The Doors, “The Doors”, 1967

the-doors-primo-album-immagine-pubblica-blogTempo d’anniversari in casa Doors: se a fine 2006 si è festeggiato ufficialmente il quarantennale della nascita della nota band californiana (anche se al sottoscritto risulta che i Doors sono nati nel ’65…), quest’anno è la volta d’un altro quarantennale, quello della pubblicazione del primo, incredibile album dei nostri, l’omonimo “The Doors”. Un disco già maturo, stilisticamente perfetto, probabilmente il migliore che la breve vita artistica dei Doors ci abbia lasciato, nonché uno dei più grandiosi album rock che la storia della musica possa annoverare.

Un album da antologia che si apre con la celebre e indimenticabile Break On Through (To The Other Side), uno dei brani più ruggenti & urgenti dell’intero catalogo doorsiano: pulsante e selvaggio, questo è un vero classico del rock! E pensare che all’epoca vennero tagliate dal singolo alcune frasi del canto di Jim Morrison per non incorrere in censure radiofoniche. Gli fa seguito la coinvolgente e sinuosa Soul Kitchen, un brano che sembra svilupparsi da quel semplice giro d’organo iniziale di Ray Manzarek per poi trascinarsi in un irresistibile soul-rock. Resta anche un’ottima colonna sonora se si è impegnati al volante.

La delicata e sognante The Crystal Ship ci regala una dolce prestazione vocale di Jim Morrison, mentre la successiva Twentieth Century Fox, sembra un medley fra Soul Kitchen e Light My Fire, senza però raggiungere in emotività le due canzoni in questione. Segue una geniale reinterpretazione di Alabama Song (Whiskey Bar), brano originale del duo Kurt Weill/Bertold Brecht, riproposto dai Doors con la loro strumentazione rock ma senza svilirne il tratto cabarettistico. Una cover brillante per una registazione notevole, ripresa nel 1980 anche da David Bowie, seppur con toni più teatrali.

Poi è la volta della strafamosa & più volte coverizzata Light My Fire, una delle canzoni più rappresentative della band californiana. Un brano molto lungo, prossimo ai sette minuti, perlopiù strumentale, con eccellenti assoli dell’organo di Ray Manzarek e della chitarra di Robby Krieger. Pubblicata su singolo, Light My Fire venne notevolmente editata per rientrare nei riduttivi standard di trasmissione radiofonica e, ciononostante, la canzone volò al 1° posto della classifica americana.

Dopodiché siamo alle prese con la seconda cover di questo disco, l’incalzante e sessualmente allusiva Back Door Man, una canzone più aggressiva seguita da I Looked At You, un brano rockeggiante sullo stile di Break On Through che tuttavia non risulta altrettanto coinvolgente.

La distesa End Of The Night è invece una bella canzone dall’atmosfera suggestiva: un lento di gran classe, vagamente ipnotico. Segue Take It As It Comes, un pezzo che pur non presentando nulla d’esaltante è un perfetto brano Doors per grinta, arrangiamento ed esecuzione complessiva.

Infine The End, il brano capolavoro assoluto dei Doors, undici minuti di secca musica progressive che hanno fatto storia, immortalata anche al cinema grazie al suo inserimento nei titoli di testa di “Apocalypse Now” (1979), noto film di Francis Ford Coppola. Ad una prestazione vocale da manuale di Morrison, a metà fra il canto e la recitazione, risponde un’esecuzione incredibile da parte dei tre Doors musicisti, soprattutto l’eccellente prova alla batteria di John Densmore.

“The Doors”, trascinato dall’enorme successo del singolo Light My Fire, si rivelò un grosso successo per quella che era, almeno per il grande pubblico, una band di sconosciuti. C’è da dire che forse in seguito i Doors vissero un po’ di rendita grazie a questo disco, sicuramente però nessun loro album successivo riuscirà ad eguagliare “The Doors” in quanto ad inventiva sonora e sentimento complessivo espresso.

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Un personale ritratto di Jim Morrison

jim-morrison-doors-immagine-pubblicaOggi ho finito di leggere la biografia di Jim Morrison scritta dal giornalista americano Stephen Davis. E’ un lavoro ben documentato e molto coinvolgente, quasi seicento pagine che ho letto in un soffio.

Desideravo conoscere la storia di Jim Morrison per due motivi principali: la musica dei Doors mi
piace sempre più e quindi volevo semplicemente saperne di più, e poi avevo un dubbio che covavo da almeno dieci anni… ma il ritratto che Oliver Stone ne ha fatto nel suo film del 1991 era reale?

