Michael Jackson & Freddie Mercury: una storia

michael-jackson-con-freddie-mercuryC’è un capitolo molto affascinante della storia dei Queen che riguarda l’amicizia tra la band inglese e Michael Jackson, nata al principio degli anni Ottanta da una reciproca stima.

Ho letto/ascoltato almeno due interviste – una di Freddie Mercury e una, ben più recente, di Brian May – nelle quali i due componenti dei Queen rievocavano quel periodo, anche se non ho mai letto/ascoltato un’omologa intervista a Michael Jackson. Ad ogni modo, in quella prima metà degli anni Ottanta, Freddie ebbe modo di parlare della sua frequentazione del Re del Pop, una frequentazione che si interruppe qualche anno dopo la pubblicazione del celeberrimo “Thriller” (1982), quando cioè Michael Jackson prese definitivamente il volo grazie a quel fenomeno planetario che tuttora resta l’album più venduto di sempre.

A quanto pare, Michael Jackson si interessò alla musica dei Queen e alla potenza dei loro concerti proprio nel 1980, l’anno in cui un album dei Queen – “The Game” – raggiungeva per la prima volta la vetta della classifica statunitense. Fu lui a consigliare alla band di far pubblicare su singolo quel pezzo-bomba che effettivamente si è rivelato Another One Bites The Dust. Michael, in sostanza, si stava interessando alle sonorità rock (vedi Beat It su “Thriller”) mentre i Queen si stavano interessando a quelle funk (vedi la già citata Another One Bites The Dust, ovviamente). E data la reciproca ammirazione, le due strade non potevano che confluire.

Il seguito di “The Game”, quel disco che i Queen hanno intitolato “Hot Space” (1982), sembra in effetti anticipare certe sonorità di “Thriller” (uscito sul finire di quello stesso 1982), sebbene all’epoca sia stato considerato un flop, mentre tutt’altra gloria (e più che meritata) è toccata a “Thriller”. A quello stesso “Thriller”, addirittura, avrebbe dovuto partecipare pure Freddie Mercury, il quale se ne rammaricò in seguito scherzando sul fatto di aver perso così un sacco di soldi.

Sfumata la collaborazione su “Thriller”, almeno un incontro di lavoro tra Michael Jackson e Freddie Mercury avvenne già nell’estate del 1983. E’ un resoconto abbastanza dettagliato che ci ha fornito Peter Freestone, assistente di lunga data di Freddie, narrato nel suo libro di memorie relativo proprio a quella sua esperienza più che decennale al fianco del cantante dei Queen. Siamo a Los Angeles, quando i tutti e quatto i membri della band inglese si erano temporaneamente trasferiti nella metropoli californiana per iniziare le sedute dell’album “The Works” (1984). Freestone accompagna il solo Mercury fino ad Encino, la tenuta dove Jackson viveva allora, con tanto di studio di registrazione annesso. Qui sono presenti i soli Michael e Freddie, più un tecnico dello studio e quindi lo stesso Peter: è proprio quest’ultimo a sbattere la porta del bagno adiacente allo studio in un brano chiamato Victory, giacché Michael non è soddisfatto degli effetti prodotti dalla drum-machine.

I due cantanti lavorano anche a State Of Shock e a There Must Be More To Life Than This, per un intero pomeriggio di registrazioni durato quasi sei ore. I due, stando sempre a quanto riferito dall’assistente di Mercury, sembrano anche prendersi le misure artisticamente, cercando evidentemente di imparare il più possibile l’uno dall’altro. Purtroppo, a causa degli impegni di Freddie coi Queen (c’era un nuovo album da fare, al quale sarebbe seguito l’inevitabile tour mondiale), i nostri due protagonisti non ebbero più l’occasione di tornare su quei tre brani incisi a casa Jackson in quel pomeriggio d’estate. Tre preziosi brani inediti che offrono a loro volta tre interessanti storie parallele. Vediamole una alla volta.

Victory: il più misterioso dei pezzi nati dalla collaborazione Jackson-Mercury, dato che finora non è mai stato ascoltato, nemmeno attraverso i canali piratati. Secondo Peter Freestone, il brano è dovuto all’ispirazione di Michael, sebbene alcune fonti sostengono che sia stato inizialmente concepito come un pezzo dei Queen. E’ pur vero che, nel 1984, Michael e i suoi cinque fratelli hanno fatto uscire sotto il nome collettivo di The Jacksons un album chiamato “Victory”, ma è altrettanto vero che in quel disco non c’è traccia d’un brano chiamato così.

State Of Shock: nell’album “Victory” c’è però quest’altra collaborazione Jackson-Mercury, sebbene la parte vocale di Freddie venga sostituita da quella di Mick Jagger. Scritta da Michael Jackson col chitarrista Randy Hansen, State Of Shock è stata quindi provinata con Freddie Mercury in quel fatidico giorno d’estate 1983, ri-registrata con Mick Jagger, inclusa in un album intitolato ai Jacksons come gruppo, e infine eseguita dal vivo allo storico Live Aid del 1985 da Mick Jagger con… Tina Turner! Insomma, ma di chi è questa State Of Shock?!

There Must Be More To Life Than This: come abbiamo già detto QUI, questo brano scritto da Freddie Mercury è nato durante le sedute di registrazione dei Queen per l’album “Hot Space”; scartato dall’album, è stato evidentemente offerto dal suo autore a Michael Jackson in quell’ormai famoso incontro ad Encino, dove per l’appunto Freddie accompagna al piano Michael che canta da solo. Arenatasi così la collaborazione, Freddie ha infine recuperato il brano per il suo primo album da solista, “Mr. Bad Guy” (1985).

