Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

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The Style Council, il secondo gruppo di Paul Weller

the-style-councilContinua l’affascinante storia di Paul Weller che, dopo l’esordio nei Jam e la sua dipartita dagli stessi nel 1982, debutta l’anno dopo con una nuova formazione, The Style Council, alla quale è dedicato il post di oggi.

Per dare avvio al suo ambizioso progetto – un gruppo aperto alle svariate possibilità espressive (meglio se di matrice black) e alla collaborazione coi musicisti più disparati – Paul ha comunque bisogno d’un complice, d’un valido alter ego in grado d’arrangiare con la giusta finezza & professionalità le sue nuove canzoni: si ricorda quindi di Mick Talbot, abilissimo pianista, tastierista e organista dei Merton Parkas, che aveva già suonato nei Jam come turnista. Il buon Mick, classe 1958 come lo stesso Paul, ha avuto un ruolo cruciale nel sound degli Style Council e resta, molto probabilmente, il miglior collaboratore che Weller ha avuto nella sua lunga storia musicale.

Gli Style Council debuttano quindi già nell’83, col gioioso singolo Speak Like A Child / Party Chambers , dopodiché partono per Parigi per trovare nuovi spunti – sia per quanto riguarda la musica ma anche per quanto riguarda la raffinata immagine da viveur della dolce vita. Da qui l’ottimo EP “A Paris” – contenente la celebre Long Hot Summer – e, infine, un mini album intitolato “Introducing The Style Council” e contenente altre canzoni superlative quali Headstart For Happiness, Money-Go-Round e The Paris Match. Il primo album vero & proprio degli Style Council, “Café Bleu”, esce però nel 1984 e si presenta come il frutto già maturo d’una formazione molto eclettica: jazz, pop, rock, elettronica e addirittura rap si confondono con grande maestria in un album nel quale Weller e Talbot sono affiancati da un’invidiabile schiera di musicisti e cantanti ospiti, fra cui Tracey Thorn & Ben Watt dei nascenti Everything But The Girl che partecipano a una nuova versione di The Paris Match.

La canzone più famosa di “Café Bleu” è però la dolce You’re The Best Thing, uno dei pezzi più memorabili degli Ottanta. Vale la pena di segnalare che ogni pubblicazione di You’re The Best Thing (su album, su singolo, su EP e per il video) contiene una versione differente, non dei remix, bensì delle riesecuzioni vere e proprie. Questa differenziazione musicale in base ai vari formati discografici sarà una costante per molte altre canzoni degli Style Council: è uno degli aspetti che più mi hanno piacevolmente sorpreso di questo gruppo.

Anticipato dall’irresistibile singolo Shout To The Top!, nel 1985 esce l’album “Our Favourite Shop” che procede spedìto fino al 1° posto della classifica inglese: per Paul è il giusto riconoscimento dopo tre anni di dure critiche per aver sciolto i Jam, cosa che in realtà molti inglesi non gli hanno mai perdonato. In “Our Favourite Shop” la formazione degli Style Council è ormai un quartetto stabile (anche se, in tutta la vicenda del gruppo, amici & collaboratori non mancheranno mai) composto da Paul Weller, Mick Talbot, Dee C. Lee – cantante dalla voce dolce & suadente che in poco tempo diventerà la signora Weller – e dal bravissimo batterista Steve White, all’epoca ancora teenager e tuttora al fianco di Paul nella sua attività solista. E’ inutile recensire qui “Our Favourite Shop”, uno dei miei dischi preferiti che più in là avrà un post tutto suo.

Nonostante Weller abbia sciolto i Jam, nonostante abbia smesso i suoi panni da mod con tanto di Union Jack in bella vista a favore d’un abbigliamento più fighetto & raffinato, la sua musica e il suo impegno civile non smettono affatto di essere arrabbiati contro l’imperante thatcherismo della Gran Bretagna di quegli anni, anzi, complice una maturazione umana oltre che artistica, Paul e i suoi Style Council sono fra i pochi & credibili critici d’un regime politico che, di fatto, riuscì a modificare profondamente la vita socioeconomica (e non solo…) di milioni di britannici.

Nel 1986 gli Style Council, oltre a collaborare col regista Julien Temple per la colonna sonora del film “Absolute Beginners”, fanno pubblicare un disco dal vivo, “Live – Home & Abroad”, mentre sono impegnati in studio per il nuovo album, che vede quindi la luce al principio dell’87. Il disco, chiamato “The Cost Of Loving”, è inizialmente pubblicato in doppio 12″ da 45 giri l’uno, il tutto avvolto da una copertina completamente arancione con pochissime indicazioni. La casa discografica – la Polydor, la stessa che ha dato la possibilità a Paul di debuttare nel ’77 coi Jam – non gradisce molto e in breve edita un elleppì standard con una foto del gruppo in bella mostra. “The Cost Of Loving” esplora ancor di più il territorio soul, funky e rap – cosa che suscita un po’ di disaffezione da parte dei fan storici di Paul – ma, nonostante tutto, il terzo album degli Style Council giunge al 2° posto della classifica inglese, forte di canzoni notevoli come Heavens Above, It Didn’t Matter, Angel (cover d’un brano di Anita Baker) e Waiting. Di lì a poco esce pure un cortometraggio musicale, “JerUSAlem”, dove gli Style Council sbeffeggiano le contraddizioni della società inglese del tempo: è un film molto arguto & godibile che nel 2003 è stato ripubblicato nel fondamentale divuddì “The Style Council On Film”.

Mentre Margaret “Maggie” Thatcher viene eletta per la terza volta consecutiva a capo del governo britannico, Paul ha una crisi d’identità: dei suoi proclami musicali di stampo laburista sembra non fregarsene più nessuno, mentre il suo pubblico fatica a seguirlo nelle sue avventure artistiche. Anche la scena musicale sta cambiando, nei club impazza ormai la house music che, per il momento, gli Style Council guardano da lontano. E così i testi di Paul – che nel 1988 è ormai trentenne, ammogliato e in attesa d’un figlio – diventano più riflessivi, intimisti e malinconici: anche la musica ne risente e l’album che ne viene fuori, il quarto per gli Style Council, “Confessions Of A Pop Group”, riflette magnificamente tutti questi sentimenti & tutte le contraddizioni dell’epoca.

