Sex Pistols, “Never Mind The Bollocks”, 1977

Sex Pistols Never Mind The BollocksDopo aver ripubblicato un post su “London Calling” dei Clash non potevo certo non rioccuparmi anche di quanto scrissi – e pubblicai nel lontano 4 dicembre 2006 su Parliamo di Musica – a proposito di “Never Mind The Bollocks”, il solo e unico album dei Sex Pistols.

E’ un disco che più punk non si può, anzi, “Never Mind The Bollocks” è la quintessenza stessa della musica punk. E come potrebbe essere altrimenti? Quale altro album punk – ma pure rock, a ben guardare – contiene dodici brani così incendiari, abrasivi, dissacranti e anticonformisti messi così, l’uno dopo l’altro? E quale altro disco suscitò così tante & tali controversie in un momento in cui i mass media non erano certo così capillarmente invasivi come oggi? Un album pubblicato in ritardo di alcuni mesi perché le etichette discografiche – la EMI prima e la A&M dopo -facevano lo scaricabarile e alcuni rivenditori tentarono il boicottaggio. E ciò nonostante, il debutto dei Sex Pistols a trentatrè giri volò al 1° posto della classifica inglese, sul finire di quel fatidico 1977. Un risultato ancor più straordinario se si pensa che, di lì a poco, un altro fortunatissimo album, la colonna sonora del film “Saturday Night Fever” – con brani disco da manuale firmati Bee Gees – riscosse un successo senza precedenti. Essì, i tempi erano davvero cambiati, pareva proprio che il pubblico inglese ne avesse ormai le palle piene degli hard rocker progressivi capelloni che avevano dominato la scena musicale nella prima metà degli anni Settanta. A tal punto che alcuni osservatori dissero in seguito che gli anni Ottanta erano iniziati proprio nel fenomenale 1977.

“Never Mind The Bollocks” è un disco selvaggio & indomito, introdotto da quella minacciosa marcia militare con cui inizia la travolgente Holidays In The Sun, edita anche su singolo nell’ottobre ’77. Una canzone – il cui testo riflette le impressioni d’un breve soggiorno berlinese del gruppo – che annuncia già tutto il tono dell’album, col drumming squadrato di Paul Cook (mi piace, in particolare, il modo in cui Paul colpisce i piatti), la chitarra ridondante e tagliente di Steve Jones, il basso nervoso di Glen Matlock (il buon Glen, cacciato per far posto al molto meno esperto Sid Vicious, suona alcune parti di basso, diverse delle quali sono però state eseguite da Jones, per cui m’affido al beneficio del dubbio) e la voce inconfondibile di Johnny Rotten, sempre al limite della stonatura, volgare, tanto irriverente quanto divertente.

L’album procede spedito con Bodies, uno dei brani migliori, puro punk al cento per cento, quindi con No Feelings, cattiva & egoistica, con Liar, una frecciata contro Malcolm McLaren, il manager-mentore dei Pistols (già allora in rotta di collisione con Rotten), finché non si giunge alla mitica God Save The Queen. Pubblicata su singolo nel maggio ’77, strategicamente in occasione del giubileo della regina d’Inghilterra, God Save The Queen può essere ritenuta la canzone punk per antonomasia; è quella col celeberrimo ‘no future’, con un testo migliore di qualsiasi trattato sociologico nel descrivere tutto il disagio dei giovani britannici in quella seconda parte dei Settanta.

Seguono la tagliente Problems, superbamente punk, e l’autocompiaciuta Seventeen, prima d’imbattersi in Anarchy In The U.K., primo singolo estratto da “Never Mind The Bollocks” (addirittura un anno prima, nel novembre ’76). Anche in questo caso siamo alle prese con una pietra miliare del rock: mai una band d’esordienti poco più che ventenni aveva opposto un tale oltraggioso criticismo verso la propria nazione, all’epoca un grande impero coloniale ormai in decadenza. E poi, lasciatemelo dire, ‘your future dream is a shopping scheme’ è un verso grandioso che da solo assolve tutto l’album.

Submission è un po’ più atipica rispetto al resto dell’album, con un ritmo meno tirato e un che di vagamente reggae nell’arrangiamento, anche se i Sex Pistols hanno dichiarato che il brano prendeva qualcosa dai Doors e lo rallentava. Pretty Vacant, edito su singolo nel luglio ’77, è un altro dei pezzi forti del disco, con quei rabbiosi ‘and we don’t care!’ ringhiati da Johnny alla faccia della precarietà lavorativa (un tema ancora tristemente attuale).

Le conclusive New York e E.M.I. sono praticamente due sequele d’insulti: la prima è contro la scena punk americana, che s’arrogava il diritto d’aver dato vita al ‘movimento’; la seconda è contro la casa discografica, la EMI per l’appunto, che aveva messo sotto contratto i Pistols nel ’76 ma che infine, spaventata dalle critiche e dal comportamento strafottente del gruppo stesso, aveva preferito pagare una lauta penale pur di liberarsene.

Come detto, “Never Mind The Bollocks” doveva vedere la luce alcuni mesi prima, anche perché, oltre a essere stati mollati dalla EMI, i Pistols vennero scaricati anche dalla A&M, che pure aveva già pubblicato God Save The Queen (quell’edizione, oggi, vale una fortuna!). Invece – com’è noto – fu la giovane (all’epoca) etichetta di Richard Branson, la Virgin, ad editare “Never Mind The Bollocks” nel novembre ’77 e a goderne i benefici di album scalaclassifica.

Nel 2007, in occasione del trentennale dell’album, la Virgin (che nel frattempo è stata comprata dalla EMI, per cui tutto torna) ha ristampato su vinile sia “Never Mind The Bollocks” che i suoi quattro formidabili singoli. Io sono riuscito a farmi scappare il tutto, specie l’album che veniva riproposto fedelmente con tanto di poster e di quarantacinque giri aggiuntivo, contenente uno dei pezzi escluso per errore e aggiunto all’ultimo minuto con tale espediente. Lo ammetto, non volevo spendere soldini preziosi per della musica che avevo e apprezzavo da tempo. “Never Mind The Bollocks” è stato però ristampato diverse altre volte negli ultimi anni, e altre stampe arriveranno in futuro (pensate che nel 2017 non ne festeggeranno il quarantennale?), per cui sono certo che saprò recuperare.

