Miles Davis, “On The Corner”, 1972

miles-davis-on-the-corner-immagine-pubblica-blogAlbum fra i più controversi & discussi presenti nella sterminata discografia di Miles Davis, “On The Corner” offre tuttora un ascolto sconcertante. Dopo aver accolto strumenti elettrici sul finire degli anni Sessanta e aver notevolmente scombinato i parametri per definire il jazz con album quali “In A Silent Way” (1969), “Bitches Brew” (1970), “A Tribute To Jack Johnson” (1970) e “Live-Evil” (1971), Miles compie un ulteriore balzo in avanti, forse il più estremo, proponendo nel ’72 un album come “On The Corner” che di jazz in senso stretto non ha proprio nulla.

Qui siamo infatti alle prese con cinquantacinque minuti di musica martellante e allucinata, ad altissmo tasso ritmico, densa, stratificata, ma anche irresistibilmente funky. Una musica davvero innovativa per l’epoca, praticamente uno sguardo anticipato su quella che sarebbe stata la black music degli anni a venire. A differenza di molti capitoli davisiani del passato, la musica di “On The Corner” non nasce da jam session improvvisate in studio, bensì da concetti lungamente meditati da Miles: prima la sua fascinazione per le trame sonore del compositore d’avanguardia tedesco Karlheinz Stockhausen, e poi il supporto diretto d’un celebre violoncellista/arrangiatore come l’inglese Paul Buckmaster (noto soprattutto per aver lavorato con Elton John, ma anche per David Bowie, i Bee Gees e molti altri) sono infatti i punti di partenza del disco. L’idea è di comporre delle cellule musicali e dei pattern ritmici che possono unirsi e combinarsi a seconda dell’ispirazione, in modo da fornire al lavoro finito un senso di circolarità, come se la musica potesse procedere all’infinito.

Un disco inconfondibilmente black, questo “On The Corner”, eppure, come s’è visto, pesantemente influenzato dalla sensibilità di musicisti bianchi, per giunta europei. All’epoca, Miles Davis non aveva più un gruppo stabile, per cui convocò per le sedute di “On The Corner” alcuni giovani musicisti (fra cui i sassofonisti David Liebman e Carlos Garnett, il chitarrista David Creamer, il batterista Billy Hart) e vecchie & gloriose conoscenze che avevano lavorato con lui nel passato più recente (il chitarrista John McLaughlin, i tastieristi Herbie Hancock e Chick Corea, il clarinettista Bennie Maupin, il batterista Jack DeJohnette, il bassista Michael Henderson, nonché Khalil Balakrishna al sitar elettrico e Badal Roy alla tabla). Faceva da collante col passato più strettamente jazz di Davis, il grande produttore Teo Macero. In effetti è difficile pensare a “On The Corner” come l’opera dello stesso uomo che solo tredici anni prima aveva realizzato un capolavoro indiscusso come “Kind Of Blue”. Una svolta che parve inconcepibile non solo al personale della Columbia – che promosse “On The Corner” come un tradizionale disco jazz e non come intendeva Miles, ovvero un lavoro moderno dedicato ai giovani afroamericani – ma anche ai critici (celebre fu il giudizio della rivista specializzata Down Beat, che diede all’album due sole stelline) e soprattutto al grande pubblico.

Ecco come lo stesso Miles Davis ha rievocato la genesi di “On The Corner” nella sua autobiografia del 1989 [grassetti e parentesi quadre sono miei]: “Quello che stavo suonando in On The Corner non aveva etichetta, anche se la gente pensò che fosse funk perché non sapevano come altro chiamarlo. In realtà era una specie di combinazione fra le idee di Paul Buckmaster, Sly Stone, James Brown e Stockhausen, altre idee le avevo riprese dalla musica di Ornette [Coleman], altre ancora erano mie. La musica era una questione di spazi, di libere associazioni di idee musicali intorno a un nocciolo fatto di ritmo e improvvisazioni della linea di basso. Mi piaceva il modo in cui Paul Buckmaster usava il ritmo, lo spazio; e lo stesso valeva per Stockhausen”.

L’ascolto dei quattro lunghi brani di “On The Corner” – il primo, prossimo ai venti minuti, è formato da quattro parti senza soluzione di continuità chiamate On The Corner, New York Girl, Thinkin’ Of One Thing And Doin’ Another e Vote For Miles; il secondo, Black Satin, è stato anche stampato su singolo; il terzo, One And One, è quasi una variazione sul tema del precedente; l’ultimo, lungo oltre ventitrè minuti, è composto da due titoli, Helen Butte e Mr. Freedom X – può risultare un’impresa ardua e non sempre piacevole, inoltre le parti solistiche dello stesso Miles risultano alquanto sfocate e non sempre ispirate. Tuttavia “On The Corner” è un’esperienza sonora imprescindibile per capire e apprezzare tutto il talento visionario di un gigante della musica come è stato Miles Davis.

