David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri, Mick Karn, “Rain Tree Crow”, 1991

rain-tree-crow-david-sylvian-steve-jansen-richard-barbieri-mick-karnIl periodo storico: a cavallo tra il 1989 e il 1990. I paesi dove sono avvenute le registrazioni: l’Inghilterra, l’Irlanda, la Francia, e anche la nostra Italia. I musicisti coinvolti: David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri, Mick Karn. L’obiettivo: la reunion dei Japan dopo il clamoroso scioglimento seguìto agli album “Tin Drum” e “Oil On Canvas” dei primi anni Ottanta. Il metodo: una serie di sedute dove la musica improvvisata la fa da padrona. Il risultato finale: un disco notevole pubblicato dalla Virgin dopo molti contrattempi, una reunion mancata, il mix finale di David Sylvian che scontenta gli altri, una crepa nei rapporti interpersonali che durerà anni.

Insomma, il disco che doveva segnare un nuovo inizio per i Japan viene invece ricordato per essere il loro testamento artistico, e per giunta sulla lapide non c’è scritto nemmeno Japan, bensì Rain Tree Crow. E’ con questo enigmatico nome, infatti, che Sylvian, Jansen, Barbieri e Karn rinnovarono il contratto con la Virgin, proponendo così una nuova edizione dei Japan che potesse rinascere negli anni Novanta, e chissà, magari anche oltre. E invece no, niente da fare. Potevano anche vantare un nuovo nome, eppure i nostri quattro protagonisti ricorsero alle vecchie, deleterie dinamiche di gruppo. I soldini, inoltre, finirono prima del previsto, e la Virgin acconsentì a finanziare ulteriormente il progetto a patto che la band tornasse a farsi chiamare Japan. Tutti d’accordo. Tutti tranne uno, David Sylvian. Il quale sborsò di tasca propria i soldi necessari alla conclusione dei lavori ma che, inevitabilmente, finì con l’impossessarsi del progetto, e col dare la veste definitiva all’album, che quindi fu chiamato “Rain Tree Crow”, come il nome stesso della “nuova” band.

Questa la storia dei musicisti coinvolti, altra è comunque la resa finale del cosiddetto prodotto finito. Un prodotto che a me è sempre piaciuto, con buona pace delle intenzioni originarie di chi l’ha concepito. “Rain Tree Crow” è un album alternativo, un ibrido pop-rock che spesso & volentieri sfocia nello sperimentalismo e nella cosiddetta musica ambient, dove i brani cantanti si alternano ad altri completamente strumentali. Eppure è un disco molto dinamico, anche nei momenti più quieti, grazie alla grande varietà di strumenti musicali e alle tecniche da sala d’incisione impiegati che lo rendono ricco di sfumature, le quali possono continuare a cogliersi ascolto dopo ascolto, anche col passare degli anni. Di “Rain Tree Crow” ne comprai una copia usata sul finire degli anni Novanta, quando stavo iniziando a interessarmi definitivamente all’arte di un musicista, David Sylvian, che ho sempre apprezzato: da lui sono passato ai Japan e quindi, inevitabilmente, a questa inconsueta e sfortunata (?) reunion a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Mi è piaciuto così tanto, questo “Rain Tree Crow”, che non soltanto continuo ad ascoltarlo con immutato interesse anche oggi, ma che addirittura sono andato a comprarmene una seconda copia, un’edizione giapponese della prima ora, con tanto di libretto dei testi e confezione a mo’ di cofanetto. Ci ho speso un po’ ma ne è valsa la pena. Brani come Every Colour You Are, come Red Earth (con la chitarra di Phil Palmer a fare la differenza, come sempre), come Pocket Full Of Change, come Blackwater (il brano più convenzionalmente pop in scaletta, opportunamente edito anche su singolo, in quel lontano 1991), come Cries And Whispers sono da molti anni tra i miei favoriti nell’intero catalogo sylvianiano, tutti felicemente amalgamati in un disco che trovo piacevole all’ascolto anche mentre sono alla guida.

