Queen, “Made In Heaven”, 1995

queen-made-in-heavenOriginariamente pubblicato il 27 novembre 2008, il post che segue è uno scritto rielaborato alla luce di quanto detto nel post precedente – a proposito delle canzoni inedite dei Queen – e soprattutto di quanto fatto ufficialmente pubblicare dai Queen stessi nel 2011, quando cioè vennero remasterizzati e ridistribuiti tutti i loro album con tanto di materiale inedito.

Sontuoso tributo a Freddie Mercury da parte dei suoi compagni di band, “Made In Heaven” – pubblicato dall’ormai defunta EMI nel novembre 1995 – viene ricordato come l’ultimo album dei Queen dell’era Mercury. Seppure, come vedremo, “Made In Heaven” è a volte pacchiano e perfino irritante è, tutto sommato, un disco apprezzabile. All’epoca il gruppo si procurò un sacco di critiche perché tacciato di voler sfruttare commercialmente il nome di Freddie e poi perché, a ben vedere, i brani contenuti in “Made In Heaven” non erano affatto tutti inediti. Sono stati infatti registrati in un periodo che va dal 1980 al 1991, per cui non si trattava del tanto strombazzato “ultimo disco di Freddie Mercury”. Ciò non impedì comunque a “Made In Heaven” di ottenere uno straordinario successo di vendite in tutto il mondo (ricordo che in Italia rimase per mesi in vetta alla classifica) e di essere addirittura acclamato come uno dei dischi migliori dei Queen.

Parliamoci chiaro: “Made In Heaven” non è affatto uno dei dischi migliori per rappresentare la musica dei Queen, né certamente IL miglior disco pubblicato dalla band, come il solito disinformato facilone disse all’epoca. Bisogna comunque dar atto a Roger Taylor, Brian MayJohn Deacon (i tre Queen superstiti) e David Richards (il produttore) di aver saputo cucire insieme canzoni & pezzi di canzoni che, tutto sommato, per noi orfani di Freddie Mercury rappresentarono un regalo più che gradito in quel Natale ’95.

L’album inizia con It’s A Beautiful Day che – come si evince dai contenuti bonus del remaster 2011 dell’album “The Game” (1980) – era una breve improvvisazione per piano & voce ad opera del solo Mercury, lunga appena un minuto & mezzo. Qui il resto del gruppo ha arricchito sontuosamente la scarna strumentazione originale, producendo addirittura tre versioni dello stesso pezzo: una lenta e meditabonda, vicina all’idea originale (posta ad apertura di “Made In Heaven”), una più veloce e rockeggiante (posta in chiusura) e quindi una terza che rappresenta una sorta di (brutta) fusione tra le altre due, edita come B-side del singolo Heaven For Everyone, nell’ottobre ’95.

Pubblicata su “Mr. Bad Guy“, il primo album solista di Freddie, Made In Heaven era in realtà avanzata dalle sedute dei Queen per l’album “The Works” (1984). May e compagni, si è detto, hanno qui recuperato il pomposo arrangiamento rock che la canzone avrebbe avuto se fosse stata pubblicata negli anni Ottanta su un disco dei Queen, a discapito della ben più delicata ballata che possiamo apprezzare su “Mr. Bad Guy”. Ebbene, ad oggi non abbiamo ancora avuto il privilegio di ascoltare una Made In Heaven suonata dai Queen tra il 1983 e il 1984, per cui quella che si sente in questo album del 1995 è nei fatti soltanto un notevole remix in chiave rock del pezzo solista di Freddie apparso dieci anni prima.

Let Me Live, a quanto pare, nacque da un’idea che Freddie Mercury e Rod Stewart misero su nastro nel 1983. Non è chiaro, tuttavia, chi altri vi abbia partecipato: i Queen al gran completo o il solo Roger Taylor? C’era anche Jeff Beck, come ho letto non so più dove? Quel che è certo è che, nel 1995, il resto dei Queen ha mostrato un “manufatto” eccezionale, espandendo magnificamente l’idea originale, con tanto di parti solistiche cantate – in successione – da Freddie, Brian e Roger (e questa è un’autentica novità nel canzoniere dei Queen), mentre i ritornelli sono sempre ad opera di Mercury. Una Let Me Live così presentata è bella, tuttavia mi sono sempre detto che, senza la morte di Freddie, una canzone in tale forma non sarebbe mai apparsa in nessun album dei Queen. Incorpora anche elementi presi da Piece Of My Heart di Janis Joplin, e da una delle primissime registrazioni dei Queen, Goin’ Back. Non so, in definitiva, quanto Freddie avrebbe potuto gradire il tutto.