Seppur enormemente sottovalutato – in quel 1988 raggiunse un misero 15° posto in classifica – “Confessions Of A Pop Group” segna il definitivo tocco di classe d’una carriera come quella di Weller bella come poche altre. La storia ufficiale dice che con “Confessions Of A Pop Group” la vicenda degli Style Council giunge a conclusione: tempo una manciata di singoli – Wanted , una nuova versione di Long Hot Summer e l’ottima cover di Promised Land – & l’antologia “The Singular Adventures Of The Style Council” (1989), e con l’avvento dei Novanta il gruppo già non esiste più.

In realtà la conclusione di quella straordinaria avventura inizia da Weller nell’83 ebbe risvolti ben più polemici: nel corso del 1989 gli Style Council registrano un album di house music, “Modernism: A New Decade”, che lascia di stucco la Polydor. Il primo singolo previsto, Sure Is Sure, viene quindi ritirato prima della pubblicazione ufficiale mentre lo stesso “Modernism” non vedrà mai la luce, lasciando gli Style Council ad affrontare da soli l’ostilità del pubblico della Royal Albert Hall, che poco gradisce la svolta house di Paul.

E’ arrivato il fatidico 1990 e Weller, invece di festeggiare coi Council l’avvento d’una nuova decade che si preannunciava gravida di grandi speranze, decide di porre fine anche agli Style Council. In seguito, Paul diventerà un seguitissimo artista solista, tornando al 1° posto nella classifica inglese con l’album “Stanley Road” (1995), ma questa è già un’altra storia che verrà raccontata in un altro post.

Il tempo darà ragione agli Style Council dato che, già a partire dal ’93, la stessa Polydor (in seguito controllata dalla Universal) ha dato avvio a uno splendido florilegio di riproposizioni counciliane: prima la raccolta d’inediti & rarità “Here’s Some That Got Away”, poi nel ’98 addirittura un cofanetto di cinque ciddì – “The Complete Adventures Of The Style Council” – un’eccellente antologia con tanto di “Modernism: A New Decade”, il controverso album house (peraltro fantastico, secondo me) rifutato dall’etichetta meno di dieci anni prima – e tutta una serie di ristampe degli album originali, culminata nella recente versione deluxe di “Our Favourite Shop” in due ciddì.

In realtà, ora che rileggo meglio questo post, ci sarebbe da scrivere ancora molto sul Paul Weller dell’epoca The Style Council – la mia preferita – ma magari gli eventuali commenti dei lettori daranno spunti interessanti per post futuri.

– Mat

The Jam, il primo gruppo di Paul Weller

the-jamAvrei voluto dedicare un post alla carriera solista di Paul Weller ma, prima d’addentrarmi nella sua discografia & di tentarne un ritratto, ho preferito far ordine in due post che avevo scritto in passato a proposito dei Jam e degli Style Council, vale a dire i due gruppi che hanno dato fama internazionale & credibilità artistica a Paul Weller, cantante, chitarrista (ma in realtà abile polistrumentista), autore, produttore & vero motore artistico di quei due gruppi. Due formazioni che amo tantissimo, i Jam e gli Style Council, molto più del Weller solista. Che poi, a ben vedere, la vicenda di Paul è imprescindibile dalla storia di questi due gruppi. Ecco quindi un post su Jam, mentre un altro sugli Style Council sarà pubblicato nei prossimi giorni.

I Jam, discograficamente attivi dal 1977 al 1982, hanno segnato per l’allora diciannovenne John ‘Paul’ Weller il debutto sulla scena musicale inglese, assieme al bassista Bruce Foxton e al batterista Rick Buckler. Il trio ha realizzato sei album da studio, una ventina di singoli memorabili e una manciata di raccolte di vario genere (hits, lati A e B dei singoli, rarità, live), conquistandosi nello spazio di pochi anni un posto ben soleggiato fra le band inglesi più fortunate & amate in patria di tutti i tempi.

Il primo album dei Jam, “In The City”, venne pubblicato dalla Polydor nella primavera del ’77, in pieno fermento punk: contiene l’irresistibile singolo In The City e altri undici ruggenti brani a cavallo fra punk e mod revival. Prima che quel fatidico 1977 finisse, uscì comunque un secondo album dei nostri, “This Is The Modern World”, col singolo The Modern World e altri brani simili nello stile a quanto già sentito con “In The City”. In effetti, travolti come tutti dal clamore con cui pubblico & critica accolsero i ben più aggressivi “The Clash” e “Never Mind The Bollocks”, i primi due album dei Jam passarono in secondo piano, presentando il gruppo più come dei cuginetti incazzati degli Who che delle future rockstar credibili. L’ora dei Jam sarebbe comunque arrivata, e presto, già nel 1978.

Nell’anno in cui il sottoscritto veniva al mondo, infatti, vide la luce il primo album d’una trilogia che vedrà i Jam definitivamente proiettati nello stardom musicale britannico: supportato da quattro singoli indimenticabili come Down In A Tube Station At Midnight, Mr. Clean, Billy Hunt e la cover kinksiana di David Watts, “All Mod Cons” raggiunse infatti il 6° posto in classifica, preparando la strada al coronamento definitivo. Ecco quindi “Setting Sons” (1979), che volò al 1° posto delle charts britanniche, spinto dal travolgente singolo Going Underground, anch’esso 1° nella rispettiva classifica. “Sound Affects” (1980) non bissò la conquista della vetta ma si arrestò al 2° posto: contiene comunque il singolo Start! (al 1°) e altre gemme d’una band in evoluzione verso uno stile molto più personale, antesignano del brit pop che esploderà come fenomeno riconosciuto solo nei Novanta (ecco perché parlare di brit pop per gruppi come Oasis e Blur, che non hanno inventato assolutamente nulla, mi è sempre parso ridicolo).

L’ultimo album dei Jam, “The Gift”, uscì nella primavera dell’82: anticipato dal formidabile Town Called Malice / Precious, al 1° posto fra i singoli, anche il sesto disco da studio dei nostri conquistò l’ennesimo 1° posto della classifica inglese. In qualche modo, tuttavia, il giocattolo si ruppe e a romperlo fu soprattutto Paul Weller, ormai insofferente alle ristrette possibilità espressive raggiunte con Foxton e Buckler, e sempre più affascinato dal funk e dalla musica nera in generale, in realtà una sua vecchia passione. C’è da dire, inoltre, che il ragazzo era ormai cresciuto e così – come ogni grande artista dovrebbe fare – decise di seguire le proprie inclinazioni espressive a discapito del facile successo commerciale che sarebbe derivato da una riproposizione continua della stessa musica e della stessa immagine.

