Autunno beatlesiano: nuove ristampe di Paul McCartney in arrivo

paul mccartney, wings, wild life, deluxe, immagine pubblica blogCome abbiamo già visto tra le pagine di questo modesto blog, le uscite dei dischi beatlesiani procedono a go-go: quasi non si fa in tempo a riferire del lussuoso box set che è stato dedicato a “Imagine” di John Lennon (vedi QUI) e di quello di prossima uscita dedicato al “White Album” (vedi invece QUI) – senza contare il nuovo album di Paul McCartney, “Egypt Station”, già sul mercato e già al primo posto della classifica americana – che già dobbiamo riferire della prossima pubblicazione di due ulteriori cofanetti contenenti materiale d’archivio.

Si tratta delle riedizioni deluxe di “Wild Life” (nella foto in alto) e di “Red Rose Speedway”, due album che Paul McCartney incise coi suoi Wings tra il 1971 e il 1973, ristampe peraltro molto attese dai fan, in quanto la riproposizione in grande stile di tutto il catalogo maccartiano procede già da diversi anni e finora questi due classici dischi degli anni Settanta erano mancati all’appello.

Insomma, per quanto riguarda noi fan dei Beatles, tutto questo materiale – seppur graditissimo – sarà un autentico ammazza-conto-corrente; che io ricordi, mai tante uscite relative ai celeberrimi Fab Four si erano sommate tutte insieme. Per quanto mi riguarda, sarò ben felice di mettere le mani sul cofanetto dedicato al “White Album”, rimandando per ora l’acquisto del cofanetto di “Imagine” (anche se ogni giorno che passa sono tentato un po’ di più). Senza poi contare che avrò acquistato il precedente cofanetto dedicato a “Sgt. Pepper” (vedi QUI) non più di sei mesi fa. E se finora ho resistito alla tentazione di comprarmi pure la mia bella copia di “Egypt Station”, l’idea che un bel boxettone di “Red Rose Speedway” (album che comunque manca alla mia collezione) sarà lì ad aspettarmi mi stuzzica parecchio.

Non mi sorprenderebbe, infine, se il prossimo anno – oltre a una probabile riedizione deluxe di “Abbey Road” che quasi sicuramente verrà annunciata da qui a una decina di mesi – saranno replicate simili operazioni anche per quanto concerne alcuni capitoli solistici di George Harrison e Ringo Starr, magari partendo proprio dai loro album più celebrati, “All Things Must Pass” e “Ringo” rispettivamente. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi.

-Matteo Aceto

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The Beatles, nuovo cofanetto deluxe per i 50 anni del White Album

The Beatles, white album 50, deluxe edition, immagine pubblicaLa notizia girava tra noi fan già da tempo e finalmente, nella giornata di ieri, è arrivata la conferma ufficiale: il 9 novembre, in occasione dei cinquant’anni del “White Album” (1968) dei Beatles, la Apple/Universal distribuirà una nuova serie di riedizioni celebrative. Insomma, così come l’anno scorso, con la pubblicazione d’un bel cofanetto dedicato a “Sgt. Pepper“, anche per questo successivo cinquantenario si è voluto procedere allo stesso modo: un nuovo mix stereo, ancora una volta curato da Giles Martin (il figlio di George Martin, storico produttore dei Beatles), il debutto del mix 5.1 surround e soprattutto – almeno per quanto mi riguarda – la pubblicazione di succosi inediti, tra cui un’embrionale versione di Let It Be della quale si favoleggiava da anni ma che nessuno – fra noi comuni mortali, intendo – aveva mai sentito, e i cosiddetti “Esher Demos” dei quali parleremo tra poco.

Facciamo prima un po’ d’ordine: album doppio da trenta brani, originariamente pubblicato il 22 novembre 1968, “The Beatles” – meglio noto come “White Album” per la sua copertina immacolata – sarà nuovamente disponibile in formato doppio vinile (in pratica lo stesso materiale e formato del ’68 ma riproposto col nuovo mix stereo curato da Martin Jr), in formato triplo ciddì (i due ciddì col disco originale – ma sempre nel nuovo mix – più un terzo ciddì contenente i soli “Esher Demos”), un cofanetto da quattro vinili (che in pratica replica il materiale del nuovo triplo ciddì) e quindi un bel cofanetto da ben sette dischi (sei ciddì audio più l’ormai inevitabile blu-ray di turno) a forma di libro. E un libro c’è davvero, in effetti, con oltre cento pagine tra informazioni, commenti e fotografie d’epoca.

Questo è il contenuto audio del cofanetto, chiamato “Super Deluxe Edition”, disco per disco (le voci con asterisco si riferiscono ai brani già precedentemente pubblicati sull'”Anthology 3″ del 1996)…

CD1: Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion, Ob-La-Di Ob-La-Da, Wild Honey Pie, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun, Martha My Dear, I’m So Tired, Blackbird, Piggies, Rocky Raccoon, Don’t Pass Me By, Why Don’t We Do It In The Road?, I Will, Julia.

CD2: Birthday, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey, Sexy Sadie, Helter Skelter, Long Long Long, Revolution 1, Honey Pie, Savoy Truffle, Cry Baby Cry, Revolution 9, Good Night.

CD3 (Esher Demos): Back In The USSR, Dear Prudence, Glass Onion*, Ob-La-Di Ob-La-Da, The Continuing Story Of Bungalow Bill, While My Guitar Gently Weeps, Happiness Is a Warm Gun*, I’m So Tired, Blackbird, Piggies*, Rocky Raccoon, Julia, Yer Blues, Mother Nature’s Son, Everybody’s Got Something To Hide, Sexy Sadie, Revolution, Honey Pie*, Cry Baby Cry, Sour Milk Sea, Junk*, Child Of Nature, Circles, Mean Mr. Mustard*, Polythene Pam*, Not Guilty, What’s The New Mary Jane.