Assai più interessante resta Mother Love, a quanto pare l’ultimissima canzone cantata da Mercury ad essere stata immortalata su nastro, nel luglio ’91. Cantata fino ad un certo punto, perché gli ultimi versi sono ad opera di May. Ma che canto! Il tema di questo pezzo bluesy è la disillusione e il bisogno di protezione in vista della fine che si approssima inesorabilmente, con una passione da parte di Freddie davvero da antologia. In qualche modo, il finale del pezzo – un mix discutibile di canzoni che scorrono all’indietro e altri effetti (fra cui la nota esibizione a Wembley nell’86 ed i primi versi di Goin’ Back – ancora!) – rovina l’atmosfera ma probabilmente Mother Love resta tuttora la giustificazione principale per comprarsi “Made In Heaven”. Da segnalare, infine, il bell’assolo centrale di chitarra ad opera di Brian, perfettamente in sintonia con l’atmosfera mesta del brano.

My Life Has Been Saved, per quanto gradevole, è una di quelle canzoni che non vedo per quale motivo siano state incluse qui. Forse per dare qualche credito in più a John Deacon, l’autore iniziale di un pezzo che, come molti del periodo 1989-95, è però accreditato collettivamente come Queen. Originariamente pubblicata come lato B del singolo Scandal (ottobre ’89), questa orecchiabile ballata rock viene se non altro presentata in una forma più robusta e levigata rispetto alla versione precedente, che è anche possibile ascoltare come bonus nell’edizione 2011 Digital Remaster di “Made In Heaven”.

Da quel che ci è dato sapere tuttora, la successiva I Was Born To Love You ha seguìto lo stesso iter di Made In Heaven: entrambe pensate per i Queen ma infine pubblicate su “Mr. Bad Guy”, a entrambe sono state sovrapposte per questo progetto dei grintosi arrangiamenti rock eseguiti dal gruppo. Se il risultato su Made In Heaven è notevole, qui – secondo me – s’è realizzato un vero impiastro. Al di sotto della voce originale di Freddie versione solista 1985, infatti, si ascolta un raffazzonato rock da stadio che sembra includere pure elementi tratti dalla versione di A Kind Of Magic che si ascolta nel film “Highlander” e da Living On My Own, altro celebre pezzo solista tratto dal saccheggiatissimo “Mr. Bad Guy”. Sono passati oltre vent’anni dalla prima volta che ho ascoltato questa rivisitazione alla Queen di I Was Born To Love You e ancora non riesco a farmela piacere. Così come ancora non ascolto la presunta “versione originale” eseguita dai Queen in quei fatidici anni 1983-85. Esisterà?

Edita come singolo apripista di “Made In Heaven”, Heaven For Everyone è invece una delle migliori realizzazioni dei Queen. A questo punto ci si chiede perché questa ruggente ballata rock sia stata esclusa dall’album “A Kind Of Magic” (1986), anche se reimpiegata in seguito per un progetto solista di Roger Taylor (autore del brano) datato 1987, che vi ha fatto cantare lo stesso Freddie Mercury. Forse, anche in questo caso, non esiste una versione di Heaven For Everyone eseguita dai Queen in quanto tali negli anni Ottanta; è più probabile che esista un provino eseguito dal solo Roger, provino che poi ha fatto ascoltare agli altri al momento di scegliere quali pezzi utilizzare per “A Kind Of Magic” e quindi scartato. Ma un giorno non troppo lontano, sono fiducioso, sapremo la verità!