Nel 2007, la Columbia ha pubblicato un cofanetto da ben sei ciddì intitolato “The Complete On The Corner Sessions”: in realtà si tratta di registrazioni edite e in parte inedite riguardanti il periodo 1972-1975. E’ un acquisto che devo ancora fare e che finora ho sempre rimandato, non solo per questioni economiche ma soprattutto per il fatto che una buona metà del materiale è già disponibile su altri titoli davisiani.

– Mat

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Seal, “Soul”, 2008

seal-soul-2008-immagine-pubblicaNel 2008, tre dischi freschi di stampa attrassero subito la mia attenzione: il gradito ritorno dei Verve con “Forth”, l’attesissimo “Chinese Democracy” dei Guns N’ Roses, e un album di sole cover che ho finalmente comprato qualche giorno fa, “Soul”, del cantante anglonigeriano Seal.

Finalmente perché, fra i tre, quest’ultimo disco era il più costoso e da qualche anno a questa parte mi sono promesso di non spendere più di quindici euro per un ciddì (a meno che non si tratti di qualche edizione particolare); una volta che me lo sono trovato davanti a dodici euro non ho esitato minimamente nel portarmelo a casa!

“Soul” di Seal, un facile gioco di assonanze, quasi come a voler mettere in luce il legame simbiotico fra il cantante e i dodici classici del soul contenuti nel suo ultimo album. Dodici pezzi famosi & strafamosi in quanto alcuni di essi dovrebbero essere ormai noti anche ai sassi, dei veri e propri standard quali If You Don’t Know Me By Now, Stand By Me e People Get Ready. Realizzato dal noto produttore David Foster, “Soul” figura un Seal perfettamente a suo agio con questo repertorio, come se fossero canzoni sue; tuttavia il pregio dell’album è, secondo me, il non aver stravolto l’arrangiamento originale dei brani, bensì di averli riproposti con classe, passione, onestà e professionalità.

La prima canzone, la celebre A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, mette già i brividi, soprattutto se consideriamo che in quell’anno, il 2008, il primo presidente afromamericano della storia veniva eletto per la Casa Bianca. Segue un’intensa I Can’t Stand The Rain, portata al successo anche da Tina Turner negli anni Ottanta, mentre la successiva It’s A Man’s Man’s Man’s World – originariamente scritta e interpretata dal grande James Brown – è semplicemente stupenda. Il resto del disco non è però da meno, con rivisitazioni sublimi di Here I Am (Come And Take Me) – noto brano di Al Green – , di I’ve Been Loving You Too Long (grande classico di Otis Redding), della mayfieldiana It’s Alright, di If You Don’t Know Me By Now (il classicone di Harold Melvin & The Blue Notes, reinterpretato innumerevoli volte, fra cui nella nota cover dei Simply Red di fine anni Ottanta), di Knock On Wood (altro brano riproposto da numerosi altri artisti), di I’m Still In Love With You (ancora un brano di Al Green), di Free (originariamente cantata da Deniece Williams), di Standy By Me (un altro classicone, di Ben E. King, portato al successo anche da John Lennon nel 1975) e, infine, di People Get Ready (ancora un pezzo di Curtis Mayfield, anch’esso cantato innumerevoli volte dai nomi più disparati del panorama musicale mondiale).

Un album realizzato da Seal col celebre David Foster, si diceva prima, che gli ha messo a disposizione alcuni dei turnisti più richiesti da quattro decadi a questa parte: il trombettista (qui anche in veste di arrangiatore) Jerry Hey, i chitarristi Michael Thompson e Dean Parks, il bassista Nathan East e il batterista John Robinson. “Soul” è un grande disco, di sicuro uno dei migliori usciti nel decennio appena trascorso, un disco che non deluderà nessun vero appassionato di musica.

– Mat

Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, 1990

public-enemy-fear-of-a-black-planet-immagine-pubblicaIl capolavoro dei Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, è il solo album interamente rap che circola nella mia collezione di dischi. Non sono un appassionato del genere ma rispetto molto questa musica, è il punk dei neri, la loro musica di denuncia. Un genere, il rap, che oggi s’è commercializzato vergognosamente, c’è da dire, però negli anni Ottanta e Novanta rappresentava uno stile unico e rivoluzionario.

Concepito a cavallo tra i due decenni in questione, “Fear Of A Black Planet” è una pietra miliare del rap, portatore d’un suono che sconvolse gli ammiratori del genere e che aprì il rap a contaminazioni inaspettate. Tuttora un disco straordinariamente attuale, vediamo ora di scoprirlo brano dopo brano… ma preciso che si tratta di una piccola impresa perché bisogna districarsi tra venti tracce, quasi tutte collegate tra loro con brevi strumentali di raccordo.

