Altre brutte copertine di dischi

La musica di Miles Davis che più amo è quella che il grande trombettista americano ha inciso quando era sotto contratto con la Columbia (gli anni 1955-1985). La musica che successivamente ha inciso per conto della Warner Bros, nella fase finale della sua carriera, mi piace un po’ meno ma ancora meno mi piacciono i suoi anni pre-Columbia, per così dire, soprattutto quando incideva per la Prestige. E tra i motivi che mi tengono alla larga da quei dischi metto proprio le orride copertine che molto spesso ornavano i lavori comunque degni di nota di Davis. Eccone una selezione.

Miles Davis, Relaxin

“Relaxin’ With The Miles Davis Quintet” è una raccolta di materiale inciso nel 1956 e quindi pubblicato dalla Prestige nel 1958, quando Miles era già passato alla Columbia. Non discuto il contenuto dell’album, peraltro registrato dal nostro assieme a uno dei suoi gruppi migliori, ovvero quello con John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers e Philly Joe Jones. Ma la copertina? Mi ha sempre raffreddato la voglia di ascoltarmi il disco, purtroppo.

Miles Davis, Collectors Items

E che dire di “Collectors’ Items”, inciso sempre in quel 1956 ma con tutt’altra formazione?

Miles Davis, Miles Davis And Horns

Anche se, per quanto mi riguarda, la copertina più brutta d’un disco di Miles Davis resta quella di “Miles Davis And Horns”, anch’essa del 1956. Certo che l’allora reparto grafico della Prestige era a dir poco originale.

Il mondo è comunque pieno di brutte copertine di dischi, e continuano a farne anche in tempi recenti. Vediamone qualcuna.

Ed Sheeran, X

Ecco l’album “X” (gruppo Warner, 2014) di Ed Sheeran, un cantante del quale oggi tutti sembrano proprio non poterne fare a meno, in particolare i programmisti radiofonici.

Katy Perry, Witness, 2017

Questa è invece la spaventosa copertina di “Witness”, l’ultimo album di Katy Perry, pubblicato dalla Capitol nel 2017. E pensare che sarebbe bastata una semplice foto alla stessa Perry per dare invece alle stampe una bella copertina.

Depeche Mode - Spirit

Ancora i Depeche Mode, con una brutta copertina tratta da quello che molto probabilmente è il loro album più brutto, il recente “Spirit” (Sony, 2017).

Lou Reed, Metallica, Lulu

E che dire poi dell’orrenda copertina di “Lulu”, una collaborazione del 2011 tra Lou Reed e i Metallica pubblicata dalla Warner nel 2011?

Ma in casa, oltre a “Spirit” dei Depeche Mode e ai dischi Prestige di Miles Davis ho anche i seguenti…

Prince, Rave Un2 The Joy Fantastic, 1999

Prince, “Joy Un2 The Joy Fantastic” (gruppo BMG, 1999), oltre a…

New Order Republic

New Order, “Republic” (gruppo Warner, 1993), oppure, per fare un esempio nostrano…

Mango, Visto Così

Mango, “Visto Così” (gruppo Warner anch’esso, 1999).

Beh, penso che per ora la nostra carrellata di brutte copertine possa bastare. Ovviamente tutto è discutibile, quello che non piace a me potrebbe benissimo rappresentare un capolavoro per qualcun altro. Col prossimo post torneremo a parlare di musica vera. Forse proprio d’un noto album di Miles Davis che in questi giorni sto riascoltando spesso & volentieri.

-Mat

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Record Store Day 2018: le succose novità

David Sylvian, Dead Bees On A Cake, RSD 2018Le case discografiche hanno cominciato a diffondere le prime immagini e le informazioni relative alle uscite previste in occasione del Record Store Day 2018, che si terrà in tutti i negozi di dischi del mondo il prossimo 21 aprile. Se negli ultimi anni non avevo avuto modo d’andarci, l’anno scorso ci sono stato eccome, in entrambi i negozi di dischi della mia città, Pescara, trovando dei titoli che pur non essendo essenziali non mi hanno fatto dubitare sulla necessità di acquistarli (vuoi per il formato, vuoi per la grafica, vuoi ancora per una bella confezione).

Quest’anno, da quel che ho visto & letto finora, l’edizione che più m’interessa – la sola che vorrei acquistare davvero – è la riedizione di “Dead Bees On A Cake” (nella foto), l’album di David Sylvian datato 1999. Ristampato in doppio vinile bianco, con una nuova copertina, con tutte le foto di Anton Corbijn e soprattutto con quattro brani in più (quelli che, pur incisi durante la lavorazione dell’album, sono invece stati inclusi nella successiva raccolta del 2000, “Everything And Nothing”), l’album “Dead Bees On A Cake” viene finalmente presentato – per dirla con le parole dello stesso Sylvian – “come il doppio album che avevo sempre inteso di proporre, prima che l’etichetta perdesse la pazienza aspettandone l’arrivo”.