– Mat

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Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Dalis Car, “The Waking Hour”, 1984

dalis-car-the-waking-hour-mick-karn-peter-murphySpesso trovo molto interessanti quegli esperimenti discografici nati dalla combinazione inedita fra due o più membri di gruppi diversi. In passato ho già scritto di “Blue Sunshine” dei Glove, oggi è invece la volta di “The Waking Hour” dei Dalis Car, una sigla che cela un curioso duo, proveniente per metà dai Bauhaus e per metà dai Japan.
Abbiamo infatti Peter Murphy alla voce e Mick Karn alla strumentazione, due grandi talenti artistici accomunati all’epoca dal senso di smarrimento per la fine delle due band inglesi che – molto probabilmente – alimenteranno di più la loro fama, i Bauhaus, scioltisi nel 1983, e i Japan, scioltisi l’anno prima.

Parlando musicalmente in senso stretto, “The Waking Hour” suona come un album solista di Mick Karn, il seguito ideale del suo “Titles” (1982), seppur i testi sono stati scritti e quindi cantati dall’inconfondibile voce dei Bauhaus. In seguito, non a caso, Peter Murphy rinnegherà il disco, nato da una collaborazione non proprio felice perché, a detta sua, forzava alla coesistenza due persone molto diverse fra loro. In effetti non so cos’abbia realmente spinto Peter e Mick ad unire le proprie forze, tuttavia il risultato finale non mi dispiace affatto, anzi resta tuttora un gradevolissimo punto di connessione fra due gruppi – i Bauhaus e i Japan per l’appunto – che non smetterò mai d’amare.

“The Waking Hour” abbìna l’indiscutibile talento visionario di Karn (oltre che strumentale, soprattutto per quanto riguarda l’uso del basso fretless, per il quale è un mago), il suo tocco etnico e quasi tribale, alla dimensione dark e teatrale di Murphy, e nel far ciò quest’album mi suona come un notevole esperimento in musica che ascolto sempre volentieri. Prodotto dagli stessi Dalis Car col tecnico del suono Steve Churchyard, “The Waking Hour” è costituito da sette brani, tutti musicati ed arrangiati dal solo Mick Karn. C’è comunque un terzo musicista che ha partecipato alle sedute, tale Paul Vincent Lawford, che ha costruito i ritmi, secondo le note interne dell’album.
Il contenuto musicale del disco, come prevedibile, è la visione della musica dei Japan interpretata da Mick Karn (più tribale e tetra, rispetto al sentimentalismo introspettivo di David Sylvian) unìta allo spiccato senso teatrale di Peter Murphy, alla sua fascinazione per l’espressionismo tedesco al tempo della repubblica di Weimar. Abbiamo quindi l’iniziale Dalis Car, il brano che ha dato il nome all’insolito duo (a sua volta tratto da un’opera del celebre Salvador Dalì), l’ipnotica His Box, la gotica e misteriosa Cornwall Stone (è la canzone che qui più s’avvicina allo stile di Peter), la pulsante Artemis (unico brano strumentale del disco, cosa che lascia supporre che Murphy non vi abbia partecipato), la propulsiva Create And Melt e l’epica Moonlife, basata su uno dei tanti Traditional presenti nel canzoniere storico dell’Inghilterra. Chiude quest’album così atipico ma avvincente che è “The Waking Hour”, l’unico singolo che ne è stato estratto, la sinuosa The Judgement Is The Mirror.

Dopo questo tentativo di procedere come duo sotto il nome di Dalis Car, Mick Karn e Peter Murphy troveranno modo di procedere brillantemente con le loro rispettive carriere soliste per tutto il corso degli anni Ottanta, e anche oltre.

– Mat

P.S.
Piccola nota autobiografica: la prima bozza di questo post risale allo scorso 20 marzo, poi varie vicissitudini – compreso l’orrendo terremoto che ha sconquassato il mio Abruzzo – mi hanno fatto perdere le idee. Il titolo di questo disco, l’ora del risveglio, mi sembra decisamente appropriato.