Perché Stone ci mostra un Morrison (interpretato dal comunque bravissimo Val Kilmer) più coglione che artista: è sempre fuori di testa, sembra un perfetto idiota più che una grande rockstar. Anche perché la musica che i Doors hanno inciso durante la loro breve carriera discografica è molto professionale, abbastanza raffinata tecnicamente (soprattutto il lavoro alla batteria di John Densmore)… fuori di testa fino ad un certo punto, in studio bisognava adottare professionalità & precisione e Jim Morrison mi sembra molto partecipe nei suoi dischi.

E invece Stephen Davis conferma Oliver Stone: Jim era davvero un dissolutone, uno sballone, uno che ci andava pesantissimo con l’alcol e che, in quanto a droghe, le ha provate un po’ tutte. Tuttavia non era un coglione, questo decisamente no: era un artista in tutti i sensi, uno che se ne sbatteva alla grande delle regole e della disciplina… anche del buon gusto, se vogliamo. Ci sono numerose ombre sull’infanzia di Jim, nato l’8 dicembre 1943: fino a che punto essa è stata felice? Pare che abbia subìto degli abusi sessuali da bambino… e comunque è stato sempre restìo a parlare dei suoi genitori e della sua famiglia in generale.

La sua passione principale è stata (e sarà fino alla fine) la poesia: pare che Jim leggesse tantissimo, che divorasse i libri dei poeti maledetti francesi, ma anche di filosofi e psicologi. Oltre che di romanzi. Insomma, leggeva con avidità un po’ di tutto. Durante la sua vita ha pubblicato, sia privatamente che pubblicamente, diversi volumi con i suoi scritti… quelli che al momento mi ricordo sono “The Lords” e “The Creatures”. Per quanto Jim amasse la vita e se la godesse alla grande (faceva un sacco di baldoria con i suoi amici, se la spassava con un sacco di donne… pare anche con gli uomini, beveva & fumava & si drogava tantissimo), nei suoi lavori si riflette sempre una certa angoscia, una certa caducità della vita che è sempre imminente. In uno dei brani più famosi e notevoli dei Doors, quella Roadhouse Blues che conoscerete tutti, Morrison grida chiaramente che ‘il futuro è incerto e la fine è sempre vicina’.

Un’altra passione di Jim Morrison fu il cinema, tanto che studiò cinematografia e si diplomò all’UCLA di Los Angeles, la città che più di tutte amò e che contraddistingue il suo lavoro. In realtà lui nacque nella costa opposta, in Florida, da una famiglia di origini scozzesi. La storia raccontata da Davis è davvero imponente per mole e molto appassionante: la consiglio a chiunque voglia saperne di più, non solo sul mito di Morrison, ma anche sul lavoro in studio dei Doors.

E così il gruppo realizzò un demo nel corso dell’estate ’65, un demo dal quale sarebbero state tratte le canzoni per i primi due album, ovvero “The Doors” e “Strange Days”, pubblicati entrambi nel ’67. In quel demo, tuttavia, c’erano anche versioni primordiali di brani apparsi successivamente, come Hello I Love You e Indian Summer. Dal 1967 al 1970, inoltre, i Doors eseguivano un brano che non fu mai inserito ufficialmente negli album da studio, The Celebration Of The Lizard, una sorta di poema-catarsi in musica. Il lungo brano, che poteva durare dai dieci ai sessanta (!) minuti a seconda dei concerti, del periodo e dalla lunacità degli stessi Doors, sarebbe dovuto comparire sul terzo album dei Doors ma, alla fine, rimase inedito (comparirà però nelle edizioni postume, ufficiali e non).

Nel libro di Davis ho letto quella che per me, appassionatissimo & fissatissimo dei Beatles, è
un’autentica chicca: approfittando di una serie di concerti dei Doors, nel 1968, in Inghilterra, Jim fece visita ai quattro negli studi Abbey Road, probabilmente su invito di George Harrison. Pare addirittura che Jim partecipi ai cori di una versione di Happiness Is A Warm Gun poi rimasta in archivio. Un’altra cosa che mi ha molto colpito è che in una serie di interviste tra il 1969 e il ’70, Jim preannunciò la nascita del punk e della techno: Jim era evidentemente avanti sul suo tempo, e aveva chiara in testa l’evoluzione e la fruizione della musica contemporanea.

Approcciandomi alla lettura, nutrivo molta curiosità per il periodo parigino di Jim Morrison: il leader dei Doors si trasferì a Parigi nel febbraio 1971, restandoci fino al 3 luglio, giorno della sua morte per cause tuttora ignote. Sembra molto probabile, comunque, che Jim morì per un’overdose di eroina: non se la sparava in vena, come faceva la sua compagna ‘ufficiale’,
Pamela Courson (che di overdose morirà tre anni dopo, sconvolta, pare, dai sensi di colpa), se la fumava mentre, al tempo stesso, continuava a darci sotto con l’alcol. Insomma, Jim Morrison era ben avviato, almeno fin dal 1968, sulla strada per l’autodistruzione.

