Jane’s Addiction, “Nothing’s Shocking”, 1988

janes-addiction-nothings-shocking-immagine-pubblica-blogAscrivibile alla categoria “alternative rock” quando il termine stesso non aveva ancora un senso (ammesso poi che l’abbia mai avuto), “Nothing’s Shocking” dei Jane’s Addiction è stato pubblicato in un periodo, la fine degli anni Ottanta, che non vedeva ancora l’esplosione a fenomeni di massa di gruppi come Red Hot Chili Peppers o Nirvana, mentre i Guns N’ Roses spadroneggiavano come gli ultimi eredi della grande tradizione delle rock band dure & pure. Una nuova scena musicale stava maturando in quei tardi anni Ottanta negli Stati Uniti, e i Jane’s Addiction con questo “Nothing’s Shocking” sono i principali protagonisti di quella rivoluzione sonora che tanto ha influito – nel bene e nel male – sulla musica del decennio successivo e anche oltre. Vediamo questo potente e vigoroso album più da vicino, canzone dopo canzone.

Grazie all’originale fusione di sonorità dark e psichedeliche, l’atmosferico Up The Beach, brano perlopiù strumentale, è un inizio da brividi: comincia il lento e solleticante basso di Eric Avery finché, quando la possente batteria di Stephen Perkins prende a marcare il ritmo, la chitarra di Dave Navarro ci trasporta in una dimensione sospesa nel tempo, con Perry Farrell che canta la parola ‘home’ a più riprese.

Segue Ocean Size, la canzone che qui preferisco: introdotta da un dolce arpeggiare di chitarra acustica, dopo qualche secondo si scatena il finimondo, col pezzo che si mostra per quello che è, vale a dire uno splendido hard rock, con la tagliente voce di Farrell in primo piano e i tormentati assoli di Navarro a scuotere il tutto. Segue a sua volta la nervosa e trascinante Had A Dad, caratterizzata da un’irrequieta ma compatta parte di batteria sulla quale si dimenano magnificamente il basso, la chitarra ritmica, la chitarra solista e la voce incattivita di Perry.

Il ritmo rallenta con Ted, Just Admit It… dove il Ted in questione è il serial killer Ted Bundy: l’inizio del brano è superbo, con quell’incedere di percussioni nel quale s’inserisce poco dopo il pulsante basso in stile dub di Avery; se la prima parte della canzone è alquanto distesa, a due minuti e mezzo dalla fine (coi suoi sette minuti e passa, Ted è il brano più lungo del disco) si metallizza di brutto, proponendoci quindi un finale infuocato dove Farrell urla più volte ‘sex is violent’ e la chitarra di Navarro è più tagliente che mai.

E se con Standing In The Shower… Thinking abbiamo una interessante e vivace fusione di rock & funk, con la seguente Summertime Rolls ci godiamo invece il momento più rilassato dell’album, grazie a una cullante melodia che ci estranea dalla realtà per ben sei minuti; belli & pigri i lunghi assoli di Dave, grandi inoltre i tocchi di Eric al suo basso, che contribuiscono enormemente al sound dei Jane’s Addiction. Ed è sempre il basso di Avery che c’introduce il pezzo successivo, Mountain Song, uno dei più celebri e rappresentativi della nostra band (ascolta QUI), caratterizzato da un coriaceo tempo medio dove il rock duro attraversa le atmosfere più rarefatte della psichedelia e la voce di Farrell è spettacolarmente carica d’eco. Segue la redchilipepperesca Idiots Rule – tanto che vi suona la tromba proprio un componente dei RHCP, ovvero Flea – una canzone vivace ma leggermente nervosa.

E’ quindi la volta della melodica Jane Says, la canzone che probabilmente resta ancora la più conosciuta dei Jane’s Addiction; grazie alle sue gentili parti di chitarra acustica (suonate sia da Avery che da Navarro) e all’assenza della batteria, Jane Says rappresenta il momento più gradevolmente pop dell’album. Chiude quindi Thank You Boys, un minuto esatto d’improvvisazione jazzistica strumentale dove Farrell ringrazia i ragazzi che alla fine applaudono. Questa la versione in elleppì di “Nothing’s Shocking”, mentre il ciddì include una canzone ulteriore, la dura Pig’s In Zen, altro brano dove al basso di Avery è riservato un ruolo da protagonista, lasciando però spazio alla chitarra di Navarro di prodigarsi in scintillanti assoli.