Nel 2014, all’interno della compilation intitolata “Queen Forever”, è finalmente stata ufficializzata una prima (e finora unica) collaborazione Mercury-Jackson: si tratta dell’ormai ben nota There Must Be More To Life Than This, sebbene si tratti d’un montaggio eseguito dall’ottimo William Orbit. La voce di Freddie datata 1985 duetta infatti con la voce di Michael datata 1983 (in una performance comunque informale, si tratta di un demo o provino che dir si voglia), mentre in “sottofondo” i Queen al gran completo suonano l’iniziale versione del 1981-82 opportunamente rimaneggiata per l’occasione. Insomma, quel brano registrato a casa Jackson nell’83 così com’era (Michael alla voce e Freddie al piano) resta tuttora ufficialmente inedito, così come quel primo duetto su State Of Shock e la fantomatica Victory (l’unica delle tre che, tanto per dirne una, non sia mai apparsa su Youtube o altrove tra i canali del file-sharing).

Questi i fatti. Ora vi dico la mia. Il brano Victory potrebbe non esistere, forse perché è poi diventato qualcos’altro, magari un pezzo di Jackson o dei Queen che conosciamo molto bene; altre fonti hanno inoltre parlato di due (2 di numero) canzoni incise da Michael Jackson con Freddie Mercury, e lo stesso Brian May ha più volte parlato di “a couple of tracks”. E a distanza di tanto tempo, e nonostante l’interesse commerciale che un pezzo Jackson-Mercury potrebbe suscitare a prescindere dal suo reale valore artistico, abbiamo effettivamente avuto la possibilità di ascoltare soltanto State Of Shock e There Must Be More To Life Than This. Di quest’ultima le versioni ormai si sprecano, spesso fatte dagli stessi fan montando con software audio le tracce vocali di Freddie e Michael che – ricordiamolo – sono state messe su nastro in due momenti diversi. L’originale, per così per dire, figura il solo Jackson alla voce, accompagnato quindi da Mercury al piano. O almeno questo è ciò che si sente da quel nastro che contiene anche State Of Shock, la quale è già molto vicina alla versione che poi comparirà sull’album “Victory” in compagnia di Mick Jagger. Si ha la sensazione, ascoltando State Of Shock, che all’inizio Michael resti un po’ sopraffatto dall’esuberanza di Freddie, e soprattutto dalla sua voce, ma che nel finale torni ad assumere il controllo, tanto che Freddie si unisce a lui all’esortazione di “everybody sing with me!”.

Impegni di Mercury con i Queen o meno, necessità dei fratelli Jackson di far uscire “Victory” in quel preciso momento piuttosto che in un altro, la mia impressione resta che Michael Jackson abbia ritenuto Freddie Mercury un partner fin troppo sopra le righe, tanto che un tipo come Mick Jagger deve essergli apparso più docile. Si è anche detto che l’amicizia tra Michael e Freddie sia stata compromessa dal fatto che il primo disapprovava l’uso di cocaina da parte del secondo. E poi, infine, come non pochi hanno speculato con malizia, i due potrebbero aver avuto una relazione sentimentale, oltre che professionale, finita la quale è anche finita la possibilità di cantare insieme. Da quel che mi risulta, nei primissimi anni Novanta, né Freddie e né Michael hanno mai rievocato pubblicamente la loro amicizia, né si conoscono i reali sentimenti provati da Michael all’annuncio della morte di Freddie, in quello straziante 24 novembre 1991.

Purtroppo, come tutti sappiamo, anche Michael Jackson non è più di questo mondo, perciò se c’è stato qualche segreto che avrebbe potuto rivelarci su Freddie Mercury, beh quel segreto è morto con lui in quel maledetto 25 giugno 2009. A noi fan, orfani di questi due autentici giganti della canzone del Novecento, non resta che affidarci al gossip, alle rivelazioni che verranno (se verranno) e soprattutto a quelle registrazioni effettuate tra i due negli anni Ottanta. Una volta che le rispettive eredità avranno trovato accordi commercialmente soddisfacenti per tutte le parti in causa.

– Mat

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Progetti musicali irrealizzati

Vinile rottoUn argomento che mi ha sempre affascinato è quello dei progetti musicali e cinematografici irrealizzati. Qualche giorno fa rileggevo una biografia di Federico Fellini, nella quale – tra i vari progetti irrealizzati – si parlava d’un film a episodi su Venezia. Mi sono così ricordato di aver già scritto un paio di post su questo argomento: uno pubblicato il 17 gennaio 2007, quando il blog si chiamava ancora Parliamo di Musica, e uno pubblicato l’11 gennaio 2010, quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica.

E allora non mi resta che riproporre quegli scritti, rivisti e ampliati per l’occasione (limitandoci ora ai progetti discografici, mentre quelli cinematografici saranno il tema del prossimo post), senza l’arroganza di voler esaurire l’affascinante argomento. Anzi, ogni vostra eventuale aggiunta tra i commenti sarà per me cosa molto gradita.