CD4 (Sessions): Revolution I (Take 18), A Beginning (Take 4) / Don’t Pass Me By (Take 7), Blackbird (Take 28), Everybody’s Got Something To Hide (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Unnumbered Rehearsal), Good Night (Take 10 with a guitar part from Take 5), Good Night (Take 22), Ob-La-Di Ob-La-Da (Take 3), Revolution (Unnumbered Rehearsal), Revolution (Take 14, Instrumental Backing Track), Cry Baby Cry (Unnumbered Rehearsal), Helter Skelter (First Version, Take 2)*.

CD5 (Sessions): Sexy Sadie (Take 3), While My Guitar Gently Weeps (Acoustic Version, Take 2), Hey Jude (Take 1), St. Louis Blues (Studio Jam), Not Guilty (Take 102), Mother Nature’s Son (Take 15), Yer Blues (Take 5 with guide vocal), What’s the New Mary Jane (Take 1), Rocky Raccoon (Take 8), Back In The USSR (Take 5, Instrumental Backing Track), Dear Prudence (Vocal, Guitar & Drums), Let It Be (Unnumbered Rehearsal), While My Guitar Gently Weeps (Third Version, Take 27), (You’re so Square) Baby, I Don’t Care (Studio Jam), Helter Skelter (Second Version, Take 17), Glass Onion (Take 10).

CD6 (Sessions): I Will (Take 13), Blue Moon (Studio Jam), I Will (Take 29), Step Inside Love (Studio Jam)*, Los Paranoias (Studio Jam)*, Can You Take Me Back? (Take 1), Birthday (Take 2, Instrumental Backing Track), Piggies (Take 12, IBT), Happiness Is A Warm Gun (Take 19), Honey Pie (IBT), Savoy Truffle (IBT), Martha My Dear (senza fiati e orchestra), Long Long Long (Take 44), I’m So Tired (Take 7), I’m So Tired (Take 14), The Continuing Story Of Bungalow Bill (Take 2), Why Don’t We Do It In The Road? (Take 5), Julia (Two rehearsals), The Inner Light (Take 6, IBT), Lady Madonna (Take 2, piano e batteria), Lady Madonna (Backing vocals della Take 3), Across The Universe (Take 6).

Blu-ray (solo audio), il “White Album” nei seguenti formati: PCM Stereo (2018 Stereo Mix), DTS-HD Master Audio 5.1 (2018), Dolby True HD 5.1 (2018), Mono (2018 Direct Transfer of “The White Album” Original Mono Mix).

Per quanto riguarda gli “Esher Demos”, la storia è più o meno questa: di ritorno da un controverso viaggio in India per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato il “White Album” nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: ognuno propose diverse canzoni, addirittura undici per il solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio Junk e Jealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti, mentre Sour Milk Sea venne affidata a Jackie Lomax). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, alcuni di questi demo sono stati pubblicati su “Anthology 3” (1996) con un’eccellente resa sonora. Credo che la qualità audio non sarà da meno in queste nuove riedizioni.

Non c’è proprio tutto, bisogna però pur dire: mancano le versioni originali di Hey Jude e Revolution “riviste” anch’esse da Giles Martin che, anche se non facenti parti dell’originale album bianco perché già edite su singolo, erano state comunque registrate in quelle stesse sedute. Manca la leggendaria Helter Skelter di ben 27 minuti, manca l’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi (dove John si fa beffe del guru che i Beatles seguirono in India in quel ’68), mancano due ballate acustiche ad opera di Paul McCartney chiamate Etcetera e The Way You Look Tonight. Per adesso, comunque, ci possiamo accontentare. Non ricordavo proprio, ad essere sinceri, che i Beatles avessero mai messo su nastro una cover di Baby I Don’t Care, e mi farà piacere scoprirla qui, così come quella Circles della quale non si sapeva finora poi molto. E inoltre, in conclusione, possiamo dare per certa una medesima operazione per quanto riguarda l’album “Abbey Road“. Appuntamento per l’autunno 2019.

-Matteo Aceto

John Lennon, presto un cofanetto deluxe per celebrare l’album “Imagine”

Se ne parlava già da qualche settimana, anche se l’ufficialità è giunta solo ieri: il prossimo 4 ottobre la Universal distribuirà sul mercato discografico tutta una serie di nuove edizioni di “Imagine“, l’album più celebre del John Lennon solista, originariamente pubblicato nel 1971. Sarà infatti disponibile in ciddì, in doppio ciddì, in doppio vinile, in doppio vinile trasparente (in edizione limitata) e soprattutto sotto forma di corposo cofanetto da ben sei dischi (4 ciddì + 2 blu-ray). Senza poi contare la pubblicazione ad hoc di due libri (l’uno è l’edizione deluxe dell’altro) e un nuovo film-documentario, disponibile sia in dvd che blu-ray.

john lennon imagine ultimate deluxe box 6 discDa autentico fanatico dei Beatles & relativi, l’edizione che mi fa venire l’acquolina alla bocca è ovviamente il cofanettone da sei dischi (foto accanto), che promette dunque “133 brani in Alta Definizione, Studio Quality 96kHz/24bit audio in 5.1 Surround Sound, 4.0 Quadrasonic, Stereo & Mono” distribuiti sui due blu-ray e “61 brani con risoluzione 44.1kHz/16bit sia in Stereo che in mono” distribuiti sui quattro ciddì. Oltre a un bel librettone da 120 pagine. Insomma, tanta roba, come si dice al giorno d’oggi. Anche perché, ricordiamolo, l’album originale del 1971 include “soltanto” dieci brani.