Ancora due parole sulla copertina del disco, ormai una vera icona: nel bel mezzo degli anni di piombo, i Sex Pistols fecero debuttare la loro musica con una grafica che richiamava le lettere anonime dei gruppi terroristici. Provocatori fin da subito! E il curioso titolo dell’album? ‘Never mind the bollocks’ vuol dire ‘freghiamocene delle stronzate’, un’espressione di stizza usata da un esasperato Steve Jones mentre si discuteva su quale titolo dare al disco.

-Mat

Annunci

Public Image Ltd., “First Issue”, 1978

pil-public-image-ltd-first-issue-immagine-pubblica-blogLa recente notizia de il ritorno dei Public Image Ltd., prevista per il prossimo dicembre, ha risvegliato il mio interesse per la musica del gruppo inglese capeggiato da Johnny Rotten. Volevo parlare in particolare del primo album dei PiL, “First Issue”, soltanto che l’avevo già fatto in un altro post e l’avevo dimenticato. Mi limito allora a riproporre quel mio vecchio scritto con le dovute aggiunte del caso.

Nel gennaio del ’78, un Rotten disgustato dagli usi & costumi del rock ‘n’ roll decide di abbandonare la sua famigerata band, i Sex Pistols: tempo pochi mesi e il cantante mette in piedi una delle più formidabili formazioni inglesi, i Public Image Ltd. per l’appunto (peraltro abbastanza sconosciuti in Italia). Il loro primo disco, anticipato dal trascinante singolo Public Image, esce alla fine dell’anno: la copertina in stile magazine gli vale il soprannome di “First Issue” ma l’immagine d’un Rotten quasi imborghesito ne tradisce enormemente il contenuto. Le otto canzoni che compongono il debutto dei PiL sono infatti molto lontane dallo stile dei Pistols, inaugurando un percorso artistico per molti versi sorprendente. Se infatti “Never Mind The Bollocks” aveva suggellato il momento d’oro del punk, questo “First Issue” ne celebra già il funerale, dando quindi vita a quel genere che verrà definito post-punk e successivamente new wave.

Il debutto su album dei PiL – forte d’un sound che colpisce come un pugno allo stomaco anche oggi – è un album drammaticamente cupo, dissonante, intransigente, folle e a suo modo geniale & visionario. A detta di Rotten, tutte le canzoni sono state scritte da lui mentre girava l’America in bus durante l’ultimo tour dei Sex Pistols; tuttavia un album come “First Issue” non sarebbe mai nato senza l’inestimabile supporto che Johnny ha ricevuto dai tre musicisti che contribuirono a fondare i PiL: Jim Walker con la sua batteria secca e ossessiva, Jah Wobble col suo basso pulsante e prominente, ma soprattutto Keith Levene con la sua chitarra tagliente e intrusiva, qui in grande rivalsa dopo la sua breve militanza nei Clash.

“First Issue” comincia con la disturbata & disturbante Theme, nove minuti nei quali dobbiamo fare i conti col muro chitarristico che Levene ci oppone, il lugubre basso di Wobble, i poderosi colpi di Walker e soprattutto la voce straziata di Johnny. Probabilmente, all’epoca non s’era mai sentito nulla di simile: lontane influenze dub, noise a non finire, atmosfera desolante e dark, testo nichilista. Religion I è invece l’asciutta recitazione da parte di Johnny di quello che costituisce il testo del brano seguente, Religion II; e così, dopo un minuto e mezzo di sola voce, ecco cinque minuti buoni di pesante dub-rock, resi ancor più insofferenti da un’infelice distribuzione spaziale nel canale stereo (basso e batteria compressi sul destro, volume che in alcuni punti tende ad abbassarsi, eccetera).

Annalisa presenta invece sonorità più ortodosse, tanto che si può tranquillamente affermare che la canzone – il cui testo parla della vera storia di una ragazzina che è stata fatta morire di fame perché la si credeva posseduta dal demonio – è un duro pezzo punk. La successiva Public Image, unico singolo estratto dall’album, è la canzone più orecchiabile e melodica: davvero una bella prova grazie al basso poderoso, al coinvolgente riff chitarristico e all’inconfondibile canto di Rotten (che sembra riferirsi direttamente alla sua esperienza nei Pistols), il tutto sorretto da un’ottima batteria. Simile nel ritmo e nella struttura melodica, è la seguente Low Life, sebbene abbia un’indole più selvaggia.

L’aspra Attack sembra quasi uno scarto di “Never Mind The Bollocks”, se non fossero per le sue prominenti linee di basso così tipicamente piliane, mentre la conclusiva Fodderstompf è un delirante punk-funk della durata di quasi otto minuti. Qui, su una ripetitiva drum machine, Wobble tesse un movimentato giro di basso, mentre Rotten e lo stesso Wobble urlano in falsetto ‘volevamo solo essere amati’, oltre che una lunga serie d’improvvisazioni gridate e/o parlate su tutto quello che passava loro per la mente.

In definitiva, “First Issue” è un debutto strabiliante & insolito che si ritaglia uno spazio tutto suo nella discografia inglese. Non esistono altri lavori, neppure gli album a venire dei PiL, che suonano come questo.

– Mat

Il ritorno dei Public Image Ltd.

public-image-ltd-2009Il sospetto che, dopo aver rimesso insieme i Sex Pistols, quel soggettone di John Lydon tornasse ad incarnare anche l’anima dei Public Image Ltd. era nell’aria già da qualche anno. Il fatto di leggere, poche ore fa, che questa reunion è stata ufficialmente annunciata mi ha però riempito di stupore & contentezza.

E allora eccola, la grande notizia: i PiL torneranno insieme a dicembre, quando s’esibiranno fra il giorno 15 e il 21 per cinque concerti nella nativa Gran Bretagna. I biglietti saranno già in vendita da venerdì prossimo.

