Ritorni parziali

alice-in-chainsMai come negli ultimi anni si sono visti ritorni (più o meno illustri) di band attive in un passato più o meno recente. Ha fatto clamore, per esempio, la reunion dei Police nel 2007, generando un fortunatissimo tour mondiale conclusosi lo scorso agosto. La formazione dei Police era quella classica, quella storica di sempre, vale a dire Stewart Copeland, Sting e Andy Summers. Stessa cosa si può dire dei Sex Pistols, che nella formazione originale composta da John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock è tornata a proporre dal vivo il suo punk irriverente in giro per il mondo.

Negli ultimi anni si sono riviste in azione le formazioni originali anche nel caso dei Duran Duran, degli Eagles (vabbé mancava Don Felder ma non se n’è accorto nessuno), dei Genesis formato trio, dei Cream, dei Verve, degli Stone Temple Pilots, ma anche dei Take That (quelli dell’ultima formazione, senza Robbie Williams), delle Spice Girls e addirittura degli Yazoo. Anche la classica formazione a quattro dei Pink Floyd, seppur per il solo evento benefico del Live Eight. Tuttavia non è stato affatto infrequente il caso di nomi celebri che, resuscitati dal passato fra mille clamori, presentavano in realtà solo alcuni dei componenti originali della band, con gli altri a volte rimpiazzati da autentici sconosciuti. E’ il caso dei Supertramp, degli Who, dei Queen, dei Guns N’ Roses, dei Cult, degli Smashing Pumpkins, dei Led Zeppelin, degli INXS e recentemente degli Alice In Chains (nella foto).

E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia che gli Alice In Chains, dopo essersi riformati qualche anno fa per una serie di concerti, stanno per tornare con un nuovo album di materiale inedito, il primo dai tempi dell’album eponimo del 1995: il tutto dopo aver superato lo shock della morte del cantante Layne Staley nel 2002 e l’ingaggio d’un suo sostituto, lo sconosciuto (a me) William Duvall.

Ora, da gran patito di musica ma anche di storia & storiografia, mi chiedo che legittimità abbiano queste reunion parziali, questi acclamati ritorni che figurano due o a volte anche uno solo dei componenti originali di un gruppo. A giudicare da quello che è successo ai Queen – che non solo hanno continuato senza Freddie Mercury rimpiazzandolo con Paul Rodgers, ma hanno serenamente fatto a meno di John Deacon – e dal successo che hanno ottenuto nei loro ultimi tour in giro per il mondo, penso che la differenza la faccia il celebre marchio: non importa chi vi sia dietro, quali musicisti stanno effettivamente suonando sul palco, ciò che conta è la consapevolezza che stiamo assistendo al concerto di un celebre nome del rock.

E così benvengano due Queen originali su quattro, due Who su quattro, due Doors (con buona pace di quelli che dicono che Jim Morrison sia ancora vivo) su quatro, due Smashing Pumpkins su quattro, tre Alice In Chains su quattro, ma anche un solo Guns N’ Roses su cinque. E’ ovvio che fa sempre piacere sentire dal vivo le nostri canzoni preferite anche se nel gruppo ricomposto c’è un solo ‘vecchio’ ma, non so, mi sembra che tutto questo revival sia poco dettato dalla nostalgia. Il vero motivo, secondo la mia modesta opinione, è uno solo, il più classico: i soldi. Unito ad un altro di fondo… la mancanza di coraggio, di andare avanti per la propria strada con progetti solistici che spesso & volentieri hanno molta più dignità di questi ritorni parziali. A questo punto lasciamo pure che Paul McCartney, dopo essersi assicurato Ringo Starr alla batteria, se ne vada in giro con una band facendosi chiamare The Beatles. Non se ne scandalizzerebbe quasi nessuno e gli stadi sarebbero pieni.. beh, forse in quel caso, mascherato & mimetizzato fra la folla urlante, ci sarebbe anche il sottoscritto.

– Mat

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Perry Farrell’s Satellite Party “Ultra Payloaded”, 2007

perry-farrell-satellite-party-ultra-payloadedA parte tutta la roba di Miles Davis che ho comprato negli ultimi tempi, il disco che più sto ascoltando in queste settimane è “Ultra Payloaded”, ultimo album da studio di Perry Farrell, la voce storica dei Jane’s Addiction.

In verità l’album è accreditato a Perry Farrell’s Satellite Party, un supergruppo composto da Nuno Bettencourt – già chitarrista degli Extreme – dal batterista Kevin Figueiredo, dallo stesso Farrell e da sua moglie Etty Lou, più una schiera notevole di ospiti, fra cui Flea e John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers e il bassista dei New Order, Peter Hook.

