Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

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Joe Jackson, “Night and Day”, 1982

joe-jackson-night-and-day-immagine-pubblica“Night and Day” è l’album più noto e celebrato di Joe Jackson, bravo cantautore inglese a quel tempo in fuga a New York, città nella quale stava definendosi il sound che avrebbe caratterizzato la musica leggera per tutti gli anni Ottanta. Lì il nostro scrive ed incide un lavoro notevolmente compatto, colorato ed effervescente, grazie all’uso continuo di percussioni di vario tipo (conga, bonghi, timpani, xilofoni, campanacci e quant’altro), il tutto però caratterizzato – come si evince dall’immagine di copertina – dal pianoforte e dalle tastiere, suonate dallo stesso Jackson. Gli altri strumenti impiegati sono basso, batteria, sax, archi… ma curiosamente non c’è traccia di chitarra in questo lavoro.

“Night and Day” è idealmente suddiviso in due parti, ‘night’ (con cinque canzoni tutte collegate musicalmente) e ‘day’ (con quattro canzoni separate), per l’appunto. Vediamole entrambe procedendo secondo la scaletta dell’album.

Si parte con Another World, brano che mette già in luce tutti gli elementi tipici del disco: accennata percussività, belle melodie, arrangiamenti ricercati, vitalità ritmica, strizzata d’occhio alla world music, testi semplici ma mai banali. Segue quindi la danza esotica (e vagamente ipnotica) di Chinatown, canzone ben più notturna della precedente ma pur sempre molto vivace.

Poi è la volta dell’interessante T.V. Age, un misto fra pop, rap e world music, col caldo sound del sassofono a ritagliarsi maggior spazio. Con Target gli elementi più latineggianti finora incontrati si fanno ancora più accentuati, in quello che è un variopinto e coinvolgente brano calypso.

La successiva Steppin’ Out è invece la canzone più famosa di Joe Jackson, credo che se la ricordi chiunque abbia avuto dai dieci anni in su negli anni Ottanta; qui il ritmo si discosta parecchio da quel che abbiamo ascoltato finora, vale a dire un trascinante electro-pop sul quale si innesta comunque il delicato piano e la bella parte vocale di Joe.

Fin qui abbiamo visto la parte notturna del disco… ora passiamo a quella diurna. Si inizia con un altro brano famoso, Breaking Us In Two: per quanto sia leggermente malinconica, si tratta d’una canzone emotivamente molto coinvolgente, sulla quale – dopo qualche ascolto – è praticamente impossibile non canticchiarci sopra. Un brano pop di classe, ecco cos’è Breaking Us In Two in poche parole!

Segue la latineggiante Cancer che forse, dal punto di vista melodico, è il pezzo meno riuscito di questo disco: tuttavia il ricco arrangiamento percussivo e soprattutto il bell’interludio strumentale (guidato dal pianoforte) rendono piacevole anch’esso. Le ultime due canzoni in programma, Real Men e A Slow Song, sono invece due lente ballate: la prima è un tantino epica e, nell’elaborata sequenza armonica, somiglia ad una composizione classica; bella la parte vocale di Joe in tutto il pezzo, anzi Real Men è la canzone dove canta meglio in questo disco. La seconda, la delicata A Slow Song, è un invito al DJ di turno a suonare una canzone lenta, una canzone per sottolineare i momenti di tenerezza con la persona amata. E’ una grande ballata che chiude un grande disco, null’altro da dire.

Concludendo, mi sento di consigliare “Night and Day” di Joe Jackson a tutti quelli che credono che il pop debba per forza essere una musica più sempliciotta e, di fatto, inferiore al rock. Con questo disco avranno modo di ricredersi!

– Mat