Pubblicato dalla Warner Bros e prodotto da Dave Jerden, “Nothing’s Shocking” ha tuttora un suono incredibile sia per potenza che per modernità, frutto della miscela esplosiva di tre eccezionali musicisti e di un cantante sempre un po’ fuori dalle righe ma forte di una voce più unica che rara. Una miscela esplosiva che si rivelò letale per gli stessi Jane’s Addiction già all’indomani della pubblicazione dell’atteso seguito di “Nothing’s Shocking”, ovvero quell’altro capolavoro irrinunciabile dell’alternative rock chiamato “Ritual De Lo Habitual” (1990), del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un apposito post.

Lo scioglimento della band e gli immancabili problemi di droga dei suoi componenti spazzarono ingiustamente il nome Jane’s Addiction dal campo dei protagonisti del rock anni Novanta, spianando forse la strada a gruppi come Nirvana e Pearl Jam. Di recente, con la band nuovamente attiva e in giro per concerti in America, Perry Farrell si è concesso il lusso di farsi intervistare nientemeno che dal Wall Street Journal: se non si fossero sciolti una prima volta in quell’esaltante ma funereo 1991, i Jane’s Addiction avrebbero potuto vendere più dischi dei Guns N’ Roses. E’ il parere di Farrell dopo oltre un quarto di secolo dal fattaccio, e io nel mio piccolo lo sottoscrivo in pieno.

-Mat (giugno 2007 / febbraio 2017)

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Notiziole musicali #2

the-stone-roses-immagine-pubblica-blogHo letto/sentito in giro un bel po’ di notiziole musicali che hanno suscitato tutta la mia curiosità d’appassionato musicofilo. Senza inutili procrastinazioni, ecco subito un sunto di quello che più mi è piaciuto…

Sembra proprio che pure gli Stone Roses (nella foto – celebratissimi nella nativa Inghilterra, meno conosciuti nel resto del mondo, o più che altro dimenticati) si uniranno al numero sempre più crescente delle band che si riuniscono dopo anni & anni di separazione. La fine degli Stone Roses giunse fra il ’95 e il ’96 ma la loro musica non ha mai smesso di scaldare i cuori degli appassionati inglesi. Anche a me piacciono molto, nonostante è da un bel po’ che non li ascolto più. Si parla già d’un tour che Ian Brown & soci dovrebbero effettuare in estate, nonostante alcuni ingaggi già confermati in precedenza come solisti. Si vedrà, insomma, ma credo proprio che – in un modo o nell’altro – tornerranno alla carica anche gli Stone Roses.

Il grande David Sylvian ha annunciato il titolo del suo imminente nuovo album, “Manafon”, ma per ora se ne sa ben poco: sono molto curioso di ascoltarlo, se somiglia al precedente “Snow Borne Sorrow” lo compro al volo! Anche la pubblicazione del nuovo album di Peter Murphy dovrebbe verificarsi a breve, comunque il leader dei Bauhaus è in tour e sta proponendo parte del nuovo materiale.

I Simply Red – o Mick Hucknall che dir si voglia – si esibiranno a Pescara, a pochi chilometri da casa mia, il prossimo 13 luglio! Cazzo, per una volta non devo emigrare a Roma o in Emilia-Romagna per vedermi i miei artisti preferiti!! La dolce Antonella, Brother Luca & io ci saremo!

I Jane’s Addiction sono un’altra di quelle band che – dopo essere tornate dal passato – appaiono proprio in piena forma artistica: una serie di concerti in America, compreso il celebre Lollapalooza Festival (al quale dovrebbero partecipare pure i Depeche Mode), e altri assieme ai Nine Inch Nails. Inoltre, è imminente la pubblicazione d’un cofanetto retrospettivo con molto materiale inedito audio/video, in attesa d’un nuovo album che potrebbe uscire nella seconda metà dell’anno.