Avevo già avuto modo d’ascoltare questo “Ultra Payloaded” l’anno scorso, fresco fresco di pubblicazione, ma non m’andava di sborsare diciannoveureccinquanta per un ciddì! Ho atteso quindi che fosse inserito nella ghiotta categoria dei ‘nice price’ e così anche “Ultra Payloaded” ha fatto il suo ingresso trionfale nella mia collezione di dischi.

Per molti aspetti, “Ultra Payloaded” è il disco più orecchiabile mai prodotto da Perry Farrell, anche il suo più commerciale se vogliamo, ma senza dubbio è un album che riflette la sua maturità raggiunta come compositore, come arrangiatore, come produttore, come leader di una band di grandi musicisti e soprattutto come cantante. Sì, perché in “Ultra Payloaded” Perry canta come non ha mai cantato prima: non solo la sua inconfondibile voce – alta e roca al tempo stesso – ma anche un tono più basso che mai s’era sentito nei suoi precedenti lavori discografici.

E poi ci sono le canzoni, undici pezzi davvero molto divertenti & coinvolgenti, dal suono pulito ma non freddo com’è avvenuto per tanti dischi pubblicati negli ultimi anni. Merito anche del celebre Steve Lillywhite – noto soprattutto per i suoi lavori con Simple Minds e U2 – qui in veste di co-produttore del disco.

1) La prima canzone in programma, la danzereccia Wish Upon A Dog Star, è stata anche pubblicata come singolo apripista e figura l’inconfondibile suono di basso di Peter Hook, al quale viene anche accreditata parte della musica. Non mancano altri ospiti illustri, come Peter DiStefano – chitarrista dei Porno For Pyros, la formazione fondata da Perry Farrell dopo il primo scioglimento dei Jane’s Addiction – e la bella Fergie dei Black Eyed Peas, qui in veste di corista. E’ un pezzo molto orecchiabile questo Wish Upon A Dog Star, subito accattivante per via della sua base funk-rock e del suo cantabilissimo ritornello.

2-3) Elementi funky accentuati nella successiva Only Love, Let’s Celebrate, altro brano molto coinvolgente e facilmente canticchiabile. Gli fa seguito Hard Life Easy, uno dei pezzi forti di quest’album, arricchito dall’avvolgente parte di basso di Flea.

4) Con Kinky ritroviamo Peter Hook al basso, in quello che è un bel pezzo arrembante & avvolgente, appena appena più aggressivo di quanto ascoltato finora.

5) The Solutionists è semplicemente una delle mie canzoni preferite di questo lavoro: il brano altro non è che Revolution Solution, una collaborazione fra il gruppo elettronico dei Thievery Corporation e lo stesso Perry Farrell, soltanto che in questo caso la base elettronica è stata quasi completamente rimpiazzata dalla classica strumentazione rock (basso, batteria e chitarra) e arricchita da sequenze orchestrali di grande effetto. Mi capita spesso di ascoltarmi una seconda volta questa The Solutionists prima di passare alla canzone successiva…

6) … finalmente una lenta, chiamata Awesome. Scandita dalla chitarra acustica di Peter DiStefano, la dolce melodia di Awesome ci regala una prestazione vocale da parte di Perry davvero inedita – incentrata sul suo registro più basso – e a suo modo struggente. Davvero una perla, questa Awesome, una delle cose migliori mai realizzate dal nostro, secondo me.

7-8) Seppur più ritmata, la successiva Mr. Sunshine è un pezzo più meditabondo e dall’atmosfera fumosa, in parte basata su Lonely Days, il primo grande successo statunitense per i mitici Bee Gees. Gli fa seguito il brano più metallaro dell’album, Insanity Rains, che ci riporta immediatamente alle atmosfere più ruggenti dei Jane’s Addiction.

9) Tuttavia il pezzo incluso in “Ultra Payloaded” che più amo è Milky Avenue, una malinconica & sognante ballata, perfetta se ascoltata a tutto volume mentre si guida in macchina con l’aria fra i capelli. E’ una canzone magnifica che mi arricchisce tutto il disco, dove Perry torna ad usare il suo inedito tono basso della voce.

10) Con la successiva Ultra-Payloaded Satellite Party ci ricolleghiamo all’atmosfera festaiola da rock danzereccio delle prime quattro canzoni del disco, anche se il risultato complessivo non m’impressiona più di tanto. E’ comunque un pezzo interessante per i suoi repentini cambi di tempo e per l’uso congiunto di cori e campionamenti.

11) La conclusiva Woman In The Window dovrebbe essere una sorpresa per tutti i fan dei Doors: si tratta infatti d’una cazone perduta di Jim Morrison, una sorta di filastrocca, attorno alla quale Perry ha ricostruito un’atmosfera vagamente hip-hop. Non un capolavoro ma certamente una conclusione inedita per un disco assai interessante che ho avuto modo di apprezzare sempre di più ascolto dopo ascolto.

