Keith Jarrett, “The Koln Concert”, 1975

keith jarrett the koln concert immagine pubblica blogLa registrazione del concerto per solo piano che Keith Jarrett eseguì all’Opera di Colonia, in Germania, il 24 gennaio del ’75, è una delle cose più belle che io abbia mai sentito. E poco importa se il nostro fosse più o meno soddisfatto del pianoforte che trovò in sala, prima di mettersi a suonare. Poco importa se questa musica sia stata effettivamente improvvisata sul momento, come narra la leggenda, o se Jarrett avesse già dei precisi schemi mentali su come impostare la sua esecuzione davanti a un pubblico comunque pagante. E poco importa se un disco come “The Koln Concert” possa definirsi jazz o altro.

Quel che importa, diceva una pubblicità, è il risultato, e ciò che ne risulta è un disco pubblicato dalla ECM che vanta oltre un’ora di musica eseguita da un artista in stato di grazia. Forse non tutto funziona, in “The Koln Concert”. Anzi, ci sono dei momenti in cui Jarrett sembra girare a vuoto, alla ricerca di un’ispirazione che magari arriva anche parecchi minuti dopo, ma il tutto suona come una sognante sinfonia a ruota libera dove il pianoforte è la sola fonte di gioia.

Seppur eseguito quasi senza soluzione di continuità, il “Koln Concert” così com’è originariamente apparso su disco, sempre nel corso di quel lontano 1975, è stato suddiviso in quattro parti per evidenti questioni tecniche legate all’impiego di quattro facciate di vinile. “The Koln Concert” è infatti un vinile doppio, mentre la successiva edizione in ciddì, potendo beneficiare d’una maggior capienza, è quella che più si avvicina a ciò che il pubblico dell’epoca deve aver udito. Il pubblico dell’epoca… che invidia! Questo concerto di Jarrett è uno di quelli ai quali assisterei di sicuro se potessi disporre di una macchina del tempo. Potrebbe bastarmi anche il primo quarto d’ora impiegato dal nostro nel fissare per i posteri tanta delizia sonora.

-Mat

Annunci

Chick Corea, “Return To Forever”, 1972

Chick Corea Return To Forever immagine pubblicaMesi fa m’è capitato d’imbattermi, del tutto casualmente, in due distinte classifiche dei cento dischi jazz più importanti di sempre, o dei cento dischi jazz che sono assolutamente imprescindibili per gli appassionati di musica. Una classifica era stata redatta da un magazine italiano, credo Panorama, mentre l’altra era stata pubblicata da un quotidiano statunitense del quale ora mi sfugge il nome (un nome “importante”, ad ogni modo). Magari in seguito vedrò di ritrovarle, quelle due classifiche, ora quello che mi preme sottolineare è questo: per quanto diverse, entrambe contenevano un album che io avevo acquistato per pura curiosità qualche anno prima, “Return To Forever” di Chick Corea, un album del quale non avevo mai sentito parlare in precedenza e che mai mi sarei aspettato di vedere incluso in una ideale Top 100 del jazz.

Una decina d’anni fa, appassionandomi clamorosamente all’arte di Miles Davis, sono arrivato ad ascoltare e collezionare anche i dischi eseguiti come leader dai suoi principali collaboratori, nomi come John Coltrane, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Tony Williams, Keith Jarrett e altri ancora, tra cui quindi anche Chick Corea. Non tutti mi sono piaciuti con uguale intensità, ovviamente; diciamo che il mio interesse va dal massimo per John Coltrane al minimo per i Lifetime di Tony Williams. Il buon Chick Corea, nello specifico, m’è piaciuto e non m’è piaciuto: un disco acclamatissimo che sono andato a comprarmi con grande entusiasmo, “Now He Sings, Now He Sobs” (1968), non mi ha detto niente nonostante i ripetuti ascolti nel corso del tempo, mentre un disco del quale non sapevo assolutamente nulla e che ho comprato a scatola chiusa per pura curiosità mentre spulciavo tra i vinili freschi d’uscita in occasione d’un Record Store Day, un disco chiamato appunto “Return To Forever”, si è rivelato un’autentica gioia per le mie orecchie.

Le mie impressioni da neofita non dovevano essere molto campate per aria, allora, se “Return To Forever” viene considerato sia dagli esperti italiani che da quelli americani come uno dei cento dischi jazz che proprio non possiamo perderci. E mi fa piacere che sia più un disco di fusion che di jazz in senso stretto. E se di fusion vogliamo parlare, la fusion in atto in “Return To Forever” è quella tra jazz e samba, come magnificamente esplicata dal primo  brano in programma, l’eponimo Return To Forever, dodici minuti di musica che volano via che è una bellezza, un po’ come l’albatro immortalato in copertina.

Del resto, due dei cinque componenti della formazione che suonano in questo disco sono appunto brasiliani, ovvero la cantante Flora Purim e il ben più celebre batterista/percussionista Airto Moreira. Gli altri sono invece il bassista Stanley Clarke (più tardi nuovamente al fianco di Corea in un gruppo chiamato proprio Return To Forever), il flautista/sassofonista Joe Farrell e quindi lo stesso Chick, qui al piano elettrico. E se il brano successivo, Crystal Silence, è sostanzialmente un contemplativo duetto tra il sax soprano di Farrell e il tremolante piano elettrico del leader, il terzo e ultimo brano della facciata A, What Game Shall We Play Today, è una bossanova con tanto di testo cantato dalla Purim.

Il lungo brano (23 minuti) che da solo occupata la facciata B del nostro album, Sometime Ago-La Fiesta, inizia in modo pacato, in quella sorta di fusion tra jazz e ambient tanto cara a Manfred Eicher (è infatti lui il produttore dell’album, per conto della sua storica etichetta, la ECM); sono tuttavia i primi minuti dell’opera, che quindi vira in ambito samba, con tanto di testo cantato ancora una volta dalla Purim e flauto di Farrell in grande spolvero (più avanti, quando il brano sconfinerà in movimentate sonorità flamenco, Farrell sarà passato al sax soprano). E’ una parte molto bella che idealmente si ricollega a quanto già ascoltato nel brano d’apertura dell’album. Da qui, probabilmente, anche l’idea circolare suggerita dal titolo stesso del disco, “ritorno al per sempre” o “ritorno all’eternità” che dir si voglia.

Un album ottimamente bilanciato tra intimismo ed estrosità, “Return To Forever” sarà pure uno dei cento dischi jazz più belli di ogni tempo, ma per me resta uno dei pochi dischi ad opera di Chick Corea che mi siano piaciuti davvero. Uno di quei vinili che metto sul piatto del giradischi per il puro piacere d’ascolto, indipendentemente dalle classifiche, dai generi musicali, dall’importanza dell’artista, dal tempo che passa.

-Mat