Peter Gabriel, “Peter Gabriel”, 1980

hs_PG3_UMGI_Vinyl-12_Gatefold_6mmSpine_OUT_RI_AUG10.inddNel corso del weekend ho avuto modo di riascoltarmi con gran piacere i tre album di Peter Gabriel che più amo: gli omonimi del 1980 e del 1982, e “So” del 1986. Il ‘ripasso’ m’è sembrato così un’ottima occasione per scrivere un post su uno di questi dischi, in tal caso l’album “Peter Gabriel” del 1980, celebre per i singoli I Don’t Remember, Games Without Frontiers e la magnifica Biko.

Dopo i suoi primi due album solisti, pubblicati nel 1977 e nel ’78, l’ex cantante dei Genesis si ripresentò nel 1980 con quello che fino ad allora era il suo lavoro più organico, coraggioso e in definitiva dal maggior riscontro commerciale. Insomma, l’album dove Peter Gabriel gettò le fondamenta del suo tipico stile musicale, divenendo in pochi anni quell’artista carismatico e dalle sonorità peculiari che tutti gli appassionati conoscono, famosissimo tuttora. Vediamo quindi questo lavoro traccia dopo traccia, per un totale di dieci pezzi.

Scandita dalla secca batteria di Phil Collins in tempo medio, l’iniziale Intruder ci svela già le principali caratteristiche dell’album: grande enfasi su tamburi e percussioni, scarni arrangiamenti dove la versatile voce del nostro si staglia su una base di piano o più frequentemente di sintetizzatore, chitarre taglienti (quasi sempre in sottofondo) e atmosfera complessiva piuttosto dark.

La ritmata No Self Control si segnala soprattutto per la grande prova vocale di Peter: in effetti, per chi ama quest’artista, la canzone suona inconfondibilmente gabrieliana. La chitarra, qui suonata da uno dei più assidui collaboratori del nostro, David Rhodes, è più evidente così come la batteria di Phil, mentre alla voce di Kate Bush sono affidati alcuni cori.

Start è un breve brano sintetizzato arricchito dal sassofono di Dick Morissey; in realtà siamo alle prese con l’introduzione della canzone successiva, la potente I Don’t Remember, che resta una delle mie preferite nel repertorio di Peter Gabriel. Molto coinvolgente e potente la batteria di Jerry Marotta, con le parti di basso (grandiose) affidate ad un altro collaboratore di lunga data, Tony Levin. Tre i chitarristi presenti in I Don’t Remember (e si sente!): il già citato Rhodes, Dave Gregory degli XTC e l’inconfondibile Robert Fripp. Da segnalare, infine, la grande prova vocale di Peter.

Family Snapshot è il brano dell’album che più ricorda i trascorsi di Peter nei Genesis: basata su un vero fatto di cronaca nera, la canzone inizia lenta per solo piano (suonato dallo stesso Gabriel) & voce; in seguito l’arrangiamento s’arricchisce col basso di John Giblin, gli effetti tastieristici di Larry Fast e il sax di Morissey, mentre in sottofondo batteria & percussioni iniziano a scaldarsi; il tutto quindi esplode in una sorta d’arrembante corsa per poi stemperarsi sul finale in una sequenza davvero molto emozionante. Anche in questo caso mi sembra che si possa parlare senz’ombra di dubbio di una delle migliori canzoni di Gabriel.

La successiva And Through The Wire è la canzone che più s’avvicina ad una classica performance pop-rock e forse per questo motivo suona paradossalmente come il brano meno riuscito dell’album. Da segnalare, comunque, la partecipazione alla chitarra del grande Paul Weller, all’epoca ancora nei Jam.

Games Without Frontiers è un’altra delle mie canzoni preferite fra quelle del Gabriel solista. In questo caso la parte chitarristica e quella percussiva sono magistralmente concatenate, con tutti gli effetti sovraincisi a rendere questo pezzo ancora più interessante, compresa un’altra partecipazione vocale della Bush e il coro fischiettato da Peter stesso con Steve Lillywhite e Hugh Padgham, rispettivamente produttore e tecnico del suono di questo disco.

Forse l’unico punto debole del lavoro che stiamo esaminando, Not One Of Us non è certo una brutta canzone ma è forse un pezzo un po’ sfocato, salvato più che altro da un vigoroso arrangiamento. Molto più interessante mi sembra la successiva Lead A Normal Life, un brano minimale di grande suggestione atmosferica: perlopiù strumentale, l’uso del piano circondato da lievi effetti percussivi ricorda un po’ le colonne sonore create da Vangelis.