Scendendo più in dettaglio, questa che è stata intitolata “Imagine – The Ultimate Collection” offre un’esperienza sonora davvero unica, ovvero la possibilità di ascoltare con maniacale minuzia di particolari ogni aspetto dell’album più famoso di Lennon: dai demo iniziali alle versioni definitive delle canzoni, passando per le varie fasi di registrazione (anche attraverso passaggi dal vivo in studio, com’era tipico dell’etica beatlesiana, del resto), le tracce vocali e/o strumentali isolate (ad esempio i soli archi di Imagine o la sola voce di John su Love) e le versioni alternative dei brani, compresi quei singoli usciti sempre nel ’71 ma non inclusi nell’album, come Power To The People e la celeberrima Happy Xmas (War Is Over). Sarà anche possibile ascoltare “Imagine” in sistema surround 5.1, credo una novità assoluta, mentre è stato ripescato e opportunamente remasterizzato l’originale mix quadrifonico dell’epoca, uscito solo in quel 1971 e mai riproposto successivamente.

C’è da ammettere, tuttavia, che – tra i due blu-ray e i sei ciddì – molto del materiale presente in questo cofanettone viene inesorabilmente duplicato, senza poi contare quelle versioni alternative presenti anche nella “Lennon Anthology” del 1998 e quindi note ai fan da almeno vent’anni. Ad ogni modo, pare proprio che la maggior parte del materiale “inedito” del cofanetto sia davvero inedito alle nostre orecchie, perché comprensivo delle istruzioni date in studio ai musicisti e di passaggi più lunghi che magari erano stati precedentemente editati. Insomma, con questo cofanetto – e con il prezzo che si paga per portarsene una copia a casa, credo un centinaio buono di euro – si dovrebbe ascoltare (e con una definizione letteralmente inaudita prima) davvero tutto quello che c’è da ascoltare tra i nastri incisi da John Lennon e i suoi collaboratori in quell’ormai remoto 1971.

Collaboratori tra cui spicca ovviamente Yoko Ono, che ha autorizzato e permesso il tutto (senza di lei, è chiaro, non si sarebbe andati da nessuna parte). Sarà anche la prima volta in cui la canzone Imagine comparirà accreditata anche a lei; com’è noto, all’inizio dell’anno, la Ono ha ufficialmente ottenuto il riconoscimento di coautrice dello storico brano, cosa che del resto parlava lo stesso John in tempi non sospetti. Il motivo è la prosecuzione nel corso degli anni dei diritti di copyright quando l’ultimo degli autori di una canzone (la Ono, in questo caso, essendo Lennon prematuramente scomparso nel 1980) viene a mancare da questo mondo. Insomma, gli eredi Lennon-Ono potranno beneficiare dei proventi di Imagine per molti altri decenni in futuro.

-Matteo Aceto

The Beatles, i 20 migliori album da solista

the beatles 1969Mi sono accorto già da un bel po’ di ascoltare molto di più i Beatles come solisti che come gruppo. Certo, per me è sempre una gioia sentire dischi come “Abbey Road“, “Sgt. Pepper” o anche “Please Please Me” ma, quando ho voglia di Beatles, capita più spesso che io vada a risentirmi i vari album da solista dell’uno o dell’altro. Devo poi ammettere che alcuni di questi dischi in solitaria non hanno niente da invidiare alla produzione più blasonata dei Beatles in quanto tali. Inoltre, ho trovato molto di questo materiale ancora più interessante col passare del tempo.

In particolare, navigando a caso in alcuni siti di appassionati beatlesiani, mi sono recentemente imbattuto in un paio di simpatiche classifiche sui migliori (e i peggiori) dischi da solista dei componenti dei Beatles. In un caso ho individuato una interessante Top 10, in un altro c’era addirittura la classifica di tutti i dischi solistici dei Beatles, dal peggiore (in quel caso era “Ringo The 4th”, Ringo Starr, 1977) al migliore (sempre in quel caso era “All Things Must Pass”, George Harrison, 1970). Ora io, per quanto tentato, non potrei fare altrettanto perché non ho (ancora) ascoltato tutti i i dischi da solista dei miei amati Beatles: col tempo ho ascoltato (e ho comprato) tutti gli album di George Harrison, tutti quelli di John Lennon, la gran parte degli album di Paul McCartney (da solo o come leader dei Wings) e una decina scarsa di quelli di Ringo Starr. Mi mancano, per l’appunto, svariati album di Starr (tra cui il famigerato “Ringo The 4th”) e di McCartney, soprattutto i più recenti, quelli usciti da una decina d’anni a questa parte, ecco.

Nello stilare la mia personale classifica dei migliori album da solista dei Beatles ho così tentato una via di mezzo; non una una Top 10, non una selezione completa ma una mia  ideale Top 20, per giunta in ordine decrescente per aumentare la suspense. Pronti? Via!

20: “Ringo Rama”, Ringo Starr, 2003

19: “Tug Of War”, Paul McCartney, 1982

18: “Venus And Mars”, Wings, 1975

17: “Chaos And Creation In The Backyard”, Paul McCartney, 2005

16: “Flowers In The Dirt”, Paul McCartney, 1989

15: “Flaming Pie”, Paul McCartney, 1997

14: “Double Fantasy“, John Lennon & Yoko Ono, 1980

13: “Ram”, Paul McCartney, 1971

12: “Walls And Bridges”, John Lennon, 1973

11: “Mind Games”, John Lennon, 1973

10: “McCartney“, Paul McCartney, 1970

9: “Brainwashed”, George Harrison, 2002

8: “George Harrison”, George Harrison, 1979

7: “Cloud Nine“, George Harrison, 1987

6: “Ringo“, Ringo Starr, 1973

5: “Living In The Material World“, George Harrison, 1973

4: “Imagine“, John Lennon, 1971

3: “John Lennon/Plastic Ono Band“, John Lennon, 1970

2: “Band On The Run“, Paul McCartney & Wings, 1973

1: “All Things Must Pass“, George Harrison, 1970

Ebbene sì, il disco più bello per un Beatle solista è & resta il triplo “All Things Must Pass” di Harrison. Ascoltare (e quindi comprare, che ne vale la pena) per credere.

