Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento.

-Mat

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Il Cavaliere Oscuro… forse un po’ troppo…

il-cavaliere-oscuro-immagine-pubblica-batmanPremetto che non sono mai stato un appassionato di fumetti, né tanto meno degli improbabili supereroi americani che per lo più li popolano. L’unico per il quale ho sempre nutrito un certo fascino è Batman, creato da Bob Kane, forse perché è il supereroe più umano di tutti, è semplicemente un miliardario figo che si traveste da pipistrello e che, grazie ai suoi dollaroni, si fa fare su misura costume & armi personalizzate per dare la caccia ai lestofanti della sua città, Gotham City.

Premetto che ho visto tutti gli episodi cinematografici della serie di “Batman”, dai primi due insuperabili capitoli, diretti dal grande talento visionario di Tim Burton, fino a “Batman Begins”, uscito nel 2005 e diretto dall’inglese Christopher Nolan.
E sempre Nolan è il regista dell’ultimo (o meglio, più recente) episodio legato alle avventure dell’uomo pipistrello, “The Dark Knight”, film che sta ottenendo uno straordinario successo in tutto il mondo.

Sono andato a vedermelo ieri sera, con mio fratello e un po’ di amici, dato che il mercoledì il cinema costa quattro euro. Il film non è nemmeno male, solo che dura due ore e mezzo (l’ultima mezzora non ce la facevo proprio più…) e a tratti risulta davvero molto noioso. Probabilmente per via della trama, molto ingarbugliata e a mio parere fin troppo corale. Sono infatti troppi gli attori ai quali viene riservato lo spazio principale… a momenti vediamo di più il commissario Gordon – interpretato da un irriconoscibile Gary Oldman – che lo stesso Batman, anche in questo caso, come nel precedente “Batman Begins”, interpretato da Christian Bale.
Devo dire che Heath Ledger – l’attore australiano recentemente scomparso – è stato davvero bravo: è la prima volta che lo vedo in un film (poverino, aveva ventottanni quando è morto, non credo che abbia fatto molti film…) e la sua interpretazione del Joker è stata davvero grande.
Per contro, in questo “The Dark Knight”, abbiamo la bat-eroina meno figa che si sia vista: se nel primo “Batman” c’era Kim Basinger e poi, a seguire, si sono avvicendate Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman e Katie Holmes (evvabbene, la signora Cruise non è certo una strafiga ma almeno è piacente & carina…), qui abbiamo una certamente non irresistibile Maggie Gyllenhaal, che, da ex amante di Batman / Bruce Wayne in “Batman Begins”, è passata al procuratore distrettuale Harvey Dent, impegnatissimo a dare la caccia anch’egli ai tanti lestofanti che si aggirano per Gotham City.

Proprio costui, Harvey Dent, viene da tutti – e specialmente da Batman – indicato come un grand’uomo, una speranza, un esempio per tutti i cittadini… e francamente non se ne capisce il perché, né se ne conoscono i meriti. Ma è tutto il resto della trama ad essere confuso: praticamente ci sono i loschi affari fra la mafia italoamericana – il cui personaggio più in vista è interpretato da Eric Roberts – e quella cinese e in cui Joker e la sua banda vi s’intromettono creando scompiglio. Ripeto la mia impressione, il film è fin troppo corale: ad esempio, la parte del pur bravissimo Morgan Freeman è francamente inutile, così come quella di Cillian Murphy che interpreta il ridicolo Scarecrow nelle prime sequenze del film e poi non lo si vede più. Anche i due o tre imitatori di Batman che si vedono all’inizio del film contribuiscono a fare confusione.

Anche l’aspetto psicologico pecca: se c’era un odio profondo di Batman per il Joker era che quest’ultimo aveva ucciso i suoi genitori (così come si vedeva nel primo “Batman”, quello burtoniano del 1989), mentre qui il Joker appare come un delinquente in più, uno dei tanti, e nemmeno fin troppo antagonista, dato che di mezzo ci sono i (tanti) mafiosi a rompere le palle agli sbirri e a Batman. Batman che ha sempre una fastidiosa raucedine quando parla, come se la bat-tuta che indossa gli stringesse la gola.

Altre cose che non ho gradito sono le ambientazioni e la fotografia: spesso le scene interne si svolgono in grandi ambienti vetrati e desolatamente spogli, troppe scene si svolgono alla luce del giorno (i primi due “Batman” burtoniani erano decisamente – e superbamente – notturni…) e Gotham City è davvero fin troppo anonima.

Insomma, “The Dark Knight” non mi è sembrato per niente quel capolavoro di film che vogliono farci credere: ai bat-fanatici incalliti non dovrebbe dispiacere ma due ore & mezza di trama fitta fitta di personaggi sono davvero troppe!