“Dead Bees On A Cake”, infatti, rappresentava un grande ritorno dopo anni di collaborazioni e dischi sperimentali. Di fatto, “Dead Bees”, uscito come ricordato nel 1999, fu il primo vero album di David Sylvian dai tempi di “Secrets Of The Beehive“. Sarà quindi l’occasione per godere ancora una volta e ancora di più (grazie all’inserimento di altri quattro splendidi brani, tra cui The Scent Of Magnolia e Cover Me With Flowers) di un album che a mio modesto avviso è stato un tantino sottovalutato. Gran disco, a parte tutto, mi piacerebbe dedicargli un post ad hoc, magari proprio a partire da questa ristampa, se mai riuscirò a portarmene a casa una copia.

Per quanto riguarda gli altri titoli riservati ad altri artisti, quelli che mi hanno fatto drizzare di più le orecchie sono i seguenti, tutti in vinile, e tutti in rigoroso ordine alfabetico.

Ac/Dc – “Back In Black”: il primo album della celeberrima band australiana con Brian Johnson alla voce, probabilmente il loro disco più famoso, ristampato addirittura in cassetta per questo RSD 2018.

Big Audio Dynamite II – “On The Road Live ’92”: un EP di soli cinque pezzi – tutti dal vivo, e mai prima d’ora stampati in vinile – in formato dodici pollici per la seconda reincarnazione del gruppo post-Clash di Mick Jones.

David Bowie – In questo caso abbiamo tre interessanti proposte. Partiamo in ordine cronologico, con la ristampa dell’album eponimo del 1967, “David Bowie” per l’appunto: edizione doppia in elleppì, contenente la versione mono (in vinile rosso) e la versione stereo (in vinile blu) dello stesso album. La seconda proposta, sempre su vinile, è un dodici pollici da 45 giri contenente la versione demo di Let’s Dance del dicembre 1982, pubblicata nella sua lunghezza integrale (sul lato B del singolo troviamo invece una versione live dell’epoca della stessa Let’s Dance). Infine, il nome di Bowie è legato a un triplo vinile, “Welcome To The Blackout”, contenente un inedito concerto londinese del 1978.

Johnny Cash – “At Folsom Prison: Legacy Edition”: forse il disco più famoso di Cash e senz’altro uno degli album live più acclamati di tutti i tempi, qui proposto in un lussuoso box da ben cinque vinili, contenente per la prima volta entrambi i concerti integrali che Cash e la sua band tennero nel carcere di Folsom in quel lontano 1968. Secondo me il tutto costerà un botto ma con ogni probabilità saranno soldi ben spesi. Ci sto facendo un pensierino.

John Coltrane – “My Favorite Things, Part I & II”: soltanto mille copie per questo singolo contenente entrambi i single edit di My Favourite Things, brano portante dell’omonimo e storico album uscito per la Atlantic nel 1961.

The Cure – Due uscite per la band di Robert Smith, decisamente peculiari: “Torn Down” è un doppio elleppì (entrambi in picture disc) contenente sedici nuovi remix curati dallo stesso Smith, mentre “Mixed Up”, anch’esso in doppio picture disc, è la riproposizione dell’album di remix dei Cure uscito nel 1990.

Miles Davis – “Rubberband EP”: quando ho letto “Rubberband” sono saltato sulla sedia! Quello, infatti, è il titolo dell’album inedito che Miles registrò nel 1985 come primo disco da far distribuire alla sua nuova etichetta, la Warner Bros. Poi s’imbatté nei demo di Marcus Miller e ricominciò daccapo con un nuovo progetto, che quindi divenne il celebre “Tutu”. In questo caso siamo però alle prese con un EP di soli quattro brani, e per giunta non tutti originali: c’è infatti qualche remix attuale, accanto al materiale inciso all’epoca da Miles e i suoi collaboratori del periodo. Sono tentato dall’acquisto ma anche fortemente dubbioso. Spero che questo EP sia invece l’anticipazione di qualcosa di più consistente che la Warner potrebbe distribuire in autunno.