-Matteo Aceto

Dischi, le copertine davvero brutte

Il mondo della discografia è pieno di bei dischi ma anche di una quantità impressionante di brutte copertine. Spulciando nel web è facile imbattersi in vere e proprie antologie dell’orrore che mettono a raccolta alcune delle copertine di dischi più raccapriccianti di sempre, in una sorta di sagra del cattivo gusto che passa trasversalmente i generi musicali, le epoche storiche e la geografia. Ecco, dal punto di vista geografico, c’è da dire che le peggiori copertine provengono forse dal mercato est-europeo, non fosse altro che per l’abbigliamento e le acconciature degli artisti (?) immortalati in copertina. Nell’antologia del bruttocopertinismo (mi si passi il neologismo, brutto anch’esso) non fa però eccezione nessuno, neanche gli artisti più celebri e le case discografiche più blasonate.

E’ proprio in tal senso che vorrei anch’io proporre una serie di brutte copertine di dischi; non mostrerò le solite immagini prese a caso dalla discografia del qualunquestan degli anni Settanta-Ottanta ma farò vedere – a vostro rischio & pericolo, s’intende – le brutte copertine di alcuni dei più famosi musicisti internazionali d’alta classifica.

simple minds - Celebration

In casa, ad esempio, ho da molti anni una copia in ciddì di quest’antologia dei Simple Minds: si chiama “Celebration”, è uscita originariamente nel 1982 per conto della Virgin e riassume un po’ gli anni cosiddetti formativi della band scozzese (1978-1981). Personalmente la trovo bruttissima. Che avevano da celebrare con una copertina così?

John Lennon - Mind Games

Altra brutta copertina che ritrovo in casa – per giunta in due edizioni, ovvero vinile e ciddì – è quella che confeziona l’album “Mind Games” (EMI, 1973) di John Lennon. E il mio idolo non s’è risparmiato nemmeno per la copertina di “Imagine” (EMI, 1971), per non dire poi degli album sperimentali che pubblicò alla fine degli anni Sessanta con la moglie, Yoko Ono, come “Two Virgins” e “Life With The Lions”. Ve le risparmio.

Steely Dan - Gaucho

Ancora una brutta copertina d’un mio disco che sento spesso & volentieri è quella di “Gaucho” (MCA, 1980) degli Steely Dan. Sicuramente si è visto di peggio ma anche di molto meglio. E comunque le copertine degli ultimi album degli Steely Dan, ovvero “Two Against Nature” (gruppo Warner Bros, 2000) e “Everything Must Go” (2003) non sono esattamente da esposizione.

elton john - wonderful crazy night

Un altro campione del cattivo gusto, e qui c’è davvero poco da stupirsi, è Elton John. Guardate un po’ la copertina di uno dei suoi ultimi album, “Wonderful Crazy Night” (Island, 2016). Certo è che ai tempi di “Caribou” (MCA, 1974), non proponeva – lui o chi per lui, è bene precisare – molto di meglio.

Elton John - Caribou

Altre copertine che spiccano per la loro bruttezza, prese un po’ a caso, riguardano…

Bon Jovi - Have A Nice Day

Bon Jovi, “Have A Nice Day” (Island, 2005), oppure…

Eric Clapton - Old Sock

Eric Clapton, “Old Sock” (gruppo Warner, 2013), ma anche…

Pink Floyd - Obscured by Clouds

Pink Floyd, “Obscured By Clouds” (EMI, 1972), per non dire poi…

Depeche Mode - Delta Machine

Depeche Mode, “Delta Machine” (Sony, 2013), e ovviamente anche…

madonna - American Life

Madonna, “American Life” (gruppo Warner, 2003), oppure peggio…

Chic - Chic-ism

Chic, “Chic-ism” (sempre Warner, 1992), e infine…

Paul Rodgers - Electric

Paul Rodgers, “Electric” (gruppo BMG, 1999).

Questo è quanto per ora. Un prossimo post del genere potrebbe comparire su questo blog in tempi brevi. Sembra una minaccia.

-Matteo Aceto

Queen, “A Night At The Opera”, 1975

Queen A Night At The Opera immagine pubblica blogMi resta difficile stabilire quale disco dei Queen possa essere considerato il loro capolavoro assoluto. Senza dubbio, tra i fan, un album come “A Night At The Opera” è sempre stato in pole position tra i possibili candidati. E’ anche il primo album dei Queen ad essere stato riproposto in edizione deluxe, in occasione di uno dei suoi decennali (il 2005, se non erro), e questo forse dice qualcosa sull’importanza che la band e/o la casa discografica gli attribuivano all’interno della discografia ufficiale dei Queen. Eppure “A Night At The Opera” non rientra tra i miei preferiti; in tutti questi anni l’avrò ascoltato dieci volte sì & no.

Iniziamo da una caratteristica fondamentale: “A Night At The Opera” è l’album che contiene Bohemian Rhapsody, che forse è davvero la canzone più bella dei Queen. Un pezzo formidabile, una specie di suite dove rock e opera si fondono in maniera strepitosa, che probabilmente rappresenta al meglio lo stile eclettico & potente a un tempo dei Queen. Nel 2000 venne inserita al primo posto in una classifica delle canzoni più belle del Novecento; certo, ricordo anche un’altra classifica che attribuiva a Imagine tale privilegio, ma il fatto che Bohemian Rhapsody possa competere con la canzone più rappresentativa di John Lennon lascia pensare.

Prossima ai sei minuti grazie ai suoi cambi di tempo e d’atmosfera, Bohemian Rhapsody è una canzone che, quando non mi fa venire la pelle d’oca, mi fa scendere una lacrimuccia. Ad ogni modo, ogni suo ascolto è per me un’esperienza sempre emozionante, e forse solo per questo dovrei metterla al primo posto tra i brani queeniani che più amo. Non così posso dire dell’album che la contiene. Il primo motivo è che mentre sta sfumando il suono del gong che la conclude, sento già sovrapporsi il fastidioso inno nazionale inglese che chiude l’album; sì insomma, God Save The Queen mi rovina l’atmosfera, avrei preferito decisamente che “A Nigth At The Opera” terminasse proprio con quel gong che sancisce la fine di Bohemian Rhapsody. Sarebbe stata una chiusura magnifica!