La conclusiva Biko è invece una delle pietre miliari nella discografia gabrieliana: un omaggio al leader antiapartheid Stephen Biko – ucciso dalla corrotta polizia sudafricana nel settembre 1977 – ma anche uno straordinario canto di protesta, scandito da un lento ma minaccioso schema percussivo, da lontane & lancinanti tessiture di chitarra e da un emozionante & coinvolgente coro finale. Un brano indimenticabile, Biko, imponente & solenne, di certo uno dei vertici creativo-espressivi della musica degli anni Ottanta.

– Mat

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Peter Gabriel

peter-gabriel-immagine-pubblicaNel mio vecchio blog, Parliamo di Musica, avevo già dedicato un post a Peter Gabriel ma ho preferito non trasferirlo qui e scriverne quindi uno nuovo. In effetti si trattava più di una protesta che della storia del celebre cantante inglese, perché ritengo Peter un tantino sopravvalutato. A quanto pare sono uno dei pochi appassionati dei Genesis che non lo rimpiange, avendo nutrito sempre più simpatia per Phil Collins che per lui. Credo che l’era Gabriel dei Genesis (1969-1975) abbia prodotto dei dischi stupendi non per la presunta grandezza del nostro, ma dal contributo di cinque grandi artisti – Gabriel compreso, ovviamente – che hanno fatto un lavoro eccellente finché hanno lavorato insieme. Poi, a giudicare dai due album realizzati dai Genesis prima dell’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett, cioè “From Genesis To Revelation” (1969) e “Trespass” (1970), e da quello immediatamente successivo all’abbandono di Peter, vale a dire “A Trick Of The Tail” (1976), mi lascia pensare che la mente più ispirata in seno ai Genesis non fosse certamente Peter Gabriel. Questo confrontando inoltre la produzione post-Gabriel dei Genesis coi lavori solisti di Peter. Voglio dire, non mi pare che i Genesis guidati da Phil Collins abbiano fatto così tanto schifo così come non mi pare che i dischi solisti di Gabriel siano tutti dei capolavori. Fatta questa premessa – spero non troppo contorta – passo più specificatamente alla carriera solista del nostro.

Peter Gabriel, classe 1950, abbandona la band che gli aveva dato una prima notorietà internazionale, i Genesis per l’appunto, nella primavera del ’75, dopo essere stato il maggior ispiratore del primo concept-album del gruppo, lo stupendo “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974). Tuttavia, col resto dei Genesis che procede come quartetto incontrando per giunta il maggior successo in classifica fino a quel punto della loro storia col magnifico “A Trick Of The Tail” (1976), Peter si concede un anno sabbatico, in modo da riordinare le sue turbolente idee. Tornerà alla ribalta l’anno successivo, nel 1977, con un indimenticabile singolo,
Solsbury Hill, e un primo album omonimo dalla resa altalenante. Prodotto da Bob Ezrin (già al lavoro con Lou Reed e in seguito coi Pink Floyd), “Peter Gabriel” è comunque un risultato pregevole, suonato da ospiti prestigiosi (cosa che si ripeterà per tutti i dischi successivi di Peter) quali Robert Fripp, Tony Levin e lo stesso Phil Collins, tuttora grande amico del nostro.

Peter Gabriel bissa l’operazione nel ’78, con un secondo album omonimo, stavolta con Robert Fripp anche in veste di produttore. Purtroppo il lavoro si rivela essere il peggiore fra gli album del nostro, tanto che nella sua prima raccolta, “Shaking The Tree” (1990), figureranno brani estratti da ogni album di Peter tranne che da questo. Nel ’78, tuttavia, Peter Gabriel ha la possibilità di riavvicinarisi, almento dal punto di vista umano, ai suoi ex colleghi dei Genesis, comparendo a sorpresa in un bis d’un loro concerto.


Prodotto da
Steve Lillywhite, ecco nel 1980 un terzo album omonimo da parte di Gabriel, quello contenente I Don’t Remember, Games Without Frontiers, Family Snapshot e soprattutto la straordinaria Biko. Per me è questo suo terzo album il migliore della discografia solista di Peter Gabriel, l’unico del quale non potrei mai separarmi, anch’esso forte della partecipazione di ospiti illustri: oltre agli ormai abituali Tony Levin (che suona il basso nelle canzoni e nei concerti di Peter anche oggi) e Robert Fripp, l’album vanta nuovamente Phil Collins ma anche John Giblin, Kate Bush e Paul Weller, all’epoca ancora leader dei Jam. Per quanto bello e importante, c’è da dire che questo disco non ottenne chissà quale successo mentre in quell’anno i Genesis ottenevano il loro primo numero uno nella classifica inglese con l’album “Duke”, un lavoro certamente non commerciale (con Steve Hackett ormai fuori dal gruppo) che non ha nulla da invidiare all’arte di Peter Gabriel.