Nine Horses, “Snow Borne Sorrow”, 2005

david-sylvian-nine-horses-immagine-pubblica-blogSono sempre stato un grande ammiratore di David Sylvian e così, dopo essermi deliziato con una sua rinnovata collaborazione con Ryuichi Sakamoto chiamata “World Citizen” (un ‘ep’ pubblicato nel 2004), corsi tutto entusiasta a comprare il successivo progetto sylvianiano, un’altra rinnovata collaborazione. Stavolta col batterista Steve Jansen, già nei Japan e in seguito in diversi altri album legati al fratello David; dato che a registrazioni già avviate si unì al progetto un terzo componente, il tastierista tedesco Burnt Friedman, si decise di dare un nome a quest’inedito trio: Nine Horses, dal titolo d’una raccolta di poesie il cui autore ignoro ma che piace a David. E così con “Snow Borne Sorrow” – questo il titolo dell’opera prima dei Nine Horses – il buon Sylvian non solo realizzò uno dei suoi lavori più dinamici dai tempi di “The First Day” (l’ennesima collaborazione, in quel caso con Robert Fripp e datata 1993) ma di fatto produsse uno dei dischi migliori della sua straordinaria carriera.

Dopo aver letto solo recensioni entusiastiche, come ho detto mi fiondai a comprare “Snow Borne Sorrow”; ricordo benissimo anche il periodo – la vigilia del Natale 2005 – e il fatto che il commesso del negozio mi assicurò che si trattava addirittura del disco migliore di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive” (1987). Tuttavia, al primo ascolto, non è che mi fece chissà quale impressione… certo, le canzoni si facevano via via più belle mentre l’album procedeva, ma che diamine, chissà cosa mi aspettavo! E invece, tempo qualche altro ascolto, in uno stato mentale certamente più disposto dopo gl’inevitabili bagordi natalizi, ecco che mi si apre un mondo: questo “Snow Borne Sorrow”, per cui David Sylvian s’è anche tolto lo sfizio di pubblicarlo sotto pseudonimo, è davvero un disco bellissimo, il migliore dopo la sublime sequenza solista di “Brilliant Trees” (1984), “Gone To Earth” (1986) e “Secrets Of The Beehive”. Un album che sintetizza magnificamente l’incrocio fra sonorità jazzistiche, d’avanguardia e sperimentali – il tutto con una spruzzata di world music – tentato dal nostro fin da quando ha messo fine ai Japan. Stavolta però la tipica miscela sylvianiana è stata proposta sotto le vesti di sofisticato pop d’autore, a tutto vantaggio della musica e per la gioia dell’ascoltatore.

In “Snow Borne Sorrow” non c’è una sola canzone brutta o trascurabile, anche grazie ad una produzione impeccabile: dal tetro ma solenne incedere del brano iniziale, Wonderful World, edito come singolo apripista, al caldo sentimentalismo della conclusiva The Librarian, passando per l’elegante pop-rock di Darkest Birds, il pacato pulsare notturno di The Banality Of Evil (inserito anche nella colonna sonora del film con Jim Carrey “The Number 23”), la sofisticata e corale Atom And Cell, la riflessiva A History Of Holes (il brano che più amo, nonché uno dei miei preferiti nel canzoniere di David), l’elettronico cullare di Snow Borne Sorrow, la meravigliosa ballata di The Day The Earth Stole Heaven e il piacevole dinamismo elettronico di Serotonin.

Come sempre nei migliori lavori di David Sylvian, anche qui il buon Sakamoto ci ha messo lo zampino, suonando il piano in due brani, ma anche i molti altri collaboratori hanno fatto la loro parte, soprattutto i musicisti impegnati ai fiati. Per quanto riguarda le tematiche, diversi testi riflettono la separazione di David dalla moglie Ingrid Chavez, ma in modo meno ossessivo rispetto a “Blemish” (2003), tuttora l’ultimo album pubblicato da Sylvian a suo nome. In questo 2009 dovremmo poterne apprezzare il seguito, che spero vivamente somigli a questo superlativo “Snow Borne Sorrow”.

– Mat

Japan, “Gentlemen Take Polaroids”, 1980

japan-gentlemen-take-polaroids-immagine-pubblicaEcco uno di quegli album dei quali volevo parlare fin da quando ho iniziato a scrivere sul blog… però poi, si sa, passa oggi & passa domani… ma comunque eccolo qui senza più indugi, “Gentlemen Take Polaroids”, il disco capolavoro pubblicato dai Japan nell’ormai lontano 1980.