La formazione del gruppo è così composta: John Lydon (o Johnny Rotten che dir si voglia) alla voce, Lu Edmonds alla chitarra e alle tastiere, Bruce Smith alla batteria, e il nuovo acquisto, Scott Firth, al basso. Se per me il buon Firth è un totale sconosciuto, Smith ed Edmonds erano stati componenti dei PiL nella seconda metà degli anni Ottanta. Stupisce che al basso non vi sia più Allan Dias, mentre il chitarrista John McGeoch è purtroppo morto qualche anno fa.

Sono molto contento di questa reunion, la prima dal 1992, anche se – data la ‘scusa’ ufficiale dell’evento, il trentennale d’un album fenomenale come il “Metal Box” – avrei gradito un ritorno sulle scene al fianco di Lydon di Keith Levene e di Jah Wobble, rispettivamente il più geniale chitarrista e il più inventivo bassista coi quali Johhny abbia mai lavorato. Io mi accontento, per carità – e spero tantissimo che nel 2010 i PiL possano intraprendere un tour vero e proprio, magari pure con puntatina tutta italiana – ma per una reunion Lydon-Levene-Wobble avrei prenotato il volo per Londra oggi stesso!

– Mat

(per ulteriori dettagli sui concerti clicca QUI e QUI)

A Johnny non sono mai piaciuti i Clash

johnny-rotten-no-irish-no-blacks-no-dogsHo appena finito di leggermi questo librone di trecentocinquanta pagine buone, “No Irish, No Blacks, No Dogs”, l’autobiografia del leader dei Sex Pistols, il pittoresco John Lydon, alias Johnny Rotten.

Il libro, pubblicato nel 1994, è stato tradotto e stampato per il mercato italiano solo da poco, nel 2007, e questa la dice lunga sulla cultura rock nel nostro paese. Non posso lamentarmi se la maggior parte dei miei conterranei ritiene Ligabue o Piero Pelù delle icone del rock. A parte l’imbarazzante ritardo, comunque, ho trovato godibilissimo questo libro, anche quando Johnny racconta la sua infanzia e i suoi famigliari più prossimi, argomenti che ho sempre trovato un po’ noiosi nelle biografie dei miei idoli musicali.

C’è un passaggio in particolare che mi ha sorpreso, si trova a pagina 118: Johnny Rotten afferma chiaramente & senza alcun pelo sulla lingua che i Clash non gli sono mai piaciuti! Ma come?! Nelle interviste e nei libri riguardanti i Clash notavo sempre stima & rispetto per i Sex Pistols da parte della band di Joe Strummer, eppure John non li poteva soffrire, a quanto pare. Ecco la citazione, che riporto pari pari dall’edizione italiana dell’autobiografia, edita dall’Arcana e tradotta da Giuseppe Marano [le parentesi quadre sono mie per specificare il contesto]…

“Una volta facemmo un concerto il 4 luglio [1976] con i futuri Clash di spalla. Strummer e gli altri avevano un atteggiamento orribile in quel concerto. Keith Levene era nella band, ed era l’unico che riuscì a tenere una conversazione decente con noi. Bernie Rhodes, ex-socio di Malcolm [McLaren, manager dei Sex Pistols], gli faceva da manager ed era il loro primo concerto in pubblico. Malcolm e Bernie erano concorrenti, perciò Bernie stava aizzando la band a prendere una posizione molto anti-Pistols, come se fossero loro i veri re del punk. Non mi sono mai piaciuti i Clash. Come compositori non erano granché. A metà concerto erano già spompati perché all’inizio partivano in quarta. I Sex Pistols imparavano la dinamica sul palco. E di questo do merito a Paul [Cook, batterista del gruppo]. Sapeva spezzare il ritmo. Strummer prendeva il via e da quel momento in poi andava avanti a tutta velocità. Non va molto bene perché non basta essere veloci per comunicare qualcosa. Non puoi ballarci su, e riesci a malapena ad ascoltare. Dopo mezz’ora è sgradevole. Mi sembrava che i Clash, nell’aspetto e nel sound, urlassero contro se stessi dicendo niente in particolare: qualche slogan trendy preso qua e là da Karl Marx. I Clash introdussero l’elemento competitivo che trascinò giù un po’ tutto. Per noi non è mai stato così. Noi eravamo i Pistols e basta. Non ci siamo mai considerati parte di un movimento punk”.

Insomma, ci sono rimasto un po’ male: uno dei miei idoli punk, Johnny Rotten, che fa praticamente a pezzi una delle mie band preferite, The Clash, che s’è professata sempre ammiratrice & amica dei Pistols. Hai capito Johnny, non le risparmia per nessuno, nemmeno per i suoi colleghi… figuriamoci per gente come Mick Jagger (e gliene dice quattro nel corso del libro)!

“No Irish, No Blacks, No Dogs” è uno spasso, a tratti esilarante, spesso rabbioso, imprevedibilmente umano & anche toccante. Credo che sia il punto di vista privilegiato d’un esponente musicale che nel bene o nel male ha cambiato la faccia della musica pop-rock e della sua fruizione da parte del pubblico. E’ un libro che dovrebbe leggere ogni vero appassionato di punk music, anche se dice poco a proposito del dopo-Pistols. Pare che quello sarà il tema della seconda autobiografia che Johnny dovrebbe dare alle stampe in futuro. Prenderò senzaltro anche quel libro, sperando che la versione italiana non giunga ancora una volta con tredici anni di ritardo!

– Mat

Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsIl 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat

Siouxsie & The Banshees, “Once Upon A Time/The Singles”, 1981

siouxsie-and-the-banshees-once-upon-a-timeDa tempo volevo parlare d’un altro gruppo new wave inglese che apprezzo particolarmente pur senza esserne un fan: Siouxsie And The Banshees, una band capitanata dalla inquietante ma eccentrica & sensuale Siouxsie Sioux.

Cercherò di descrivere la storia di questo gruppo basandomi sulle due raccolte pubblicate nel 1981 e nel 1992, vale a dire “Once Upon A Time/The Singles” e “Twice Upon A Time/The Singles”, contenenti, per l’appunto, i singoli pubblicati dai Siouxsie And The Banshees dall’agosto ’78 al luglio ’92.

Da quel che ho capito, i Siouxsie And The Banshees nascono nel 1976 come accolita di fan degli impetuosamente nascenti Sex Pistols, tanto che il primo batterista dei Banshees era il famigerato Sid Vicious, di lì a poco nuovo bassista (più scenico che effettivo) degli stessi Pistols. Ma oltre alla Sioux, a Vicious, e a qualcun altro che ora non ricordo, i Banshees vantavano già il bassista Steven Severin, probabilmente il vero motore musicale del gruppo.