Di interi album registrati ma lasciati a raccogliere polvere negli archivi, di collaborazioni mancate e di capolavori perduti, la storia della musica ne è piena. A volte è stata la pochezza tecnologica ad impedire a un artista di concepire materialmente l’opera che aveva in mente, spesso invece sono intervenuti blocchi creativi, veti da parte della casa discografica, ma anche la paura dell’artista stesso di esporsi o di andare fino in fondo. Senza contare, inoltre, le solite storie di droga, alcol e dissolutezze varie, nonché incidenti e fatalità. Vediamo qualche caso.

Nel 1966, dopo aver dato alle stampe un capolavoro come “Pet Sounds”, i Beach Boys sono già alle prese con un nuovo album, “Smile”: Brian Wilson, la mente creativa del gruppo, che già nel corso delle sessioni di “Pet Sounds” aveva manifestato evidenti segni di squilibrio, subì il definitivo tracollo mentale proprio durante la sua lavorazione. Un consumo eccessivo di droghe, lo stress, l’ispirazione creativa altalenante, ma pure il bruciante desiderio di voler superare un capolavoro come il “Sgt. Pepper” dei Beatles, causarono il crollo definitivo di Wilson. “Smile” venne abbandonato e Brian se ne restò a letto per due anni, almeno così narra la leggenda. “Smile” è stato finalmente ufficializzato nel 2004: seppur apprezzato e acclamato dai fan, l’album non contiene il materiale dell’epoca, bensì è una rivisitazione moderna ad opera del solo Wilson, mentre per ascoltare come si deve le registrazioni originali del ’66-’67 si dovette attendere l’autunno del 2011, in occasione della pubblicazione delle “Smile Sessions”. Dell’album originale, tuttavia, non c’è traccia: il tutto resta (o restava) un progetto intraducibile nella mente geniale di Brian Wilson.

Sempre nel ’67, i Bee Gees avevano pronta una nuova canzone, To Love Somebody, da far cantare a Otis Redding. Purtroppo l’aereo sul quale viaggiava Redding si schiantò al suolo e con esso la possibilità d’una collaborazione dell’artista americano coi fratelli Gibb. Vicende decisamente meno tragiche, ma sempre legate ai Bee Gees, riguardano alcuni loro album registrati e mai pubblicati: addirittura nel 1970, in un periodo in cui il gruppo era ufficialmente sciolto, i tre fratelli Gibb registrano ciascuno un album solista ma, a parte qualche singolo, nessuno dei tre elleppì raggiunge le rivendite, coi fratelli che decidono di riunirsi sotto il celebre nome comune già entro l’anno. Nel ’73, tuttavia, un intero album dei Bee Gees, “A Kick In The Head…”, verrà accantonato perché il manager Robert Stigwood l’aveva ritenuto poco appetibile commercialmente. I fratelli non si persero comunque d’animo e registrarono daccapo un nuovo disco, “Life In A Tin Can”, che venne distribuito in quello stesso anno.

Verso la fine degli anni Sessanta, i Pink Floyd pensavano di concepire un disco intitolato “The Man”: doveva descrivere la giornata tipica d’un hippie, dal momento in cui questo si svegliava al momento in cui si coricava. Il gruppo riuscì però a concretizzare un solo brano, Alan’s Psychedelic Breakfast, che finì come appendice allo straordinario “Atom Heart Mother”. Un altro progetto floydiano del periodo prevedeva la realizzazione d’un disco con strumentazione interamente non convenzionale (per esempio, picchiare delle pentole invece che colpire la batteria): pare che i nostri abbiano inciso un paio di brani ma che, alla fine, abbiano abbandonato il progetto perché non abbastanza interessante musicalmente. Insomma, il suono complessivo dell’opera non sarebbe stato un granché.
Anche il componente più misterioso dei Pink Floyd, Syd Barrett, rientra nel discorso: nel ’74 qualcuno riuscì a convincerlo a tornare in studio (ma ci provò – inutilmente – pure David Bowie), dopo che Syd aveva faticosamente realizzato due album nel corso del 1970, “The Madcap Laughs” e “Barrett”. Tuttavia non si riuscì a cavare nulla di buono da quegli spezzoni incompleti, perlopiù strumentali, che Syd registrò a intermittenza durante la sua ultima (e breve) permanenza in studio.

Nel ’73, invece, David Bowie rese pubblico il suo proposito di creare un musical (e quindi un disco) basato su “1984”, il celebre romanzo di George Orwell. Bowie inizia a comporre delle canzoni senza che gli eredi di Orwell abbiano dato il nullaosta al progetto. Quando il nostro si vede infine negare i permessi necessari, decide di pubblicare lo stesso le canzoni fin lì registrate (nel bellissimo “Diamond Dogs”) ma l’idea originaria del musical resterà nel cassetto. Ventanni dopo e un altro progetto di Bowie andrà a farsi benedire: nel 1995 esce l’album “1. Outside”, primo capitolo (nelle intenzioni originali) d’una saga di ben cinque dischi che il nostro avrebbe dovuto pubblicare fino al termine del secolo, quindi un disco all’anno dal ’95 al ’99. Peccato però che David resti folgorato dalla nascente scena jungle e decida di pubblicare un disco a tema, “EAR THL ING” (1997) che, di fatto, relega in archivio i seguiti di “Outside”. Adesso tratteremo però tutt’altra storia, dai toni ben più drammatici.