C’è da dire che questo “Ultra Payloaded” è passato quasi inosservato da parte del grande pubblico: negli Stati Uniti ha raggiunto un miserissimo novantunesimo posto in classifica e la grande distribuzione non l’ha manco cagato. Ciò non toglie che si tratta dell’album più godibile mai realizzato da Perry Farrell (il mio preferito dopo il classicone dei Jane’s Addiction, il grandioso “Nothing’s Shocking”), un album che piacerà sicuramente a tutti gli ammiratori di questo originale ed eccentrico artista.

– Mat

Pure la musica ha le sue leggende metropolitane

paul-is-dead-copertina-lifeSul mondo del pop-rock e sugli svariati protagonisti che lo compongono – vivi o morti che siano – se ne sono dette davvero di tutti i colori. Si contano così storie inventate, storie improbabili ma affascinanti, storie verosimili, storie verissime anche se difficili da credere, tutte accomunate comunque da quella voglia di rappresentare la musica e i suoi personaggi come un mondo mitico dove tutto è possibile.

Il più delle volte, a dire il vero, queste storie sono macabre o rasentano il macabro, come nel celebre caso ‘Paul is dead’. Si tratta di una delle leggende più note del rock: Paul McCartney sarebbe morto nel 1966 durante un terribile schianto automobilistico. Il resto dei Beatles avrebbe preso quindi un sostituto che, con una leggera ritoccatina chirurgica, avrebbe sostituito segretamente Paul. E’ una bufala pazzesca, ovviamente, anche se i numerosi ‘indizi’ relativi a questa morte sono suggestivi: riferimenti più o meno espliciti sull’ipotetica morte di Paul paiono trovarsi in numerosi brani beatlesiani, fra cui Yellow Submarine, Strawberry Fields Forever, With A Little Help From My Friends, Fixing A Hole, A Day In The Life, All You Need Is Love, Blue Jay Way, Don’t Pass Me By, I’m So Tired, While My Guitar Gently Weeps, Let It Be e di sicuro qualcun’altra che ora mi sfugge. Ulteriori riferimenti si trovano nelle copertine dei dischi e nelle foto riguardanti i Beatles nel periodo 1967-70: in particolare negli scatti fotografici riguardanti gli album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “Abbey Road”. Per rendersene conto, basta cliccare su un qualsiasi motore di ricerca le parole ‘paul is dead’ e se ne vedranno delle belle. Tutte stronzate, ovviamente, Paul McCartney è ancora vivo & vegeto, ma soprattutto bisogna ricordare che tra il ’65 e il ’69 è stato il motore trainante dei Beatles durante la fase discografica più strepitosa dei Fab Four.

Un’altra leggenda riguarda la morte della rockstar per antonomasia, ovvero Elvis Presley, avvenuta nell’agosto 1977: pare però che nel 1981 l’FBI abbia intercettato e catalogato come autentica una telefonata fatta da Elvis a qualcuno. Pare inoltre che in pochissimi hanno visto il corpo di Elvis, anche se una schiera di fan è convinta che il proprio idolo sia stato rapito dagli alieni!

E che dire di Jim Morrison, l’istrionico leader dei Doors? Lui pure non sarebbe morto (o meglio, non sarebbe morto nel luglio 1971, nella sua vasca da bagno…), tanto che un giornalista parigino ha affermato d’averlo visto & intervistato più volte negli anni seguenti. Anche in questo caso, pare che siano in pochissimi ad aver visto il cadavere di Jim…

Un’altra leggenda narra d’una setta religiosa che ce l’ha a morte con le rockstar, in particolare odia, chissà poi perché, quelle che nel nome hanno una J: così, tra il 1969 e il 1971, vengono fatti fuori Brian Jones dei Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, lo stesso Jim Morrison, più una tardiva parentesi nel 1980 con John Bonham dei Led Zeppelin e John Lennon. Che dire… suggestive coincidenze.

Altri miti circondano le morti violente dei rapper americani, tra i quali Notorius B.I.G., Tupac Shakur e Jam Master Jay dei Run DMC. E’ stata la mala? La casa discografica? Il produttore? Amanti gelose? Mariti traditi? Si è detto tutto e il contrario di tutto, con i mandanti ancora in giro mentre i dischi degli artisti scomparsi continuano a fruttare bei dollaroni ai loro eredi.

Anche la vita e la morte di quel gigante di Wolfgang Amadeus Mozart è attorniata da diverse leggende: in particolare, si dice che la sua morte, avvenuta nel dicembre 1791, sia stata architettata & commissionata dal compositore rivale Antonio Salieri, mentre Mozart era al lavoro sul suo celebre “Requiem”. Il bellissimo film di Milos Forman, “Amadeus” (consiglio di vederne il “Director’s Cut” del 2001) si fonda proprio su questa tesi. Facendo un salto di duecentotré anni e volando da Vienna a Seattle, scopriamo che pure la morte di Kurt Cobain è stata discussa con toni da chiacchiericcio complottistico. Si è detto che il suicidio del leader dei Nirvana altro non è che un omicidio bellebbuono… addirittura orchestrato dalla moglie, Courtney Love!