Bob Dylan & The Grateful Dead – “Dylan & The Dead”: originariamente uscito nel 1989, questo live nel quale Bob Dylan era accompagnato dai Greteful Dead viene riproposto in un vinile dalle facciate diversamente colorate (quella A è rossa, quella B è blu). Un po’ troppo poco, forse? I soli Grateful Dead, ad ogni modo, potrebbero consolare i fan con un ben più corposo cofanetto da quattro vinili contenente un loro concerto al Fillmore West di San Francisco del 1969.

Fleetwood Mac – “The Alternate Tango In The Night”: se l’anno scorso è stato stampato un acclamato box da ben cinque dischi dedicato al trentennale di “Tango In The Night”, in occasione del RSD 2018 la sola versione alternativa dell’album (ovvero con mix diversi tratti dalle varie sedute d’incisione) viene qui estrapolata per un’edizione nel più tradizionale elleppì nero, il tutto disponibile in sole 8500 copie.

Marvin Gaye – Due uscite anche nel caso di questo leggendario soul singer, ovvero “Let’s Get It On” – uno dei suoi dischi più belli, datato 1972, del quale vorrei presto parlare in un post ad hoc – in vinile rosso da 180 grammi di peso, e quindi “Sexual Healing: The Remixes”, ovvero un altro vinile rosso contente sette versioni – vecchie e nuove – della classica Sexual Healing, il formidabile hit single del 1982.

Van Morrison – “The Alternative Moondance”: ovvero il classico album “Moondance” del 1970 qui ricreato a partire dalle versioni alternative / demo / provini tratti dalle sedute d’incisione originali (come nel caso di “Tango In The Night” dei Fleetwood Mac che abbiamo visto sopra, insomma).

Pink Floyd – “The Piper At The Gates Of Dawn”: edizione in vinile, e mono, per il primo album della storica band inglese, quando ancora era dominato dalla figura e dall’estro di Syd Barrett. In questo caso si tratta, stando al comunicato stampa ufficiale, di “a new mono 2018 remaster by James Guthrie, Joel Plante and Bernie Grundman. Remastered from the original 1967 mono mix”. Anche la grafica promette bene, con una sovracopertina tutta nuova.

Prince – “1999”: questa, vi dirò, non l’ho capita. Si tratta di una riduzione a soli sette brani dell’originale doppio album che il folletto di Minneapolis diede alle stampe nel 1982. C’è una nuova grafica ma mi sembra pochino… perché non distribuire di nuovo l’album nel suo glorioso doppio formato, magari con l’aggiunta dei B-side o versioni alternative?

Rolling Stones – “Their Satanic Majesties Request”: la risposta degli Stones, a quanto pare non troppo riuscita, al “Sgt. Pepper” beatlesiano. Qui siamo in presenza d’un vinile colorato ma trasparente, con tanto d’immagine lenticolare in copertina. Potrà bastare?

Bruce Springsteen – “Greatest Hits”: ovvero la riedizione in due vinili della prima raccolta antologica del Boss, edita per la prima volta nel 1995. Si tratta d’una gran bella antologia, stavolta riproposta in vinili rossi per un’edizione limitata & numerata. Anche qui, c’è il pensierino (e la minaccia al portafogli).

Neil Young – “Roxy: Tonight’s The Night Live”: due vinili contenenti un concerto losangelino inedito del 1973, quando l’album “Tonight’s The Night” doveva ancora uscire.

Questo è quanto, per ora, ma sono più che sicuro che da qui al prossimo 21 aprile ne sentiremo ancora delle belle. Magari ci sarà l’occasione per dare un seguito a questo post.

-Mat

Notiziole musicali #6

Sting e ShaggyNon compro un disco dallo scorso 1° dicembre. E questa, secondo me, è già una notizia. Un po’ inquietante, per i miei standard, ma conto di rifarmi presto, al massimo entro marzo. Il 23 di quel mese, infatti, sarà disponibile il sesto capitolo della “Bootleg Series” che la Sony ha dedicato e sta dedicando a Miles Davis. Si tratta d’un quadruplo ciddì contenente alcuni concerti europei del 1960 che testimoniano l’ultima collaborazione dal vivo tra Miles Davis e John Coltrane. Il nuovo titolo si chiamerà appropriatamente “The Final Tour: The Bootleg Series Vol. 6” e, sebbene contenga del materiale già precedentemente disponibile, c’è da credere che offrirà una qualità audio notevolmente superiore a quanto finora già ascoltato di quelle leggendarie esibizioni.

Insomma, il 23 marzo non è molto lontano, considerando inoltre che meno di un mese dopo, e precisamente il 21 aprile, sarà la volta del Record Store Day 2018. Ecco, diciamo che mi sto tenendo buono per questi due succosi appuntamenti. Nel frattempo, la produzione di “Bohemian Rhapsody“, il tanto atteso biopic sui Queen del quale si parla ormai da oltre un decennio, ha avuto modo di licenziare il regista Bryan Singer e di sostituirlo con Dexter Fletcher. Se del primo sapevo poco, del secondo so ancora meno; resto comunque ancora incuriosito da questo film, che dovrebbe debuttare nelle sale a dicembre.