“Gentleman Take Polaroids” segna al contempo un punto d’arrivo e un punto di partenza nella vicenda artistica & umana dei nostri: è il primo album distribuito dalla Virgin (mentre i primi tre – “Adolescent Sex”, “Obscure Alternatives” e “Quiet Life” – erano usciti per la Hansa) ma è anche l’ultimo che vede la formazione dei Japan in quintetto.

Vale a dire il leader David Sylvian, il fratello batterista Steve Jansen, quel mago di bassista di Mick Karn, il tastierista d’origini italiche Richard Barbieri e il chitarrista Rob Dean, che lascerà quindi i Japan di lì a poco.

Proseguendo sulla strada stilistica già magnificamente tracciata dal precedente “Quiet Life”, in quest’album Sylvian e compagni giungono alla completa maturazione artistica, proponendoci otto lunghi brani perfettamente bilanciati fra sonorità funky, techno-pop, sperimentali, ambient e di raffinato pop d’autore, grazie a perle quali Swing, Methods Of Dance (forse la canzone dei Japan che più mi regala emozioni), Gentlemen Take Polaroids, Taking Islands In Africa (prima delle tante & notevoli collaborazioni fra David Sylvian e Ryuichi Sakamoto), Burning Bridges e Nightporter. Più trascurabili ma assolutamente indispensabili nell’economia dell’album sono la pulsante My New Career e l’esotica cover di Ain’t That Peculiar di Marvin Gaye.

Evidenti influenze in “Gentlemen Take Polaroids” sono le musiche prodotte da David Bowie durante il suo periodo berlinese e il morbido & sensuale soul-pop dei Roxy Music: tuttavia le composizioni scritte da David Sylvian, e affidate a quell’ottima band che all’epoca erano i Japan, brillano di luce propria grazie ad uno stile che già a quel punto della loro carriera era diventato un marchio di fabbrica. Inconfondibile, del resto, la bellissima voce di David, alla quale fa da grandioso contrappunto l’eccezionale lavoro al basso di Mick.

Nel 2003 la Virgin ha ristampato gli album dei Japan e di David Sylvian compresi fra il periodo 1980-1991 in eleganti confezioni cartonate ed impreziosite da alcuni brani aggiunti. Per quanto riguarda “Gentlemen Take Polaroids”, oltre a una diversa posa dell’immagine glam di David in copertina, figurano in aggiunta due suggestivi brani ambient del periodo, gli strumentali The Experience Of Swimming e The Width Of A Room, oltre che un ottimo remix della sakamotiana Taking Islands In Africa.

Un’ultima curiosità: sul retro copertina delle primissime stampe dell’album, nel 1980, al posto di Burning Bridges figurava la struggente ballata Some Kind Of Fool, poi scartata all’ultimo momento per mix insoddisfacente (ed infatti era presente la non accreditata Burning Bridges). Il brano originale resta tuttora inedito, anche se David Sylvian lo ha proposto nella sua eccellente raccolta “Everything And Nothing” (2000) dopo averne ricantato tutta la parte vocale.

– Mat

David Sylvian, “Secrets Of The Beehive”, 1987

david-sylvian-secrets-of-the-beehive-immagine-pubblica‘Settembre è di nuovo qui’ canta serenamente David Sylvian nel brano che apre quello che molto probabilmente è il suo album da studio più bello ed emozionante, “Secrets Of The Beehive”, pubblicato dalla Virgin nel 1987.

Un album che oggi, primo settembre, sono andato a riascoltarmi subito con grande piacere: questo è uno dei miei dischi preferiti e settembre è uno dei miei mesi preferiti. Una combinazione pressoché perfetta, anche se il disco non è di facile recensione. Posso solo dire d’averci provato, ecco.

Il brano che abbiamo appena citato è, appunto, September, poco più d’un minuto per piano e voce, quella calda e bellissima di David. L’orchestrazione discreta è invece opera di quel mago degli arrangiamenti e delle ambientazioni sonore che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto. Anzi, il riuscito connubio Sylvian-Sakamoto si ripete per tutte le altre tracce di “Secrets”.