E così, al culmine del successo raggiunto coi Jam, Paul Weller sconvolse tutti dichiarando che – ultimata la serie di concerti prevista per il 1982 – alla fine di quell’anno avrebbe detto addio ai Jam. Non lo fecero desistere nemmeno gli ultimi grandi successi conquistati dalla band, due fortunatissimi singoli come The Bitterest Pill e Beat Surrender più la doppia raccolta “Snap!”.

Dispiacerà a tutti la fine di questo grande & influente trio inglese, soprattutto ai due diretti interessati, Bruce Foxton e Rick Buckler, i quali pubblicheranno insieme un libro che non risparmierà frecciate verso Weller. Dal canto suo, Paul era già lontano, di nuovo ai primi posti delle classifiche con un nuovo progetto, The Style Council… ma questa è già un’altra storia.

Per quanto mi riguarda, sono arrivato a scoprire pienamente la musica dei Jam solo dopo essere diventato un drogato degli Style Council, gruppo del quale avevo già memorie infantili: decisi di non perdere tempo perciò – dopo essermi assicurato qualche anno prima il cofanetto in cinque ciddì “The Complete Adventures Of The Style Council” (1998) – puntai direttamente all’altro cofanetto quintuplo, “Direction, Reaction, Creation” (1997), contenente l’intera avventura di Paul nei Jam così com’è stata immortalata in studio, con tanto di ghiotti inediti.

– Mat

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare.

– Mat

(ultimo aggiornamento il 7 aprile 2017)

Autoreferenze musicali: accuse, rimorsi e nostalgia

George Harrison All Those Years AgoUn altro aspetto della musica che mi ha sempre affascinato riguarda i riferimenti – espliciti o meno – di un artista verso uno o più componenti della sua stessa band. La storia del pop-rock è piena d’esempi, con testi che, da semplici sentimenti di nostalgia per qualcuno che purtroppo non c’è più, vanno ad accuse al vetriolo verso chi non s’è comportato bene per i motivi più disparati. Di seguito riporto quelli che per primi mi sono venuti in mente, riservandomi il diritto d’aggiornare il post in seguito, magari anche col contributo dei lettori.

Partiamo come sempre dai Beatles: già con You Never Give Me Your Money, Paul McCartney si lamentava delle beghe finanziare dell’ultima fase del celebre quartetto. In Two Of Us, invece, Paul ripensa malinconicamente a John Lennon e alla tanta strada che i due hanno fatto insieme. McCartney riuscì comunque a trovare sollievo nella consolatoria Let It Be, dopo i suoi ‘times of trouble’. I riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono aumentati dopo lo scioglimento del gruppo: e così abbiamo Ringo Starr che in Early 1970 commenta l’amara fine dei Beatles, George Harrison che sfoga un suo litigio con Paul in Wah Wah, mentre McCartney e Lennon si scambiano accuse, rispettivamente, con Dear Friend e How Do You Sleep?. Altre frecciate da parte di George, verso Paul ma anche John, si trovanon in Living In The Material World. Altre beghe contrattuali e giudiziare in Sue Me Sue You Blues, ancora con Harrison, che tuttavia è l’autore della prima canzone-omaggio a Lennon, All Those Years Ago (nella foto, la copertina del singolo), cosa che anche McCartney farà con la sua Here Today. Invece la morte prematura dello stesso George sarà ricordata da Ringo in Never Without You. Altri riferimenti espliciti ai Beatles in quanto tali si trovano in God di John, in I’m The Greatest di Ringo e in When We Was Fab di George.

In realtà i riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono molti di più: ricordo la tesi d’uno studente australiano che affermava come la maggior parte delle canzoni dei Beatles scritte da John e Paul fosse un continuo botta & risposta fra i due: e così, per esempio, se John sceglieva di cimentarsi con la cover di Money (That’s What I Want), Paul rispondeva con la sua Can’t Buy Me Love. Altri riferimenti a McCartney si trovano in You Can’t Do That e Glass Onion, mentre pare che il bassista fosse anche il destinatario di Back Off Boogaloo, uno dei primi pezzi solisti di Ringo, e nella conciliatoria I Know (I Know) di John. E’ un aspetto molto interessante nel canzoniere dei Beatles che meriterebbe un post tutto per sé… per ora andiamo avanti, con esempi presi da altre discografie.

Passando ai Pink Floyd, abbiamo l’arcinota Shine On You Crazy Diamond che ci ricorda Syd Barrett con struggente nostalgia, così come Wish You Were Here e Nobody Home. Ma è dopo la dolorosa defezione di Roger Waters che i componenti dei Floyd iniziano a battersi con le canzoni: e così per un David Gilmour che, rivolgendosi al burbero bassista, canta You Know I’m Right, abbiamo un Waters che replica in Towers Of Faith… ‘questa band è la mia band’. In seguito Gilmour cercherà di essere più conciliante ma Waters seppe solo mandarlo affanculo… è quanto sembra emergere fra le righe di Lost For Words. Altri riferimenti a Barrett e allo stesso Waters si ritrovano in Signs Of Life, brano d’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Risentimenti vari anche in casa Rolling Stones: Mick Jagger e Keith Richards se li sono scambiati a vicenda negli anni Ottanta con, rispettivamente, Shoot Off Your Mouth e You Don’t Move Me. Rabbia verso altri (ex) partner musicali si trovano anche in F.F.F. dei PiL (indirizzata a Keith Levene, solo pochi anni prima affettuosamente ritratto in Bad Baby), in This Corrosion dei Sisters Of Mercy (l’indirizzo è quello di Wayne Hussey), in Fish Out Of Water dei Tears For Fears di Roland Orzabal (il destinatario è ovviamente Curt Smith) e sopratutto in Liar dei Megadeth, ovvero una scarica di pesanti insulti verso l’ex chitarrista Chris Poland.

In casa Queen siamo invece addolorati per la morte di Freddie Mercury: ce lo cantano Brian May con la sua Nothin’ But Blue (alla quale partecipa pure John Deacon) e Roger Taylor con Old Frieds. Ma trasudano tristezza anche Wish You Were Here dei Bee Gees e Knock Me Down dei Red Hot Chili Peppers: nella prima si piange la morte prematura di Andy Gibb, fratello più giovane di Barry, Robin e Maurice, nella seconda si piange invece quella del chitarrista Hillel Slovak. Ancora in casa Chili Peppers, fra l’altro, in Around The World del 1999 viene citato anche il sostituto di Slovak, il più noto John Frusciante.