Altra gemma perduta di quella seconda metà degli Ottanta è la successiva Too Much Love Will Kill You, struggente ballata esclusa per un soffio dall’album “The Miracle” (1989): per anni mi sono chiesto perché i Queen hanno scelto brani decisamente più insipidi come The Invisible Man (che scopiazza il tema di Ghostbusters, a mio avviso) o Rain Must Fall a discapito di questa magnifica canzone, anche se oggi posso dire che con molta probabilità c’era un conflitto tra autori per quanto riguarda il copyright. Ad ogni modo, la passione con la quale Freddie affronta il testo è semplicemente da brividi, mentre molto emozionante risulta anche il bell’assolo di chitarra di Brian. Comunque sia, anche Too Much Love Will Kill You non restava completamente inedita a noi fan: reincisa dal solo May per il suo album solista “Back To The Light” (1992), la canzone è stata anche eseguita dal vivo dallo stesso chitarrista al Pavarotti International del ’93.

You Don’t Fool Me è invece un inedito tratto dalle sedute di “Innuendo” (1989-1990), o comunque inciso di lì a poco; lo si avverte benissimo dal cambiamento della voce di Freddie, purtroppo già minata dalla malattia. Partendo da quella che mi sembra un’idea di base minima e poco abbozzata (con uno schema ritmico che mi ha sempre un po’ ricordato Oh Pretty Woman di Roy Orbison), qui bisogna dar merito ai Queen superstiti d’aver dato vita ad un pezzo rock coi controcazzi. Un plauso particolare va a Brian May che, nella parte centrale della canzone, si sfoga in un lungo e superbo assolo, fra i migliori della sua intera carriera.

Così come Mother Love, anche A Winter’s Tale rappresenta una delle più alte vette toccate in “Made In Heaven”, così come entrambe – e mi piace sottolinearlo – sono idee nate dall’estro di Freddie Mercury. Commovente ballata, triste ma a suo modo consolatoria, A Winter’s Tale resta tuttora una delle canzoni più belle che io possa vantare nella mia collezione di dischi. A voler dar credito a Jim Hutton, l’uomo accanto al quale Freddie visse gli ultimi sette anni della sua vita, A Winter’s Tale risale al 1990 ed era stata pensata dal cantante come primo tassello d’un suo prossimo (e purtroppo mai realizzato) album solista, il cui titolo sarebbe stato “Time In May”.

Inutile eppure paradossalmente necessaria nell’economia di “Made In Heaven”, ecco la versione rock di It’s A Beautiful Day, un brano ben più veloce che incorpora anch’esso elementi di una vecchia registrazione dei Queen, Seven Seas Of Rhye, un singolo datato 1974. Perché?

L’originale edizione in vinile di “Made In Heaven”, quella datata 1995, terminava così, mentre agli acquirenti del ciddì veniva “offerta” a conclusione del disco una lunga traccia ambient della durata di oltre venti minuti. Non si sa granché di questa insolita composizione, né di chi vi ha preso effettivamente parte (c’è Freddie Mercury o no? e John Deacon sarà presente?) e né quando/come sia stata registrata. L’avrò ascoltata quattro o cinque volte in vent’anni; oggi come come oggi mi sembra di sentirci del materiale scartato e/o rielaborato dalle sedute d’incisione per la colonna sonora di “Flash Gordon” (1980), ma potrei anche sbagliarmi.

In quel novembre del 1995 storsi il naso quando uscì “Made In Heaven”; con grande sorpresa degli amici, non mi fiondai al negozio per comprarmelo subito. Attesi qualche settimana e poi, titubante, mi portai anch’io a casa un disco che migliaia d’italiani erano andati a comprarsi per Natale, pure gente che dei Queen non aveva mai sentito una nota. Ovviamente gli inediti – e soprattutto, come detto, A Winter’s Tale e Mother Love – li trovai molto interessanti, tuttavia l’idea che tutto questo che abbiamo visto fosse stato spacciato come un nuovo album dei Queen non mi piacque affatto.

Avrei preferito, allora come oggi, una bella compilation d’inediti e versioni alternative tipo “Anthology” dei Beatles, il cui primo capitolo usciva proprio in concomitanza del “nuovo album dei Queen”. Se non altro, in anni recenti ho in parte eliminato le mie vecchie riserve su “Made In Heaven”: ascoltandolo per bene dalla prima all’ultima canzone, devo dar atto ai signori May, Taylor e Deacon di aver effettuato allora una lodevole attività di recupero artistico.