Dopo la poesia minimale di September, troviamo The Boy With The Gun, un grande brano melodico che mette in risalto il nuovo approccio voluto da Sylvian per la sua musica dell’epoca: un sound più acustico, più suonato e pulito ma al tempo stesso più lieve, quasi minimale.

La successiva Maria è un pezzo decisamente dark, quasi gotico: la voce profonda di Sylvian – in alcuni casi raddoppiata – e la tetra atmosfera sonora resa da Sakamoto creano uno dei brani più suggestivi dell’intera discografia di David. Segue la splendida ed elegante Orpheus, semplicemente una delle canzoni più belle di Sylvian e, di fatto, uno dei vertici espressivi di quest’album. E’ un brano di gran classe, all’epoca edito anche su singolo, che forse giustifica da solo l’acquisto di “Secrets Of The Beehive”.

Poi è la volta d’un altro brano d’atmosfera, The Devil’s Own, una lenta filastrocca scandita dal piano. Anche qui siamo in presenza di una delle canzoni più suggestive del nostro, una canzone dalla quale è difficile non farsi ammaliare. La successiva When Poets Dreamed Of Angels è un pezzo d’immensa classe che unisce gli umori intimisti, comuni a tutto il disco, col flamenco, la cui chitarra è qui affidata al bravissimo Phil Palmer (è quello che suona quegli strabilianti assoli nella Con il nastro rosa di Lucio Battisti, per capirci).

Se con Mother And Child siamo ancora in presenza d’una filastrocca – principalmente acustica – con la successiva Let The Happiness In troviamo un lungo brano meditabondo, caldo e disteso, dall’effetto cullante con l’impiego in bella mostra delle percusioni di Steve Jansen (il fratello di David, già nei Japan e presente anche in altri brani di “Secrets”). La conclusiva Waterfront è una struggente & indimenticabile canzone per voce – David – e piano – Ryuichi – sostenuta dal sapiente e mai invadente uso dell’orchestra, sempre a cura di Ryuichi.

Fin qui, la splendida versione su elleppì di “Secrets Of The Beehive”, mentre in ciddì (negli anni Ottanta, per lanciare il nuovo supporto, vi s’inserivano brani aggiuntivi) è inclusa un’ulteriore perla: la rilettura di Forbidden Colours, brano che il duo Sylvian-Sakamoto aveva già realizzato nel 1983. Forbidden Colours è in assoluto una delle mie canzoni preferite e la versione originale non si tocca: tuttavia, questa del 1987, col suono minimale ricreato dal trio Sylvian-Sakamoto-Jansen è, come dicevo, un’autentica perla.

Se volete procurarvi il ciddì di “Secrets Of The Beehive” con Forbidden Colours state però attenti alla ristampa: in quella recente del 2003 non è inclusa; al suo posto figura l’ugualmente bella Promise (The Cult Of Eurydice), un B-side tratto da uno dei singoli. Mi chiedo perché la casa discografica non abbia incluso entrambe le canzoni, dato che ce n’era tutto lo spazio… mah, misteri insondabili del marketing discografico.

Ryuichi Sakamoto

ryuichi-sakamoto-immagine-pubblicaHo conosciuto quel geniale ed eclettico artista giapponese che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto grazie ai dishi di David Sylvian, dato che il cantante inglese s’è avvalso spesso e volentieri del talento creativo di Sakamoto. A dire il vero, fino ad una decina d’anni fa, ignoravo bellamente che Forbidden Colours, il pezzo più famoso di Sylvian e uno dei brani che amo di più, fosse in realtà una canzone di Sakamoto cantata da David.

Ryuichi Sakamoto, classe 1952, è probabilmente la più grande star musicale del Giappone e uno dei migliori compositori di colonne sonore. Numerose le sue collaborazioni con famosi artisti internazionali, fra i quali, oltre al già citato David Sylvian (e ai suoi progetti quali Japan e Nine Horses), troviamo Iggy Pop, i PiL, Caetano Veloso, Youssou N’Dour, Arto Lindsay e gli Aztec Camera.