Nel novembre 1980 Ringo Starr è a New York, ospite di John Lennon, il quale aveva pronte per il batterista quattro nuove canzoni (tra cui Life Begins At 40) per il suo prossimo album. I due amici si salutano col proposito d’incontrasi di nuovo al principio dell’81, per avviare il lavoro in studio. Purtroppo, come tutti sappiamo, un folle uccise John l’8 dicembre e Ringo, per rispetto dello sfortunato amico, decise di non utilizzare le canzoni che Lennon aveva scritto per lui. Un nuovo album di Ringo uscì comunque nel 1981, “Stop And Smell The Roses”, un disco che figurava contributi preziosi sia da parte di Paul McCartney che di George Harrison. Probabilmente, col contributo di Lennon, “Stop And Smell The Roses” avrebbe testato una prossima reunion dei Beatles. E’ quanto ha dichiarato in anni recenti Jack Douglas, l’ultimo produttore di John.

Un personaggio noto per tutta una serie di fantomatici progetti è Prince. Nel 1986 torna in studio col suo gruppo, The Revolution, per registrare un nuovo disco intitolato “Dream Factory”. Il progetto non viene però portato a termine, coi Revolution che si sciolgono e con Prince che torna a procedere da solista. L’artista realizza quindi un triplo album, “Crystal Ball”, che la casa discografica rifiuta: il nostro risponde con un nuovo album, stavolta un doppio, “Sign ‘O’ The Times”. La Warner Bros decide (per nostra fortuna) di pubblicarlo ma poi Prince, non pago, torna già in studio per un nuovo progetto, “The Black Album”. Anche questo finisce negli archivi (vedrà ufficialmente la luce solo nel ’94) ma Prince ha già un altro disco in mente, da accreditare ad uno pseudonimo femminile, Camille. Al momento di essere pubblicato, Prince (o la Warner, non è chiaro) decide però di far ritirare il disco. E così, nel 1988, ecco che esce finalmente “Lovesexy”, anticipato dall’eccezionale singolo Alphabet St.. Ci sono altre storie riguardanti dischi interi realizzati da Prince ma mai pubblicati (comprese le sue discusse collaborazioni con Miles Davis) e la cosa meriterebbe un discorso a sé. Per ora andiamo avanti, anche se Prince torna protagonista…

Fra il 1986 e il 1987, Michael Jackson è in studio per dare un seguito al fortunatissimo “Thriller”: una delle nuove canzoni, Bad, è pensata come un duetto con Prince. Il folletto di Minneapolis entra in studio ma poi sorgono differenze musicali con Jackson che lo inducono ad abbandonare la collaborazione, mentre Bad, come sappiamo, diventerà uno dei maggiori successi di Michael. Chissà in qualche archivio è conservato quell’originale duetto fra i due giganti della musica nera degli anni Ottanta. Ma c’è un’altra celebre collaborazione di Michael Jackson che finora ha svelato ben poco: quella con Freddie Mercury. I due incisero a Los Angeles almeno tre canzoni nel corso dell’83. Dei tre brani, State Of Shock è finito sull’album “Victory” (1984) dei Jacksons (con Mick Jagger che, di fatto, sostituisce Mercury), There Must Be More To Life Than This è stato incluso nel primo album solista di Freddie, “Mr. Bad Guy” (interamente cantato da Mercury, quando la prima versione del brano figurava il solo Michael alla voce con Freddie al piano), mentre il terzo, pare intitolato Victory, resta in qualche archivio privato (si può approfondire QUI l’argomento, ad ogni modo).

Tornando ad album interi registrati e poi accantonati, passiamo al 1989, quando gli Style Council incidono un disco di house music intitolato “Modernism: A New Decade”, una sorta di positivo benvenuto agli anni Novanta. La Polydor rigetta però l’album, con la band che di lì a poco si scioglie: Paul Weller diventerà un solista acclamato (specialmente nella nativa Gran Bretagna) mentre l’album figurerà come succoso inedito in un cofanetto dedicato agli Style Council, pubblicato dalla stessa Polydor nel 1998.

Tornando infine alle tragiche fatalità, la morte di Jimi Hendrix nel settembre 1970 minò definitivamente il sogno d’una collaborazione paventata da mesi, quella tra il celebre chitarrista mancino e l’altrettanto celebre trombettista Miles Davis (nome che abbiamo già citato). Pare che i due si inseguissero da mesi, abbagliati da una mutua ammirazione, eppure l’ego fece la sua parte: in un’occasione non si presentò Hendrix, in un’altra – quando Jimi era già arrivato in studio con la chitarra in mano – Davis non si fece vedere. Secondo quella gran bella biografia davisiana di Gianfranco Salvatore chiamata “Lo sciamano elettrico”, Jimi aveva già il biglietto aereo per New York nella stanza del suo albergo londinese, proprio per raggiungere Miles Davis e collaborare finalmente con lui. Come tutti sappiamo, tuttavia, la storia non è andata così. Chissà che ci siamo persi…

Ebbene, questi sono gli esempi di progetti discografici irrealizzati più noti che mi sono venuti in mente, ma sono certo che esistono parecchi altri esempi legati agli artisti più disparati. Questo è un argomento che mi ha sempre colpito per cui, chi volesse, può sempre aggiungere altre storie.