Sentimenti di rivalsa invece con Don’t Forget To Remember dei Bee Gees, Solsbury Hill di Peter Gabriel, We Are The Clash dei Clash, Why? di Annie Lennox e No Regrets di Robbie Williams: la prima è un monito a Robin Gibb (in quel momento fuori dai Bee Gees), la seconda parla del perché Peter ha deciso di mollare i Genesis, la terza è rivolta da Joe Strummer contro Mick Jones, la quarta è indirizzata a Dave Stewart, partner della Lennox negli Eurythmics, mentre la quinta è rivolta al resto dei Take That, per i quali Robbie non prova ‘nessun rimorso’.

Altri riferimenti più o meno velati ai propri (ex) compagni di gruppo si trovano in Dum Dum Boys di Iggy Pop, Public Image dei PiL, The Winner Takes It All degli Abba, Should I Stay Or Should I Go? dei Clash, The Bitterest Pill dei Jam, In My Darkest Hour dei Megadeth. Ne conoscete degli altri? Sono sicuro che ce ne sono molti ma molti di più!

– Mat

(ultimo aggiornamento il 2 marzo 2009)

The Style Council, “Confessions Of A Pop Group”, 1988

the-style-conuncil-confessions-of-a-pop-group-immagine-pubblicaC’è un disco che più di altri mi sembra una perfetta colonna sonora per questi ultimi malinconici giorni d’estate: “Confessions Of A Pop Group”, quarto e ultimo album ufficiale degli Style Council, il loro album più maturo, più raffinato e, forse forse, addirittura il più bello.

“Confessions Of A Pop Group” è uno straordinario amalgama di pop d’autore, sofisticazioni jazz, innesti di musica classica, soul e funk, il tutto diviso in due facciate (per quanto riguarda la stampa in elleppì): ‘The Piano Paintings’ e ‘Confessions Of A Pop Group’. Come s’intuisce dal titolo, nella prima parte è il pianoforte del bravissimo Mick Talbot lo strumento portante, in una serie di cinque meravigliose ballate di grande atmosfera. Vediamole separatamente…

1) It’s A Very Deep Sea è un’apertura perfetta per questo lavoro, una malinconica ballata pianistica, con effervescenti spruzzate della batteria in stile jazz. E’ un pezzo d’immensa classe, a testimonianza della grande maturità artistica, espressiva e compositiva raggiunta in quel periodo da Paul Weller, cuore & anima degli stessi Style Council.

2) Collegato al brano precedente dalla risacca del mare, ecco The Story Of Someone’s Shoe, chiaramente influenzato dai Beach Boys del periodo “Pet Sounds” e dal ripetutto uso dei cori – ad opera di The Swingle Sisters – anche in chiave ritmica. Assolutamente deliziosa la parte di vibrafono che regge tutta la canzone, molto bella tutta la parte vocale di Paul.

3) Changing Of The Guard è il pezzo che preferisco fra le undici tracce complessive incluse in quest’album: una stupenda ballata cantanta da Paul Weller e dalla moglie (all’epoca) Dee C. Lee. L’andamento armonico della canzone, la sua melodia avvolgente & struggente, il modo in cui le voci di Paul e di Dee C. s’intrecciano in quello che è un duetto da antologia, fa di Changing Of The Guard una delle vette artistiche degli Style Council e anche uno dei punti più alti del pop d’autore inglese.

4) Basterebbero i tre brani in sequenza appena visti per giustificare l’acquisto di “Confessions Of A Pop Group”, tuttavia l’album va avanti nel regalarci altre grandi emozioni. Abbbiamo quindi due brevi strumentali eseguiti dal solo Mick Talbot, ovvero The Little Boy In The Castle e A Dove Flew Down From The Elephant, unìti in sequenza come un’unica traccia. Anche se dal tono fortemente malinconico, questo breve interludio pianistico è un’autentica gioia per le orecchie!

5) Come recita la scritta in copertina, The Garden Of Eden è una suite in tre parti, invero il pezzo più complesso del disco: la prima parte, dominata dall’arpa, è praticamente un brano di musica classica, al quale fa seguito dopo due minuti e mezzo il pezzo centrale, quello più lungo, affidato alla voce angelica della Lee. E’ un’atmosferica ballata di jazz orchestrale, alla quale fa seguito una coda strumentale che, in parte, riprende il tema dell’iniziale It’s A Very Deep Sea (cantato da Paul).

6) Voltiamo lato al nostro elleppì ed eccoci alle prese con la facciata propriamente intitolata ‘Confessions Of A Pop Group’, che ci offre un repertorio più vicino al tipico standard degli Style Council. Si riparte quindi con la movimentata e coinvolgente Life At The Top Peoples Health Farm, pubblicata come singolo apripista dell’album. Caratterizzata da una voce di Paul filtrata elettronicamente, la canzone è una delle tante staffilate dei nostri alla situazione politica e sociale dell’Inghilterra thatcheriana.

7) Con la successiva e deliziosa Why I Went Missing il ritmo rallenta un po’, ma la classe di questa band non cambia di una virgola. Qui abbiamo un testo più personale che, come quelli della precedente facciata, riflette i cambiamenti personali vissuti dal proprio autore, Paul Weller.

8) Pubblicata anch’essa su singolo, How She Threw It All Away, è un mirabile esempio di come suoni una tipica canzone pop degli Style Council: musica coinvolgente, arrangiamento ricercato, grande prestazione vocale, ritornello orecchiabile & cantabile.

9-10) Il pulsante Iwasadoledadstoyboy è uno dei miei pezzi preferiti in questo album, un funk alquanto danzereccio caratterizzato da una grintosa prova vocale di Paul. Gli fa seguito l’elegante pop jazzato di Confessions 1, 2 & 3, un brano che si ricollega alle atmosfere della prima facciata: quasi un altro duetto fra Paul e Dee C., questa è la canzone perfetta per allietare le notti di questi ultimi giorni d’estate.

11) Conclude il tutto l’epico funk in tempo medio dell’omonima Confessions Of A Pop Group, una maratona di nove minuti. A chi avesse dimestichezza col repertorio degli Style Council, questo lungo brano potrebbe ricordare Money-Go-Round, l’irresistibile pezzo funky pubblicato dai nostri nel 1983, soltanto che qui il ritmo e l’atmosfera complessiva risultano più dilatate. Grande protagonista, in entrambi i brani citati, il basso slap di Camelle Hinds, in quegli anni collaboratore frequente di Weller e compagni.