Mago del pianoforte e delle tastiere, Ryuichi Sakamoto ha debuttato discograficamente nel 1978 con gli Yellow Magic Orchestra, un trio techno-pop giapponese del quale ha fatto parte fino allo scioglimento del gruppo stesso, nei primi anni Novanta. Nel frattempo, oltre ad aver realizzato diversi e celebrati album solisti (qui cito la trilogia composta da “Neo Geo” del 1987, “Beauty” del 1989 e “Heartbeat” del 1991), ha musicato numerose e fortunate colonne sonore, fra le quali “Furyo” (la sopracitata Forbidden Colours è parte di questa colonna sonora), “L’Ultimo Imperatore”, “Un Té nel Deserto” e “Femme Fatale”. Ha anche recitato da attore, sia in alcuni degli stessi film che ha musicato (in “Furyo” è accanto a David Bowie) e sia in parti minori, quali il video di Rain, una canzone di Madonna datata 1992.

Insomma, davvero un artista – un artista nel vero senso della parola – completo, questo Ryuichi Sakamoto, un personaggio in continuo fermento creativo che non ha mai rinunciato a sperimentare con i suoni e le immagini.

I supergruppi

Traveling Wilburys George Harrison Bob DylanIl termine non è forse molto simpatico ma per supergruppi s’intendono comunemente quelle band formate da almeno due componenti illustri provenienti da altre band. La storia del rock annovera diversi supergruppi ma la loro costituzione sembra aver preso piede soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Vediamone alcuni, cercando di procedere in ordine cronologico.

Il titolo di primo supergruppo sembra spettare ai Blind Faith, composti da membri dei Cream (Eric Clapton e Ginger Baker) e dei Traffic (Steve Windood), formatisi e disciolti nel 1969 con un solo album all’attivo. Poi fu la volta della Plastic Ono Band, un gruppo che John Lennon e Yoko Ono formarono insieme a Eric Clapton e a George Harrison, sebbene svolgesse un’attività occasionale tra il 1969 e il 1970. Di supergruppi nati negli anni Settanta non me ne sovviene nessuno, credo che comunque non ve ne siano stati molti, per cui passo agli anni Ottanta.

Nel 1982 nascono i Lords Of The New Church (componenti dei Dead Boys e dei Damned), nel 1983 nascono invece i Glove (membri dei Cure e dei Siouxsie And The Banshees), nel 1984 debuttano i Dalis Car (componenti dei Japan e dei Bauhaus) e i Chequered Past (membri dei Sex Pistols e dei Blondie), nel 1985 fanno la loro comparsa i Power Station (voce di Robert Palmer e musicisti dei Duran Duran e degli Chic), mentre nel 1986 è la volta dei GTR (membri dei Genesis e degli Yes) e ancora nel 1989 degli Electronic (componenti dei New Order, degli Smiths e dei Pet Shop Boys).

Nel 1988 hanno fatto la loro prima comparsa, con l’album “The Traveling Wilburys, Vol. 1”, i Traveling Wilburys (nella foto sopra), un super-supergruppo direi, giacché formato da George Harrison dei Beatles con Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne della Electric Light Orchestra.

Passando agli anni Novanta, nel ’95 debuttano i Mad Season (formati da componenti di Alice In Chains e Pearl Jam), mentre l’anno dopo è la volta dei Neurotic Outsiders (membri dei Sex Pistols, dei Cult, dei Guns N’ Roses e dei Duran Duran). Di altri non ricordo…

Mi sembra più produttivo il decennio in corso: già nel 2000 debuttano i Damage Manual (componenti dei PiL, dei Killing Joke e dei Ministry), nel 2002 esordiscono con alcune canzoni distribuite in rete i Carbon/Silicon (componenti dei Clash e dei Sigue Sigue Sputnik) e con una distribuzione in grande stile, invece, debuttano gli Audioslave (musicisti dei Rage Against The Machine e voce dei Soundgarden). Nel 2004 è la volta dei Velvet Revolver (musicisti dei Guns N’ Roses e cantante degli Stone Temple Pilots), mentre il 2006 ha segnato il debutto ufficiale dei The Good, The Bad And The Queen (componenti dei Clash, dei Blur e dei Verve).