L’album vanta tuttavia un’apertura magnifica, la dura Death On Two Legs, dove un inviperito Freddie Mercury ne dice di tutti i colori a quel manager che per la sua avidità stava portando i Queen sull’orlo dello scioglimento. Freddie non fa alcun nome ma il manager in questione si riconobbe talmente tanto in quel testo che portò la band in tribunale, vincendo pure la causa! Questa però è un’altra storia.

Tornando al contenuto musicale, tra quelli che reputo i due vertici assoluti di “A Night At The Opera”, ovvero Death On Two Legs e Bohemian Rhapsody, troviamo quanto segue: tre innocue canzoncine dall’atmosfera retrò (Lazing On A Sunday Afternoon, Good Company e Seaside Rendezvouz, piacevoli ma un po’ fini a sé stesse), una ruggente rock ballad (I’m In Love With My Car) che però non mi ha mai esaltato (sarà che la canta il batterista Roger Taylor, mentre con Freddie sarebbe stata tutta un’altra cosa), un secondo singolo di successo (You’re My Best Friend), un po’ beatlesiano, molto amato dai fan ma che, per quanto mi riguarda, non rientra tra i miei preferiti (quel monotono saltellare del piano elettrico che scandisce tutto il pezzo non m’è mai suonato gradito, ecco), altre cavalcate in chiave heavy (Sweet Lady), un’escursione nel country (’39) forse un po’ troppo artificiosa, e una lunga escursione di rock progressive (The Prophet’s Song) decisamente troppo artificiosa. Spicca su tutte queste canzoni una ballata che ha trovato però nell’esecuzione dal vivo la sua vera dimensione, ovvero la celebre Love Of My Life, delicata e toccante, per quella che resta una delle canzoni più belle dei nostri.

Album potente ma raffinato, barocco ma non privo d’ironia, a tratti eccessivo ma tutto sommato divertente, “A Night At The Opera” resta per produzione (Roy Thomas Baker con gli stessi Queen), esecuzione (una menzione speciale va al chitarrista Brian May) ed inventiva da studio di registrazione quanto di meglio i Queen ci hanno mai offerto dal loro debutto con “Queen” (1973) almeno fino a “A Day At The Races” (1976). Trascinato da un singolo fenomenale come Bohemian Rhapsody, che conquistò la vetta della classifica inglese dei singoli in quel lontano autunno del 1975, anche “A Night At The Opera” si piazzò al primo posto della rispettiva classifica riservata agli album.

-Matteo Aceto

John Lennon, Yoko Ono, “Double Fantasy”, 1980

John Lenno, Yoko Ono, Double FantasyQuesto post avrei voluto pubblicarlo ieri 9 ottobre, giorno in cui John Lennon avrebbe compiuto settantasette anni, ma sono giunto in ritardo anche in quest’occasione. Lo so, un tempo ero un blogger più bravo e soprattutto più puntuale. Tengo famiglia, continuo a ripetere, ma c’è di mezzo una certa pigrizia che non mi abbandona mai. Ad ogni modo, un post su “Double Fantasy” è un qualcosa che volevo scrivere da anni, sulle precedenti edizioni di questo modesto blog. Il fatto è che ho sempre fatto fatica a considerare “Double Fantasy” come un album in quanto tale. Mi spiego meglio.

A parte il brano Clean Up Time, che avevo registrato su cassetta in una di quelle compilation amatoriali che tanto mi piaceva collezionare tanti anni addietro, avevo già tutte le canzoni di John Lennon contenute sull’album “Double Fantasy” sulle raccolte. E una raccolta in particolare, “The John Lennon Collection”, è stato il primo disco da solista di Lennon che io abbia mai avuto tra le mani. Ecco perché quando al principio degli anni Duemila sono andato finalmente a procurarmi una stampa su vinile di “Double Fantasy”, tanto per completare la collezione, l’album non mi ha impressionato granché: le sette canzoni di John Lennon presenti le conoscevo a memoria da molti anni, e per giunta erano intervallate con altrettante canzoni della moglie, Yoko Ono, che musicalmente parlando non mi ha mai detto granché. Insomma, quando avevo voglia di riascoltarmi le varie Woman, (Just Like) Starting Over o Watching The Wheels non andavo certo a mettere “Double Fantasy” sul piatto, bensì tornavo alla mia vecchia cara copia in ciddì della “John Lennon Collection”.

In anni recenti, se non altro, persa un po’ di malizia e sciolte molte delle mie riserve, complice anche l’acquisto d’una copia remaster di “Double Fantasy” che si sente straordinariamente bene, ho avuto modo di apprezzare l’album come un corpo unico di canzoni, dove un brano di John è seguito da uno di Yoko, in una sorta di dialogo uomo/donna che di fatto costituisce un aspetto fondamentale di questo lavoro. Un lavoro che, come sappiamo tristemente tutti, è l’ultimo pubblicato in vita da John Lennon, un mese o poco più prima della sua tragica morte. E’ un album importante, “Double Fantasy”, anche per un’altra ragione: è il primo disco di Lennon dopo uno stop di ben cinque anni, durante i quali si era sostanzialmente ritirato dalle scene per dedicarsi alla cura del piccolo Sean Lennon, l’unico figlio avuto con la Ono, nel giorno del suo stesso trentacinquesimo compleanno, il 9 ottobre 1975.