Bistrattato dalla critica (che comunque non ha mai perdonato a Paul di aver sciolto i Jam nel 1983 per fondare appunto gli Style Council), svantaggiato da una campagna pubblicitaria non proprio azzeccata, “Confessions Of A Pop Group” raggiunse una deludente & immeritata quindicesima posizione nelle charts inglesi. Fu l’ultimo atto ufficiale degli Style Council, dopo che nel 1989 la loro etichetta discografica rifiutò l’album successivo, “Modernism”. Paul Weller tornerà alla ribalta negli anni Novanta e lo farà alla grande… ma stavolta come solista.

– Mat

Bob Marley & The Wailers, “Exodus”, 1977

bob-marley-exodus-the-wailersSe Bob Marley è (stato) il più grande artista reggae e “Exodus” è ritenuto il suo album più bello & importante, allora potremmo dire che “Exodus” è il più grande album reggae mai pubblicato. Un disco uscito oltre trentanni fa, eppure sempre attuale, freschissimo, divertente da ascoltare per quanto riguarda la musica, illuminante per quanto riguarda la parte testuale delle dieci canzoni incluse. Un altro capolavoro, che Dio benedica la buona musica!

Il genere di “Exodus” è ovviamente il reggae, dieci perle raggae dal tempo medio (alcune più lente in un cullante saltellare, altre più veloci in una morbida danza), mentre la maggior parte dei testi è intrisa di critica sociale e di spiritualità rastafari. Non mancano appassionate canzoni d’amore, alcune delle quali davvero romantiche; su tutto spiccano comunque toni ottimistici di speranza nel futuro.

“Exodus”, scritto da Bob Marley ma suonato e prodotto coi fidi Wailers – qui formati da Junior Marvin, Aston Barrett, Carlton Barrett, Tyrone Downie, Alvin Patterson e le I Threes (le coriste, fra le quali la moglie del nostro, Rita Marley) – è stato registrato nella nativa Giamaica e a Londra fra il gennaio e l’aprile del ’77.

Belle e coinvolgenti tutte le canzoni di “Exodus”, dai reggae dolenti di Natural Mystic e Guiltiness alla irresistibile coralità di The Heathen e So Much Things To Say, passando per la celeberrima Jamming, uno dei brani più famosi del buon Bob. Le canzoni che più preferisco sono però la rilassata & rilassante Waiting In Vain, che col suo cullante ritmo resta da anni una gioia per le mie orecchie, Turn Your Lights Down Low, una romantica ballata in chiave giamaicana dalla grande atmosfera (bel testo, ottima musica… penso che questa sia una delle canzoni d’amore più belle mai pubblicate), la superottimistica Three Little Birds, che resta una delle creature marleyane più deliziose (il ritornello è inoltre semplicissimo… non preoccuparti di nulla, perché ogni piccola cosa andrà a posto. Un po’ troppo ottimistica, forse, ma in tempi cinici & disperati come questi una canzone come Three Little Birds resta una refrigerante goccia di pura innocenza & speranza) ma soprattutto l’omonima Exodus, forse il pezzo più imponente nel catalogo di Bob Marley: sette minuti e quaranta secondi di travolgente reggae/funk dove tutto è perfetto (testo, arrangiamento, strumentazione, voce solista, cori & controcanti, produzione, effetti sonori, mix…) & assolutamente coinvolgente. Exodus è un’epica marcia reggae la cui sola presenza giustificherebbe l’acquisto dell’album omonimo.

Note a parte per la conclusiva One Love/People Get Ready, una canzone che per me rappresenta un mistero: accreditata a Bob per quanto riguarda One Love e a Curtis Mayfield per quanto riguarda la sua celebre People Get Ready; solo che in questa versione di “Exodus” non c’è traccia della melodia mayfildiana… se qualcuno conoscesse la storia di questo pezzo sarebbe una graditissima aggiunta fra gli eventuali commenti.

Nel 2001 tutto il catalogo storico di Bob Marley e dei Wailers è stato ristampato con ogni album arricchito da brani aggiunti: in questo caso abbiamo le due lunghe canzoni che componevano rispettivamente le facciate A e B del singolo in 12″ di Jamming. Si tratta della versione estesa – e abbastanza remixata – della stessa Jamming e della danzereccia Punky Reggae Party, sorta di benedizione di Marley nei confronti del nascente (all’epoca) movimento punk inglese, tanto da citare direttamente nel testo band quali The Damned, The Jam e The Clash. Prodotta dal celebre Lee Perry (che ha lavorato anche per gli stessi Clash), Punky Reggae Party non è molto in linea col contenuto originale di “Exodus” ma è pur sempre un bel reggae.

Nel 2007 infine, per celebrare i trentanni di questo disco, è stata stampata una versione in formato earbook di “Exodus”: si tratta d’un bel librone delle dimensioni d’un elleppì con incluso l’album originale in ciddì. Non conosco il contenuto di questo progetto editorialdiscografico (infatti viene venduto anche nelle librerie) ma penso che sia un lavoro ben fatto e che merita l’acquisto da parte del fan più accanito.

Col tempo ho avuto modo d’ascoltarmi tutti gli album da studio di Bob Marley e devo dire che questo “Exodus” resta sempre il mio preferito, l’unico dal quale non mi separerei mai.

– Mat

Peter Gabriel, “Peter Gabriel”, 1980

hs_PG3_UMGI_Vinyl-12_Gatefold_6mmSpine_OUT_RI_AUG10.inddNel corso del weekend ho avuto modo di riascoltarmi con gran piacere i tre album di Peter Gabriel che più amo: gli omonimi del 1980 e del 1982, e “So” del 1986. Il ‘ripasso’ m’è sembrato così un’ottima occasione per scrivere un post su uno di questi dischi, in tal caso l’album “Peter Gabriel” del 1980, celebre per i singoli I Don’t Remember, Games Without Frontiers e la magnifica Biko.

Dopo i suoi primi due album solisti, pubblicati nel 1977 e nel ’78, l’ex cantante dei Genesis si ripresentò nel 1980 con quello che fino ad allora era il suo lavoro più organico, coraggioso e in definitiva dal maggior riscontro commerciale. Insomma, l’album dove Peter Gabriel gettò le fondamenta del suo tipico stile musicale, divenendo in pochi anni quell’artista carismatico e dalle sonorità peculiari che tutti gli appassionati conoscono, famosissimo tuttora. Vediamo quindi questo lavoro traccia dopo traccia, per un totale di dieci pezzi.