Nella storia della musica moderna si sono visti numerosi esempi di supergruppi costituiti apposta per un singolo evento o brano: è il caso dei Band Aid, che nel 1984 hanno pubblicato il singolo Do They Know It’s Christmas?, e degli U.S.A. For Africa, che l’anno dopo hanno pubblicato il singolo We Are The World. Entrambi nati per scopi benefici, i primi (di origine angloirlandese) sono nati dall’iniziativa di Bob Geldof e Midge Ure (che hanno coinvolto, tra i tanti, Sting, Phil Collins, Paul Weller, Paul Young, Boy George, i Duran Duran, gli U2 e George Michael), i secondi (americani) sono nati invece dall’iniziativa di Michael Jackson e Lionel Richie (coinvolgendo un cast stellare formato, fra i tanti, da Ray Charles, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tina Turner, Paul Simon e Diana Ross).

Poi ci sono dei supergruppi a ritroso, nel senso che dal gruppo originario, magari anche di successo, siano usciti fuori dei componenti di altrettanto (se non maggior) successo: mi vengono in mente i Genesis (che hanno ‘generato’ Peter Gabriel, Phil Collins ma anche i Mike & The Mechanics) e i Faces (nei quali hanno militato Ron Wood, dal ’75 ad oggi con i Rolling Stones, e Rod Stewart). Ma se ci pensiamo bene anche i Beatles sono stati un supergruppo a ritroso… in quale altra band si trovano Paul McCartney e John Lennon sotto lo stesso tetto?!

Bauhaus

bauhaus-immagine-pubblicaUna delle band alle quali sono più affezionato e a cui più tengo – anche se non la ascolto propriamente dalla mattina alla sera – sono gli inglesi Bauhaus, originari di Northampton. Amo molto la loro unica commistione fra etica punk e rock teatrale, il loro essere dark senza però scadere nel manierismo del genere.

La storia di questo gruppo inizia nel 1978 quando due compagni di scuola, Peter Murphy (voce) e Daniel Ash (chitarra), uniscono le forze a quelle dei fratelli David J e Kevin Haskins (rispettivamente bassista e batterista), per formare i Bauhaus 1919, dal nome della storica scuola d’arte tedesca. Nel corso del ’79 il nome diventa definitivamente Bauhaus e il quartetto pubblica per una piccola etichetta, la Small Wonder, già il suo capolavoro, il singolo autoprodotto Bela Lugosi’s Dead. Questo disco (sulla facciata A c’è appunto Bela Lugosi’s Dead, sulla facciata B troviamo Boys e una versione embrionale di Dark Entries, peraltro non accreditata sulla confezione) è un’autentica pietra miliare del rock: dà praticamente il via al filone gothic rock, anche se i Bauhaus non gradiranno mai quest’etichetta, definendosi tuttalpiù una band di dark rock ‘n’ roll. Bela Lugosi’s Dead, dedicata al celebre attore Bela Lugosi (interprete hollywoodiano di fortunate pellicole dedicate al conte Dracula negli anni Venti e Trenta), è un originale intreccio tra rock, progressive, cabaret, noise e dark che dura oltre nove minuti… e se poi pensiamo che, rispettosi dell’etica punk, il singolo è stato autoprototto da questi ragazzi con un’età compresa tra i 19 e i 22 anni il tutto è ancora più strabiliante.

Un tale singolo non può passare certamente inosservato e così, nel 1980, i Bauhaus firmano per la celebre etichetta alternativa 4AD che, nel corso dell’anno, pubblica quindi il primo album della band, “In The Flat Field”: un disco selvaggio, irrequieto, originale, come l’approccio strumentale del trio Ash-Haskins-Haskins e la voce incredibile di Murphy, una delle più belle che io abbia mai ascoltato.