Anche i miei amati Tears For Fears saranno alle prese, quest’estate, con un breve tour: però le tappe sono tutte nordamericane… sob! Spero tuttavia che l’occasione sia anche un modo di tornare a scrivere nuove canzoni da far confluire in un nuovo album da studio di futura pubblicazione. Lo spero tanto!

Ha destato molto clamore l’annunciato ritorno sulle scene dell’intramontabile Michael Jackson: seguendo l’esempio di Prince, il re del pop ha programmato per l’estate una serie di spettacoli alla 02 Arena di Londra. La richiesta del pubblico è stata così entusiastica che Michael ha esteso la serie d’ingaggi, prolungandola fino ai primi mesi del 2010! Io non sono mai stato a Londra e non ho mai visto Michael Jackson dal vivo… non credo che potrò permettermelo ma… che sia la volta buona? Intanto potrebbe anche uscire l’atteso album del ritorno, il seguito dell’ormai lontano “Invincible” (2001).

A proposito di Prince, uscirà a fine mese un triplo ciddì contenente due suoi nuovi album più un terzo disco prodotto per una sua protetta, una delle sue cantanti delle quali adesso mi sfugge il nome. Il tutto alla modicissima cifra di dodici dollari! Se l’equivalente in euro sarà altrettanto vantaggioso, anche quest’ennesimo capitolo princiano farà presto la sua comparsa nella mia collezione.

I Guns N’ Roses potrebbero presto annunciare un tour estivo per promuovere “Chinese Democracy” che ha venduto ma non quanto ci si aspettasse, anche per via d’una promozione praticamente inesistente. Cercherò di seguire gli sviluppi dell’attività artistica di Axl Rose.

Il mitico Paul McCartney ha annunciato un concerto in un casinò di Las Vegas previsto ad aprile: i biglietti relativi ai 4mila posti disponibili sono spariti in sette secondi!

Questo è tutto per ora, anche se – si sa – con l’approssimarsi della bella stagione fioriscono sempre un sacco di grandi novità! Io, nel mio piccolo, aspetto con sincero interesse “Sounds Of The Universe” dei Depeche Mode e ascolto di brutto il cofanetto “The Cellar Door Sessions 1970” di Miles Davis, del quale spero di poter dare un resoconto molto presto.

– Mat

Perry Farrell’s Satellite Party “Ultra Payloaded”, 2007

perry-farrell-satellite-party-ultra-payloadedA parte tutta la roba di Miles Davis che ho comprato negli ultimi tempi, il disco che più sto ascoltando in queste settimane è “Ultra Payloaded”, ultimo album da studio di Perry Farrell, la voce storica dei Jane’s Addiction.

In verità l’album è accreditato a Perry Farrell’s Satellite Party, un supergruppo composto da Nuno Bettencourt – già chitarrista degli Extreme – dal batterista Kevin Figueiredo, dallo stesso Farrell e da sua moglie Etty Lou, più una schiera notevole di ospiti, fra cui Flea e John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers e il bassista dei New Order, Peter Hook.

Avevo già avuto modo d’ascoltare questo “Ultra Payloaded” l’anno scorso, fresco fresco di pubblicazione, ma non m’andava di sborsare diciannoveureccinquanta per un ciddì! Ho atteso quindi che fosse inserito nella ghiotta categoria dei ‘nice price’ e così anche “Ultra Payloaded” ha fatto il suo ingresso trionfale nella mia collezione di dischi.

Per molti aspetti, “Ultra Payloaded” è il disco più orecchiabile mai prodotto da Perry Farrell, anche il suo più commerciale se vogliamo, ma senza dubbio è un album che riflette la sua maturità raggiunta come compositore, come arrangiatore, come produttore, come leader di una band di grandi musicisti e soprattutto come cantante. Sì, perché in “Ultra Payloaded” Perry canta come non ha mai cantato prima: non solo la sua inconfondibile voce – alta e roca al tempo stesso – ma anche un tono più basso che mai s’era sentito nei suoi precedenti lavori discografici.