Una certa mole di chiacchiericcio riguarda la vita privata del compianto Freddie Mercury: era gay, si è sposato, ha avuto dei figli…? Quante storie: Freddie ha frequentato per anni Mary Austin, alla quale è stato sempre legatissimo, al punto da lasciarle la sua splendida villona al momento della morte e parte dell’eredità. Freddie era gay, questo sì, non si è mai sposato e non ha mai avuto dei bambini. Sempre a proposito di Mercury, negli anni Novanta si vociferava una sua presunta love story col celebre ballerino russo Rudolf Nureyev. Questi avrebbe dichiarato, all’indomani della scomparsa del leader dei Queen: ‘pioveva e io piangevo la morte del grande Freddie Mercury’. Pare che Nureyev scrivesse Eddie invece di Freddie nelle sue lettere indirizzate al cantante; qualcuno, ancora con gusto macabro, ha fatto notare che i due artisti sono morti a pochi anni di distanza l’uno dall’altro a causa della stessa malattia, l’AIDS.

Altre leggende sono invece decisamente più ingenue o addirittura comiche: lo sapevate che nel 1987, nel pieno d’una guerra legale per il nome Pink Floyd, Roger Waters si fece confezionare ben cento rotoli di carta igienica con la faccia di David Gilmour stampata su ogni strappo?! Chi può dirlo, potrebbe anche essere vero. E che dire della soffiata che Yoko Ono avrebbe fatto alla polizia giapponese per far arrestare Paul McCartney (ancora lui, poveraccio…) all’aeroporto di Tokyo nel 1980? Sembrano decisamente fondate, al contrario, queste altre dicerie: in alcuni dischi di Den Harrow e di Corona la voce che ascoltiamo non è quella dei due nomi in questione (ad esempio, in The Rhythm Of The Night, il celebre hit di Corona degli anni Novanta, era in realtà cantato da Jenny B.); Andrew Ridgley non facesse un benemerito ‘c’ durante l’incisione delle canzoni dei Wham!George Michael stava in studio mentre Andrew se ne andava a spasso sulle Ferrari!

Per quanto mi riguarda, le leggende che più mi appassionano sono le presunte collaborazioni musicali fra gli artisti più disparati e la genesi stessa di certi dischi e/o canzoni. Vediamo qualche caso: non è vero che Syd Barrett dei Pink Floyd partecipi a What’s The New Mary Jane dei Beatles ma non è infondato che a duettare con Michael Jackson (il quale, secondo un’altra nota leggenda, dormirebbe in una camera iperbarica per mantenersi giovane) in In The Closet vi sia Madonna (accreditata sull’album “Dangerous” come Mystery Girl… se ci fosse stato scritto Material Girl forse non avremmo avuto dubbi!). Pare che i brani più rappresentativi di Led Zeppelin e Queen, rispettivamente Stairway To Heaven e Bohemian Rhapsody, siano delle messe nere suonate al contrario. Premesso che non mi va di rovinare il mio giradischi, la mia puntina ma soprattuttto i miei amati elleppì, non potrei fregarmene di meno se quelle due fantastiche canzoni contengano dei messaggi inneggianti al demonio. Belle come sono, quelle due canzoni potrebbero anche contenere degli insulti verso di me… sarebbero belle lo stesso!! C’è chi sostiene, invece, che il testo di Angie dei Rolling Stones sia un inno d’amore verso Angela, all’epoca (il 1973) moglie di David Bowie: Mick Jagger e Keith Richards, gli autori, hanno smentito dicendo che si tratta della figlia di uno dei due, ora non ricordo di chi.

Ci sono di sicuro altre leggende & dicerie sul conto di molte rockstar e compositori classici: se ne conoscete delle altre potete aggiungerle fra i commenti.

(riadattamento d’un post del

Freddie Mercury vivo!

freddie-mercury-vivo-immagine-pubblicaSe c’è una rockstar che vorremmo ancora viva & vegeta fra noi, quella è Freddie Mercury, non c’è dubbio! Lo rivela il mio modesto sondaggino, dove a fronte di 163 preferenze, ben 95 sono andate all’indimenticato (e chi se lo scorda?!) cantante (e che cantante!) dei Queen.

Freddie se l’è dovuta vedere con altri quattro mostri sacri della musica contemporanea, vale a dire John Lennon (secondo in classifica con 31 preferenze), Jim Morrison (terzo con 21 preferenze), Bob Marley ed Elvis Presley (questi ultimi a pari merito, con 8 preferenze ciascuno), tuttavia è stato in testa praticamente da subito, per cui la sua è una vittoria strameritata.