Scandita dalla secca batteria di Phil Collins in tempo medio, l’iniziale Intruder ci svela già le principali caratteristiche dell’album: grande enfasi su tamburi e percussioni, scarni arrangiamenti dove la versatile voce del nostro si staglia su una base di piano o più frequentemente di sintetizzatore, chitarre taglienti (quasi sempre in sottofondo) e atmosfera complessiva piuttosto dark.

La ritmata No Self Control si segnala soprattutto per la grande prova vocale di Peter: in effetti, per chi ama quest’artista, la canzone suona inconfondibilmente gabrieliana. La chitarra, qui suonata da uno dei più assidui collaboratori del nostro, David Rhodes, è più evidente così come la batteria di Phil, mentre alla voce di Kate Bush sono affidati alcuni cori.

Start è un breve brano sintetizzato arricchito dal sassofono di Dick Morissey; in realtà siamo alle prese con l’introduzione della canzone successiva, la potente I Don’t Remember, che resta una delle mie preferite nel repertorio di Peter Gabriel. Molto coinvolgente e potente la batteria di Jerry Marotta, con le parti di basso (grandiose) affidate ad un altro collaboratore di lunga data, Tony Levin. Tre i chitarristi presenti in I Don’t Remember (e si sente!): il già citato Rhodes, Dave Gregory degli XTC e l’inconfondibile Robert Fripp. Da segnalare, infine, la grande prova vocale di Peter.

Family Snapshot è il brano dell’album che più ricorda i trascorsi di Peter nei Genesis: basata su un vero fatto di cronaca nera, la canzone inizia lenta per solo piano (suonato dallo stesso Gabriel) & voce; in seguito l’arrangiamento s’arricchisce col basso di John Giblin, gli effetti tastieristici di Larry Fast e il sax di Morissey, mentre in sottofondo batteria & percussioni iniziano a scaldarsi; il tutto quindi esplode in una sorta d’arrembante corsa per poi stemperarsi sul finale in una sequenza davvero molto emozionante. Anche in questo caso mi sembra che si possa parlare senz’ombra di dubbio di una delle migliori canzoni di Gabriel.

La successiva And Through The Wire è la canzone che più s’avvicina ad una classica performance pop-rock e forse per questo motivo suona paradossalmente come il brano meno riuscito dell’album. Da segnalare, comunque, la partecipazione alla chitarra del grande Paul Weller, all’epoca ancora nei Jam.

Games Without Frontiers è un’altra delle mie canzoni preferite fra quelle del Gabriel solista. In questo caso la parte chitarristica e quella percussiva sono magistralmente concatenate, con tutti gli effetti sovraincisi a rendere questo pezzo ancora più interessante, compresa un’altra partecipazione vocale della Bush e il coro fischiettato da Peter stesso con Steve Lillywhite e Hugh Padgham, rispettivamente produttore e tecnico del suono di questo disco.

Forse l’unico punto debole del lavoro che stiamo esaminando, Not One Of Us non è certo una brutta canzone ma è forse un pezzo un po’ sfocato, salvato più che altro da un vigoroso arrangiamento. Molto più interessante mi sembra la successiva Lead A Normal Life, un brano minimale di grande suggestione atmosferica: perlopiù strumentale, l’uso del piano circondato da lievi effetti percussivi ricorda un po’ le colonne sonore create da Vangelis.

La conclusiva Biko è invece una delle pietre miliari nella discografia gabrieliana: un omaggio al leader antiapartheid Stephen Biko – ucciso dalla corrotta polizia sudafricana nel settembre 1977 – ma anche uno straordinario canto di protesta, scandito da un lento ma minaccioso schema percussivo, da lontane & lancinanti tessiture di chitarra e da un emozionante & coinvolgente coro finale. Un brano indimenticabile, Biko, imponente & solenne, di certo uno dei vertici creativo-espressivi della musica degli anni Ottanta.

– Mat

The Cure

the-cureGià mi sono occupato dei Cure nelle pagine virtuali di questo blog, recensendo alla bellemmeglio alcuni loro album (e di altri mi piacerebbe parlare in futuro). Però non ho mai dedicato un post biografico al noto gruppo dark-pop inglese: ecco quindi un punto della situazione, con la speranza di aver rimediato decentemente.

Fin dagli esordi nella seconda metà degli anni Settanta, quando la band si chiamava ancora The Easy Cure, la formazione dei nostri subiva continui cambi che la trasformò da quartetto a quintetto, fino a diventare un trio, fra il ’78 e il ’79. E’ per l’appunto come trio che il gruppo, perso ‘Easy’ e diventato ufficialmente The Cure, debutta professionalmente al principio del 1979 col singolo Killing An Arab, seguìto qualche mese dopo dall’album “Three Imaginary Boys”. Già allora il capo indiscusso dei Cure era il cantante/chitarrista Robert Smith, un tipo assolutamente particolare, un personaggio unico & inconfondibile nel panorama musicale, l’anima stessa dei Cure in tutti questi anni d’attività. All’epoca, tuttavia, i Cure avevano un manager-padrone chiamato Chris Parry che molto influì sulla vicenda storica & artistica del gruppo: già scopritore dei Jam di Paul Weller, Parry consolidò grazie al successo in classifica di questi ultimi la sua posizione nella casa discografica Polydor, sebbene si fece sfuggire i Clash. Non così avvenne coi Cure, quindi, che mise sotto contratto e che distribuì per un’etichetta nuova di zecca in seno alla stessa Polydor, la Fiction Records, che pubblicherà le nuove uscite dei nostri fino al 2004.

Non ho mai imparato tutti i nomi dei componenti dei Cure che via via hanno condiviso con Smith i palcoscenici di mezzo mondo e gli studi di registrazione più blasonati, tuttavia nel 1982, dopo aver dato alle stampe altri tre album, alquanto darkettoni se non proprio gotici, ovvero “Seventeen Seconds” (1980), “Faith” (1981) e il ben più celebrato “Pornography” (1982), i Cure di fatto si sciolgono dopo essere venuti alle mani fra loro. Tensioni interne, uso di droghe, un successo che sembrava scemare, il rapido cambio dello scenario musicale seguìto all’esplosione del fenomeno punk nel 1977, le pressioni da parte di Parry affinché i Cure diventassero più appetibili commercialmente… insomma un’atmosfera non certo salubre & rilassata per un personaggio sensibile & creativo come Smith.