Il primo vero successo di Peter è considerato invece il suo quarto album, pubblicato nel 1982, l’ultimo della quadrilogia di dischi omonimi, spinto dall’irresistibile singolo di
Shock The Monkey, senza dubbio uno dei pezzi più famosi del nostro. Un bel disco questa quarta fatica di Gabriel, non c’è che dire, con una virata maggiore in direzione della world music (introdotta già in alcune sonorità del suo album precedente) e un’accentuazione delle atmosfere dark. Oltre a Shock The Mokey, voglio ricordare la stupenda San Jacinto, la saltellante I Have The Touch e l’intensa The Rhythm Of The Heat. Il 1982 è un anno importante per Peter Gabriel anche per un altro motivo: organizza la prima edizione del noto festival etnico chiamato WOMAD (World Of Music And Dance), il quale, stentando a lanciarsi nei primi giorni, viene rivitalizzato da un’inaspettata reunion di Peter Gabriel coi Genesis, che eseguono quindi un set tratto da “The Lamb Lies Down On Broadway”.

Sono anni, per il nostro, in cui comincia a cimentarsi in altri territori, quali il cinema e il supporto ad artisti provenienti dal terzo mondo (il senegalese Youssou N’Dour è probabilmente la maggiore scoperta di Peter in questo senso). E così, dopo aver pubblicato un album dal vivo nel 1983, “Plays Live”, Gabriel realizza la colonna sonora d’un film di Alan Parker, “Birdy” (1984), peraltro riciclando alcune basi strumentali già impiegate nei suoi album. Torna col suo quinto album solista soltanto nel 1986, stavolta un disco con un titolo tutto suo, “So”: tuttora il maggior successo commerciale del nostro e molto probabilmente l’album più amato dai suoi fan, “So” vanta brani memorabili come la famosa Sledgehammer, la tenera Don’t Give Up (dove Peter torna a collaborare con Kate Bush), la ritmata Big Time e soprattutto la straordinaria e imponente Red Rain.

Nel 1988 Peter Gabriel torna a cimentarsi con le colonne sonore, stavolta musicando il controverso film “L’Ultima Tentazione di Cristo” di
Martin Scorsese. Pesantemente intrisa di world music e suonata con strumenti e musicisti mediorientali, la celebrata colonna sonora verrà pubblicata nel 1989 col titolo di “Passion”, mentre Peter torna in studio per incidere il suo sesto album da solista. E qui comincia quella lungaggine nella lavorazione d’un disco da parte del nostro che continua tuttora: il risultato finale delle sedute vede infatti la luce solo nel ’92, anche se si tratta d’un buon disco, “Us”, forte del singolo Steam (una rivisitazione del fortunato Sledgehammer) ma anche di Blood Of Eden (un duetto con Sinéad O’Connor, che all’epoca ebbe una storia col nostro), Digging In The Dirt e Come Talk To Me.

Per quanto Peter Gabriel non sia affatto inattivo nella parte restante degli anni Novanta (collabora con altri artisti, incide musiche sperimentali – arrivando a far suonare dei gorilla in studio – realizza suoni e canzoni per opere multimediali, compone colonne sonore, partecipa a lodevoli iniziative umanitarie…), “Us” risulterà il suo unico album da studio pubblicato in quel decennio. Bisognerà infatti attendere il 2002, ben dieci anni dopo, per vederne un seguito nei negozi, vale a dire il deludente “Up”. Non che “Up” sia un brutto disco ma, fin dalla prima volta che l’ho ascoltato, ho avuto la netta impressione di trovarmi alle prese con una raccolta di brani inediti più che un lavoro unitario e compatto. E’ a quel punto che comincio a disaffezionarmi a Peter Gabriel… fa aspettare i fan per dieci anni e poi fa uscire una roba del genere?!

All’epoca il buon Peter promise che i suoi fanatici ammiratori non avrebbero dovuto aspettare tanto per il seguito di “Up”, che sarebbe uscito addirittura nel 2004. Siamo nel 2007… sono già passati cinque anni… confesso che non faccio più parte di quelli che stanno ad aspettare il nuovo ciddì di Peter Gabriel. Oggi come oggi non potrebbe fregarmene di meno.

– Mat

Prince, “Emancipation”, 1996

prince-emancipation-immagine-pubblica“Emancipation” è l’incredibile triplo album che quel genio di Prince ha dato alle stampe nel 1996, quando rinnegava il suo nome e si faceva identificare da un fantasioso simbolo grafico. Ci vogliono le palle per pubblicare un disco doppio, figuriamoci un triplo… in questo caso sono tre ciddì da sessanta minuti di durata ciascuno, per un totale di tre ore di musica.