Era contento di questo ritorno, John Lennon, anche se forse si sarebbe aspettato qualcosa di più in termini di accoglienza: “Double Fantasy” fu un successo ma soltanto postumo, come si può facilmente intuire. Tuttavia John e Yoko erano già impegnati nella registrazione delle canzoni che avrebbero costituito il seguito di “Double Fantasy”, ovvero quel “Milk And Honey” che invece uscì soltanto nel 1984. Il grande pubblico, in definitiva, si era sì interessato del “nuovo album di John Lennon” ma non sembrava particolarmente attratto dal fatto che si trattasse di un’opera a metà, un disco intitolato ANCHE a Yoko Ono. A difesa di lei, c’è da dire che le sue canzoni sono quanto di meglio avesse proposto fino ad allora e che, inoltre, erano tutte brevi, tutte sui due-tre minuti, e decisamente ben amalgamate con le proposte del più illustre marito.

E così, accanto ad alcune di quelle che reputo tra le più belle canzoni di John Lennon – ovvero le già citate Woman, (Just Like) Starting Over e Watching The Wheels, alle quali aggiungo anche la dolcissima Beatiful Boy (Darling Boy) – canzoni come Movin’ On, Every Man Has A Woman Who Loves Him e Beautiful Boys, tutte scritte e cantate da Yoko Ono, non sfigurano affatto. Anzi, da un certo punto di vista, si può dire che musicalmente parlando siano le più interessanti e innovative (per l’epoca), anche se quelle di John hanno resistito maggiormente alla prova del tempo, diventando degli autentici classici.

Prodotto dagli stessi John & Yoko col newyorkese Jack Douglas, precedentemente noto per essere stato l’uomo alla console mentre gli Aerosmith incidevano negli anni Settanta i loro album più celebrati, “Double Fantasy” è forse l’album di Lennon meglio suonato, grazie a musicisti del calibro di Earl Slick (chitarra), Tony Levin (basso) e Andy Newmark (batteria).

-Matteo Aceto

George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Matteo Aceto

The Beatles, “Rubber Soul”, 1965

The Beatles Rubber Soul immagine pubblicaConsiderato il primo grande album dei Beatles, e non una semplice raccolta di canzoni più o meno inedite, “Rubber Soul” ha effettivamente un ruolo centrale nella discografia dei Fab Four. Pubblicato alla fine di quel 1965 che aveva visto consolidarsi la beatlemania come un vero e proprio fenomeno culturale e non soltanto discografico, “Rubber Soul” è lo specchio sonoro dei Beatles nel loro più importante momento di transizione. I cinque dischi che l’avevano preceduto – “Please Please Me” (1963), “With The Beatles” (1963), “A Hard Day’s Night” (1964), “Beatles For Sale” (1964) e “Help!” (1965) – rappresentavano gli anni giovanili, per così dire, mentre quelli che gli sarebbero immediatamente succeduti – “Revolver” (1966) e “Sgt. Pepper” (1967) – avrebbero rappresentato il culmine di quel periodo sperimentale, più adulto, che proprio con “Rubber Soul” aveva iniziato ad affacciarsi.

Eppure il nostro album ha avuto una genesi del tutto particolare che, in realtà, non lasciava presagire nessun capolavoro. Anzi. All’epoca, secondo il contratto sottoscritto con la EMI, i Beatles dovevano dare alle stampe almeno quattro singoli e due album all’anno, e così, dopo aver recitato nel film “Help!”, fatto pubblicare il relativo album-colonna sonora e intrapreso l’inevitabile tour internazionale, i Beatles erano tornati agli studi di Abbey Road il 12 ottobre.

L’obiettivo era ovviamente di realizzare il secondo album annuale per la EMI, e quindi un disco “dovuto” più che artisticamente “sentito” dalla band. E quel contratto non veniva certo sospeso quando l’ispirazione latitava e la stanchezza ci metteva del suo. Si partì infatti da Run For Your Life, un debole country pop dal fastidioso testo sessista, una canzone che qualcosa doveva alla Baby Let’s Play House di Elvis Presley e che resta, secondo la mia modestissima opinione, la peggiore dei Beatles (vedi QUI).

Quello stesso 12 ottobre, se non altro, i Beatles incisero anche una prima versione della splendida Norwegian Wood (This Bird Has Flown), una canzone acustica ideata da John Lennon e realizzata col fondamentale contributo di Paul McCartney. Dal canto suo, George Harrison, la cui effettiva partecipazione a Run For Your Life è incerta, si distingue qui per la sua esecuzione al sitar che, a quanto pare, segna la sua prima comparsa non solo in un pezzo dei Beatles ma anche in un pezzo pop in generale. La canzone è passata almeno per altri due rifacimenti prima di debuttare su “Rubber Soul”, mentre la prima versione di quel 12 ottobre è stata pubblicata trent’anni dopo col progetto “Anthology”.

Quella dell’indomani, il 13 ottobre, fu la prima seduta dei Beatles ad andare oltre la mezzanotte, inaugurando una pratica, quella delle incisioni notturne, che presto sarebbe diventata uno standard nella metodologia in studio dei Fab Four. Il motivo di tanto daffare? Il vivace rock-soul di Drive My Car, che quindi venne scelto come brano d’apertura di “Rubber Soul”. A quanto pare, il contributo di George all’arrangiamento fu determinante, dato che quello inizialmente proposto da Paul “somigliava” un po’ troppo a Respect di Otis Redding.

Cominciata il 16 ottobre con la sola parte ritmica, If I Needed Someone allargava la formazione fino a comprendere il produttore George Martin (qui all’armonium), per un pezzo che tuttavia “ricorda” The Bells Of Rhymney dei Byrds. Fin qui, insomma, il nuovo album dei Beatles non si stava certamente rivelando come quel capolavoro acclamato che tutti conosciamo. Le cose però cambiarono il 18 ottobre, quando in studio fece la comparsa In My Life, il vero capolavoro di “Rubber Soul” e una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Con Paul McCartney e George Martin a dividersi le parti di piano elettrico, fu tuttavia Martin a prodursi nel barocco assolo a metà canzone. Tra il 21 e il 22 venne quindi ultimata la ben nota Nowhere Man, vale a dire la terza perla nata da un’idea di Lennon a comparire nelle sedute di registrazione dell’album.