Si parte con Contract On The World Love Jam, brano introduttivo contraddistinto da base hip-hop, scratch del giradischi, synth come sfondo e una serie di voci campionate (tra cui, riconoscibilissimo, l’urlo di James Brown in I Feel Good), ma il tutto dura poco più d’un minuto e mezzo, poi entra con prepotenza uno dei pezzi forti di questo disco, Brothers Gonna Work It Out. E’ un rap potente, con un ritmo travolgente e contaminatissimo nella struttura (in sottofondo mi sembra di riconoscere, campionata, la chitarra di Prince): un suono incredibile, non ho mai sentito nulla di simile, include pure degli elementi industrial.

La successiva 911 Is A Joke sembra più un funky, una musica da club… comunque l’atmosfera è quella; più volte si ascolta la diabolica risata dell’attore Vincent Price, campionata dal successo del 1982 di Michael Jackson, Thriller. Il pezzo seguente, Incident At 6.66 FM, è un altro breve brano (di raccordo) d’un minuto e mezzo, anche questo caratterizzato da base hip-hop e frammenti di voci radiofoniche. Il tutto introduce uno dei brani più famosi dei Public Enemy, ovvero Welcome To The Terrordome: rap duro, tirato, sempre su una base incredibilmente contaminata.

Segue un brano di appena cinquanta secondi, Meet The G That Killed Me, duro duetto rap con un sottofondo incredibile tra scampanellate natalizie, scratch e colpi di batteria sui piatti. Segue a sua volta la più distesa Pollywanacraka, dove il rapper di turno – i componenti dei Public Enemy presenti su questo disco sono otto, non so quale di loro stia cantando di volta in volta, comunque le voci soliste sono almeno tre, fra cui quelle dei due leader storici, Chuck D e Flavor Flav – canta estendendo la fine di ogni frase con un fare piacione/marpione. Gran bel pezzo, comunque.

Un mix confuso di voci, frammenti ed effetti vari introduce il pezzo successivo, Anti-Nigger Machine, ideale colonna sonora d’una qualsiasi storia criminale da ghetto con tanto di sirena della sbirranza campionata. Poi, con un mix improvviso, ci troviamo già alle prese con un altro brano, Burn Hollywood Burn, tiratissimo rap dove Chuck D divide il microfono con Ice Cube e Big Daddy Kane, altri campioni del rap di quel periodo.

La successiva Power To The People è ancora più tirata, un rap veloce e travolgente che nel testo guarda all’immediato futuro (ma un occhio al futuro lo getta tutto il disco). Who Stole The Soul?, caratterizzata da un’introduzione selvaggia di voci e grida, è un altro rap che strizza l’occhio a sonorità più funky e danzerecce, anche se l’atmosfera generale è piuttosto tirata (mi sembra un invito a lasciarsi andare, a fare casino).

L’omonima Fear Of A Black Planet rallenta un po’ il ritmo e ci presenta un’altra grandiosa base di hip-hop, scratch e campionamenti vari. Gran bel pezzo pure questo, impossibile da descrivere in tutti i suoi effetti sonori. Revolutionary Generation riaccelera invece il tempo col suono che diventa più underground, se vogliamo, una sonorità più notturna, non so come dire… addirittura nel finale sembra un brano house (è difficile descrivere a parole un’esperienza sonora unica come questo “Fear Of A Black Planet”, spero di risultare comprensibile anche a chi non ne conosce una sola nota).

Poi è la volta di Can’t Do Nuttin’ For Ya Man, dal ritmo sempre piuttosto veloce ma più morbido (influenze house anche in questo), e poi ancora di Reggie Jax, con un tempo medio-lento piuttosto diluito e carico di eco. Ancora un brano di raccordo, Leave This Off Your Fu*kin Charts, ancora una volta base hip-hop, scratch e campionamenti multipli in primo piano; la durata è però maggiore rispetto ai brani simili che abbiamo incontrato in precedenza, siamo sui due minuti e mezzo.

Le successive B Side Wins Again e War At 33 1/3 sono altri due rap dalla base contaminata ai massimi livelli (c’è un po’ di tutto, impossibile da descrivere appropriatamente)… comunque sono sonorità assai interessanti e uniche nel loro genere (ancora una volta).

Il brano che segue, Final Count Of The Collition Between Us And The Damned, uno strumentale dal gradevole ritmo funky, sembra messo lì un po’ a caso ma il tutto non dura nemmeno un minuto. Chiude questo capolavoro del rap che è “Fear Of A Black Planet” un altro brano famoso dei nostri, Fight The Power, pubblicato come singolo già nel 1989 e incluso pure nella colonna sonora del film di Spike Lee, “Fa’ La Cosa Giusta”.

“Fear Of A Black Planet” è un album tosto, martellante, tiratissimo ma incredibilmente innovativo per i suoi tempi, consigliato a chi vuole avere un disco serio di rap serio ma anche a chi vuole avvicinarsi per la prima volta alle sonorità più dure & urbane della musica nera.