I Siouxsie And The Banshees entrano quindi in contatto con la cricca punk più in vista di quel periodo, vale a dire i Sex Pistols, i Clash, i Damned (un altro gruppo che meriterebbe un post tutto suo…) e i Generation X, e se non ricordo male partecipano pure al famigerato Anarchy Tour del dicembre ’76.

Tutto ciò più l’impossibilità di non accorgersi del fascino sconcertante della Sioux, evidentemente, bastarono ai nostri per attirare le attenzioni della Polydor che il 18 agosto 1978 pubblica il singolo Honk Kong Garden. Prodotta dal celebre Steve Lillywhite, la saltellante & ovviamente orientaleggiante Honk Kong Garden mise subito in luce la peculiarità dei Siouxsie And The Banshees e il loro innegabile appeal artistico. Di recente, questo pezzo è stato inserito nel film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola: lo si ascolta durante uno degli sfrenati party ai quali partecipa la volubile regina francese.

Tratto dal primo album della band, “The Scream”, ecco invece il secondo singolo, l’arrembante Mirage, pubblicato il 13 novembre; è una canzone che vede già la partecipazione della stessa band alla produzione, sempre con Steve Lillywhite.

Pubblicata il 23 marzo 1979, ecco quindi la viscerale The Staircase (Mystery), una bella canzone che risalta le doti più teatrali & drammatiche dei nostri. Segue l’altrettanto visceralteatrale ma più gotica Playground Twist, edita il 28 luglio e caratterizzata da una superba prova vocale di Siouxsie Sioux, nonché dall’uso del sassofono. Playground Twist è inoltre l’ultimo singolo della band a figurare la formazione Siouxsie Sioux/Steven Severin/John McKay/Kenny Morris.

Accreditata a Siouxsie Sioux/Steve Severin/Kenny Morris/Peter Fenton ecco quindi a settembre la martellante & irresistibile Love In A Void. Accreditata invece ai soli Sioux & Severin, ecco invece Happy House, pubblicata il 7 marzo 1980 e prodotta dai nostri con Nigel Gray, già al lavoro coi Police. È una bella canzone, Happy House, un pop molto artistico che a mio avviso marca l’inizio della fase più convincente della lunga carriera discografica dei Siouxsie And The Banshees.

Il 30 maggio è la volta d’una seconda composizione Sioux/Severin, un’altra bella canzone chiamata Christine, mentre il 28 novembre la Polydor pubblica la distesamente pulsante Israel, che secondo me è una delle dieci canzoni migliori mai registrate dai nostri. Da Israel in poi tutte le canzoni originali dei Sioxusie And The Banshees saranno accreditate secondo questa firma collettiva, mentre la formazione alternerà una schiera notevole di musicisti stabili e ospiti da qui agli anni seguenti, fra i quali Steve Jones dei Sex Pistols, John McGeoch dei Magazine (poi coi Public Image Ltd. di Johnny Rotten) ma soprattutto Robert Smith dei Cure.

Ancora con Nigel Gray alla console, il 22 maggio 1981 segna l’uscita della bella Spellbound, seguita il 24 luglio da un pezzo ancora migliore, Arabian Knights. È proprio sulle note di Arabian Knights, ultimo pezzo contenuto nella raccolta “Once Upon A Time”, che chiudiamo questo primo post dedicato ai singoli dei Siouxie And The Banshees del periodo 1978-1992. Un secondo post arriverà fra qualche giorno.

– Mat

Public Image Ltd., “Second Edition”, 1979

pil-second-edition-metal-boxNoto ai più come “Metal Box” per una ragione che vedremo fra poco, “Second Edition” è il secondo album dei Public Image Ltd., la suprema formazione dark-punk cui Johnny Rotten (o John Lydon che dir si voglia) ha dato vita assieme a Keith Levene all’indomani del suo abbandono ai Sex Pistols.

Probabilmente il miglior album dei PiL e uno dei dischi più intransigenti & anticonformisti che la storia del rock annoveri, “Second Edition” è purtroppo l’ultimo album della band inglese ad avvalersi delle eccezionali linee di basso di Jah Wobble; si tratta comunque d’un lavoro discografico incredibile, un’autentica prova di forza lunga un’ora nella quale troviamo abilmente fuse sonorità dub, reggae, funk, dark, punk, noise ed elettroniche.

“Second Edition” è un grandioso calderone di stili che pone i PiL come una delle band più originali – e purtroppo misconosciute – fra quelle della scena new wave (diciamo gli anni 1978-1982). Fatta questa breve premesssa passiamo all’analisi delle dodici tracce che compongono l’album.

La prima volta che ascoltai Albatross rimasi fin dai primissimi secondi incantato dal sound che le mie orecchie stavano percependo: un tempo medio molto groovy – caratterizzato dal pronunciato & pulsante basso di Wobble e dalla secca & puntuale batteria – sul quale s’innestano la tagliente chitarra di Levene e il canto insolitamente baritonale (e distante) di Lydon. Albatross si fa carico di tutto questo per l’epica lunghezza di dieci minuti e mezzo, ma sono dieci minuti e mezzo assolutamente coinvolgenti dove i PiL ci portano molto lontano, più lontano di quanto si siano mai spostate le band coeve di questa.

Segue il trascinante dub-rock di Memories, uno dei singoli estratti da “Second Edition”: vi ritroviamo il canto stralunato del più tipico John Lydon, mentre la base strumentale è ancora una volta molto groovy ed eccezionalmente compatta. Grazie ad alcune cadenze mediorientali (che i Pil proporranno con più vigore nel successivo “Flowers Of Romance”), Memories è una canzone trascinante e piacevolmente alienante.

Con Swan Lake siamo in presenza di uno dei pezzi più memorabili dei PiL, un’eccezionale fusione fra attitudine punk, testo darkeggiante e musica dance/funk. Straordinario all’inizio l’effetto chitarristico che Levene infonde alla sua chitarra (una sorta di avvitamento), seguìto dal geniale ed avvolgente giro di basso che s’inventa Wobble. Ottima tutta la parte di batteria, così come il canto stravolto di Lydon, impegnato in una delle sue performance più memorabili (e appassionate). Leggermente remixata, Swan Lake è stata anche pubblicata come singolo e per l’occasione reintitolata Death Disco.