– Mat

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Roger Waters, “Amused To Death”, 1992

roger-waters-amused-to-death-immagine-pubblica-blogTutte le recensioni che nel corso degli anni ho letto di “Amused To Death” concordano almeno su un punto: si tratta del miglior lavoro solista di Roger Waters. Anch’io la penso così, per quanto abbia un debole per il primo album in solitaria del bassista dei Pink Floyd, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” (1984).

“Amused To Death”, terzo album solo per Waters, è in realtà uno dei migliori dischi rock che siano mai stati distribuiti, un lavoro costato cinque anni tra concepimento e realizzazione che, nella sua critica sociale all’uso degenerato dei mass media e alla spettacolarizzazione della guerra resta tuttora attualissimo. Un album di grande lirismo, sorretto da una musica eccezionale e immerso – come tipico nei dischi floydiani – da tutta una serie di grandiosi effetti sonori, anche di raccordo fra un brano e l’altro. Per non parlare poi dei musicisti coinvolti, fra cui i chitarristi Jeff Beck, Tim Pierce, Steve Lukather e B.J. Cole, il bassista Randy Jackson, i batteristi Jeff Porcaro e Graham Broad, il percussionista Luis Conte, il tastierista Patrick Leonard (produttore con lo stesso Waters di questo disco) e la National Philarmonic Orchestra condotta da Michael Kamen.

Le prime canzoni di “Amused To Death” nacquero nelle pause del tour che Roger intraprese per promuovere l’album “Radio K.A.O.S.” (1987), poi fra il 1988 e l’89 pare che il nuovo album – già intitolato “Amused To Death” – fosse finalmente pronto per la pubblicazione. La copertina originale mostrava tre yuppie – dai tratti molto somiglianti a David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright – che annegavano in un cocktail. Poi il progetto fu rimandato a causa d’un cambio d’etichetta discografica e poi ancora Waters fu impegnato con la riproposizione dal vivo dello spettacolo di “The Wall” a Berlino, per festeggiare la caduta del famigerato muro che aveva diviso la città per quasi 30 anni.

Finalmente nel ’91 Waters tornò ad occuparsi di “Amused To Death”: la prima guerra del Golfo che scoppiò fra l’Iraq e il Kuwait (supportato dagli USA) fornì ulteriore ispirazione creativa a Roger, tanto che l’album arrivò alla durata di oltre settanta minuti (un doppio elleppì, quindi, come non si vedeva proprio dai tempi di “The Wall”…). L’album, pubblicato infine nell’estate del 1992, si piazzò nella Top Ten inglese e fu salutato come un capolavoro dalla critica.
In definitiva, concordo con quel discografico della Sony che disse che se avessero potuto scrivere ‘pink floyd’ su quest’album, esso avrebbe venduto venti milioni di copie. Vediamolo un po’ più da vicino…

1) Un album magnifico, “Amused To Death”, che inizia in modo magnifico, con la grande atmosfera di The Ballad Of Bill Hubbard, vagamente reminiscente (nella parte iniziale) di Shine On You Crazy Diamond e superbamente arricchita dalla chitarra di Jeff Beck. Sostanzialmente si tratta d’un brano strumentale ma viene scandito dalla voce d’un reduce della Prima guerra mondiale, Alf Razzell, che parla d’un soldato morto in quel conflitto, Bill Hubbard, al quale questa canzone e tutto l’album sono dedicati.

2) Edita come primo singolo estratto dall’album, What God Wants, Part I è uno dei pezzi forti di “Amused To Death”, grazie al suo accattivante rock-blues. E’ in realtà una delle canzoni più coinvolgenti del Waters solista e parla di come tutte le cose che ci sono in questo mondo, buone o cattive che siano, sono sempre dovute al volere di Dio.