E poi ci sono le canzoni, undici pezzi davvero molto divertenti & coinvolgenti, dal suono pulito ma non freddo com’è avvenuto per tanti dischi pubblicati negli ultimi anni. Merito anche del celebre Steve Lillywhite – noto soprattutto per i suoi lavori con Simple Minds e U2 – qui in veste di co-produttore del disco.

1) La prima canzone in programma, la danzereccia Wish Upon A Dog Star, è stata anche pubblicata come singolo apripista e figura l’inconfondibile suono di basso di Peter Hook, al quale viene anche accreditata parte della musica. Non mancano altri ospiti illustri, come Peter DiStefano – chitarrista dei Porno For Pyros, la formazione fondata da Perry Farrell dopo il primo scioglimento dei Jane’s Addiction – e la bella Fergie dei Black Eyed Peas, qui in veste di corista. E’ un pezzo molto orecchiabile questo Wish Upon A Dog Star, subito accattivante per via della sua base funk-rock e del suo cantabilissimo ritornello.

2-3) Elementi funky accentuati nella successiva Only Love, Let’s Celebrate, altro brano molto coinvolgente e facilmente canticchiabile. Gli fa seguito Hard Life Easy, uno dei pezzi forti di quest’album, arricchito dall’avvolgente parte di basso di Flea.

4) Con Kinky ritroviamo Peter Hook al basso, in quello che è un bel pezzo arrembante & avvolgente, appena appena più aggressivo di quanto ascoltato finora.

5) The Solutionists è semplicemente una delle mie canzoni preferite di questo lavoro: il brano altro non è che Revolution Solution, una collaborazione fra il gruppo elettronico dei Thievery Corporation e lo stesso Perry Farrell, soltanto che in questo caso la base elettronica è stata quasi completamente rimpiazzata dalla classica strumentazione rock (basso, batteria e chitarra) e arricchita da sequenze orchestrali di grande effetto. Mi capita spesso di ascoltarmi una seconda volta questa The Solutionists prima di passare alla canzone successiva…

6) … finalmente una lenta, chiamata Awesome. Scandita dalla chitarra acustica di Peter DiStefano, la dolce melodia di Awesome ci regala una prestazione vocale da parte di Perry davvero inedita – incentrata sul suo registro più basso – e a suo modo struggente. Davvero una perla, questa Awesome, una delle cose migliori mai realizzate dal nostro, secondo me.

7-8) Seppur più ritmata, la successiva Mr. Sunshine è un pezzo più meditabondo e dall’atmosfera fumosa, in parte basata su Lonely Days, il primo grande successo statunitense per i mitici Bee Gees. Gli fa seguito il brano più metallaro dell’album, Insanity Rains, che ci riporta immediatamente alle atmosfere più ruggenti dei Jane’s Addiction.

9) Tuttavia il pezzo incluso in “Ultra Payloaded” che più amo è Milky Avenue, una malinconica & sognante ballata, perfetta se ascoltata a tutto volume mentre si guida in macchina con l’aria fra i capelli. E’ una canzone magnifica che mi arricchisce tutto il disco, dove Perry torna ad usare il suo inedito tono basso della voce.

10) Con la successiva Ultra-Payloaded Satellite Party ci ricolleghiamo all’atmosfera festaiola da rock danzereccio delle prime quattro canzoni del disco, anche se il risultato complessivo non m’impressiona più di tanto. E’ comunque un pezzo interessante per i suoi repentini cambi di tempo e per l’uso congiunto di cori e campionamenti.

11) La conclusiva Woman In The Window dovrebbe essere una sorpresa per tutti i fan dei Doors: si tratta infatti d’una cazone perduta di Jim Morrison, una sorta di filastrocca, attorno alla quale Perry ha ricostruito un’atmosfera vagamente hip-hop. Non un capolavoro ma certamente una conclusione inedita per un disco assai interessante che ho avuto modo di apprezzare sempre di più ascolto dopo ascolto.