-Mat

Michael Jackson

(FILES) US pop star and entertainer MichNon l’ho mai negato e non devo certo vergognarmene: a me Michael Jackson è sempre piaciuto. Voglio dire, la sua musica e il suo innegabile talento visionario. Per me, Michael rimane un personaggio legato all’infanzia, agli anni Ottanta, quando rimanevo incantato davanti alla tivù nel vedere i suoi celebri videoclip: Thriller, Beat It, Billie Jean, Dirty Diana, Bad, Smooth Criminal e altri. Però è stato nei Novanta che ho iniziato a comprare i suoi dischi, anche se in quel periodo m’è un po’ crollato il mito per via dei tanti scandali – veri o presunti – che hanno accompagnato il nostro fino a poco tempo fa.

Personaggio fra i più eccentrici, carismatici e controversi che la dorata industria del pop-rock abbia mai proposto al grande pubblico, Michael Jackson s’è conquistato nello spazio di pochi anni, e con una manciata di album, un posto di diritto nella storia della musica ma anche del costume e della cultura, influenzando e stregando più d’una generazione. Insomma, piaccia o meno, la presenza di Michael Jackson fa parte del nostro vissuto quotidiano e ci vorrà un bel po’ di tempo prima di poterci scordare di lui.

La storia artistica di Michael Joseph Jackson, nato in Indiana (USA) nel 1958, parte veramente da lontano, quasi quanto la sua stessa vita biologica: infatti a cinque anni già canta nei Jackson 5, un gruppo perlopiù vocale composto da altri quattro fratelli, che entro pochi anni inizierà ad incidere per una major discografica, la celeberrima e prestigiosa Motown.

Il nostro è un autentico bambino prodigio, canta, balla e dà spettacolo che è una meraviglia e in breve tempo cresce anche la sua consapevolezza d’artista: sarà proprio lui, a metà anni Settanta, a volersi slegare dalla Motown perché sentiva il bisogno di svincolarsi dalle imposizioni di manager e produttori. E così, a parte il fratello Jermaine Jackson (sentimentalmente legato alla figlia di Barry Gordy, boss della Motown), i Jackson passano alla Columbia (in seguito acquistata dalla potente Sony), aggiungono un altro fratello, Randy, e l’avventura riparte sotto il nome di The Jacksons.

L’avventura discografica dei Jacksons proseguirà fra enormi successi fino al 1984, quando i sei figli maschi di casa Jackson (ve ne sono altri tre di figli, tre femmine, fra cui la famosa Janet) pubblicheranno l’album “Victory” e ne celebreranno i fasti con un imponente tour mondiale. Nel frattempo Michael ha avuto modo d’oscurare non solo i suoi fratelli ma anche ogni altra star musicale del tempo, grazie allo straordinario successo di “Thriller” (1982), tuttora l’album più venduto di sempre. Ma, a ben vedere, già nel 1979, con l’uscita del suo album solista “Off The Wall”, il nostro ottiene uno strepitoso successo di critica e pubblico (l’album vende dieci milioni di copie in tutto il mondo, mica noccioline…), imponendosi con due grandiosi singoli danzerecci, Rock With You e Don’t Stop ‘Til You Get Enough, e una toccante ballata, She’s Out Of My Life.

Nel corso degli Ottanta, dopo il successo planetario di “Thriller”, Michael Jackson diventa quel re del pop che tuttora molti ricordano come tale, pubblicando l’album “Bad” (1987) e singoli famosi come The Way You Make Me Feel, Man In The Mirror, Bad, Dirty Diana e Smooth Criminal. Inoltre, scrive con Lionel Richie la famosissima We Are The World per un imponente progetto benefico al quale prendono parte le maggior stelle del pop-rock americano del periodo.
Diversi videoclip di Michael figurano celebrità hollywoodiane quali John Landis, Martin Scorsese, Dan Aykroyd e Eddie Murphy, e lui stesso avrà modo di cimentarsi occasionalmente col cinema, in particolare col film musicale di “Moonwalker” (1988).
Impressionante anche la lista di chi, nel corso degli anni, ha suonato e cantato al suo fianco: Stevie Wonder, Paul McCartney, Freddie Mercury, Diana Ross, Barry Gibb, Mick Jagger, i Toto, Quincy Jones, Slash, Eddie Van Halen, Steve Stevens e altri ancora.

Arrivano gli anni Novanta e per Michael Jackson arrivano anche altri successi, come testimoniato dall’album “Dangerous” (1991) e dai suoi singoli estratti: Black Or White, Heal The World, Remember The Time, Jam e In The Closet sono tutti scalatori di classifiche internazionali. Tuttavia sarà proprio a cavallo degli Ottanta e dei Novanta che il grande pubblico prende più a chiacchierare della vita privata di Michael che della sua carriera artistica: il cantante, infatti, si è sottoposto a svariati interventi chirugici ed estetici, che, di fatto, l’hanno trasformato in un altro. Il suo nome figurerà così più sui tabloid scandalistici che sulle riviste musicali, grazie ad una serie di manie, fobie e stranezze che Michael manifesterebbe in privato e talvolta anche in pubblico.

Nel 1993, infine, la botta finale: Jackson viene accusato e processato per molestie a minori. Processi che si ripeteranno altre volte fino ad anni recenti, con grande attenzione mediatica in tutto il mondo. Qualcosa di vero deve pur esserci ma una colpevolezza effettivamente provata non s’è mai prodotta… per quanto mi riguarda, mi rifiuto di credere che uno come Michael Jackson – che tuttora resta la stella della musica che più ha donato in beneficenza – ha violentato un solo bambino.