Personalmente ho votato Lennon (l’avevo scritto anche qui, che se potessi esprimere un solo desiderio musicale vorrei John ancora vivo), ma sono felicissimo per la vittoria di Mercury, che è sempre stato uno dei miei massimi miti musicali.

In effetti la figura di Freddie Mercury è in forte rivalutazione negli ultimi tempi: ricordo il cinismo e la cattiveria gratuita di tanti cronisti che all’indomani della sua morte, avvenuta il 24 novembre 1991, non risparmiarono critiche maliziose sulla sfrenata vita di Freddie, sui suoi eccessi e quindi sul fatto che, in fondo in fondo, se l’era proprio cercata. Non l’ho mai pensata così. Inoltre, se Freddie fosse sopravvissuto agli anni Novanta la musica avrebbe avuto solo da guadagnarci… e poi, fino a prova contraria, Mercury non ha mai fatto del male a nessuno per cui nel privato poteva fare & dire quel che voleva. E in effetti così è stato.

Ma ve l’immaginate Freddie Mercury vivo oggi? Ci pensate? Avrebbe sessantunanni (sessantadue il prossimo 5 settembre), forse sarebbe pelato e anche un po’ cicciottello (come Peter Gabriel, forse), oppure avrebbe continuato a tenere una forma smagliante (un po’ come Mick Jagger, del resto). Magari al principio dei Novanta avrebbe lasciato momentaneamente i Queen per dedicarsi a progetti solisti & ad altri tipi di opere che probabilmente avrebbero avuto sfogo nella recitazione, nel musical o nella collaborazione con altri artisti. Forse avrebbe potuto dare un seguito all’album “Barcelona”, magari in duetto con Luciano Pavarotti (comunque avrebbe partecipato di certo ad almeno una delle edizioni del Pavarotti International, con la sempreverde bellezza di Milly Carlucci ad introdurcelo sul palco affianco al gioviale tenore). Di sicuro si sarebbe cimentato in almeno un album solista, forse proprio quel “Time In May” accennato da Jim Hutton (l’amante ufficiale di Freddie negli ultimi sette anni della sua vita) nel suo libro. E poi tre o quattro album coi compagni di sempre, ovvero Brian May, Roger Taylor e John Deacon, ovvero ancora i mitici Queen, che oggi come oggi sarebbero gli indiscussi numeri uno al mondo, alla facciaccia dei finti idoli brit-pop, dei gruppi irlandesi onnipresenti e dei fenomeni passeggeri creati dalle mode del momento & dalla tivvù spazzatura.

Sicuramente i Queen avrebbero preso parte al Live 8 organizzato da Bob Geldof nel 2005, di certo però non sarebbero uscite quelle vergognose antologie curate dalla EMI quali “Queen Rocks” (1997) o “Greatest Hits III” (1999). O meglio, quest’ultima sarebbe uscita nel 2001 (dato che il primo “Greatest Hits” venne pubblicato nel 1981 e il secondo nel 1991) e avrebbe contenuto tutti i più grandi successi della band inglese (sarebbero strati strabilianti, m’immagino) dal 1992 in poi, magari con qualche chicca inedita.

Forse Freddie Mercury avrebbe ripreso una collaborazione con Michael Jackson abortita nel 1983, molto più probabilmente avrebbe pubblicato almeno un duetto con l’amico di sempre, Elton John. Anzi, forse seguendo l’esempio di Elton, Freddie avrebbe sposato Jim Hutton o chi dopo di lui. Chissà. E il suo rapporto con Mary Austin, la donna che gli fu sempre accanto da quando divenne uno dei Queen fino alla morte? Forse Freddie avrebbe preferito mettere a tacere tutte le dicerie sul suo conto pubblicando finalmente la sua autobiografia. Chissà. Solo il cielo lo sa, del resto le mie sono soltanto stupide ipotesi create dalla mia fantasia di fan.

La storia non si fa con i se, ovvio, ma tentare non costa nulla, soprattutto in questo mio piccolo spazio virtuale dove ho il piacere d’incontrarmi con voi, cari lettori che avete preso parte al mio sondaggino. La parola a voi, nei commenti, ogni volta che vorrete.

– Mat

Quale fra questi cinque?

Immalinconito come non mai per questa fine d’anno, propongo un secondo sondaggino nel mio modesto blog.

Quale fra queste note rockstar – (tutte in ordine alfabetico) John Lennon, Bob Marley, Freddie Mercury, Jim Morrison, Elvis Presley – ci piacerebbe avere ancora in vita, oggi, nel dicembre del 2007.

Avrei voluto inserire più candidati, almeno una decina, ma potevo opzionare solo cinque scelte… ma vabbé. Si può votare fino al prossimo 14 febbraio, sulla colonna laterale sinistra del blog.