C’è da dire che questo “Ultra Payloaded” è passato quasi inosservato da parte del grande pubblico: negli Stati Uniti ha raggiunto un miserissimo novantunesimo posto in classifica e la grande distribuzione non l’ha manco cagato. Ciò non toglie che si tratta dell’album più godibile mai realizzato da Perry Farrell (il mio preferito dopo il classicone dei Jane’s Addiction, il grandioso “Nothing’s Shocking”), un album che piacerà sicuramente a tutti gli ammiratori di questo originale ed eccentrico artista.

– Mat

Alice In Chains

alice-in-chains-immagine-pubblicaUn altro dei miei post-omaggio datato 2006… forse oggi la ascolto un po’ meno, questa band, ma la sostanza delle cose che scrissi non cambia…

Alice In Chains
… conosco questo nome fin dai primi anni Novanta, quando, da poco interessato al rock, leggevo sulle riviste di questa band assieme ad altre che in quegli anni calcavano le scene & dominavano le classifiche angloamericane: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Jane’s AddictionThe Stone Roses, Smashing Pumpkins, Red Hot Chili Peppers e altre ancora. Ne sentivo parlare sempre bene, di questi Alice In Chains, e per anni ho mantenuto l’intenzione di ascoltarmi la loro musica come si deve. Ma poi passa oggi e passa domani e così arriva il nuovo decennio, dove la band di Seattle non è più in attività. Acquisto allora la raccolta “Greatest Hits” (2001) che, seppur contenente solo dieci canzoni, mi fa innamorare di quelle sonorità: cupo hard rock, atmosfere tese e taglienti, un senso di rabbia e di desolazione che sembra trasudare da ogni brano. Le canzoni che mi colpiscono all’istante sono Man In The Box (formidabile!), Angry Chair (quasi gotica), Would? (bella potente), I Stay Away (magnifica) e Grind (sporca e tosta).

Il mio entusiasmo è così grande che qualche anno dopo vado anche a comprarmi “Unplugged” (1996), l’esibizione del ’96 che gli Alice In Chains realizzarono per la nota trasmissione di MTV. Bel disco pure questo, non c’è che dire. Nel frattempo, purtroppo, nell’aprile 2002 muore Layne Staley, il tormentato cantante della band (foto sopra), tossicodipendente cronico da anni. Una fine ingloriosa, della quale preferisco non parlare… mi dispiacque molto, davvero.

Più tardi un mio amico mi prestò un mini album degli Alice In Chains, “Jar Of Flies” (1994), un EP contenente sette canzoni, perlopiù acustiche. Gran bel disco anch’esso che m’ispira un’idea diabolica: comprare tutti gli album degli Alice In Chains, che non sono poi molti… “Facelift” (1990), un altro mini chiamato “SAP” (1991), “Dirt” (1992) e l’omonimo “Alice In Chains” (1995). Ci sarebbe anche “Above”, un disco che lo sfortunato Staley ha realizzato come Mad Season in compagnia di altri musicisti della scena rock di Seattle, tra cui Mike McCready dei Pearl Jam.

Poi però scopro l’oggetto delle meraviglie: il cofanetto antologico degli Alice In Chains, “Music Bank” (1999), composto da tre CD e un DVD che ripercorre la carriera audiovisiva dei nostri. Prenderò questo, appena ne avrò la possibilità monetaria, si capisce…

Ora una breve biografia sugli Alice In Chains: la band si forma a Seattle sul finire degli anni Ottanta dall’incontro tra Layne Staley e Jerry Cantrell (chitarrista e principale autore delle canzoni), ai quali si aggiungono di lì a poco il bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney. Il debutto discografico degli Alice In Chains avviene nel 1990 con l’EP “We Die Young” ma nel corso del ’92 la band vede l’abbandono di Kinney, il quale verrà così rimpiazzato da Mike Inez. Gli Alice In Chains riscuoteranno un enorme successo nel corso degli anni Novanta, sia da parte del pubblico (soprattutto quello statunitense) che della critica, tuttavia la loro attività concertistica sarà sempre piuttosto limitata a causa delle precarie condizioni di salute di Layne Staley.