Un’altra notizia che mi pare interessante è quella del ritorno degli Smashing Pumpkins, al lavoro su un nuovo album assieme al celebre (e celebrato) produttore Rick Rubin. Stavolta è della partita anche il chitarrista originario della band americana, James Iha, per cui potremmo davvero sentirne delle belle. Chissà. Intanto, anche Sting è tornato in studio negli scorsi mesi, pronto per dare probabilmente un seguito all’album “57th & 9th” del 2016. Tra i suoi collaboratori, oltre al produttore Martin Kierszenbaum, ci sarà anche Shaggy… ricordate, quello di Boombastic? Sting e Shaggy (nella foto) che, fra l’altro, si esibiranno prossimamente nel corso del Festival di Sanremo.

Nel frattempo, Roger Waters ha annunciato che ad aprire il suo concerto che terrà a Hyde Park (Londra), il prossimo 6 luglio, ci sarà anche Richard Ashcroft. L’ex Pink Floyd e l’ex The Verve… due dei miei cantanti/musicisti preferiti. Mi farebbe davvero piacere vederli assieme per uno o due brani. Chissà anche in questo caso. Ci terremo aggiornati.

-Mat

Wayne Shorter, “Adam’s Apple”, 1966

wayne shorter adam's apple immagine pubblicaDecimo album da leader per Wayne Shorter, “Adam’s Apple” è uno di quei dischi che ho scelto per caso e acquistato a scatola chiusa, senza cioè conoscerne prima una sola nota. Insomma, una volta entrato in negozio con l’intenzione di comprarmi un disco, non ho saputo resistere a una ristampa del 2013 d’un classico della Blue Note uscito originariamente nel 1966. Anche perché l’album vanta due dei miei musicisti preferiti, ovvero il pianista Herbie Hancock e ovviamente il sassofonista Wayne Shorter, qui esclusivamente alle prese col sax tenore.

Registrato anch’esso come tanti altri capolavori del jazz allo studio di Rudy Van Gelder, “Adam’s Apple” figura cinque composizioni originali, tutte scritte dallo stesso Shorter, e una magnifica reinterpretazione di 502 Blues (Drinkin’ And Drivin’), originariamente firmata da Jimmy Rowles. Tutti i brani sono stati incisi il 24 febbraio ’66 – tranne quella Adam’s Apple che dà il titolo al disco, messa su nastro tre settimane prima – e tutti sono eseguiti da un quartetto composto dai già citati Wayne Shorter e Herbie Hancock e quindi dal bassista Reggie Workman e dal batterista Joe Chambers.

La prima facciata del nostro vinile è caratterizzata soprattutto dall’avvolgente latineggiare di Adam’s Apple e di El Gaucho, intervallati comunque dal romantico incedere di 502 Blues. Invece Footprints, l’ammaliante brano che apre il lato B, è forse più noto nella versione incisa da Miles Davis sul finire di quello stesso 1966: sono due registrazioni magistrali, non c’è che dire, ma questa originale di Shorter (lui che comunque compare nella versione davisiana assieme ad Hancock) è quella che preferisco perché più essenziale e in qualche modo più ordinata di quella che figura su “Miles Smiles” (1967). Oltre a figurare un bellissimo assolo iniziale da parte di Wayne, inoltre, la Footprints shorteriana vanta un raro (almeno qui) ma notevole assolo di Workman, per quanto non molto esteso.

Teru è invece una di quelle sopraffini ballad jazzistiche che sembrano suonate in punta di piedi, tanto sono lievi e delicate, quasi che non si volesse disturbare troppo chi ascolta. Il conclusivo Chief Crazy Horse deve qualcosa allo stile compositivo/esecutivo che John Coltrane aveva introdotto col suo quartetto storico qualche anno prima in certi suoi brani dal sentore più blues; da qualche parte, inoltre, avevo letto che Chief Crazy Horse era proprio un esplicito omaggio a Coltrane. Ad ogni modo è un brano che forse non spicca per originalità ma che resta tuttavia un’esperienza d’ascolto interessante, soprattutto per il gran lavoro di Joe Chambers.

Album senza fronzoli, brioso e melodico a un tempo, suonato da quattro musicisti in stato di grazia, “Adam’s Apple” non può non piacere; dovrebbe risultare più che gradito anche a chi si avvicina all’arte di Wayne Shorter per la prima volta. Un disco godibile in quanto tale, indipendentemente dalle etichette, dalle epoche e dalle recensioni.