Se con Poptones siamo alle prese con una disturbata & disturbante deriva dub-noise lunga oltre sette minuti e mezzo, con Careering troviamo invece una canzone che sfugge a qualsiasi catalogazione… forse un primordiale esempio di musica industrial, forse ancora un originale precursore del genere techno, Careering (edita pure su singolo!) rappresenta un interessantissimo esperimento sonoro elettro-dub/funk (uso questi termini per dare un’idea…) che solo un gruppo come i PiL poteva concepire nel ’79. Aggiungo solo che per me Careering è uno dei brani più rappresentativi mai registrati dai nostri.

A seguire troviamo due tracce strumentali: prima la vivace ma nervosa Socialist (con Levene che poggia la chitarra per dilettarsi ai sintetizzatori) e poi il coinvolgente noise-funk di Graveyard. Quest’ultima è in realtà la semplice base strumentale di Another, uno dei vari B-side.

Con la notturna The Suit ritroviamo il canto (piuttosto distaccato) di Lydon, adagiato su un’impassibile parte di batteria (molto probabilmente suonata da Levene) e su una morbida ma vivace parte di basso eseguita da Wobble.

Da qualche parte ho letto che il testo di Bad Baby, la canzone seguente, è uno scherzoso riferimento allo stesso Keith Levene. Dal canto suo, Levene molla ancora una volta la chitarra per dedicarsi al sintetizzatore, mentre una squadrata batteria, sorretta dal solido basso di Wobble, conduce il tempo in una sorta di marcia.

In No Birds ritroviamo pure la tagliente chitarra di Levene in quello che è forse il brano meno definito in questo disco (una sorta di veloce ma non troppo noise-rock). Tuttavia i quasi cinque minuti di No Birds si amalgamano bene nei sessanta totali per cui veniamo piacevolmente condotti al brano seguente.

L’implacabile e martellante marcia di Chant è la canzone più punk fra quelle contenute in questo disco, anche se in “Second Edition” (e in gran parte pure nel precedente “First Issue”) i PiL sono andati ben oltre i rigidi (e facili) schemi del pezzo punk.

Radio 4, suonato interamente da Keith Levene, è uno strumentale d’atmosfera, elettronico e quasi ambient, che poco somiglia a quanto abbiamo ascoltato finora. Rappresenta comunque una splendida chiusura per un album eccezionale quale è questo “Second Edition”.

Qualcuno avrà forse notato che non ho menzionato il nome del batterista: il motivo è che si alternano ai tamburi ben sei musicisti diversi, nessuno accreditato nelle scarne note interne dell’album, fra i quali troviamo però gli stessi Levene e Wobble. Altri due sono sicuramente Richard Dudanski (già con The 101ers, la band pre-Clash di Joe Strummer) e Martin Atkins, quest’ultimo di lì a poco un membro permanente in seno ai PiL.

Infine, impossibili da ignorare in questo caso, alcune cose sulla veste grafica e il formato dell’album che abbiamo appena visto: originariamente pubblicato come triplo 12” (dodici pollici o elleppì da quarantacinque giri per i non avvezzi al gergo discografico) in una confezione metallica simile a quella usata per le vecchie bobine dei film (da qui il titolo di “Metal Box”), nel corso del 1980, su pressioni della casa discografica, l’album è stato ristampato come doppio elleppì (la cui copertina è raffigurata nella foto sopra) e col titolo cambiato in, per l’appunto, “Second Edition”.

Anche la scaletta dei brani è stata leggermente modificata per adattarsi al nuovo formato ma il contenuto di “Metal Box” è identico a quello di “Second Edition”: un’ora buona di musica originale, sfrontata, assolutamente anticommerciale ma tecnicamente ineccepibile. Un album che valuterei con un bel undiciellode!

– Mat

Keith Levene, la chitarra dei PiL

keith-levene-pil-immagine-pubblicaKeith Levene, inglese, classe 1957, è uno dei fondatori dei Clash ma, a pochi mesi dalla nascita della band, nel settembre del 1976 Keith era già fuori dal gruppo. Avrà modo di rifarsi con la sua militanza nei Public Image Ltd., uno dei gruppi più innovativi e misconosciuti del rock. E uno dei preferiti del vostro Mat. Fatta questa breve premessa, vediamo la storia di questo musicista.

Keith s’interessa alla musica fin da giovanissimo, preferendo marinare la scuola per seguire in tour i suoi beniamini, gli Yes, del quale diventa ben presto un aiutante tuttofare. A tempo perso picchia sulla batteria, ma la sua passione è la chitarra… e che passione! Con le sei corde è un autentico mago, ha uno stile tutto suo che riconoscerei tra mille: una specie d’effetto metallico che pare avvitarsi su se stesso… sarebbe meglio ascoltarsi l’introduzione di Death Disco dei PiL o la sua I’m Looking For Something per capire il senso della mie parole.

Tra il 1975 e il 1976, la formazione punk emergente dei London S.S., composta da Mick Jones e Tony James, effettua numerosi provini per reclutare nuovi membri: grazie alla sua abilità, Keith diventa uno di essi, con la band che (tolto di mezzo il povero Tony) assume il nome di The Young Colts. A Keith, inoltre, va il merito d’aver caldeggiato l’ingresso in formazione di Joe Strummer: mentre il maggio ’76 volgeva al termine, così come un concerto dei 101ers (band nella quale Joe militava), Keith e Bernie Rhodes, manager dei Young Colts, vanno a prendere Joe per fargli conoscere il resto del gruppo. Di lì a poco, Joe Strummer diventa un componente della band in pianta stabile, band che quindi adotta il nome di The Clash.