Dopo il fattaccio dell’aprile 2002, ovviamente la band si scioglie (anche se, in pratica, s’era già sciolta molto tempo prima) con Jerry che va avanti come solista. Qualche anno dopo, gli Alice In Chains, nella formazione Cantrell-Starr-Inez, effettueranno una performance per raccogliere fondi a favore delle vittime dell’uragano Katrina e successivamente, nel corso del 2006, daranno vita ad un breve tour con un nuovo cantante, William Duvall… sono stati anche a Milano, nell’estate 2006, in occasione del noto festival Gods Of Metal. Ora, per gli Alice In Chains, si prospetta un ritorno in grande stile per il 2009, con tanto di nuovo album, il primo da quello eponimo del 1995.

(ultimo aggiornamento il 19 settembre 2008)

Depeche Mode, “Songs Of Faith And Devotion”, 1993

depeche-mode-songs-of-faith-and-devotion“Songs Of Faith And Devotion” contende a “Violator” il titolo di miglior album dei Depeche Mode. Personalmente preferisco “Violator” ma questo “Songs” è un lavoro straordinario che segna il punto più alto dell’evoluzione stilistica raggiunto dalla celebre band inglese.

Nonostante tutte le canzoni portano la firma di Martin Gore, il sound complessivo di questo disco riflette il desiderio di Dave Gahan d’inserirsi nel filone dell’alternative rock, un genere che all’epoca stava segnando il culmine del suo successo critico/commerciale, sulla scia di band quali Nirvana, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction. Celebre la dichiarazione di Dave, in quel periodo, secondo la quale non avrebbe più interpretato brani danzerecci.

1) “Songs Of Faith And Devotion” inizia con quello che è il brano più potente dell’intero repertorio dei Depeche Mode, I Feel You: per quanto l’elettronica sia ben in vista, l’elemento dominante della struttura melodica di questa canzone è la chitarra ritmica, impegnata in un trascinante rock-blues. Con I Feel You i Depeche Mode fanno capire fin da subito che tipo di sonorità sono riusciti ad assimilare pur mantenendo intatto il loro personalissimo stile. Inoltre, nonostante la durezza della musica, I Feel You vanta uno dei testi più romantici mai proposti da Martin.

2) Walking In My Shoes è una delle canzoni dei Depeche Mode che più amo in assoluto: questo non è pop, non è rock, è un sound che solo un gruppo come questo è in grado di generare, in perfetto equilibrio fra sensibilità per le belle melodie & atmosfere tanto oscure quanto epiche. Anche in questo caso, inoltre, siamo in presenza d’un bel testo, caratteristica comune a tutte le altre canzoni del disco, a dire il vero.

3) Segue l’emozionante gospel di Condemnation, dove Dave Gahan ci regala la sua miglior prova vocale fino a questo punto della sua luminosa carriera: si stenta un po’ a credere che questa sia la band di Just Can’t Get Enough ma con Condemnation (edita come terzo singolo, dopo le due canzoni precedenti), i Depeche Mode portano il pop su una vetta altissima.

4-5) Con Mercy In You siamo alle prese con un secondo ibrido rock, dove – così come per I Feel You – è la chitarra di Martin lo strumento portante; da urlo la prova vocale di Dave, che si sdoppia nei ritornelli. Segue Judas, cantato dal solo Gore, che riflette invece atmosfere più intimiste e composte, in un brano alquanto disteso e meditabondo.

6) Con In Your Room torniamo al cospetto d’un autentico brano dark, imponente per strumentazione impiegata, parte vocale e testo: sono quasi sette minuti nei quali i Depeche Mode ci accompagnano in una dimensione che soltanto loro sono in grado d’evocare. La versione di In Your Room pubblicata come singolo è però notevolmente diversa, presentando un efficace arrangiamento rock.

