Bob Dylan, “Rough And Rowdy Ways”, 2020

Il disco che più ho ascoltato negli ultimi tempi è senza dubbio “Rough And Rowdy Ways”, l’ultimo album di Bob Dylan, edito dalla Columbia lo scorso giugno. L’avevo comprato quasi subito ma, dopo un primo ascolto, l’avevo riposto per sentire tutt’altra musica nel corso della passata estate. E adesso, dopo ripetuti ascolti da parte mia sempre più entusiastici, la rivelazione: “Rough And Rowdy Ways” è davvero un gran bel disco! Sono dieci canzoni in tutto, curiosamente ripartite così: le prime nove – tra cui I Contain Moltitudes e False Prophet, diffuse in anteprima rispetto alla pubblicazione dell’album – su un ciddì e la decima, l’ultima, Murder Most Foul, su un altro ciddì. Infatti “Rough And Rowdy Ways” è un album doppio, sia nella versione in ciddì che ho scelto io e sia in quella su vinile.

Nel complesso, possiamo subito dire di trovarci alle prese con un disco senza fronzoli dove la musica è esattamente funzionale al testo, o meglio, alla narrazione da parte di Bob Dylan di queste sue nuove dieci canzoni originali, dopo una trilogia di sole cover (gli album “Shadows In The Night”, “Fallen Angels” e “Triplicate”) e dopo – vale la pena di notarlo – la sua discussa vittoria del premio Nobel per la letteratura. Canzoni con testi assai lunghi, vere e proprie narrazioni di storie che vanno dall’inevitabilmente autobiografico (I Contain Moltitudes) al racconto gotico (My Own Version Of You), concludendo quindi con i fatti e le impressioni della storia contemporanea (Murder Most Foul).

Non ho letto tutti i testi, e il non averli pubblicati in un libretto interno al disco è per me un clamoroso errore da parte della casa discografica (o forse, chissà, dello stesso Dylan), ma devo dire che sono davvero notevoli, in particolare quella Murder Most Foul che abbiamo già citato più volte: un brano di ben diciassette minuti di durata (credo il più lungo mai proposto dal nostro in un suo album da studio) dove Bob Dylan canta con flemma pastorale dell’omicidio di John F. Kennedy e di tutto ciò che ne è seguito, almeno quello che ci passa lui attraverso le sue suggestive impressioni. Ed è tutto un citare, in Murder Most Foul in particolare ma anche in molte altre canzoni di questo disco, di nomi: da Giulio Cesare ai Rolling Stones, passando dal bluesman Jimmy Reed (al quale è intitolata anche una delle dieci canzoni presenti qui) ai Beatles, agli Eagles (o meglio, Don Henley e Glenn Frey) e ovviamente al presidente Kennedy. Presidente che è ritratto in bella mostra sul retro della copertina dell’album. Mi chiedo se il nostro o chi per lui abbia dovuto pagare dei diritti d’immagine alla famiglia Kennedy.

Un disco senza fronzoli, questo “Rough And Rowdy Ways”, come ho detto sopra, dove la musica è funzionale alle parole: inizia e finisce, infatti, dove inizia e finisce di cantare Bob Dylan, senza chissà quali assoli o parti strumentali di rilievo; se un brano dura dieci minuti, come Key West (Philosopher Pirate) ad esempio, è perché Dylan canta per dieci minuti, ecco. E questo aspetto, in definitiva, potrebbe essere il limite o il pregio di un lavoro discografico come questo. A me è piaciuto molto. Continuerò senz’altro a riascoltarmelo con piacere anche in futuro. – Matteo Aceto

Donald Fagen, “The Nightfly”, 1982

Donald Fagen The Nightfly immagine pubblicaSì, lo so che oggi ricorre il cinquantesimo anniversario di “Sgt. Pepper”, e che forse avrei dovuto scrivere qualcosa in proposito. Penso però di aver già scritto abbastanza sul capolavoro dei Beatles (vedi QUI per tutto ciò che c’è da sapere sulle nuove ristampe e QUI per una recensione sul disco in quanto tale), per cui non avrei fatto altro che ripetermi. E poi c’è da dire che, in verità, avevo già pronto da qualche giorno tutt’altro post, che per pura coincidenza mi sono deciso a pubblicare proprio oggi. Vediamo un po’ di che si tratta.

Capolavoro da solista per Donald Fagen, uscito la bellezza di trentacinque anni fa, “The Nightfly” è uno di quei dischi dei quali avrei voluto parlare molti post fa. E’ un album che in effetti conosco ormai da una vita, almeno fin da quando ho iniziato a comprare musica con regolarità, al principio degli anni Novanta. E’ una sorta di concept album, visto che i testi delle sue otto canzoni riflettono i sogni e le speranze di un teenager di provincia americano a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando cioè gli Stati Uniti viaggiavano verso quella “nuova frontiera” così bene espressa da John Fitzgerald Kennedy durante la sua vittoriosa campagna presidenziale del 1960. Un teenager di provincia che ovviamente altri non è che il nostro Donald Jay Fagen, nato in New Jersey nel gennaio del 1948.