Tuttavia, convinti ancora una volta da Parry, i Cure risorgono entro quel fatidico 1982, seppur con una formazione ridotta a duo, vale a dire lo stesso Smith col fido Lol Tolhurst: il risultato sono due singoli dall’appeal appositamente più commerciale e cioè la danza sintetica di The Walk e il melodico funk-pop di Let’s Go To Bed. I due brani ottengono il risultato sperato in classifica, spazzando anche l’immagine dark della band, ma di lì a poco Smith rinnega quella svolta, coi due componenti del gruppo che prendono strade separate per cercare di schiarirsi le idee.

Robert Smith intensifica così i suoi rapporti d’amicizia e professionali con Siouxsie And The Banshees diventando un membro di quel gruppo a tutti gli effetti. Passa un altro po’ di tempo e Smith e il bassista di questi ultimi, Steven Severin, provano a formare un nuovo gruppo dato che pure i Banshees attraversano brutte acque. L’inedito progetto del duo Smith/Severin adotta quindi il nome di The Glove ma Chris Parry, pur sempre legato contrattualmente a Smith, non gradisce il sodalizio del suo protetto con Severin e gli proibisce di cantare più di due canzoni nel primo (e unico) album dei Glove, l’interessante “Blue Sunshine”, edito nel 1983. In effetti la voce di Smith è assolutamente unica & perfettamente riconoscibile: Parry voleva continuare ad associare quella voce ad un unico marchio, The Cure per l’appunto, e così sarà.

Dopo aver realizzato un album da studio coi redivivi Banshees, “Hyaena” (1984), Smith abbandona quindi il gruppo di Siouxsie e rifonda i Cure. In realtà la rinascita della band avviene già sul finire dell’83, con l’irresistibile singolo The Lovecats, seguìto dall’album “The Top” nel 1984. Non è un capolavoro, “The Top”, ma di sicuro è l’album che incanala una volta per tutte i Cure (guidati da Smith con chi via via lo affiancherà in studio e sui palchi) verso una rinascita artistica che li porta a sfornare una serie di album memorabili: l’eccitante “The Head On The Door” nel 1985, l’ambizioso “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” nel 1987, lo splendido “Disintegration” nel 1989, il superlativo “Wish” nel 1992, l’ecclettico “Wild Mood Swings” nel 1996 e lo straordinario “Bloodflowers” nel 2000.

In mezzo raccolte antologiche, dischi dal vivo, album di remix, reinterpretazioni, tributi, progetti umanitari e una sfilza invidiabile di singoli fantastici: da Boys Don’t Cry del ’79 a Friday I’m In Love del ’92, passando per Jumping Someone Else’s Train, Charlotte Sometimes, The Hanging Garden, In Between Days, Close To Me, A Night Light This, Why Can’t I Be You?, Just Like Heaven, Lullaby, Lovesong, Pictures Of You, High e A Letter To Elise. Impossibile non menzionare Burn, pubblicata nella colonna sonora del film “Il Corvo” (1994), meno riuscita ma sempre interessante l’elettronica Wrong Number del ’97. Discorso a parte merita “Bloodflowers“, uscito nel 2000 come ultimo album d’inediti per la Fiction, al quale dedicherò un post tutto suo più avanti.

Nel 2001 viene quindi pubblicata una nuova antologia (la terza) dei Cure, “Greatest Hits”, contenente due pezzi nuovi del tutto trascurabili, Cut Here e Just Say Yes. Seguono un ottimo cofanetto in quadruplo ciddì con lati B dei singoli e rarità, “Join The Dots” (2004), e le ristampe di tutti gli album del gruppo del periodo 1979-1987 con tanto di dischi aggiuntivi di materiale raro e/o inedito (un’operazione personalmente condotta da Smith). Nel 2002 la band se ne va in tour, passando pure in Italia, precisamente allo Stadio Olimpico di Roma: un estasiato Mat, accompagnato dall’altrettanto estasiato Brother Luca, è presente! Intanto i Cure firmano per una nuova etichetta, la Geffen, che pubblica quindi nel 2004 il primo album omonimo dei nostri, quasi come a voler simboleggiare un nuovo inizio, seguìto quattro anni dopo da un nuovo disco, “4.13 Dream”.

– Mat

(aggiornato il 19 ottobre 2009)

Peter Gabriel

peter-gabriel-immagine-pubblicaNel mio vecchio blog, Parliamo di Musica, avevo già dedicato un post a Peter Gabriel ma ho preferito non trasferirlo qui e scriverne quindi uno nuovo. In effetti si trattava più di una protesta che della storia del celebre cantante inglese, perché ritengo Peter un tantino sopravvalutato. A quanto pare sono uno dei pochi appassionati dei Genesis che non lo rimpiange, avendo nutrito sempre più simpatia per Phil Collins che per lui. Credo che l’era Gabriel dei Genesis (1969-1975) abbia prodotto dei dischi stupendi non per la presunta grandezza del nostro, ma dal contributo di cinque grandi artisti – Gabriel compreso, ovviamente – che hanno fatto un lavoro eccellente finché hanno lavorato insieme. Poi, a giudicare dai due album realizzati dai Genesis prima dell’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett, cioè “From Genesis To Revelation” (1969) e “Trespass” (1970), e da quello immediatamente successivo all’abbandono di Peter, vale a dire “A Trick Of The Tail” (1976), mi lascia pensare che la mente più ispirata in seno ai Genesis non fosse certamente Peter Gabriel. Questo confrontando inoltre la produzione post-Gabriel dei Genesis coi lavori solisti di Peter. Voglio dire, non mi pare che i Genesis guidati da Phil Collins abbiano fatto così tanto schifo così come non mi pare che i dischi solisti di Gabriel siano tutti dei capolavori. Fatta questa premessa – spero non troppo contorta – passo più specificatamente alla carriera solista del nostro.