Seguono prove su prove, con i Clash che scrivono il loro primo materiale, la maggior parte del quale finì nel loro primo e omonimo album, “The Clash” (aprile 1977). Ma l’album non figura già più Keith Levene tra i ranghi, la sua unica traccia come Clash è un credito di coautore con Strummer e Jones del brano What’s My Name?. Anni dopo, Keith disse in una delle sue rare interviste che, per quanto trovasse complessivamente poco piacevole l’album “The Clash”, avrebbe dovuto spettargli un credito di coautorialità per ogni altro brano del disco. Certo è che nessun altro lavoro successivo dei Clash suona come questo primo album, ma è anche vero che suonano diversamente tutti gli altri dischi che hanno visto la partecipazione di Keith. La verità è che stiamo parlando, sia per il duo Strummer/Jones e sia per Levene, di incredibili talenti in continua evoluzione, per cui ogni nuovo disco è un passo stilistico in avanti (almeno fino al 1982).

Mentre era ancora nella band, Keith solidarizzò con Sid Vicious, tanto che, una volta espulso dai Clash (si disse perché consumava troppe amfetamine), si unì alla fantomatica banda punk di Sid chiamata The Flowers Of Romance. Di lì a poco, tuttavia, Sid diventò uno dei Sex Pistols, mentre Keith entrò in una sorta di limbo artistico; pare che comunque, così come i Clash, il nostro diede una mano al gruppo punk al femminile delle Slits. Grazie a Sid, però, Keith ebbe modo di fare amicizia col cantante dei Pistols, John Lydon (in arte Johnny Rotten), il quale si ricordò di Keith dopo aver abbandonato il gruppo nel gennaio ’78. Fu così che, come Public Image Ltd. ed in compagnia di altri talentuosi musicisti, John Lydon e Keith Levene diedero vita a una strepitosa trilogia di album dark-punk: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979, anche conosciuto come “Second Edition“) e “Flowers Of Romance” (1981). Nel 1982 avvenne un cordiale riavvicinamento tra Keith ed i Clash: in più occasioni, infatti, Levene e Lydon passarono a salutare i Clash nel backstage dei loro concerti durante il trionfale tour statunitense di questi con gli Who. Tuttavia, Keith e John non si capivano più e così nel 1983, durante le incisioni del quarto album dei PiL, Levene abbandonò il gruppo portandosi dietro i nastri con le nuove canzoni in fase di realizzazione.

Lydon proseguì comunque per la sua strada e così nel 1984 furono pubblicate due versioni dello stesso materiale: “Commercial Zone” per Levene e “This Is What You Want, This Is What You Get” per Lydon. Ma a quel punto, in fondo, la cosa non interessava più a Keith, ormai tossicodipendente, che decise di proseguire da solo: si trasferì in America, dove iniziò addirittura a creare programmi per computer. Partecipò saltuariamente a progetti musicali (qui ricordo una sua collaborazione del 1985 con i Dub Syndicate di Adrian Sherwood), per lo più componendo colonne sonore per dei serial televisivi e suonandovi abilmente un po’ tutto quello che gli capita fra le mani. Collaborò anche coi Red Hot Chili Peppers (anche se la sua produzione dell’album “The Uplift Mofo Party Plan” sfumò, a quanto pare, per le solite storie di droga) e con Jah Wobble (già insieme nei PiL), finché decise di raccogliere parte di questo suo materiale in un interessante album datato 1989, “Violent Opposition”.

Tuttavia la presenza di Keith Levene nel music-business continuò ad essere sporadica anche negli anni Novanta e così, dopo aver collaborato di nuovo coi Dub Syndicate nei primi anni del decennio e poi brevemente con Glen Matlock dei Sex Pistols in una primordiale versione dei Philistines, il nostro si ritirò praticamente dalle scene. Levene fece ritorno soltanto nel 2002, con un mini album chiamato “Murder Global”, mentre dieci anni dopo si ripresentò nuovamente accanto a Jah Wobble in un album comune intitolato “Yin & Yang”. Tra il 2013 e il ’14, infine, in occasione del trentennale del controverso progetto “Commercial Zone”, Keith lanciò tra i fan una campagna di autofinanziamento via web per ripubblicare in grande stile il materiale proveniente da quelle ormai storiche sedute. Da allora non ne ho più saputo niente, tuttavia. Notizie ne abbiamo?

(ultimo aggiornamento: 5 marzo 2017)

Joe Strummer

joe-strummer-the-clash-immagine-pubblicaJohn Graham Mellor (Ankara, 20 agosto 1952 – Londra, 22 dicembre 2002), al secolo Joe Strummer, è il cantante carismatico dei Clash, riconoscibilissimo per il suo piglio da arrabbiato e per la sua voce roca. Joe è nato in Turchia perché all’epoca suo padre, funzionario inglese del Ministero degli Esteri, aveva una carriera itinerante che lo portava a percorre il confine tracciato dalla Guerra fredda: e così, dopo la nascita di Joe, la famiglia Mellor vive tra Turchia, Egitto, Messico e Germania Ovest.

Nei primi anni Sessanta, tuttavia, i coniugi Mellor mettono i loro due figli in un collegio inglese: l’esperienza dura l’intero decennio e, nonostante il senso di abbandono provato dai due ragazzi, Joe sfoga la sua carica ribelle in una nuova passione, la musica. Tuttavia sarà un fatto tragico a dargli quella spinta definitiva per gettarsi nella musica: nel 1970, suo fratello David si suicida, proiettando sul giovane Joe una lunga ombra dalla quale non si libererà mai.