-Mat

John Coltrane, Johnny Hartman e quel bel disco del ’63

John Coltrane And Johnny Hartman immagine pubblicaCominciamo con un po’ di aggettivi. Romantico, senza dubbio. E anche sentimentale, caldo, rilassato & rilassante, consolante, persino alleviante. Indimenticabile, probabilmente. Indispensabile, forse. A tutti questi aggettivi, infine, ne aggiungo un ultimo, il definitivo: bello. Perché quello di cui si sta parlando, ovvero un disco chiamato semplicemente “John Coltrane And Johnny Hartman”, è proprio questo: un disco bello.

Registrato in un solo giorno, il 7 marzo 1963, ai celebri studi di registrazione di Rudy Van Gelder, in New Jersey, “John Coltrane And Johnny Hartman” segna l’incontro tra il cantante Johnny Hartman e il quartetto storico di John Coltrane, in un disco tanto atipico per la produzione coltraniana – è infatti il solo album di Coltrane ascrivibile al sottogenere “vocal jazz” – quanto impossibile da ignorare se si è amanti, come me, della musica del celeberrimo sassofonista americano.

Disco di sole ballate, scelte in quel Grande Canzoniere Americano che ancora oggi continua a intrigare pubblico e soprattutto artisti (vedi il recente “Triplicate” di Bob Dylan, tanto per citare l’ultimo album d’una serie ormai lunga), “John Coltrane And Johnny Hartman” sostanzialmente figura la voce di Hartman – inevitabilmente baritonale e confidenziale, da vero crooner, per l’appunto – accompagnata da un John Coltrane Quartet forse mai così delicato e misurato.

Si comincia con They Say It’s Wonderful, un classico firmato da Irving Berlin, per quindi procedere con l’amabile Dedicated To You, a ancora con My One And Only Love, dove la voce di Hartman entra dopo ben due minuti, quindi con quella Lush Life con cui Coltrane si cimentava almeno dai suoi anni con la Prestige, con una You Are Too Beautiful che addirittura si concede il lusso di fare a meno del sax di Coltrane, e per concludersi infine col delicato latineggiare di Autumn Serenade. Sei brani per poco più di una mezzora di musica, all’insegna di quel “less is more” che si adatta perfettamente a questo disco così piacevole.

Pubblicato dalla Impulse!, prodotto da Bob Thiele e registrato, come si è detto, nei Van Gelder Studios, in “John Coltrane And Johnny Hartman” è ovviamente il sassofonista a giocare in casa, eppure la presenza del buon Hartman si sente eccome, tanto che in certi momenti si può essere indotti a pensare che John Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison e Elvin Jones si siano qui limitati a vestire i panni della band di supporto del cantante. Non è così, ovviamente, perché “John Coltrane And Johnny Hartman” è l’inevitabile somma delle parti, dove ognuno degli artisti in gioco ha splendidamente contribuito con il proprio stile e la propria sensibilità a un disco davvero unico.

-Mat

Chick Corea, “Return To Forever”, 1972

Chick Corea Return To Forever immagine pubblicaMesi fa m’è capitato d’imbattermi, del tutto casualmente, in due distinte classifiche dei cento dischi jazz più importanti di sempre, o dei cento dischi jazz che sono assolutamente imprescindibili per gli appassionati di musica. Una classifica era stata redatta da un magazine italiano, credo Panorama, mentre l’altra era stata pubblicata da un quotidiano statunitense del quale ora mi sfugge il nome (un nome “importante”, ad ogni modo). Magari in seguito vedrò di ritrovarle, quelle due classifiche, ora quello che mi preme sottolineare è questo: per quanto diverse, entrambe contenevano un album che io avevo acquistato per pura curiosità qualche anno prima, “Return To Forever” di Chick Corea, un album del quale non avevo mai sentito parlare in precedenza e che mai mi sarei aspettato di vedere incluso in una ideale Top 100 del jazz.