Peter Gabriel, classe 1950, abbandona la band che gli aveva dato una prima notorietà internazionale, i Genesis per l’appunto, nella primavera del ’75, dopo essere stato il maggior ispiratore del primo concept-album del gruppo, lo stupendo “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974). Tuttavia, col resto dei Genesis che procede come quartetto incontrando per giunta il maggior successo in classifica fino a quel punto della loro storia col magnifico “A Trick Of The Tail” (1976), Peter si concede un anno sabbatico, in modo da riordinare le sue turbolente idee. Tornerà alla ribalta l’anno successivo, nel 1977, con un indimenticabile singolo,
Solsbury Hill, e un primo album omonimo dalla resa altalenante. Prodotto da Bob Ezrin (già al lavoro con Lou Reed e in seguito coi Pink Floyd), “Peter Gabriel” è comunque un risultato pregevole, suonato da ospiti prestigiosi (cosa che si ripeterà per tutti i dischi successivi di Peter) quali Robert Fripp, Tony Levin e lo stesso Phil Collins, tuttora grande amico del nostro.

Peter Gabriel bissa l’operazione nel ’78, con un secondo album omonimo, stavolta con Robert Fripp anche in veste di produttore. Purtroppo il lavoro si rivela essere il peggiore fra gli album del nostro, tanto che nella sua prima raccolta, “Shaking The Tree” (1990), figureranno brani estratti da ogni album di Peter tranne che da questo. Nel ’78, tuttavia, Peter Gabriel ha la possibilità di riavvicinarisi, almento dal punto di vista umano, ai suoi ex colleghi dei Genesis, comparendo a sorpresa in un bis d’un loro concerto.


Prodotto da
Steve Lillywhite, ecco nel 1980 un terzo album omonimo da parte di Gabriel, quello contenente I Don’t Remember, Games Without Frontiers, Family Snapshot e soprattutto la straordinaria Biko. Per me è questo suo terzo album il migliore della discografia solista di Peter Gabriel, l’unico del quale non potrei mai separarmi, anch’esso forte della partecipazione di ospiti illustri: oltre agli ormai abituali Tony Levin (che suona il basso nelle canzoni e nei concerti di Peter anche oggi) e Robert Fripp, l’album vanta nuovamente Phil Collins ma anche John Giblin, Kate Bush e Paul Weller, all’epoca ancora leader dei Jam. Per quanto bello e importante, c’è da dire che questo disco non ottenne chissà quale successo mentre in quell’anno i Genesis ottenevano il loro primo numero uno nella classifica inglese con l’album “Duke”, un lavoro certamente non commerciale (con Steve Hackett ormai fuori dal gruppo) che non ha nulla da invidiare all’arte di Peter Gabriel.

Il primo vero successo di Peter è considerato invece il suo quarto album, pubblicato nel 1982, l’ultimo della quadrilogia di dischi omonimi, spinto dall’irresistibile singolo di
Shock The Monkey, senza dubbio uno dei pezzi più famosi del nostro. Un bel disco questa quarta fatica di Gabriel, non c’è che dire, con una virata maggiore in direzione della world music (introdotta già in alcune sonorità del suo album precedente) e un’accentuazione delle atmosfere dark. Oltre a Shock The Mokey, voglio ricordare la stupenda San Jacinto, la saltellante I Have The Touch e l’intensa The Rhythm Of The Heat. Il 1982 è un anno importante per Peter Gabriel anche per un altro motivo: organizza la prima edizione del noto festival etnico chiamato WOMAD (World Of Music And Dance), il quale, stentando a lanciarsi nei primi giorni, viene rivitalizzato da un’inaspettata reunion di Peter Gabriel coi Genesis, che eseguono quindi un set tratto da “The Lamb Lies Down On Broadway”.

Sono anni, per il nostro, in cui comincia a cimentarsi in altri territori, quali il cinema e il supporto ad artisti provenienti dal terzo mondo (il senegalese Youssou N’Dour è probabilmente la maggiore scoperta di Peter in questo senso). E così, dopo aver pubblicato un album dal vivo nel 1983, “Plays Live”, Gabriel realizza la colonna sonora d’un film di Alan Parker, “Birdy” (1984), peraltro riciclando alcune basi strumentali già impiegate nei suoi album. Torna col suo quinto album solista soltanto nel 1986, stavolta un disco con un titolo tutto suo, “So”: tuttora il maggior successo commerciale del nostro e molto probabilmente l’album più amato dai suoi fan, “So” vanta brani memorabili come la famosa Sledgehammer, la tenera Don’t Give Up (dove Peter torna a collaborare con Kate Bush), la ritmata Big Time e soprattutto la straordinaria e imponente Red Rain.

Nel 1988 Peter Gabriel torna a cimentarsi con le colonne sonore, stavolta musicando il controverso film “L’Ultima Tentazione di Cristo” di
Martin Scorsese. Pesantemente intrisa di world music e suonata con strumenti e musicisti mediorientali, la celebrata colonna sonora verrà pubblicata nel 1989 col titolo di “Passion”, mentre Peter torna in studio per incidere il suo sesto album da solista. E qui comincia quella lungaggine nella lavorazione d’un disco da parte del nostro che continua tuttora: il risultato finale delle sedute vede infatti la luce solo nel ’92, anche se si tratta d’un buon disco, “Us”, forte del singolo Steam (una rivisitazione del fortunato Sledgehammer) ma anche di Blood Of Eden (un duetto con Sinéad O’Connor, che all’epoca ebbe una storia col nostro), Digging In The Dirt e Come Talk To Me.

Per quanto Peter Gabriel non sia affatto inattivo nella parte restante degli anni Novanta (collabora con altri artisti, incide musiche sperimentali – arrivando a far suonare dei gorilla in studio – realizza suoni e canzoni per opere multimediali, compone colonne sonore, partecipa a lodevoli iniziative umanitarie…), “Us” risulterà il suo unico album da studio pubblicato in quel decennio. Bisognerà infatti attendere il 2002, ben dieci anni dopo, per vederne un seguito nei negozi, vale a dire il deludente “Up”. Non che “Up” sia un brutto disco ma, fin dalla prima volta che l’ho ascoltato, ho avuto la netta impressione di trovarmi alle prese con una raccolta di brani inediti più che un lavoro unitario e compatto. E’ a quel punto che comincio a disaffezionarmi a Peter Gabriel… fa aspettare i fan per dieci anni e poi fa uscire una roba del genere?!

All’epoca il buon Peter promise che i suoi fanatici ammiratori non avrebbero dovuto aspettare tanto per il seguito di “Up”, che sarebbe uscito addirittura nel 2004. Siamo nel 2007… sono già passati cinque anni… confesso che non faccio più parte di quelli che stanno ad aspettare il nuovo ciddì di Peter Gabriel. Oggi come oggi non potrebbe fregarmene di meno.

– Mat