Rotti i rapporti con la famiglia, Joe inizia a condurre una vita errabonda in giro per l’Inghilterra (e occasionalmente per l’Europa), spesso in compagnia dell’amico Tymon Dogg (che più tardi collaborerà a più riprese sia coi Clash che con l’ultima band di Joe, The Mescaleros). In omaggio al suo idolo folk Woody Guthrie, Joe assume il nome d’arte di Woody Mellor e nei primi anni Settanta diventa il leader d’una formazione, The Vultures, nata nei pressi di Newport da un’accolita di studenti e di squatter. Nell’estate del 1974, Joe è nuovamente a Londra, con ormai i Vultures alle spalle: si trasferisce con amici in uno squat sito al 101 di Walterton Road. Da qui nascerà The 101ers, una formazione di ruvido soul-rock che entro un paio d’anni riesce a farsi un certo nome tra i locali alternativi londinesi e a pubblicare un singolo, Keys To Your Heart (giugno ’76). L’esperienza nei 101ers si rivela fondamentale per Joe perché è in seno ad essi che compone le sue prime canzoni professionali ed impara a catalizzare su di sè l’attenzione del pubblico. Adotta anche un nuovo nome d’arte, quello definitivo di Joe Strummer, ‘strimpellatore’, per via della sua tecnica basilare alla chitarra. Joe si accorge però che i tempi stanno cambiando inesorabilmente, convincendosi ulteriormente quando ha modo di assistere alle esibizioni degli emergenti Sex Pistols (la band di Johnny Rotten e soci fece da supporto agli 101ers nella primavera del ’76). Lo stile di Joe sul palco, già carismatico di suo, diventa così ancora più grintoso e arrabbiato, cosa che attira le mire d’un ambizioso gruppo emergente, The Young Colts – formati da Mick Jones, Keith Levene, Paul Simonon e Terry Chimes – e dal loro manger, Bernie Rhodes, che più volte invitano Joe ad unirsi alla nuova band in qualità di cantante.

Nonostante gli 101ers fossero in procinto d’incidere un album, Strummer manda tutto alle ortiche ed accetta la proposta (anzi, fu un ultimatum!) d’unirsi a quel gruppo che, quindi, adotta il nome The Clash e decolla verso la leggenda. Nei Clash, Joe sarà il principale responsabile dei testi delle canzoni, e quindi assumerà il ruolo dell’ideologo della band, della rockstar vicina alla gente, agli emarginati e agli oppressi del mondo. Del resto, chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere Joe, ha messo in risalto la sua straordinaria umanità, la sua naturale predisposizione all’ascolto delle persone. Joe ha dovuto però fare i conti col successo dei Clash e con l’esuberante personalità del partner Mick Jones: istigati da Bernie Rhodes, Joe e Paul decidono quindi di fare fuori Mick nel 1983 e di proseguire come Clash dopo aver rivitalizzato la band con dei giovani componenti. L’esperienza dura una manciata d’anni, con uno Strummer disilluso che decide di abbandonare i Clash al loro destino al termine del 1985. Ma per il nostro sono anche anni di profondi cambiamenti personali: entrambi i genitori di Joe muoiono in quel periodo, mentre la sua compagna, Gaby, gli dà una figlia. Per Joe è anche tempo di rinunciare alla sua vita di squatter e di assumere un profilo artistico (ma anche umano) più maturo.

Ricuce allora lo strappo con Mick Jones scrivendo & producendo con lui il secondo album della sua nuova band, Big Audio Dynamite, tentando anche inutilmente di convincerlo a rifondare i Clash con Paul Simonon. Tra il 1986 e il 1988, Joe tiene un basso profilo ma è straordinariamente attivo: scrive le musiche di varie colonne sonore (“Sid & Nancy”, “Walker”, “Straight To Hell” e “Permanent Record”), recita in alcuni film indipendenti e inoltre forma i Latino Rockabilly War, un gruppo col quale effettua un tour per la Gran Bretagna nell’estate del 1988. Nel 1989, Joe debutta col suo primo vero album da solista, “Earthquake Weather”, anche se nel corso degli anni Novanta riassume un ruolo di basso profilo (per lo più come produttore, qui ricordo il suo lavoro per i Pogues e i Black Grape).

Ritorna alla grande con una nuova band, denominata Joe Strummer & The Mescaleros, con la quale debutta nel 1999 con l’album “Rock Art And The X-Ray Style”. Segue “Global A Go Go” (2001, dedicato allo scomparso Joey Ramone), con entrambi gli album supportati da fortunati tour internazionali. Purtroppo la morte colpirà Joe nel bel mezzo di questa ritrovata attività artistica: un arresto cardiaco lo stronca infatti nella sua casa londinese il 22 dicembre 2002. All’indomani della sua morte, le maggiori rockstar mondiali avranno parole di cordoglio e di riconoscenza per quella figura assolutamente unica che è stata Joe Strummer.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2008)

Sex Pistols

sex-pistolsAmo i Queen, i Genesis, i Pink Floyd ma, evidentemente, i giovani inglesi della metà degli anni Settanta non la pensavano come me. Pareva che i campioni dell’art-rock, del progressive e dell’hard rock fossero troppo distanti dai comuni mortali, e così l’intraprendente Malcolm McLaren, proprietario d’un negozio di tendenza a Londra chiamato Sex, fiutò il cambiamento dei tempi e decise d’investire tempo & denaro per costituire una nuova band che rompesse coi cliché tipici delle rockstar del passato. Partì quindi da Glen Matlock (basso), commesso del Sex, e vi aggiunse due ragazzi di strada, abituali frequentatori del negozio: Steve Jones (chitarra) e Paul Cook (batteria). Mancava ancora un cantante ma McLaren non ebbe dubbi quando al Sex vide entrare un ragazzo dai capelli verdi e con una maglietta strappata dei Pink Floyd con la scritta ‘li odio’. Si chiama John Lydon ma a causa della sua dentatura compromessa venne soprannominato Johnny Rotten (‘Marcio’): la band è quindi completa, assumendo il nome Sex Pistols.

Nel corso del 1976, prima Londra e poi l’Inghilterra intera s’accorsero di questo nuovo fenomeno che stava scuotendo le fondamenta della musica. Anche le case discografiche fiutarono l’affare e si misero a caccia dei Pistols: la spuntò la EMI che pubblicò il loro primo singolo, Anarchy In The U.K., un titolo che è tutto un programma. I Sex Pistols erano però troppo oltraggiosi, estremi & volgari per i gusti del britannico medio e così la EMI stracciò il contratto. Subentra così la A&M ma anch’essa in poco tempo scarica la band che, nonostante tutto, beneficiò degli indennizzi per inadempienze contrattuali e soprattutto di pubblicità gratuita. Siamo intanto nel 1977, le punk band sono ormai una realtà in Inghilterra con gruppi quali Damned, Clash, Generation X, Siouxsie And The Banshees e altri, coi tempi che sono ormai maturi per l’esplosione del genere. I Sex Pistols firmano infine con la Virgin e pubblicano lo strepitoso singolo God Save The Queen per il giubileo della regina: il ritornello della canzone canta ‘no future’ ed è tutto dire in una nazione in piena recessione economica.