3-4) La musica e l’atmosfera complessiva di Perfect Sense, Part I sono assolutamente grandiose: un morbido tappeto percussivo, un sognante giro di piano, effetti d’ogni sorta e soprattutto un’emozionante staffetta vocale fra Roger Waters e P.P. Arnold, a lungo corista del nostro nei suoi tour. Segue la Part II della stessa canzone, un’epica ballata rock che si discosta molto dalla Part I ma che continua lo scambio vocale fra Waters e la Arnold.

5) The Bravery Of Being Out Of Range è un disteso ma a suo modo epico brano rock, fra le migliori canzoni mai proposte dal Waters solista; il testo è l’ennesima condanna del nostro alla stupidità della guerra.

6-7) Assolutamente magnifica la sequenza fra la Part I e la Part II di Late Home Tonight, un capolavoro dentro il capolavoro. Se la prima è un pezzo vivace che parte su toni country e conclude con un rocambolesco sound afro, la seconda è una dolente composizione dove la mesta voce di Roger si staglia sul solenne canto di una tromba.

8) Altro pezzo memorabile, Too Much Rope è in realtà uno dei brani più spettacolari che io abbia mai sentito! Pieno d’effetti sonori di grande atmosfera – i colpi di un taglialegna, una diligenza trainata tra gli scampanellii, l’ululato d’un lupo in lontananza, il rombo d’una Ferrari e altro ancora – Too Much Rope è una condanna all’umana avidità, con il tono che diventa più rabbioso mentre la canzone volge al termine.

9-10) Eccoci finalmente alla Part II di What God Wants, stilisticamente simile alla Part I ma meno rock e più meditabonda. Segue la Part III della stessa canzone, una stupenda ballata rock che musicalmente ha ben poco a che vedere le altre due parti: il canto di Waters alterna rabbia, cinismo, dolore e commozione, mentre a 1 minuto e 48 secondi dall’inizio parte un superbo assolo di Jeff Beck che contribuisce a rendere questa What God Wants, Part III una delle vette artistiche di Roger Waters, con o senza i Pink Floyd.

11) Cantata in duetto con Don Henley degli Eagles, Watching T.V. è una curiosa fusione fra il country e la musica orientale: l’impiego di strumenti tradizionali della musica cinese è più che appropriato in quanto il testo di questa canzone cita i tragici fatti di Tien An Men del 1989, tuttavia preferisco il country della parte iniziale, dove è un vero piacere sentire Don e Roger cantare nello stesso microfono.

12) Il cavernoso blues psichedelico di Three Wishes sembra rifarsi ad alcune sonorità di “Wish You Were Here” (1975) e “Animals” (1977). E’ un brano intenso, con un ritornello abbastanza orecchiabile, forse però tirato troppo per le lunghe… è stato comunque editato per la pubblicazione su singolo.

13) Anche la successiva It’s A Miracle pecca un po’ di prolissità ma la sua tetra atmosfera – a metà fra una processione e un epico brano ambient – la rende una delle canzoni più impressionanti di Roger Waters, anche grazie a Jeff Porcaro e Jeff Beck che sul finale scuotono i loro strumenti musicali con grande intensità.

14) La conclusiva Amused To Death è invece composta da due temi principali: dopo una prima parte più dolce – cantata in duetto fra Roger Waters e Rita Coolidge – segue a quasi 4 minuti e mezzo dall’inizio una sezione decisamente più rock. Il finale torna quindi alla placida atmosfera iniziale, con tanto di effetti sonori che concludono il disco su toni di malinconia e, forse, di rassegnazione.

– Mat

Roger Waters

roger-waters-the-wall-immagine-pubblica-blogSu Rockol lessi nel marzo 2007 che Roger Waters aveva espresso in un’intervista il desiderio di tornare a fare concerti coi Pink Floyd. In effetti, ce l’auguravamo tutti noi fan floydiani, soprattutto dopo l’entusiasmante esibizione della band riunita in occasione del Live 8, nel luglio 2005. Tuttavia, la recente scomparsa di Richard Wright ha infranto tutti i nostri sogni. La storia dei Pink Floyd viene così consegnata una volta per tutte alla storia. Questa che segue è però la storia di Waters.