Nel frattempo la sua musica va avanti, anche se la sua immagine, e quindi la sua credibilità, sono notevolmente compromesse: nel 1995, dopo un chiacchieratissimo matrimonio (durato poco più di un anno) con Lisa Marie Presley, la figlia del celeberrimo Elvis, Michael pubblica il doppio “HIStory”, metà raccolta antologica e metà nuovo album, che riscuote dappertutto un enorme successo. Non così potrà dirsi di “Invincible” (2001) che, dopo l’ottimo singolo You Rock My World, non farà più parlare di sè, divenendo quindi il primo vero flop di Jackson. Seguirà quindi una marea imbarazzante di raccolte e ristampe curate dalla Sony che dura tuttora.

Nel 2009 Michael dovrebbe pubblicare un atteso nuovo album, supportandolo con un tour a suo nome e, forse, con un altro come componente dei redivivi Jacksons. Staremo a vedere… era quello che avevo scritto in quel tardo pomeriggio di novembre, mentre ora, ad agosto, la realtà è ben diversa. Purtroppo. Non sono riuscito ad aggiornare questo post, non ne ho voglia. Ci riproverò in futuro.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 20 agosto 2009)

Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsIl 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat

Lionel Richie

lionel-richieHo sempre amato la musica nera, mi mette istintivamente felicità, mi dà coraggio, mi dà speranza e, cosa sempre gradita, mi diverte & m’emoziona. La storia della musica nera è piena di grandi personaggi, di grandi artisti, di persone importantissime & influenti che hanno avuto molto più peso di quello che il grande pubblico bianco appassionato di musica sia pronto a riconoscere. Uno di questi grandi artisti neri, uno di quelli che mi sono sempre piaciuti, è Lionel Richie, sia come cantante dei Commodores e sia come affermato solista.

Sia a nome Commodores che a nome Lionel Richie, il nostro sarà eternamente ricordato per aver dato alle stampe almeno due classici intramontabili, rispettivamente, quella stupenda ballata chiamata Easy e quell’hittone danzereccio chiamato All Night Long. E’ inoltre coautore, assieme a Michael Jackson, della ormai storicissima (e superlativa) We Are The World. Insomma, basterebbero solo queste tre canzoni per far capire chi sia Lionel Richie…

La carriera professionale del buon Lionel Brockman Richie (20 giugno 1949… 20 giugno, la mia stessa data di nascita… un altro motivo per cui lui mi sta simpatico) prende avvio al principio degli anni Settanta, come tastierista e principale cantante dei Commodores, un gruppo appartenente alla formidabile scuderia Motown (che resta una delle case discografiche più prestigiose del mondo), pensato come supporto dei Jackson 5, in quel periodo gli artisti di maggior successo della stessa Motown. In realtà i Commodores, parallelamente ai Jackson 5 (che a metà anni Settanta passano alla CBS e assumono il nome di The Jacksons), si riveleranno molto più d’una semplice band di supporto in chiave funk, bensì una macchina sforna hit melodici & indimenticabili. Ecco quindi celebri canzoni come Just To Be Close To You (1976), la già citata Easy (1977), Three Times A Lady (1978), Sail On (1979) e Still (1979), tutte firmate dal solo Lionel, che si toglie pure lo sfizio di scrivere Lady, un hit da primo posto nella classifica americana per l’artista country Kenny Rogers. Nel 1981, invece, Lionel Richie duetta con la grande Diana Ross in una canzone da lui composta, la romantica & splendida Endless Love, colonna sonora del film omonimo e altro numero uno in classifica.

Per un talento come quello di Lionel Richie, senza nulla togliere agli altri bravissimi musicisti & autori in seno ai Commodores, intraprendere la carriera solista era solo una formalità (seppur, a quanto dichiarato dal nostro, presa non proprio a cuor leggero). Ecco quindi una trilogia di album firmati Lionel Richie che faranno la sua grande fortuna nel corso degli anni Ottanta e lo porteranno sulla vetta degli artisti più famosi e di successo di quel decennio: l’omonimo “Lionel Richie” del 1982, l’ormai classico “Can’t Slow Down” del 1983 e “Dancing On The Ceiling” del 1986, tutti contenenti hit famosi e bellissimi quali Truly (1982), All Night Long (1983), Hello (1983), Running With The Night (1983), Penny Lover (1983), Say You, Say Me (1985), Dancing On The Ceiling (1986) e pure qualcun altro che ora mi sfugge.

Sono anni, gli Ottanta, dove Lionel Richie si diverte anche a collaborare con gli artisti più disparati (diversi di essi cantano/suonano proprio nei suoi pezzi): oltre al già citato Michael Jackson e all’imponente progetto di USA For Africa legato al singolo We Are The World (1985), Lionel collabora con Joe Walsh degli Eagles, con Eric Clapton, con Joni Mitchell, col bassista Nathan East, col tastierista Greg Phillinganes, col percussionista Paulinho Da Costa e con altri musicisti d’eccezione.

Con l’arrivo degli anni Novanta, Lionel si ritira maggiormente dalle scene, seppur pubblichi due album in quel decennio, “Louder The Words” (1996) e “Time” (1998), e finora tre in questo decennio, “Renaissance” (2001), “Just For You” (2004) e “Coming Home” (2006). In questa produzione più recente del nostro non mancano le collaborazioni importanti e, soprattutto, le belle canzoni… insomma, pur se Lionel Richie sia maggiormente conosciuto come un artista legato agli anni Settanta e Ottanta, non ha perso nulla della sua innata classe.