7-8) Get Right With Me è un altro magnifico gospel, seppur con un sound più metropolitano – con tanto di scratch del giradischi – rispetto a Condemnation: il testo è molto positivo e la voce di Dave è ancora una volta superlativa. Il veloce Rush è invece un altro brano ascrivibile ai canoni dell’alternative-rock, impreziosito – manco a dirlo – da una grandissima prestazione vocale di Gahan. In particolare, mi piace molto la parte in cui canta ‘I’m not proud of what I do / when I come up / when I rush / I rush for you’.

9) In One Caress ritroviamo Gore alla voce solista, per quella che è una sinfonica & crepuscolare melodia: sembra un brano di musica lirica, con Martin che – forse per non sfigurare nei confronti di Dave – ci regala una prova vocale da brividi, soprattutto nel finale, quando viene accompagnato da un emozionante crescendo orchestrale.

10) Higher Love è a mio avviso una delle migliori chiusure d’un album dei Depeche Mode: un brano intenso, oscuro, eppure carico di speranza, un originale inno all’amore che solo una band come questa avrebbe potuto concepire. Mi vengono i brividi quando Dave e Martin, all’unisono, cantano ‘heaven bounds on the wings of love, there’s so much that you can rise above’. Il finale, poi, con quelle voci distorte che s’incrociano, mi regala sempre grandi emozioni.

“Songs Of Faith And Devotion” è un disco imperdibile per gli appassionati dei Depeche Mode ma anche per chi apprezza l’affascinante scena dell’alternative-rock. All’epoca, l’album conquistò simultaneamente le vette della classifica britannica e statunitense, sugellando così l’apice commerciale dei Depeche Mode. Ignoro il reale contributo di Andy Fletcher a questo disco, ma la parte di Alan Wilder – il più efficace forgiatore musicale delle felici intuizioni autoriali di Martin Gore – è semplicemente da applausi. Purtroppo, “Songs Of Faith And Devotion” sarà per Alan l’ultimo album da studio come componente dei Depeche Mode.

Un album – infine – che è stato pubblicato anche in una potente versione dal vivo, al termine del 1993: se questo live è complessivamente inferiore alla versione da studio che abbiamo appena analizzato, la forza delle canzoni resta comunque intatta e in alcuni casi risplende con maggior vigore.

Guns N’ Roses, “Oh My God”, 1999

guns-n-rose-oh-my-god-singolo-colonna-sonoraOh My God è la prima canzone ufficialmente pubblicata dai Guns N’ Roses dell’era post-Slash. Originariamente pensata per l’album “Chinese Democracy”, Oh My God è invece finita sulla colonna sonora del film “End Of Days” (1999), un discreto action-horror con un irriducibile Arnold Schwartzenegger come attore protagonista.

Fondendo elementi hard rock con sonorità industrial e jungle, Oh My God è un brano nervoso e tirato che si discosta notevolmente dal sound abituale dei Guns.

Riconoscibilissima, comunque, la voce dell’unico componente storico della band, il cantante Axl Rose, mentre fra i chitarristi figura Dave Navarro, ex membro dei Jane’s Addiction e dei Red Hot Chili Peppers.

Forse ai fan storici dei Guns N’ Roses questa Oh My God non sarà piaciuta… ma a me sì. Dimostra come Axl Rose sia un artista che non ha il timore di sperimentare sonorità nuove, pur mantenendo integro lo stile delle sue creazioni.

– Mat

I sostituti (a breve termine)

the-beatles-jimmy-nicolAnche il panorama pop-rock ha i suoi contrattisti a progetto… questo post cerca di dimostrarlo!

Qualche tempo fa ho letto su Rockol che Joey Jordison, batterista degli Slipknot, farà parte nei Korn per cinque mesi, sostituendo il dimissionario Terry Bozzio, mentre la band valuterà un sostituto permanente. La notizia mi ha dato lo spunto per un post dedicato ai sostituti a breve termine, vale a dire quei componenti che hanno fatto parte d’una band per un breve periodo, giusto il tempo di completare un album in studio o di affrontare alcune parti d’un tour. Insomma, dei veri co.co.pro in ambito musicale! Vediamo qualche caso, cercando di procedere in ordine cronologico.

