Glen darà vita ad altre band, suonando con numerosi altri artisti, prima di pubblicare il suo primo album solista nel 1996, “Who He Thinks He Is When He’s At Home”.

Steve Jones e Paul Cook, invece, decisero di restare uniti, del resto la band originale era nata attorno a loro due: nel 1980 formarono così un nuovo gruppo, The Professionals, che, nonostante il grande album “I Didn’t See It Coming” (1981), giunse al prematuro scioglimento nel 1982, con Jones che ormai era entrato nel tunnel della tossicodipendenza. Ma i due sono tosti e non si arresero: entrambi suonarono con The Avengers, Sham 69, Thin Lizzy, Joan Jett, Johnny Thunders, mentre Cook produsse le Bananarama e, in seguito, suonò per diversi altri artisti (soprattutto Edwin Collins). Jones, nonostante i suoi problemi, fu però più attivo: prima fondò i Chequered Past (che pubblicarono un solo album nel 1984), poi suonò per Iggy Pop (a più riprese), per i Megadeth, per Andy Taylor dei Duran Duran e negli anni Novanta fondò i Neurotic Outsiders con membri dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei Cult. Nella seconda metà degli anni Ottanta, comunque, Jones si ripulì e pubblicò due album solisti: il primo, “Mercy” (1987), è un disco caldo e melodico, sembra incredibile che sia dello stesso uomo che solo dieci anni prima suonava la chitarra nei Pistols; l’altro è “Fire And Gasoline” (1989), più tosto, che si avvale di musicisti d’eccezione come Axl Rose, i Cult e Nikki Sixx dei Motley Crue.

Siamo ormai negli anni Novanta, John Lydon scioglie i PiL nel ’93 e tre anni dopo accetta di riunirsi ai Sex Pistols per una serie di concerti. Sì, perché nel 1996 Matlock, Jones, Cook e quindi Lydon suonano in giro per il mondo nel corso del “Filthy Lucre Tour”, riportando in auge il nome dei Sex Pistols. La reunion si ripete nel 2002, in occasione del secondo giubileo della regina d’Inghilterra e per il 25° anniversario del punk. Per l’occasione, la Virgin pubblica un cofanetto di tre ciddì che ripercorre la storia dei Pistols, mentre il regista Julien Temple celebra la band col film “The Filth And The Fury”.

Beh, ormai avrete capito tutti che, piacciano o no, questi Sex Pistols si sono conquistati un posto nella storia della musica e che la loro, a ben vedere, è una vicenda molto più lunga ed influente di ciò che la loro esigua discografia lascia supporre.