Musicalmente parlando, “The Nightfly” vanta invece un sound professionale e corposo, eppure caldo e divertente, fin da quelle prime, saltellanti e inconfondibili note con le quali inizia la prima canzone in programma, quella I.G.Y. che può essere considerata la canzone più rappresentativa del Fagen solista. E’ un lungo brano di sei minuti all’interno d’un disco che di minuti ne dura quaranta scarsi; un brano magnifico, prodotto, cantato e suonato meravigliosamente bene, e che forse da solo giustifica l’acquisto dell’intero disco.

Tra le altre canzoni di “The Nightfly” che più apprezzo metto senz’altro Maxine, una suadente ballata intrisa di soul e con una spruzzatina di doo-wop, e quindi la vivace e swingante Walk Between The Raindrops, posta a chiusura del disco e forse fin troppo breve. Il resto dell’album figura la funky Green Flower Street, la festaiola Ruby Baby (che è l’unico brano non originale, e non scritto da Fagen, tra quelli in programma), la serrata New Frontier, la caraibica The Goodbye Look, e quindi l’omonima The Nightfly, che forse è il brano qui presente che più ricorda lo stile degli Steely Dan.

Prodotto da quello stesso Gary Katz che aveva già partecipato a tutti gli album degli Steely Dan incisi in precedenza, “The Nightfly” vede la partecipazione di tutta una serie di musicisti turnisti di prim’ordine, tra i quali ricordo i chitarristi Hugh McCracken, Larry Carlton e Dean Parks, i bassisti Chuck Rainey e Marcus Miller, i batteristi Steve Jordan e Jeff Porcaro, i pianisti/tastieristi Michael Omartian e Greg Phillinganes, il trombettista Randy Brecker e quindi i sassofonisti Michael Brecker e David Tofani.

Parlando d’un album come “The Nightfly”, infine, non si può non menzionarne anche la caratteristica copertina: rigorosamente in bianco e nero, con Donald Fagen che interpreta il deejay alle prese – alle ore piccole del mattino – con quel “jazz & conversation” a cui fa riferimento nella stessa The Nightfly. – Matteo Aceto

John Lennon, “God”, 1970

john-lennon-plastic-ono-band-album-1970Ci sono canzoni che parlano di dolore. Canzoni che, dopo aver affrontato il dolore, vanno oltre tale soglia. Cercano la via della redenzione, della liberazione. Alla ricerca di un luogo in cui non necessariamente bisogna essere felici, ma un luogo in cui si può finalmente essere se stessi.

Una di queste canzoni è God, il brano più impressionante fra quelli inclusi in “John Lennon/Plastic Ono Band” (1970), il primo album post-Beatles di John Lennon. Il disco in questione, per la verità, meriterebbe un post tutto suo (e la cosa si concretizzerà nelle prossime settimane), ma per ora passiamo a questa stupenda ed indimenticabile canzone. Alla sua parte testuale, in particolare.

God inizia con un’affermazione di principio, secondo cui ‘Dio è un concetto attraverso il quale misuriamo il nostro dolore’. Lennon scandisce perfettamente le parole, così come tutte le altre del testo, anzi, ripete due volte quest’affermazione iniziale. Poi, con una sequenza mozzafiato, passa ad elencare le cose e le persone nelle quali non crede o ha smesso di credere, fino all’imprevisto…

E così John Lennon dice di non credere alla magia,
di non credere all’I-ching,
di non credere alla Bibbia,
di non credere ai tarocchi,
di non credere a Adolf Hitler,
di non credere a Gesù Cristo,
di non credere a John F. Kennedy,
di non credere a Budda,
di non credere al mantra,
di non credere alla Gita,
di non credere allo yoga,
di non credere ai sovrani,
di non credere a Elvis Presley,
di non credere a Bob Dylan (è significativo il fatto che John ne canti il vero cognome, Zimmerman, forse volendo far intendere che non crede più al celebre menestrello americano in quanto uomo e non in quanto artista).

E poi il colpo finale, inaspettato per tutti i fan dei Beatles… John Lennon dice di non credere agli stessi Beatles! La canzone ha quindi una pausa di sospensione, come a voler dare maggior risalto a queste ultime parole.

Successivamente, John dice infine di credere soltanto a se stesso, e a Yoko Ono, all’epoca sua seconda moglie. A questo punto il tono si addolcisce, con John che afferma che il sogno è finito. E qui il riferimento è ancora ai Beatles: ‘ero il tricheco [da I Am The Walrus] ma adesso sono John / e quindi, cari amici / dovete solo andare avanti / il sogno è finito’.

Una canzone davvero commovente, God. Indimenticabile per ogni vero appassionato dei Beatles, un lento blues con una bella prova di Billy Preston al piano, sorretta magistralmente da Ringo Starr alla batteria. Il tutto suona come un lucido requiem alla parabola umana e artistica dei Beatles. – Matteo Aceto