– Mat

The Doors, “The Doors”, 1967

the-doors-primo-album-immagine-pubblica-blogTempo d’anniversari in casa Doors: se a fine 2006 si è festeggiato ufficialmente il quarantennale della nascita della nota band californiana (anche se al sottoscritto risulta che i Doors sono nati nel ’65…), quest’anno è la volta d’un altro quarantennale, quello della pubblicazione del primo, incredibile album dei nostri, l’omonimo “The Doors”. Un disco già maturo, stilisticamente perfetto, probabilmente il migliore che la breve vita artistica dei Doors ci abbia lasciato, nonché uno dei più grandiosi album rock che la storia della musica possa annoverare.

Un album da antologia che si apre con la celebre e indimenticabile Break On Through (To The Other Side), uno dei brani più ruggenti & urgenti dell’intero catalogo doorsiano: pulsante e selvaggio, questo è un vero classico del rock! E pensare che all’epoca vennero tagliate dal singolo alcune frasi del canto di Jim Morrison per non incorrere in censure radiofoniche. Gli fa seguito la coinvolgente e sinuosa Soul Kitchen, un brano che sembra svilupparsi da quel semplice giro d’organo iniziale di Ray Manzarek per poi trascinarsi in un irresistibile soul-rock. Resta anche un’ottima colonna sonora se si è impegnati al volante.

La delicata e sognante The Crystal Ship ci regala una dolce prestazione vocale di Jim Morrison, mentre la successiva Twentieth Century Fox, sembra un medley fra Soul Kitchen e Light My Fire, senza però raggiungere in emotività le due canzoni in questione. Segue una geniale reinterpretazione di Alabama Song (Whiskey Bar), brano originale del duo Kurt Weill/Bertold Brecht, riproposto dai Doors con la loro strumentazione rock ma senza svilirne il tratto cabarettistico. Una cover brillante per una registazione notevole, ripresa nel 1980 anche da David Bowie, seppur con toni più teatrali.

Poi è la volta della strafamosa & più volte coverizzata Light My Fire, una delle canzoni più rappresentative della band californiana. Un brano molto lungo, prossimo ai sette minuti, perlopiù strumentale, con eccellenti assoli dell’organo di Ray Manzarek e della chitarra di Robby Krieger. Pubblicata su singolo, Light My Fire venne notevolmente editata per rientrare nei riduttivi standard di trasmissione radiofonica e, ciononostante, la canzone volò al 1° posto della classifica americana.

Dopodiché siamo alle prese con la seconda cover di questo disco, l’incalzante e sessualmente allusiva Back Door Man, una canzone più aggressiva seguita da I Looked At You, un brano rockeggiante sullo stile di Break On Through che tuttavia non risulta altrettanto coinvolgente.

La distesa End Of The Night è invece una bella canzone dall’atmosfera suggestiva: un lento di gran classe, vagamente ipnotico. Segue Take It As It Comes, un pezzo che pur non presentando nulla d’esaltante è un perfetto brano Doors per grinta, arrangiamento ed esecuzione complessiva.

Infine The End, il brano capolavoro assoluto dei Doors, undici minuti di secca musica progressive che hanno fatto storia, immortalata anche al cinema grazie al suo inserimento nei titoli di testa di “Apocalypse Now” (1979), noto film di Francis Ford Coppola. Ad una prestazione vocale da manuale di Morrison, a metà fra il canto e la recitazione, risponde un’esecuzione incredibile da parte dei tre Doors musicisti, soprattutto l’eccellente prova alla batteria di John Densmore.

“The Doors”, trascinato dall’enorme successo del singolo Light My Fire, si rivelò un grosso successo per quella che era, almeno per il grande pubblico, una band di sconosciuti. C’è da dire che forse in seguito i Doors vissero un po’ di rendita grazie a questo disco, sicuramente però nessun loro album successivo riuscirà ad eguagliare “The Doors” in quanto ad inventiva sonora e sentimento complessivo espresso.

Un personale ritratto di Jim Morrison

jim-morrison-doors-immagine-pubblicaOggi ho finito di leggere la biografia di Jim Morrison scritta dal giornalista americano Stephen Davis. E’ un lavoro ben documentato e molto coinvolgente, quasi seicento pagine che ho letto in un soffio.

Desideravo conoscere la storia di Jim Morrison per due motivi principali: la musica dei Doors mi
piace sempre più e quindi volevo semplicemente saperne di più, e poi avevo un dubbio che covavo da almeno dieci anni… ma il ritratto che Oliver Stone ne ha fatto nel suo film del 1991 era reale?