Il corpo di Jim venne tumulato qualche giorno dopo nel celebre cimitero Père-Lachaise di Parigi: al funerale parteciparono in pochi (ci fu il manager dei Doors ma curiosamente nessuno dei componenti della band) e la sua tomba è tuttora una delle mete più visitate della capitale francese. Jim lasciò un testamento dove cedeva tutti i suoi beni a Pamela; alla morte di lei, tuttavia, il tutto passò ai genitori della ragazza, i coniugi Courson. Nel corso degli anni, la famiglia Morrison si è vista riconoscere una grossa fetta della lucrosa torta (dopo varie cause legali) ma i Courson hanno comunque un certo controllo artistico sull’opera morrisoniana.

Ebbene sì, la vicenda umana e artistica di James Douglas Morrison è appasionante, ricca di fascino, di musica, di poesia, di eccessi e di mistero. Il tutto, che ci piaccia o no, ne ha fatto un mito di questi tempi.

– Mat

The Doors, “Morrison Hotel”, 1970

the-doors-morrison-hotel-immagine-pubblica-blog“Morrison Hotel” dei Doors è uno di quei dischi genuini di sano e puro rock, del resto è uscito nel 1970, in tempi non sospetti. Per me è un vero piacere ascoltarlo, sia con lo stereo di casa che mentre sono in macchina.

La versione originale di “Morrison Hotel”, quella pubblicata su elleppì, era suddivisa in due momenti: il lato A è chiamato “Hard Rock Cafe” e contiene sei brani; il lato B è chiamato invece “Morrison Hotel” e contiene cinque brani. Il tutto è prodotto da Paul A. Rothchild, produttore storico dei Doors, e si avvale della collaborazione di alcuni turnisti: Ray Neopolitan e Lonnie Mack al basso, e un certo G. Puglese all’arpa. Ovviamente i Doors ci sono tutti, in azione come segue: Ray Manzarek al piano e all’organo, Robby Krieger alla chitarra, John Densmore alla batteria e alle percussioni, Jim Morrison alla voce. E ora passiamo alle canzoni…

L’album inizia con un classico dei Doors, Roadhouse Blues, e che inizio! E’ un invito in chiave rock-blues a dirigersi in macchina verso un posto dove poter far casino tutta la notte. Davvero una grandissima canzone rock, una delle migliori del genere, piena di energia ma anche d’un pizzico d’angoscia, sintetizzata dalla frase ‘il futuro è incerto e la fine è sempre vicina’. Preveggenza da parte di Morrison circa la sua morte?

Waiting For The Sun è un altro classico della band californiana: un brano potente dove Manzarek la fa da padrone e Morrison spera di sciogliere i suoi dubbi al sole, ora che è giunta la primavera. Una canzone intensa, Waiting For The Sun, uno di quei brani che apprezzo una volta di più ad ogni ascolto.

Introdotto da un piano stile saloon, segue You Make Me Real, un altro brano stradaiolo, caratterizzato da brevi interruzioni di tempo e vivaci riprese. Poi è la volta di Peace Frog, brano ancora più stradaiolo del precedente: se siete a casa vi fa venir voglia di andare a fare un giro in macchina… almeno a me fa questo effetto. In questo brano, che ha tutto il sapore delle grandi strade e città d’America, l’intera strumentazione è compatta e tesa nel darci un grandissimo rock.

Il tutto si arresta per lasciar spazio al brano successivo, la rilassata e pigra Blue Sunday, con la calda voce di Jim ad accoglierci per prima. Segue Ship Of Fools, un brano tipicamente doorsiano che ci fa così terminare la nostra visita all’Hard Rock Cafe. Stancati dal viaggio, dal casino fatto, dalle bevute e da stravizi vari, ci sentiamo in dovere di riposarci per un po’ al Morrison Hotel: lo dobbiamo però raggiungere in macchina e così ci accompagna la briosa Land Ho!.

Stesi sul letto ci lasciamo cullare dal blues di The Spy, ma la strada è presente fin troppo nei nostri pensieri… ecco quindi Queen Of The Highway. La nostra cavalcata è però di breve durata e così ci abbandoniamo ai sentimentalismi: Indian Summer è una delle canzoni più delicate dei Doors (una prima versione risale agli anni iniziali della band), con le lievi ma evidenti percussioni di Densmore, la chitarra di Krieger che sembra dipingere i contorni dell’amore e il discreto organo di Manzarek a sorreggere l’ambiente.

Ma noi, in fondo, al Morrison Hotel non siamo venuti mica per riposare: la robusta Maggie M’Gill diventa infatti un’altra fantastica compagna di viaggio. Per quanto tempo siamo stati al “Morrison Hotel” (contando la baldoria che abbiamo fatto all’Hard Rock Cafe)? Appena trentotto minuti ma… non ci siamo annoiati affatto, vero?