Una decina d’anni fa, appassionandomi clamorosamente all’arte di Miles Davis, sono arrivato ad ascoltare e collezionare anche i dischi eseguiti come leader dai suoi principali collaboratori, nomi come John Coltrane, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Tony Williams, Keith Jarrett e altri ancora, tra cui quindi anche Chick Corea. Non tutti mi sono piaciuti con uguale intensità, ovviamente; diciamo che il mio interesse va dal massimo per John Coltrane al minimo per i Lifetime di Tony Williams. Il buon Chick Corea, nello specifico, m’è piaciuto e non m’è piaciuto: un disco acclamatissimo che sono andato a comprarmi con grande entusiasmo, “Now He Sings, Now He Sobs” (1968), non mi ha detto niente nonostante i ripetuti ascolti nel corso del tempo, mentre un disco del quale non sapevo assolutamente nulla e che ho comprato a scatola chiusa per pura curiosità mentre spulciavo tra i vinili freschi d’uscita in occasione d’un Record Store Day, un disco chiamato appunto “Return To Forever”, si è rivelato un’autentica gioia per le mie orecchie.

Le mie impressioni da neofita non dovevano essere molto campate per aria, allora, se “Return To Forever” viene considerato sia dagli esperti italiani che da quelli americani come uno dei cento dischi jazz che proprio non possiamo perderci. E mi fa piacere che sia più un disco di fusion che di jazz in senso stretto. E se di fusion vogliamo parlare, la fusion in atto in “Return To Forever” è quella tra jazz e samba, come magnificamente esplicata dal primo  brano in programma, l’eponimo Return To Forever, dodici minuti di musica che volano via che è una bellezza, un po’ come l’albatro immortalato in copertina.

Del resto, due dei cinque componenti della formazione che suonano in questo disco sono appunto brasiliani, ovvero la cantante Flora Purim e il ben più celebre batterista/percussionista Airto Moreira. Gli altri sono invece il bassista Stanley Clarke (più tardi nuovamente al fianco di Corea in un gruppo chiamato proprio Return To Forever), il flautista/sassofonista Joe Farrell e quindi lo stesso Chick, qui al piano elettrico. E se il brano successivo, Crystal Silence, è sostanzialmente un contemplativo duetto tra il sax soprano di Farrell e il tremolante piano elettrico del leader, il terzo e ultimo brano della facciata A, What Game Shall We Play Today, è una bossanova con tanto di testo cantato dalla Purim.

Il lungo brano (23 minuti) che da solo occupata la facciata B del nostro album, Sometime Ago-La Fiesta, inizia in modo pacato, in quella sorta di fusion tra jazz e ambient tanto cara a Manfred Eicher (è infatti lui il produttore dell’album, per conto della sua storica etichetta, la ECM); sono tuttavia i primi minuti dell’opera, che quindi vira in ambito samba, con tanto di testo cantato ancora una volta dalla Purim e flauto di Farrell in grande spolvero (più avanti, quando il brano sconfinerà in movimentate sonorità flamenco, Farrell sarà passato al sax soprano). E’ una parte molto bella che idealmente si ricollega a quanto già ascoltato nel brano d’apertura dell’album. Da qui, probabilmente, anche l’idea circolare suggerita dal titolo stesso del disco, “ritorno al per sempre” o “ritorno all’eternità” che dir si voglia.

Un album ottimamente bilanciato tra intimismo ed estrosità, “Return To Forever” sarà pure uno dei cento dischi jazz più belli di ogni tempo, ma per me resta uno dei pochi dischi ad opera di Chick Corea che mi siano piaciuti davvero. Uno di quei vinili che metto sul piatto del giradischi per il puro piacere d’ascolto, indipendentemente dalle classifiche, dai generi musicali, dall’importanza dell’artista, dal tempo che passa.

-Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Miles Davis, “Kind Of Blue”, 1959

miles-davis-kind-of-blue-immagine-pubblicaOriginariamente pubblicato il 28 maggio 2009, questo post è più una goffa raccolta di considerazioni personali che una recensione vera e propria. Che poi, lasciatemelo dire: ma che cosa avrà da aggiungere un post su Immagine Pubblica, scritto da un emerito sconosciuto come il sottoscritto, a proposito di un’autentica pietra miliare della musica come “Kind Of Blue”, il classico fra i classici dell’immensa discografia di Miles Davis?

Su questo disco sono state scritte pagine e pagine dai più illustri critici musicali del mondo, se non dei veri e propri libri, come quello di Ashley Khan, uno di quei libroni sul jazz che prima o poi – continuo a ripetermi ormai da troppo tempo – dovrò comprare e quindi leggere & rileggere. Un disco, questo “Kind Of Blue”, che è stato ristampato innumerevoli volte negli ultimi cinquantotto anni (compreso un bel cofanettone, nel 2008, con tanto di vinile, ciddì & divuddì… ovviamente presente nella mia collezione) e che si può trovare praticamente dappertutto, non solo nei negozi di dischi, ma anche nei centri commerciali e nelle edicole, passando per le stazioni di servizio in autostrada.

