Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

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George Harrison, “Living In The Material World”, 1973

george harrison living in the material world immagine pubblicaAssieme al monumentale “All Things Must Pass” (1970), il più sentimentale “Living In The Material World” è il mio album preferito fra quelli del compianto George Harrison. Registrato dopo lo storico concerto per il Bangladesh, organizzato dallo stesso Harrison nell’estate ’71, “Living In The Material World” è il secondo album post-Beatles per George ed è quello che lo consacrò una volta per tutte come solista di successo. Vediamo uno ad uno gli undici brani che formano il disco originale.

Si comincia con la dolce ed indimenticabile Give Me Love (Give Me Peace On Earth), semplicemente una delle canzoni più belle di George; pubblicata come singolo apripista, Give Me Love volò meritatamente al 1° posto della classifica americana. Segue la dolente ma sarcastica Sue Me Sue You Blues, una stoccata sulle cause legali in corso a quel tempo fra i Beatles, in particolare fra Paul McCartney (forse il principale bersaglio della canzone) ed il resto del gruppo; caratteristica saliente di questo blues è l’uso della chitarra slide, suonata dallo stesso George.

Ma l’amarezza lascia di nuovo posto alla dolcezza e al sentimentalismo (caratteristiche salienti di questo lavoro), con la successiva The Light That Has Lighted The World, una delle canzoni più tenere del nostro; davvero magnifica, nient’altro da aggiungere. Segue la più ritmata Don’t Make Me Wait Too Long, forse il brano più beatlesiano del disco, che non avrebbe sfigurato affatto in un album come “Abbey Road” (1969). La canzone successiva, Who Can See It, è invece una delle più commoventi mai incise da George, romantica e appassionata, con un morbido & avvolgente suono di chitarra.

Con l’omonima Living In The Material World ritroviamo un ritmo più movimentato (e somigliante a Lucy In The Sky With Diamonds, sebbene accelerata): il brano è assai interessante per i suoi cambiamenti di tempo (più disteso nel ritornello, dove ricorda pure Within You Without You grazie al medesimo impiego di strumenti indiani), per l’arrangiamento (bello lo scambio di frasi tra sax e chitarra solista) e per la citazione nel testo della frase ‘John and Paul in the material world’, altra frecciata verso i suoi ex colleghi.

La successiva The Lord Loves The One (That Loves The Lord) è la canzone (un pop-blues piuttosto monotono) che amo meno di questo disco, seguìta però da una di quelle che amo di più, la meditabonda Be Here Now. Brano perlopiù acustico, Be Here Now è una delle cose più toccanti mai proposte da un Beatle, una gemma preziosa che forse da sola vale l’acquisto di tutto il disco. Try Some Buy Some è invece una collaborazione di George Harrison con Phil Spector, il più blasonato dei produttori, iniziata nel 1971: se l’ingombrante arrangiamento orchestrale ci riporta alle atmosfere del beatlesiano “Let It Be” (album prodotto dallo stesso Spector, così come “All Things Must Pass”), il brano in sé è un’altra dolce ed indimenticabile melodia offerta dal nostro.

La delicata The Day The World Gets ‘Round è un altro pezzo che ricalca alcune sonorità tipiche dei Beatles: l’orchestrazione, in particolare, ricorda Across The Universe, ma non manca un pizzico di The Long And Winding Road. Appropriatamente conclude il tutto la lieve e malinconica That Is All, un’altra grande canzone, splendida per sentimento, per un grande album.

Da segnalare, infine, alcuni musicisti che hanno contribuito ad arricchire questo lavoro autoprodotto dallo stesso George: il mitico Ringo Starr, il pianista/tastierista Nicky Hopkins, il batterista Jim Keltner e il bassista Klaus Voormann, amico dei Beatles fin dai tempi di Amburgo e frequente collaboratore anche di John Lennon.