Per questo, a chi ha voglia di saperne di più, consiglio una bella doppia raccolta intitolata “The Definitive Collection”, comprendente la produzione solista e commodoriana di Lionel dal 1974 al 2002: con un po’ di fortuna, in alcuni centri commerciali la si trova anche a dieci euro… due ciddì pieni di belle canzoni, a cinque euro l’uno, mi pare proprio un ottimo affare!

– Mat

Michael Jackson, “HIStory”, 1995

michael-jackson-history-immagine-pubblicaMi è sempre piaciuto Michael Jackson e, per quanto riguarda la sua smerdata vita privata, ho sempre provato il più grande disinteresse. Piaccia o no, nessuno può negare che Michael è un grandissimo professionista ed un abile uomo di spettacolo, che possiede una delle voci più belle che si siano mai sentite, che è uno strepitoso ballerino e che ha realizzato alcune delle canzoni più divertenti e coinvolgenti che siano mai state registrate. Senza contare, infine, che con la sua arte, Michael Jackson ha pesantemente influenzato il corso della musica moderna.

Fatta questa premessa, passo a recensire quello che è l’album multiplo più venduto della storia, vale a dire”HIStory”, edito dalla Sony nel 1995: una raccolta di quindici successi solisti del periodo ’79-’91 ed un nuovo album, composto anch’esso da quindici canzoni.

1) “HIStory Begins”, il primo ciddì, comincia subito alla grande, con quella che è forse la migliore canzone di Michael Jackson, cioé Billie Jean, tratta dal celeberrimo album “Thriller” (1982). Mi vergogno quasi a recensirla perché è strafamosa… comunque Billie Jean è un’eccellente fusione di ritmi pop e funk, con un’atmosfera leggermente notturna, felpata e carica di mistero, forte d’un ritornello assolutamente memorabile.

2-3) Segue un’altra canzone ben nota, The Way You Make Me Feel, tratta dall’album “Bad” (1987): un’irresistibile cavalcata pop con un ritmo che, nonostante il suo essere sintetico, conserva tutto l’innato calore della musica nera. Poi è la volta del primo singolo estratto dall’album “Dangerous” (1991), vale a dire Black Or White: fusione di stili quali rock, pop e rap, questa leggera canzone rivela ad un attento ascolto diversi piani di lettura sonora.

4-5) Segue il brano migliore tratto dall’album “Off The Wall” (1979), il contagioso disco-funk di Rock With You, a mio avviso una delle migliori canzoni mai proposte dal nostro. Le fa seguito un’altra selezione da “Off The Wall”, la delicata e struggente She’s Out Of My Life, una malinconica e minimale ballata, con Michael che si prodiga in un canto molto commovente.

6-7) Il sentimentalismo viene però spazzato dall’incalzante ritmo d’un altro pezzo strafamoso, Bad, tratto dall’album omonimo: anche qui, alzi la mano chi non conosce questo tirato brano pop-funk. Segue un’altra canzone estratta da “Bad”, la splendida I Just Can’t Stop Loving You, arcinota ballata che vede il nostro duettare con Siedah Garrett, sua collaboratrice in quel periodo.

8-9) Ancora una canzone presa da “Bad”, ancora una delle mie preferite, Man In The Mirror: un brano dall’atmosfera straordinaria, con Michael che ci regala una prestazione vocale da brividi… il finale del pezzo, poi, col suo intenso gospel, è assai emozionante. Segue un’altra famosissima canzone, la danzereccia Thriller, tratta ovviamente dall’album omonimo: anche qui, chi è che non se la ricorda… anche nel video, con il nostro che ballava attorniato dagli zombi? Da antologia il rap orrorifico eseguito dall’attore Vincent Price, con tanto di diabolica risata finale.

10-11) Altri due estratti da “Thriller” in sequenza: il primo è quel fantastico connubio fra pop e rock che è Beat It, i cui ritmo & melodia indimenticabili, impreziositi dall’assolo chitarristico di Eddie Van Halen, fanno di questa canzone uno dei vertici artistici di Michael Jackson. Il secondo è The Girl Is Mine, un divertente e divertito duetto col mitico Paul McCartney. Ho sempre trovato deliziosa The Girl Is Mine e il fatto che sia cantata da due degli artisti che più apprezzo me la rende ancora più piacevole.

12-13) Ecco sopraggiungere il ritmo campionato di Remember The Time, tanto secco quanto avvolgente: questa canzone è sempre stata la mia preferita fra quelle contenute nell’album “Dangerous”. Altro classico, stavolta un classico disco, con Don’t Stop ‘Til You Get Enough, tratta da “Off The Wall”: un chiaro invito a ballare che sembra rubato da Michael ai suoi fratelli, The Jacksons. E’ una bella canzone Don’t Stop, dove il nostro canta perlopiù in falsetto, anche se forse è un po’ troppo estesa per un ascolto al di fuori d’una pista da ballo.

14) Le fa seguito un altro numero danzereccio, Wanna Be Startin’ Something, che è il brano d’apertura di “Thriller”: un po’ troppo ripetitivo e dal suono breakdance irrimediabilmente datato (la voce di Michael è però al top), Wanne Be è comunque un brano divertente, cavallo di battaglia negli spettacoli dal vivo del nostro.