Perché Stone ci mostra un Morrison (interpretato dal comunque bravissimo Val Kilmer) più coglione che artista: è sempre fuori di testa, sembra un perfetto idiota più che una grande rockstar. Anche perché la musica che i Doors hanno inciso durante la loro breve carriera discografica è molto professionale, abbastanza raffinata tecnicamente (soprattutto il lavoro alla batteria di John Densmore)… fuori di testa fino ad un certo punto, in studio bisognava adottare professionalità & precisione e Jim Morrison mi sembra molto partecipe nei suoi dischi.

E invece Stephen Davis conferma Oliver Stone: Jim era davvero un dissolutone, uno sballone, uno che ci andava pesantissimo con l’alcol e che, in quanto a droghe, le ha provate un po’ tutte. Tuttavia non era un coglione, questo decisamente no: era un artista in tutti i sensi, uno che se ne sbatteva alla grande delle regole e della disciplina… anche del buon gusto, se vogliamo. Ci sono numerose ombre sull’infanzia di Jim, nato l’8 dicembre 1943: fino a che punto essa è stata felice? Pare che abbia subìto degli abusi sessuali da bambino… e comunque è stato sempre restìo a parlare dei suoi genitori e della sua famiglia in generale.

La sua passione principale è stata (e sarà fino alla fine) la poesia: pare che Jim leggesse tantissimo, che divorasse i libri dei poeti maledetti francesi, ma anche di filosofi e psicologi. Oltre che di romanzi. Insomma, leggeva con avidità un po’ di tutto. Durante la sua vita ha pubblicato, sia privatamente che pubblicamente, diversi volumi con i suoi scritti… quelli che al momento mi ricordo sono “The Lords” e “The Creatures”. Per quanto Jim amasse la vita e se la godesse alla grande (faceva un sacco di baldoria con i suoi amici, se la spassava con un sacco di donne… pare anche con gli uomini, beveva & fumava & si drogava tantissimo), nei suoi lavori si riflette sempre una certa angoscia, una certa caducità della vita che è sempre imminente. In uno dei brani più famosi e notevoli dei Doors, quella Roadhouse Blues che conoscerete tutti, Morrison grida chiaramente che ‘il futuro è incerto e la fine è sempre vicina’.

Un’altra passione di Jim Morrison fu il cinema, tanto che studiò cinematografia e si diplomò all’UCLA di Los Angeles, la città che più di tutte amò e che contraddistingue il suo lavoro. In realtà lui nacque nella costa opposta, in Florida, da una famiglia di origini scozzesi. La storia raccontata da Davis è davvero imponente per mole e molto appassionante: la consiglio a chiunque voglia saperne di più, non solo sul mito di Morrison, ma anche sul lavoro in studio dei Doors.

E così il gruppo realizzò un demo nel corso dell’estate ’65, un demo dal quale sarebbero state tratte le canzoni per i primi due album, ovvero “The Doors” e “Strange Days”, pubblicati entrambi nel ’67. In quel demo, tuttavia, c’erano anche versioni primordiali di brani apparsi successivamente, come Hello I Love You e Indian Summer. Dal 1967 al 1970, inoltre, i Doors eseguivano un brano che non fu mai inserito ufficialmente negli album da studio, The Celebration Of The Lizard, una sorta di poema-catarsi in musica. Il lungo brano, che poteva durare dai dieci ai sessanta (!) minuti a seconda dei concerti, del periodo e dalla lunacità degli stessi Doors, sarebbe dovuto comparire sul terzo album dei Doors ma, alla fine, rimase inedito (comparirà però nelle edizioni postume, ufficiali e non).

Nel libro di Davis ho letto quella che per me, appassionatissimo & fissatissimo dei Beatles, è
un’autentica chicca: approfittando di una serie di concerti dei Doors, nel 1968, in Inghilterra, Jim fece visita ai quattro negli studi Abbey Road, probabilmente su invito di George Harrison. Pare addirittura che Jim partecipi ai cori di una versione di Happiness Is A Warm Gun poi rimasta in archivio. Un’altra cosa che mi ha molto colpito è che in una serie di interviste tra il 1969 e il ’70, Jim preannunciò la nascita del punk e della techno: Jim era evidentemente avanti sul suo tempo, e aveva chiara in testa l’evoluzione e la fruizione della musica contemporanea.

Approcciandomi alla lettura, nutrivo molta curiosità per il periodo parigino di Jim Morrison: il leader dei Doors si trasferì a Parigi nel febbraio 1971, restandoci fino al 3 luglio, giorno della sua morte per cause tuttora ignote. Sembra molto probabile, comunque, che Jim morì per un’overdose di eroina: non se la sparava in vena, come faceva la sua compagna ‘ufficiale’,
Pamela Courson (che di overdose morirà tre anni dopo, sconvolta, pare, dai sensi di colpa), se la fumava mentre, al tempo stesso, continuava a darci sotto con l’alcol. Insomma, Jim Morrison era ben avviato, almeno fin dal 1968, sulla strada per l’autodistruzione.