Nel 1981 è la volta di “Mask”, album che segna un ulteriore progresso nel sound dei Bauhaus: entrano elementi funky (Kick In The Eye e In Fear Of Fear) ma anche brani più lenti e atmosferici, come la tetra e bellissima Hollow Hills. A partire da quel 1981, inoltre, i dischi dei Bauhaus iniziarono ad essere pubblicati dalla casamadre della 4AD, ovvero la Beggars Banquet. Nell’82 esce così quello che secondo me è l’album più riuscito dei Bauhaus, “The Sky’s Gone Out”, contenente brani di incredibile forza e originalità espressiva come Silent Hedges, Swing The Heartache, Spirit e la fantastica All We Ever Wanted. Anche il singolo di quell’anno, non pubblicato su album, Lagartija Nick, è una delle esperienze sonore più convincenti & esaltanti della band, così come la potente cover di Ziggy Stardust di David Bowie (uno dei miti della band assieme a Elvis Presley, Iggy Pop e Syd Barrett), pubblicata anch’essa come singolo nel 1982.

Purtroppo il bel gioco dura poco e le crepe avanzano nel corso dell’83: Peter si ammala durante le sessioni del quarto album ma gli altri continuano senza di lui, cantando a turno le proprie canzoni, accreditate però come sempre alla firma collettiva Bauhaus. Quando Peter torna, presenta le sue canzoni, canta dov’è richiesto e ne esce fuori un album comunque bello, “Burning From The Inside”, con una copertina indimenticabile. I brani degni di nota sono la stupenda She’s In Parties (dark rock che si fonde con sonorità dub-reggae), Who Killer Mr. Moonlight (cantata da David J), la malinconica Kingdom’s Coming e la conclusiva Burning From The Inside, un crudo rock lungo nove minuti dove Peter urla ossessivamente ‘never more’ (mai più).

Nel 1983, dopo un’ultima serie di concerti e un prezioso regalo ai membri del fan club (il singolo inedito The Sanity Assassin / Spirit In The Sky), i Bauhaus giungono così all’inevitabile scioglimento. In un primo momento, Daniel Ash fonda i Tones On Tail (ai quali si unirà anche Kevin Haskins), poi, nel 1985, esce il primo album dei Love And Rockets, ovvero i due fratelli Haskins con lo stesso Ash, ovvero ancora i treqquarti dei Bauhaus. E Peter Murphy? Nel 1984 dà vita ai Dalis Car col grande bassista Mick Karn (libero giacché anche la sua band, i Japan capitanati da David Sylvian, s’è ormai sciolta): il duo pubblica l’interessante “The Waking Hour” ma poi ognuno per sé, con la carriera di Peter che va a gonfie vele anche oggi, dopo ventidue anni di attività solista.

La nostalgia dei Bauhaus è comunque dura a morire: nel 1985 esce uno straordinario doppio elleppì, “Bauhaus 1979-1983”, che include i singoli non pubblicati sugli album (come la magnifica Double Dare), gli estratti dagli album e l’inedita (tranne per i membri del fan club) & tosta The Sanity Assassin. L’anno seguente, “Bauhaus 1979-1983” viene stampato con brani aggiunti in due distinti ciddì, “Volume One” e “Volume Two”… da avere assolutamente per chi vuole ritenersi ammiratore dei Bauhaus!

Gli anni passano, le ferite rimarginano, le fratture si ricompongono e i Bauhaus risorgono nel 1998 con il Resurrection Tour, in giro trionfalmente in tutto il mondo. Nello stesso anno esce una formidabile raccolta, “Crackle”, che risveglia l’interesse per i Bauhaus: la Beggars Banquet, infatti, ristampa tutti gli album del gruppo, compreso il live del 1982 “Press The Eject And Give Me The Tape”, con tracce aggiunte di notevole interesse (praticamente tutti i lati A e B dei vari singoli). Nel ’99 esce invece “Gotham”, un doppio ciddì registrato a New York che testimonia ancora una volta la grandezza dal vivo dei Bauhaus: inutile dirvi che si tratta d’un disco bellissimo, impreziosito anche dal primo inedito in studio dei Bauhaus dal 1983, ovvero la cover di Severance dei Dead Can Dance.

Dopo altri progetti solistici (Peter Murphy lo seguo sempre, ho tutti i suoi dischi…), i Bauhaus tornano per una serie di concerti nel 2006, presentando anche alcuni nuovi brani. E’ il preludio ad una reunion più prolifica che porterà la band nuovamente in studio per un quinto – e a quanto pare conclusivo – album, “Go Away White”, pubblicato nel marzo 2008.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 20 marzo 2008)