15) Chiude questa entusiasmante carrellata nel passato musicale di Michael Jackson una splendida ballata guidata dalla chitarra acustica, Heal The World: probabilmente il brano più apprezzato dell’album “Dangerous”, questa è un’altra di quelle strafamose canzoni che caratterizzano la storia artistica di Jackson… inutile recensirla più di tanto!

16) Ed ora passiamo al secondo ciddì, chiamato appropriatamente “HIStory Continues”, che costituisce in pratica il quarto album solista del Michael Jackson adulto. Si parte col selvaggio pop-funk di Scream, un duetto del nostro con la sorella Janet Jackson: primo singolo estratto da “HIStory”, la canzone è una dura accusa a tutti coloro che (a torto o a ragione questo non lo so) hanno tormentato la vita privata di Michael. Scream è comunque interesante per la tessitura sonora che la forma: diversi elementi campionati fanno di questo pezzo qualcosa che va ben oltre la semplice canzonetta R ‘n’ B di turno.

17-18) Segue un altro singolo, la scarna e percussiva They Don’t Care About Us: è forse l’ultimo vero grande singolo proposto finora da Michael Jackson, accompagnato da un videoclip altrettanto potente. Poi troviamo finalmente una canzone più delicata, l’atmosferica Stranger In Moscow, anch’essa edita come singolo, dove la morbida voce cantilenante di Michael ritrova tutta la sua dimensione.

19) I ritmi più duramente funky tornano a marcare con la successiva This Time Around, dove Michael riadotta uno stile vocale più serrato ed arrabbiato. Lo supporta, a metà del pezzo, il rap di Notorious B.I.G. (che di lì a poco verrà assassinato), mentre il ritornello alquanto corale si segnala come uno dei più coinvolgenti di questa seconda parte dell’album.

20-21) Segue un altro singolo estratto da questo monumentale progetto, l’ambientalistica Earth Song: si tratta d’una potente ballata che ha qualche reminiscenza di Man In The Mirror… è un brano che tuttavia mi è sempre piaciuto poco. Si ritorna alle sonorità più funky con la secca D.S., altro interessante crossover fra musica nera e rock, grazie alla partecipazione di Slash, a quel tempo ai suoi ultimi giorni nei Guns N’ Roses.

22-23) Ancora funk, sebbene dai toni più morbidi, con la successiva Money, dove il canto di Michael si districa agevolmente fra più tonalità. Poi è la volta di Come Together, nota canzone dei Beatles che il nostro aveva già proposto nella colonna sonora del film “Moonwalker” (1988): è una cover pregevole che vede un Jackson perfettamente a suo agio.

24-25) Segue la romantica You Are Not Alone, scritta da R.Kelly ed edita anch’essa come singolo. A mio avviso è una delle migliori ballate di Michael Jackson e, non so perché, mi sembra un perfetto tema natalizio; da segnalare, comunque, la grande performance vocale del nostro su questo pezzo. Segue a sua volta la commovente Childhood, presente anche nella colonna sonora del film “Free Willy 2”: fanno riflettere le parole di questa delicata ballata, scritta da Michael stesso… ‘hai mai visto la mia infanzia?’… ‘prima di giudicarmi prova ad amarmi’… Non aggiungo nulla.

26-27) Successivamente troviamo un’altra accusa di Michael contro i suoi detrattori, stavolta quelli della carta stampata, con un pezzo intitolato appropriatamente Tabloid Junkie: addirittura il nostro campiona alcuni spezzoni di servizi giornalistici televisivi, quali la nota leggenda che ‘il cantante Michael Jackson dorme in una camera ossigenata’ (una camera iperbarica). Musicalmente parlando, Tabloid Junkie è un’altra sortita verso la musica funk, così come la successiva 2 Bad, un pezzo teso dove ha una particina rap il noto campione di basket (almeno a quel tempo, oggi non so…) Shaquille O’Neal.

28-29-30) Chiudono il tutto tre canzoni che, per un motivo o per l’altro, non ho mai ascoltato abbastanza, ovvero, in sequenza, HIStory, Little Susie e Smile. Se quest’ultima è un tributo a Charlie Chaplin (la musica di questa lenta e gentile ballata è sua), la prima è un confuso crossover fra pop epico – con tanto di campionamento d’un lavoro di Modeste Mussorgsky – e funk tirato, Little Susie è un brano tetro e teatrale che sfrutta anch’esso (specie nella lunga introduzione) campionamenti tratti da varie fonti audio.

Spero che questo lungo excursus nella musica di Michael Jackson possa contribuire un pochino a rivalutare un grande protagonista dei nostri tempi che negli ultimi anni è stato messo in ombra dai tanti scandali che hanno costellato la sua vita.
Nota conclusiva, per i più fanatici e per quelli che, come me, vanno a leggersi la lista di tutti i musicisti coinvolti nel disco. E’ davvero imponente la mole di quelli presenti sui due cd di “HIStory”… oltre ai nomi già citati sopra, troviamo infatti: lo storico produttore Quincy Jones, i tastieristi James Ingram, David Paich, Greg Phillinganes, Steve Porcaro, Jimmy Jam, Terry Lewis (questi ultimi due sono anche dei celebri produttori) e Glen Ballard, i chitarristi Steve Lukather, Tim Pierce, Nile Rodgers e Michael Thompson, i bassisti Louis Johnson, Nathan East e Guy Pratt, i batteristi Jeff Porcaro, Omar Hakim e Steve Ferrone, il percussionista Paulinho Da Costa e i fiatisti Jerry Hey e Larry Williams.

– Mat