Per questo e per tanti altri motivi, mi limiterò – ora come in quel post del 2009 – a delle semplici considerazioni sull’album originale del ’59, un vero disco coi controcazzi, come direbbe lo stesso Miles Davis in quel linguaggio colorito che gli era tanto caro, suonato da un gruppo coi controcazzi: i sassofonisti John Coltrane e Cannonball Adderley, i pianisti Bill Evans e Wynton Kelly, il bassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb. E poi in “Kind Of Blue” c’è ovviamente Miles, con la sua magica tromba ma anche con tutto il suo carisma di bandleader, qui alle prese con la massima espressione del jazz modale, vale a dire un tipo di jazz acustico (l’elettrico sarebbe arrivato per Davis solo sul finire degli anni Sessanta) che, in base a semplici schemi predefiniti sulla carta, lasciava grande spazio alla libera espressione e all’improvvisazione dei musicisti.

In effetti i cinque brani di “Kind Of Blue” – l’esaltante So What (contenente quella che forse resta l’introduzione più bella di sempre in un album jazz), il brioso Freddie Freeloader, il romantico Blue In Green, l’africaneggiante All Blues e il suggestivo Flamenco Sketches – mettono meravigliosamente in luce la sensibilità artistica & la bravura tecnica d’ogni singolo musicista, in un equilibrio di gruppo che definirei pressoché perfetto. E’ un miracolo questo “Kind Of Blue”, e concordo pienamente con chi disse e/o scrisse che dev’essere stato fatto in paradiso.

Registrato negli studi newyorkesi della Columbia in sole due sessioni fra il marzo & l’aprile 1959 e prodotto da Irving Townsend, “Kind Of Blue” è un’autentica pietra miliare non solo del jazz ma soprattutto della musica in generale. Per Miles Davis fu una sorta di fatidico spartiacque: la musica che incise prima di “Kind Of Blue” fu una cosa, la musica che incise dopo fu tutt’altro. Anche la mia esperienza di ascoltatore può essere riassunta in un prima e un dopo “Kind Of Blue”, lo credereste?

-Mat

John Coltrane, “A Love Supreme”, 1965

John Coltrane A Love SupremeOriginariamente apparso sul blog Parliamo di Musica il 25 aprile 2007, il post che segue è stato scritto  e riscritto più volte, ripensato, rimesso tra le bozze e infine ripubblicato nel 2009, quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica. E anche questa nuova revisione… beh, l’ho iniziata lo scorso febbraio e mi sono deciso a pubblicarla soltanto adesso, dopo ulteriori aggiunte, limature e riconsiderazioni.

In verità vi dico: per recensire a dovere un capolavoro come “A Love Supreme”, il disco più famoso e celebrato di John Coltrane, non basterebbe un blog intero. Inoltre, critici e saggisti infinitamente migliori di me hanno dedicato ben più d’un articolo – per non dire un libro, come nel caso di Ashley Kahn – a questo che rappresenta non soltanto un caposaldo indiscusso della musica jazz ma anche della musica stessa. Un disco, per usare un solo aggettivo, davvero imprescindibile. A voler semplificare ai minimi termini la storia artistica di John Coltrane, di fatto, si potrebbe tranquillamente parlare di un prima e di un dopo questo album tanto ispirato (e ispirante).

Per quanto mi riguarda, “A Love Supreme” è uno dei dischi più belli che io abbia mai avuto il piacere di ascoltare. E anche di collezionare, giacché ormai ho quasi perso il conto delle copie/versioni in mio possesso: l’anno scorso sono andato a comprarmi pure “A Love Supreme: The Complete Master”, ovvero una Super Deluxe Edition da tre ciddì pubblicata nel novembre 2015 in occasione del cinquantenario dell’opera originale. Riedizioni a parte, tuttavia, bisogna ammettere che “A Love Supreme” è un disco bello in quanto tale, per come suona e per le emozioni che suscita in chi l’ascolta, indipendentemente da ogni considerazione critica, culturale o storica che dir si voglia. Un vero e proprio oggetto d’arte che mi sento di consigliare spassionatamente a qualsiasi amante di musica: un disco così non può che arricchirgli la vita.

Pubblicato nel febbraio 1965 dalla Impulse!, “A Love Supreme” è un lavoro intriso di grande spiritualità, concepito dal suo autore come un omaggio a Dio, il quale gli ha fatto ritrovare la retta via dopo molti anni difficili, resi ancora più tormentati dalla dipendenza dall’eroina. L’album è in pratica una suite di quattro parti – Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm – eseguita da McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al basso, Elvin Jones alla batteria e ovviamente John Coltrane col suo inimitabile sax tenore. Un quartetto, quindi, radunatosi allo studio di registrazione di Rudy Van Gelder la sera del 9 dicembre 1964, per realizzare in una manciata di nastri quest’autentico capolavoro che è “A Love Supreme”.