– Mat

Prince

prince-immagine-pubblicaPrince Roger Nelson nasce a Minneapolis (Minnesota) il 7 giugno 1958 da genitori musicisti: papà John Nelson è un pianista jazz, mamma Mattie (d’origini indiane) è invece una cantante. Prince, insieme a fratelli e sorelle, è quindi abituato fin da piccolo alla musica: all’età di dieci anni suona già piano, batteria e chitarra. Tuttavia l’armonia in casa Nelson dura poco perché i genitori si separano e il piccolo Prince viene sballottato a destra e a sinistra. Trova l’equilibrio nella musica, fondando il gruppo dei Grand Central, band nella quale militano anche Terry Lewis e Jimmy Jam, in futuro fortunatissimi produttori discografici.

Le ambizioni di Prince, così come la sua esuberante personalità, sono però troppo grandi per restare confinate in un gruppo che, tuttavia, desta l’attenzione della Warner Bros. E’ proprio con la Warner che il ventenne Prince debutta quindi su disco: “For You” esce nel 1978 e contiene già un singolo memorabile, Soft And Wet. L’anno successivo è la volta dell’omonimo album “Prince”, contenente l’altrettanto memorabile I Wanna Be Your Lover ma anche Why You Wanna Treat Me So Bad?, dove il nostro dimostra la sua grande abilità chitarristica. Nell’80 esce “Dirty Mind”, con Prince che perde definitivamente la sua innocenza e diventa quell’artista che oggi tutti conoscono; già la copertina è tutta un programma, mentre i testi, soprattutto Head, sono molto espliciti sessualmente. Altra evoluzione nel 1981, con l’album “Controversy”: in copertina, Prince assume quel look glam e sgargiante che lo caratterizzerà per gran parte degli anni Ottanta ma soprattutto il disco contiene l’omonima Controversy (singolo tra i migliori di Prince), Do Me Baby e un primo esempio di critica sociale nella sua musica, ovvero Ronnie Talk To Russia.

Fin qui, il genio di Minneapolis ha dato prove convincenti della sua abilità polistrumentistica ma anche vocale, dato che spesso tutte le voci che si ascoltano sono sempre sue. Abilità, queste, che torneranno utili spesso & volentieri nel corso della sua lunga discografia, anche se, nel periodo 1982-83, Prince appronta una band di collaboratori più o meno fissi, alla quale darà il nome The Revolution. Il primo frutto di questa collaborazione è l’album “1999”, uscito nell’82: secondo i più, è il primo album importante di Prince, quello nel quale getta le fondamenta dello stile e della musica princiana da qui al futuro. E’ vero comunque che “1999” contiene il primo grande hit del nostro, Little Red Corvette, ma anche l’omonima 1999 e Delirious. Prince è ormai giustamente considerato un astro nascente: apre il tour americano dei Rolling Stones e inizia a scrivere, produrre e suonare canzoni per altri artisti, tra cui The Time, Vanity 6 e Apollonia 6.

Nel 1983 le ambizioni di Prince raggiungono un nuovo stadio: vuole realizzare un film con relativa colonna sonora, una storia parzialmente autobiografica dal titolo “Dreams”. Nel frattempo contatta il regista Albert Magnoli, affida la parte femminile ad Apollonia Kotero e inizia a comporre coi Revolution alcune delle sue canzoni più straordinarie: Let’s Go Crazy, I Would Die 4 U, Baby I’m A Star ma soprattuto quello splendido inno che è Purple Rain. Sarà proprio “Purple Rain” il titolo scelto per il film e la colonna sonora, entrambi editi nell’84. Il film è in parte bello e doloroso, mentre la colonna sonora, il primo album di Prince co-accreditato ai Revolution, è la cosa che più m’interessa: si tratta del primo grande successo mondiale di Prince, il quale diventa un’affermata star internazionale. Il disco, a mio avviso, contiene un solo brano brutto (Darling Nikki, che poco sopporto) con tutti gli altri che sono uno meglio dell’altro. Vi sono anche canzoni incise completamente dal solo Prince, come le stupende The Beautiful Ones e When Doves Cry; quest’ultima, pubblicata anche su singolo, riceve un Grammy come miglior brano del 1984.