Il corpo di Jim venne tumulato qualche giorno dopo nel celebre cimitero Père-Lachaise di Parigi: al funerale parteciparono in pochi (ci fu il manager dei Doors ma curiosamente nessuno dei componenti della band) e la sua tomba è tuttora una delle mete più visitate della capitale francese. Jim lasciò un testamento dove cedeva tutti i suoi beni a Pamela; alla morte di lei, tuttavia, il tutto passò ai genitori della ragazza, i coniugi Courson. Nel corso degli anni, la famiglia Morrison si è vista riconoscere una grossa fetta della lucrosa torta (dopo varie cause legali) ma i Courson hanno comunque un certo controllo artistico sull’opera morrisoniana.

Ebbene sì, la vicenda umana e artistica di James Douglas Morrison è appasionante, ricca di fascino, di musica, di poesia, di eccessi e di mistero. Il tutto, che ci piaccia o no, ne ha fatto un mito di questi tempi.

– Mat

The Doors, “Morrison Hotel”, 1970

the-doors-morrison-hotel-immagine-pubblica-blog“Morrison Hotel” dei Doors è uno di quei dischi genuini di sano e puro rock, del resto è uscito nel 1970, in tempi non sospetti. Per me è un vero piacere ascoltarlo, sia con lo stereo di casa che mentre sono in macchina.

La versione originale di “Morrison Hotel”, quella pubblicata su elleppì, era suddivisa in due momenti: il lato A è chiamato “Hard Rock Cafe” e contiene sei brani; il lato B è chiamato invece “Morrison Hotel” e contiene cinque brani. Il tutto è prodotto da Paul A. Rothchild, produttore storico dei Doors, e si avvale della collaborazione di alcuni turnisti: Ray Neopolitan e Lonnie Mack al basso, e un certo G. Puglese all’arpa. Ovviamente i Doors ci sono tutti, in azione come segue: Ray Manzarek al piano e all’organo, Robby Krieger alla chitarra, John Densmore alla batteria e alle percussioni, Jim Morrison alla voce. E ora passiamo alle canzoni…

L’album inizia con un classico dei Doors, Roadhouse Blues, e che inizio! E’ un invito in chiave rock-blues a dirigersi in macchina verso un posto dove poter far casino tutta la notte. Davvero una grandissima canzone rock, una delle migliori del genere, piena di energia ma anche d’un pizzico d’angoscia, sintetizzata dalla frase ‘il futuro è incerto e la fine è sempre vicina’. Preveggenza da parte di Morrison circa la sua morte?

Waiting For The Sun è un altro classico della band californiana: un brano potente dove Manzarek la fa da padrone e Morrison spera di sciogliere i suoi dubbi al sole, ora che è giunta la primavera. Una canzone intensa, Waiting For The Sun, uno di quei brani che apprezzo una volta di più ad ogni ascolto.

Introdotto da un piano stile saloon, segue You Make Me Real, un altro brano stradaiolo, caratterizzato da brevi interruzioni di tempo e vivaci riprese. Poi è la volta di Peace Frog, brano ancora più stradaiolo del precedente: se siete a casa vi fa venir voglia di andare a fare un giro in macchina… almeno a me fa questo effetto. In questo brano, che ha tutto il sapore delle grandi strade e città d’America, l’intera strumentazione è compatta e tesa nel darci un grandissimo rock.

Il tutto si arresta per lasciar spazio al brano successivo, la rilassata e pigra Blue Sunday, con la calda voce di Jim ad accoglierci per prima. Segue Ship Of Fools, un brano tipicamente doorsiano che ci fa così terminare la nostra visita all’Hard Rock Cafe. Stancati dal viaggio, dal casino fatto, dalle bevute e da stravizi vari, ci sentiamo in dovere di riposarci per un po’ al Morrison Hotel: lo dobbiamo però raggiungere in macchina e così ci accompagna la briosa Land Ho!.

Stesi sul letto ci lasciamo cullare dal blues di The Spy, ma la strada è presente fin troppo nei nostri pensieri… ecco quindi Queen Of The Highway. La nostra cavalcata è però di breve durata e così ci abbandoniamo ai sentimentalismi: Indian Summer è una delle canzoni più delicate dei Doors (una prima versione risale agli anni iniziali della band), con le lievi ma evidenti percussioni di Densmore, la chitarra di Krieger che sembra dipingere i contorni dell’amore e il discreto organo di Manzarek a sorreggere l’ambiente.

Ma noi, in fondo, al Morrison Hotel non siamo venuti mica per riposare: la robusta Maggie M’Gill diventa infatti un’altra fantastica compagna di viaggio. Per quanto tempo siamo stati al “Morrison Hotel” (contando la baldoria che abbiamo fatto all’Hard Rock Cafe)? Appena trentotto minuti ma… non ci siamo annoiati affatto, vero?