Una manciata di nastri alla quale è stata aggiunta un’altra succulenta porzione il giorno dopo, il 10 dicembre, quando il quartetto è stato ampliato con due musicisti invitati dallo stesso Coltrane, per vedere che cosa un sestetto avrebbe potuto aggiungere al concept originale. Ma andiamo per ordine, ed iniziamo dai quatto movimenti della suite “ufficiale” suonati dal quartetto “ufficiale” in quello storico 9 dicembre 1964.

“A Love Supreme” comincia con un pezzo davvero splendido, Acknowledgement, dagli oltre sette minuti & mezzo di durata: gioia per le orecchie e ristoro per l’anima, grazie al caldo errare del sax, all’elegante performance pianistica e alla spumeggiante batteria, mentre il basso in bell’evidenza chiude il brano dopo il solo contributo vocale del disco, una sorta di mantra dove John ripete per un minuto la frase che dà il titolo al disco. Un jazz assai dinamico caratterizza invece il successivo Resolution, dove il piano si ritaglia uno spazio tutto suo, tanto brioso quanto delicato, mentre i fraseggi sassofonistici seguono uno schema sonoro d’assoluta libertà, caldo come sempre. La durata del brano s’aggira anch’essa sui sette minuti & mezzo.

Pursuance si avvia con un rocambolesco assolo ad opera del sempre ottimo Elvin Jones: dopo un minuto e mezzo, capitanato dall’inconfondibile sax del nostro, ecco che entra il resto della band al gran completo. Anche in questo caso il piano si ritaglia uno spazio tutto per sé, cimentandosi in una sequenza assolutamente deliziosa; il sax resta però il grande protagonista, con fraseggi veloci e coinvolgenti. Il finale del brano – che complessivamente oltrepassa i dieci minuti di durata – è affidato, in successione, ad un rutilante assolo di batteria e a un disteso assolo di basso. A sette minuti dalla fine ci troviamo in presenza dell’ultima parte di “A Love Supreme”, la riflessiva Psalm: padrone assoluto della scena è il mistico sax di Coltrane, ma Jones non si rende affatto comprimario, regalandoci un suggestivo supporto ritmico basato sui timpani.

Come già detto, la sera successiva a questa che resta comunque la registrazione definitiva di “A Love Supreme”, Coltrane aggiunse due musicisti al suo quartetto: il sassofonista Archie Shepp e il bassista Art Davis. Quest’inedito sestetto – comprendente quindi due sax tenori, due bassi, un piano e una batteria – incise delle versioni alternative di alcuni brani che vennero però scartate dalla prima edizione dell’album (ma già nelle note originali del disco, Coltrane ringraziava Shepp e Davis per il loro contributo, augurandosi di poter tornare a collaborare in un futuro prossimo).

Nonostante una qualità audio non proprio eccelsa, queste take alternative di Acknowledgement costituiscono una straordinaria testimonianza sonora che rende ancora più ammirevole il lavoro che Coltrane e i suoi collaboratori realizzarono complessivamente in quei due giorni al Van Gelder Studio. Le due take di Acknowledgement incise dal sestetto sono sensibilmente più lunghe (oltre i nove minuti di durata) e spiccano per l’inedito scambio frasistico fra i rispettivi tenori di Coltrane e Shepp, quest’ultimo soprattutto in funzione ritmica, facendo così da contrappunto agli svolazzi melodici del leader.

Per quanto riguarda l’attività dal vivo, “A Love Supreme” è stata eseguita nella sua interezza soltanto una volta, durante la partecipazione (per due serate) del John Coltrane Quartet al noto festival jazz di Antibes, sulla Costa azzurra. Datata 25 luglio 1965, l’esibizione è stata remasterizzata, restaurata della sua introduzione parlata da parte del conduttore del festival e quindi ufficializzata per la prima volta nel catalogo coltraniano con la bella riedizione Deluxe di “A Love Supreme” del 2002 (che è l’edizione che consiglio a chiunque). Se il quartetto è lo stesso che aveva già inciso “A Love Supreme” in studio, in questo concerto l’improvvisazione dei quattro musicisti si concede ancora più libertà, con un Coltrane già proiettato verso quella dimensione free che caratterizzerà la seconda e purtroppo brevissima parte della sua vita. Il grande musicista morì infatti nel luglio ’67, quando non aveva ancora compiuto il suo quarantunesimo anno d’età.

– Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)