George Roger Waters, nato nel settembre 1943, è stato fra i membri fondatori, insieme con Syd Barrett, dei Pink Floyd. Dopo la fuoriuscita di Syd dalla band e l’ingresso di David Gilmour nella formazione, i Pink Floyd sono ascesi ad una popolarità mondiale grazie a dischi indimenticabili come “Atom Heart Mother” (1970), “Dark Side Of The Moon” (1973) , “Wish You Were Here” (1975) e “The Wall” (1979). Waters è stato il vero motore del gruppo: in apparenza era semplicemente il bassista, in realtà era il principale (e, col tempo, l’unico) autore dei testi e l’ideologo della band, la coscienza civile e politica del quartetto. Tuttavia, dopo la realizzazione dei progetti dedicati a “The Wall” (album, tour teatrale, film, seguito discografico con “The Final Cut”), il nostro decide di mollare la band nel 1985. Di lì a qualche anno, Roger sarà impegnato in una lunga e controversa causa legale contro Gilmour per il controllo del marchio Pink Floyd. L’avrà vinta Gilmour che, a nome Pink Floyd, realizzerà due album fra il 1987 e il 1994, mentre il nostro procederà da solo con un’interessante e coraggiosa carriera solista.

In realtà un primo progetto solista di Roger Waters, “The Body”, esce già nel 1970, in coppia col musicista scozzese Ron Geesin, per la colonna sonora dell’omonimo film-documentario sull’anatomia umana. Il primo album solista vero e proprio del nostro, comunque, esce nel 1984: intitolato “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, la stesura originale del disco venne creata dal nostro parallelamente a “The Wall”, nel biennio 1977-78. La realizzazione finale su album è davvero bellissima: suonato da musicisti di gran classe (fra i quali spicca Eric Clapton), “The Pros And Cons” è un lavoro perfettamente in linea con album floydiani come “Animals” (1977), “The Wall” e “The Final Cut” (1983).

Il disco successivo di Waters esce nel 1987, “Radio K.A.O.S.”: condizionato da arrangiamenti volutamente pre-programmati ed elettronici, l’album non riesce ad oscurare il coevo “A Momentary Lapse Of Reason”, dei redivivi Pink Floyd. Roger Waters avrà comunque modo di rifarsi alla grande tre anni dopo, quando realizza un’imponente riproposizione dello show di “The Wall” in occasione della caduta del muro di Berlino. Lo storico concerto, arricchito da nomi quali Van Morrison, Bryan Adams, Sinéad O’Connor, Cyndi Lauper e Scorpions, si tiene nel luglio 1990 nella Potsdamer Platz, nel cuore dell’ex capitale del Reich. Dallo show verranno tratti anche un video e un doppio elleppì.

Il terzo album di Roger Waters, “Amused To Death”, probabilmente il suo lavoro migliore in veste solista, giunge nel 1992, impreziosito da ospiti stellari come Jeff Beck, Don Henley degli Eagles e membri dei Toto. E’ purtroppo l’ultimo album realizzato finora dal nostro. I suoi lavori successivi, ovvero album dal vivo, colonne sonore e raccolte, hanno figurato diverse canzoni nuove ma finora lo straordinario “Amused To Death” rimane l’ultimo vero capitolo discografico di Waters.

In anni recenti, infatti, Roger si è dedicato più intensamente all’attività concertistica, come mai prima nella sua carriera. Ha iniziato a riproporre il repertorio floydiano (e in parte solistico) nel 1999, prima negli USA e poi nel resto del mondo, Italia compresa, dove il sottoscritto era presente, nel 2002 allo stadio Flaminio di Roma. Waters ha anche preso parte al Live Earth organizzato da Al Gore nel 2007, mentre nello stesso periodo ha dato vita ad una serie di concerti che vedevano l’esecuzione integrale di “Dark Side Of The Moon”. Un’operazione che sarà bissata nel 2010 con l’esecuzione integrale di “The Wall” (vedi QUI per i dettagli).

Unica parentesi consistente in fatto di musica registrata in studio, è stata la pubblicazione dell’opera lirica “Ca Ira” (2005), dedicata alla Rivoluzione francese. Un’ulteriore conferma della versatilità e grandiosità di questo Artista che è Roger Waters.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 15 maggio 2010)