Intanto Malcolm McLaren pensò bene di sostituire il musicista più dotato, Glen Matlock, con Sid Vicious, un fan della prima ora dei Pistols che nel corso dei loro concerti aveva inventato il pogo; in precedenza, Sid aveva militato nei Banshees e nei fantomatici Flowers Of Romance. A fine anno, dopo diverse polemiche e boicottaggi, uscì finalmente “Never Mind The Bollocks“, album straordinario (nel vero senso della parola) che volò al primo posto della classifica inglese. Alcune parti di basso sono suonate da Glen Matlock (riassunto, pare, per completare il lavoro in studio) e altre da Steve Jones ché Vicious non ne era capace, anche se dal vivo la cosa non aveva alcuna importanza. Ormai tutti parlavano di questa nuova band che sapeva suonare a malapena (così si diceva), che cantava di aborto, di precariato, di mancanza d’ideali e d’anarchia, che insultava tutti, compresi pubblico e manager. Il gioco dura poco, però: nel gennaio ’78, mentre la band si trovava in tour negli USA, Rotten pensò d’averne avuto abbastanza e mollò malamente i Pistols, mentre Vicious era ormai un tossicodipendente che correva a folle velocità sulla strada per l’autodistruzione.

Per un po’ la band fu data per spacciata – Johnny nel frattempo fondò i mitici PiL con Keith Levene – ma nel corso dell’anno riuscì a risorgere in un modo o nell’altro: iniziarono le audizioni per un nuovo cantante e McLaren trovò addirittura i fondi per realizzare un film con & sui Sex Pistols. Steve Jones e Paul Cook, i due elementi più legati nel gruppo, si assunsero il compito di scrivere nuovi brani, molti dei quali cantati dallo stesso Jones. Incisero un paio di canzoni pure con Ronnie Biggs, un fuorilegge inglese rifugiato in Brasile. Sid Vicious partecipò cantando in due cover, My Way e Somethin’ Else, per il resto era diventato un solista che a quanto pare andava avanti solo per procurarsi i soldi necessari per la droga. La grandiosa e delirante colonna sonora del film “The Great Rock ‘N’ Roll Swindle” uscì nel 1979, quando ormai Sid era già morto per overdose, mentre il film vero e proprio uscì nelle sale nei primi mesi del 1980, quando Jones e Cook ne avevano avuto abbastanza anche loro dei Sex Pistols e di Malcolm McLaren.

Intanto, se nel ’78 Rotten recuperò il suo vero nome, John Lydon – e come già detto diede vita ai Public Image Ltd. – Sid Vicious diventò un cantante solista, facendosi accompagnare dal vivo dalle stelle più in vista del punk rock: il suo collega nei Pistols Glen Matlock, poi Steve New, Mick Jones dei Clash, Rat Scabies dei Damned, e altri. Ma il suo gioco durò poco perché una fatale overdose lo stroncò nel febbraio ’79, dopo essere finito in galera per il suo presunto omicidio di Nancy Spungen, la sua discussa fidanzata. Sid ci ha lasciato parecchi bootleg (le incisioni illegali) e un solo disco ufficiale, il trascurabile “Sid Sings”, registrato dal vivo.

Glen Matlock fondò un gruppo con Steve New alla chitarra e un emergente Midge Ure al microfono: sono i Rich Kids, che pubblicarono però un solo album, “Ghosts Of Princes In Towers”. Poi Ure si unirà prima ai Visage e poi definitivamente agli Ultravox, mentre Matlock entrò nella band del grande Iggy Pop, accompagnandolo sia sul palco che nelle sessioni in studio. Nel corso degli anni Ottanta, Glen darà vita ad altre band, suonando con numerosi altri artisti, prima di pubblicare il suo primo album solista nel 1996, “Who He Thinks He Is When He’s At Home”.

Steve Jones e Paul Cook, invece, decisero di restare uniti, del resto la band originale era nata attorno a loro due: nel 1980 formarono così un nuovo gruppo, The Professionals, che, nonostante il grande album “I Didn’t See It Coming” (1981), giunse al prematuro scioglimento nel 1982, con Jones che ormai era entrato nel tunnel della tossicodipendenza. Ma i due sono tosti e non si arresero: entrambi suonarono con The Avengers, Sham 69, Thin Lizzy, Joan Jett, Johnny Thunders, mentre Cook produsse le Bananarama e, in seguito, suonò per diversi altri artisti (soprattutto Edwin Collins). Jones, nonostante i suoi problemi, fu però più attivo: prima fondò i Chequered Past (che pubblicarono un solo album nel 1984), poi suonò per Iggy Pop (a più riprese), per i Megadeth, per Andy Taylor dei Duran Duran e negli anni Novanta fondò i Neurotic Outsiders con membri dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei Cult. Nella seconda metà degli anni Ottanta, comunque, Jones si ripulì e pubblicò due album solisti: il primo, “Mercy” (1987), è un disco caldo e melodico, sembra incredibile che sia dello stesso uomo che solo dieci anni prima suonava la chitarra nei Pistols; l’altro è “Fire And Gasoline” (1989), più tosto, che si avvale di musicisti d’eccezione come Axl Rose, i Cult e Nikki Sixx dei Motley Crue.

Siamo ormai negli anni Novanta, John Lydon scioglie i PiL nel ’93 e tre anni dopo accetta di riunirsi ai Sex Pistols per una serie di concerti. Sì, perché nel 1996 Matlock, Jones, Cook e quindi Lydon suonano in giro per il mondo nel corso del “Filthy Lucre Tour”, riportando in auge il nome dei Sex Pistols. La reunion si ripete nel 2002, in occasione del secondo giubileo della regina d’Inghilterra e per il 25° anniversario del punk. Per l’occasione, la Virgin pubblica un cofanetto di tre ciddì che ripercorre la storia dei Pistols, mentre il regista Julien Temple celebra la band col film “The Filth And The Fury”.

Beh, ormai avrete capito tutti che, piacciano o no, questi Sex Pistols si sono conquistati un posto nella storia della musica e che la loro, a ben vedere, è una vicenda molto più lunga ed influente di ciò che la loro esigua discografia lascia supporre.