Non recensirò ogni singola canzone dell’opera – ne sono trentasei – ma affronterò quelle che più mi sembrano valide. Prima però lasciatemi dire che “Emancipation” è l’album che segna una nuova fase artistica nella storia di Prince: dopo aver rotto con la Warner Bros, questo nuovo capitolo princiano è il solo pubblicato dalla Capitol-EMI ed è anche il primo album di Prince a figurare cover di canzoni di altri artisti.

Numerosi sono gli stili musicali racchiusi in “Emancipation”: funk, rock, jazz, soul, dance, elettronica, ballate, rap, hip-hop, ambient, il tutto però è stato confezionato con notevole amalgama… insomma, nonostante le sue tre ore di durata, “Emancipation” è un lavoro straordinariamente organico, composto da un artista in piena libertà espressiva (le mani che spezzano le catene in copertina sono emblematiche). Vabbene, fatta questa premessa, vediamo da vicino una selezione delle trentasei tracce di questo lavoro.

La canzone d’apertura è Jam Of The Year, elegante e caldo brano da club impreziosito da una vecchia conoscenza di Prince, la cantante soul Rosie Gaynes. Segue Right Back Here In My Arms, brano funk-rap che secondo me si pone fra i migliori mai proposti dal folletto di Minneapolis. Se la melodica Somebody’s Somebody è un’autentica perla, cantata dal nostro con intensità e passione, la breve Courtin’ Time è invece una veloce divagazione swing-jazz, seguìta a sua volta dalla dolcissima Betcha By Golly Wow!: cover d’un brano degli Stylistics, Betcha è una romantica canzone che Prince ha coraggiosamente scelto come primo singolo estratto da “Emancipation”.
Straordinariamente atmosferica White Mansion, una notevole ballata che si pone fra le migliori canzoni del nostro. Altra deliziosa cover con la lenta e romantica I Can’t Make You Love Me, seguìta dai ritmi hip-hop di Mr. Happy, un brano che figura anche un bel rap ad opera di Scrap D.

Passando al secondo ciddì, troviamo un’altra dolce ed orecchiabile melodia con One Kiss At A Time. Se la gentile Curious Child sembra una ballata medievale (tanto atipica per lo stile di Prince quanto immediatamente riconoscibile come una sua canzone), la successiva Dreamin’ About U si rivela non solo come una delle canzoni più belle di “Emancipation” ma come una delle migliori di Prince: su una base irresistibilmente sognante e sensuale, la voce del nostro è poco più che un sussurro, mentre nel ritornello è ben più accentuata (da segnalare il grande assolo di basso eseguito da Rhonda Smith).
Con The Holy River siamo alle prese col secondo singolo: un soffice brano pop-rock, adattissimo all’ascolto in macchina, forte d’una melodia coinvolgente, d’un bel ritornello e d’un grandioso assolo finale di chitarra ad opera dello stesso Prince. Segue la delicata Let’s Have A Baby, brano soul cantato dal nostro col suo inconfondibile falsetto, la cui strumentazione è ridotta al solo piano accompagnato dal basso. Bella anche la successiva Saviour, elegante e rilassata, perfetta quando si guida al tramonto.

La percussiva e corale Slave c’introduce al terzo e ultimo ciddì di quest’autentica epopea princiana, inaugurato appunto da questo secco e trascinante pezzo funk. Ritmi marcatamente danzerecci per New World, una sonorità che mi ricorda i brani che Prince ha scritto per la colonna sonora del film “Batman” (1989).

Altra cover di gran classe con la rilassata La, La, La Means I Love U, seguìta dalla calda atmosfera da club di Style, un brano decisamente funky impreziosito dal sax di Eric Leeds, collaboratore storico di Prince. Ancora funk (sebbene spruzzato di ritmi dance) con la successiva Sleep Around, così come My Computer, comunque più melodica e impreziosita dalla voce di Kate Bush.

Con One Of Us siamo invece alle prese con l’ultima delle cover proposte nell’album: è una bella e famosa canzone d’una meteora degli anni Novanta, Joan Osborne, interpretata da Prince con estrema naturalezza e disinvoltura (sarò di parte, ma questa versione – decisamente rock – mi piace più dell’originale). Espressamente dedicata ad un ‘lost friend’, la successiva The Love We Make è invece una dolente ma imponente ballata, ennesimo grande numero dell’album in questione.

Quelli che ho appena cercato di descrivere sono i brani di “Emancipation” che più ritengo validi, anche se devo ammettere che non c’è una canzone veramente brutta in questo monumentale album. Oggi “Emancipation” è venduto a prezzi stracciatissimi, rivelandosi come uno degli album più sottovalutati degli anni Novanta… se fosse uscito solo tre anni prima, sono sicuro che oggi se ne parlerebbe come di una pietra miliare.

– Mat