Più laboriosa risultò invece la registrazione di I’m Looking Through You: messa su nastro una prima volta il 24 ottobre, fu sottoposta ad ulteriori rifacimenti il 6 e il 10 novembre. Con Ringo Starr all’organo, oltre che alla batteria e al tamburino, resta incerta l’effettiva partecipazione di George Harrison al brano. La prima versione del 24 ottobre, quando ancora la canzone non presentava quella sorta di bridge che comincia con le parole “Why, tell me why…”, è stata tuttavia inclusa in “Anthology 2”.

Iniziata e finita il 3 novembre, Michelle è con buona probabilità un’esecuzione solista di McCartney. E ciò nonostante, Lennon ha dato un contributo importante a questa canzone tanto celebre, compreso il “prestito” da I Put A Spell On You di Nina Simone (quando Paul canta “i love you, i love you, i loooove you…”)

Registrata il 4 novembre con Ringo alla voce solista, la country What Goes On è in realtà un’idea di John risalente almeno al ’63. In quella stessa seduta venne anche registra 12 Bar Original, un blues strumentale dagli oltre sei minuti di durata e ancora con George Martin all’armonium. Omessa dall’album, 12 Bar Original è stata inclusa trent’anni dopo in “Anthology 2”, sebbene in una versione editata a meno di tre minuti.

Think For Yourself, secondo e ultimo contributo autoriale di Harrison all’album, fu registrata l’8 novembre e si avvale di due parti di basso, una delle quali distorta col fuzz-box. In quella stessa seduta venne anche registrato l’audio per l’annuale flexi disc natalizio da regalare agli iscritti inglesi al Fan Club Ufficiale di Beatles, tra chiacchiericcio scherzoso, riproposizione semiseria di vecchi standard natalizi e stonature e buffonerie su brani originali, tra cui una dissacrante Yesterday.

Sentendo il fiato dei discografici sul collo perché “il nuovo album dei Beatles” doveva uscire in tempo per lo shopping natalizio, i nostri si gettarono a capofitto in una seduta-maratona tra il 10 e l’11 novembre nella quale vennero incise e ultimate altre quattro canzoni: The Word (con Martin nuovamente all’armonium), You Won’t See Me (presumibilmente basata su It’s The Same Old Song dei Four Tops), Wait (recuperata dopo un primo tentativo di registrazione del 17 giugno precedente, nel pieno delle sedute d’incisione di “Help!”) e quindi la migliore delle tre, ovvero Girl. Quest’ultima, a un certo punto, figurava anche una parte di chitarra trattata con distorsore ad opera di George; scartata infine dal mix definitivo, mostra che anche in vista delle scadenze i Beatles non risparmiavano sulle sperimentazioni.

Fin qui abbiamo visto le quattordici canzoni che finirono nell’edizione inglese di “Rubber Soul”. In America le cose andarono però diversamente: la Capitol pensò infatti di escludere Nowhere Man dall’album per pubblicarla invece su singolo, mentre due brani esclusi dalla versione americana di “Help”, ovvero I’ve Just Seen A Face e It’s Only Love, furono scelti a discapito di altrettanti brani sacrificati a loro volta da “Rubber Soul”. In pratica, togliendo ogni volta un paio di pezzi da ogni nuovo album dei Beatles e quindi inserendovi quelli pubblicati solo sui singoli inglesi, quei furbacchioni della Capitol potevano permettersi il lusso di pubblicare via via ulteriori “nuovi album dei Beatles”, in una pratica di montaggio e rimontaggio che i Beatles detestavano ma alla quale non potevano opporsi.

The Beatles Yesterday And Today Butcher CoverSentendosi carne da macello, i nostri escogitarono qualche mese dopo una grottesca trovata: si fecero fotografare proprio da macellai, con tanto di pezzi di carne rossa in bella vista e pezzi di bambole smembrate. Il tutto per una di quelle compilation americane che i Beatles “dovevano” alla Capitol, “Yesterday And Today”. Stiamo parlando della famigerata “butcher cover”, che è un pezzo di storia beatlesiana che meriterebbe forse un post a sé. Qui concludo dicendo che “Rubber Soul”, e forse proprio per l’effetto della “butcher cover” che venne ovviamente censurata in America, fu l’ultimo album dei Beatles ad apparire con due differenti scalette nei mercati al di qua e al di là dell’Atlantico.

-Matteo Aceto

The Beatles, “Revolver”, 1966

the-beatles-revolver-immagine-pubblica-blogSettimo album dei Beatles, “Revolver” è riconosciuto non soltanto come uno dei vertici artistici del celeberrimo quartetto di Liverpool ma anche come uno dei pilastri sui quali poggia l’evoluzione della musica contemporanea. Seguendo un percorso intrapreso già col precedente “Rubber Soul” (1965), qui i Beatles danno dignità artistica ad un album in quanto tale, inteso non più come una mera raccolta di canzoni più o meno di successo, bensì come un corpus sonoro ideato e realizzato come un tutt’uno. Un concetto di base che poi giungerà a definitivo compimento già col successivo “Sgt. Pepper” (1967).

Le registrazioni di “Revolver” iniziarono il 6 aprile ’66 allo Studio 3 di Abbey Road, per poi concludersi il successivo 21 giugno con una seduta nello Studio 2. Durante le sessioni di “Revolver” – tutto prodotte da George Martin – vennero anche incise le altrettanto innovative Paperback Writer e Rain, rispettivamente lato A e B d’un singolo edito solo su 45 giri, il 10 giugno 1966. Vediamo adesso le canzoni che compongono l’album originale, seguendone la sua stessa scaletta.