Partiamo dai Beatles, i quali, nel giugno del 1964 e alla vigilia d’un tour internazionale, sono costretti a rimpiazzare un influenzato Ringo Starr. Per non cancellare all’ultimo momento tutti gli impegni previsti, i Beatles decisero quindi di ricorrere ad un sostituto, il batterista Jimmy Nicol (nella foto sopra, coi Beatles ‘originali’), sconosciuto ai più nell’ambiente musicale e tornato a vestire i panni dello sconosciuto dopo questa prestigiosa parentesi di undici giorni. Anche i Bee Gees, fra il 1969 e il ’70, dovettero avvalersi d’un sostituto, anzi una sostituta, del tutto particolare: in quel periodo Robin Gibb aveva lasciato momentaneamente il gruppo e per riproporre dal vivo le tipiche armonie vocali a tre dei fratelli, Barry e Maurice pensarono bene di ricorrere alla propria sorella, Lesley Gibb. Una volta che Robin tornò all’ovile, di Lesley si perse però ogni traccia (artisticamente parlando, ovvio).

Pure i Genesis hanno dovuto far ricorso ad un sostituto, all’indomani della sofferta decisione del chitarrista Anthony Phillips – uno dei fondatori del gruppo – di andarsene, nel corso del 1970. Prima che Peter Gabriel e compagni trovassero in Steve Hackett un componente stabile (per poi rimanervi fino al 1977), venne quindi reclutato Mick Barnard, in modo che la band inglese potesse concludere la serie di concerti prevista in quel periodo. Anche per Mick… non so che cosa abbia combinato negli anni futuri.

Facciamo un salto temporale di oltre dieci anni e arriviamo al 1985, quando, nel corso della lavorazione al fortunato album “Love”, il batterista dei Cult, Nigel Preston, si rivelò troppo fuori di testa per poter continuare le sedute; la band si affidò così al bravissimo Mark Brzezicki dei Big Country per terminare l’album. Anche gli irlandesi Pogues beneficiarono d’un illustre sostituto, Joe Strummer dei Clash: al principio degli anni Novanta, Strummer sostituì in alcuni concerti il dimissionario (e fuori di testa) Shane McGowan, finché Spider Stacy, flautista degli stessi Pogues, decise d’assumere permanentemente anche il ruolo di cantante.

Restiamo sempre in ambito concertistico ma passiamo ai Depeche Mode: durante il massacrante “Devotional Tour” del bienno 1993-94, la band era giunta ad un punto di rottura; un depresso Andy Fletcher capì tutto e mollò il tour nelle sue battute finali. Impossibilitati nel cancellare le date ma forse anche per togliersi di dosso il lavoro, i Depeche Mode ingaggiarono uno dei loro collaboratori, il tastierista Daryl Bamonte, che suonò con Martin Gore e compagni fra il maggio e il luglio ’94, in tutte le tappe previste nel continente americano.

Ritroviamo un altro illustre sostituto nel caso dei Jane’s Addiction: la band californiana effettuò una serie di concerti nel 1997 per suggellare il ritorno sulle scene dopo lo scioglimento del 1991, anche se il bassista Eric Avery non fu della partita. E così i Jane’s Addiction ingaggiarono l’amico Flea, il funambolico bassista dei Red Hot Chili Peppers.

In anni più recenti anche il produttore Bob Rock ha vestito i panni del sostituto: è stato il bassista dei Metallica in studio di registrazione durante le fasi preparatorie dell’album “St. Anger” (2003), dopo che Jason Newsted diede forfait ma prima che quest’ultimo venisse rimpiazzato in pianta stabile da Rob Trujillo dei Suicidal Tendencies.

Ecco, questi sono solo alcuni esempi di sostituzioni temporanee, i primi che mi sono venuti in mente (sono sicuro che anche Eric Clapton è stato un sostituto di lusso in qualche occasione ma al momento non ricordo nulla in proposito). Se ne conoscete degli altri siete calorosamente invitati ad intervenire!