“Revolver” si distingue da ogni altro album dei Beatles perché è il solo a iniziare con un brano di George Harrison, il saltellante rock-blues di Taxman, il cui testo, parzialmente scritto da John Lennon anche se non accreditato come tale, è una satira del severo sistema fiscale inglese del tempo. Segue la famosa Eleanor Rigby, un puro Paul McCartney: espandendo la tecnica impiegata per Yesterday, qui Paul e George Martin arrangiano e dirigono un ottetto d’archi sui quali viene adagiata la sola voce di Paul e gli splendidi cori (‘ah, look at all the lonely people’), senza alcun intervento strumentale dei Beatles. Mi piace considerare la magnifica Eleanor Rigby come un precursore di quel genere goth-rock tanto in voga nell’Inghilterra a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta.

La lennoniana I’m Only Sleeping è semplicemente una delle canzoni dei Beatles che più amo: fantastico l’alternarsi strofa/ritornello, quest’ultimo così tipicamente inglese, cantato all’unisono da John e Paul, superlativo l’assolo di chitarra che, grazie ai numerosi trattamenti in studio, imita il suono d’un prolungato sbadiglio. Segue Love You To, primo (e riuscito) esperimento di Harrison con la musica indiana: sotto un canto impassibile ad opera del chitarrista, troviamo una rutilante base composta da tipici strumenti indiani, suonanti da musicisti appositamente convocati in studio da George.

Poi è la volta della delicata Here, There And Everywhere, una cullante canzone d’amore il cui stile non lascia dubbi su chi ne sia l’autore… McCartney; molto belli i cori che accompagnano la voce solista di Paul, per quello che è uno dei momenti migliori del disco, oltre che uno degli episodi più romantici dei Beatles. Segue un’altra canzone molto famosa, Yellow Submarine: impassibilmente cantato da Ringo Starr, il brano è uno dei più divertenti (e divertiti) dei nostri, filastrocca in apparenza facile facile eppure concepita in studio con tecniche di registrazione alquanto poco ortodosse per l’epoca. Yellow Submarine, insieme con Eleanor Rigby, costituisce il solo singolo estratto da “Revolver” (singolo e album che vennero pubblicati in simultanea, il 5 agosto 1966).

Con She Said She Said ritroviamo una sonorità più convenzionalmente rock, col suo autore, John Lennon, che canta delle conseguenze d’un viaggio in acido, il tutto sostenuto da un ottimo Ringo alla batteria. Altra canzone tipicamente inglese è la maccartiana Good Day Sunshine, dal ritmo baldanzoso e scanzonato, seguìta dalla veloce And Your Bird Can Sing, che col suo morbido andamento rotolante ci riporta in una dimensione più rock; molto bella la parte vocale di John, sostenuta in alcuni punti da Paul.

Con For No One siamo in presenza d’un pezzo molto raffinato, di sicuro uno dei migliori brani dei Beatles non editi come singolo, impreziosito dall’assolo di corno francese eseguito dal turnista Alan Civil. Segue Doctor Robert, una canzone che nella sequenza delle strofe ricorda il periodo beat del gruppo (ma qui c’è la differenza che il basso di Paul è più pronunciato e manca l’incessante e caratteristico picchiare sui piatti di Ringo), mentre nel ritornello si entra in una dimensione sospesa e vagamente psichedelica.

Poi è la volta dall’arrembante I Want To Tell You, col pianoforte come principale strumento ritmico (curiosamente questo brano è opera di George… chitarrista) e sostenuto da una robusta batteria. Gli fa seguito Got To Get You Into My Life, creatura maccartiana alquanto briosa, caratterizzata da una calda sezione fiati in bell’evidenza. Tuttavia questo brano mi suona come incompiuto, come se i Beatles non ne avessero portato a termine l’arrangiamento, o che i suoni che McCartney aveva in testa non siano stati efficacemente tradotti nella pratica. Chissà, forse è solo una mia impressione ma quasi quasi apprezzo di più la cover che gli Earth, Wind & Fire ne hanno fatto dodici anni dopo.

La conclusione di “Revolver” è affidata all’innovativa e sperimentale Tomorrow Never Knows: se la canzone originale è di John Lennon, tutti e quattro i Beatles hanno collaborato attivamente alla forma definitiva di questo grandioso pezzo, con tanto di nastri loop dai mutevoli effetti e distorsioni. La voce stessa di Lennon (soprattutto nell’ultimo minuto della canzone) è trattata con vari effetti e saturata d’eco, mentre un’ipnotica batteria regge il tutto. Un’opera straordinaria, Tomorrow Never Knows, che testimonia una volta per tutte che i Beatles si erano definitivamente messi alle spalle il loro primo periodo beat. Alla fine del tour, inoltre, i Beatles smisero anche di fare concerti. Insomma, la storia dei Beatles ha chiaramente un prima e un dopo “Revolver”. E pensare che un disco del genere giunse dopo soli tre anni dal primo album del gruppo, “Please Please Me” (1963). Forse nessun altro gruppo ha mai raggiunto una tale maturazione artistica in uno spazio così breve di tempo.

Originariamente pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 14 maggio 2007, questo post è stato riedito il successivo 20 febbraio 2008, quando il sito aveva già assunto il nome Immagine Pubblica. Pensando di ripubblicarlo anche in questa nuova incarnazione del mio modesto blog, avevo preso a revisionarlo tra dicembre e gennaio scorsi; tuttora non mi soddisfa del tutto, ci sarebbero altre cose che avrei voluto dire di un disco come “Revolver”. Non sono stato tuttavia in grado di cancellare novecento parole già revisionate per poi ripartire daccapo. Avrò magari la scusa per un secondo post. Del resto, non si smetterà mai di parlare della vicenda Beatles, una vicenda dove “Revolver” riveste un ruolo centrale, per cui aspetterò di poter cogliere nuovi spunti. Fermo restando, ovviamente, che i commenti e le aggiunte di chi legge a quanto scrivo io sono sempre benvenuti.

-Matteo Aceto