Prince e i Revolution, comunque, non dormono sugli allori e tra la promozione del film, del disco e del tour di “Purple Rain” tornano in studio per registrare un nuovo album. “Around The World In A Day” esce così nell’85: sulla scia di “Purple Rain” ha un enorme successo istantaneo ma sul lungo termine le vendite risultano meno significative e l’album riceve diverse critiche. Certo, è un lavoro meno immediato di “Purple Rain” ma il suo gusto psichedelico, quasi beatlesiano, la dice lunga sul talento di un uomo che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno alle sicurezze del successo. C’è da dire che “Around The World In A Day” include alcuni dei brani migliori di Prince, quali Paisley Park (dal nome del suo celebre studio/quartier generale di Minneapolis), Pop Life, Condition Of The Heart, America e Raspberry Beret. In questi anni risalta un’altra caratteristica di Prince: la sua strabordante creatività che lo spinge a inserire nuovi brani dappertutto, in particolare nei lati B dei singoli. Spesso i B-side non hanno nulla d’eccezionale, invece quelli di Prince (così come quelli di pochi altri artisti) sono assolutamente meritevoli di stare negli album, ascoltare ad esempio 17 Days per credere. Ma ce ne sono innumerevoli nella storia di Prince, soprattuto nel periodo 1981-1993: per chi volesse andare fino in fondo, consiglio il fondamentale box-set di tre ciddì “The Hits/The B-Sides” del ’93.

Prince e soci tornano alla carica nel 1986 con un nuovo film, “Under The Cherry Moon” (girato in bianco e nero, per lo più a Parigi) e la relativa colonna sonora, “Parade”. Il film viene stroncato e non ottiene la stessa entusiastica risposta di pubblico di “Purple Rain”, mentre “Parade” è riconosciuto come uno dei dischi migliori di Prince, soprattutto perché trainato da uno dei suoi singoli più celebri e amati, Kiss. L’album contiene comunque altri episodi felici come Mountains, Sometimes It Snows In April, Girls & Boys e Life Can Be So Nice. Nella seconda parte dell’86, Prince torna in studio per incidere “Dream Factory”, il suo quarto album coi Revolution, ma le cose non vanno nel verso giusto: i Revolution si sciolgono e ognuno va per la propria strada (il duo femminile Wendy & Lisa otterrà anche un discreto successo negli anni Ottanta), soprattutto Prince che torna ad essere un artista solista finalmente libero di dare sfogo alla sua incredibile creatività. Il genio di Minneapolis produce album (c’è chi dice che li scriva, li canti e li suoni pure) per i Madhouse, Sheila E. (una bravissima percussionista che continua a collaborare con Prince anche oggi) e Jill Jones, collabora segretamente anche con Miles Davis e di questo ne parliamo in seguito. Da solo, il nostro incide un intero album con uno pseudonimo, Camille: l’album contiene otto brani decisamente funky dai testi piccanti ma viene ritirato per motivi ignoti. Prince incide anche un triplo album dal titolo “Crystal Ball” ma la Warner glielo contesta: troppo lungo, che diamine! Prince risponde con un nuovo album, un doppio, “Sign ‘O’ The Times“, pubblicato nella primavera del 1987: anticipato dal superbo singolo omonimo, “Sign ‘O’ The Times” riscuote un grosso successo di vendite e di critica in tutto il mondo ed è tuttora considerato uno dei lavori migliori di Prince. Dal tour internazionale di “Sign ‘O’ The Times” Prince ricava anche l’omonimo film-concerto ma, anche in questo caso, non dorme sugli allori.

Nel corso dell’anno torna in studio e registra il suo album più funky, dal titolo emblematico di “The Black Album“. Infatti la grafica del disco è interamente nera, senza crediti e senza informazioni, le uniche scritte, quelle relative al numero di catalogo, sono stampate in color rosa-pesca. Non è prevista altresì alcuna promozione, niente video e tanto meno interviste (le interviste di Prince sono comunque rare) mentre la Warner stampa il disco e s’appresta a pubblicarlo per il Natale ’87. Anche in questo caso però, all’ultimo momento, il “Black Album” viene ritirato dal mercato: pare che i dirigenti della Warner ma anche lo stesso Prince abbiano manifestato dubbi su testi troppo espliciti sessualmente o troppo duri. Ancora una volta, comunque, il genio di Minneapolis decide d’andare avanti e per la primavera dell’88 fa uscire un nuovo album, “Lovesexy”, uno dei suoi migliori in assoluto, anticipato dal formidabile singolo Alphabet Street. Sempre dell’88 è la colonna sonora del film “Bright Lighs Big City” con Michael J. Fox: vi è inclusa l’inedita Good Love, uno degli otto brani incisi sotto lo pseudonimo di Camille (Prince che canta con la voce accelerata…, altri brani sono finiti in “Sign ‘O’ The Times”, nel “Black Album” e in alcuni singoli del periodo 1987-89, lasciando in archivio la sola Rebirth Of The Flesh).

Nel 1989 esce un nuovo album di Prince, la colonna sonora del celebre “Batman” di Tim Burton, per il quale il nostro scrive le canzoni. Il singolo Batdance vola al 1° posto trascinandovi anche l’album, mentre Prince ha una storia con la protagonista femminile del film, Kim Basinger (addirittura i due partecipano al singolo The Scandalous Sex Suite, titolo che è tutto dire). Non so se lavorare a “Batman” abbia risvegliato la passione per il cinema in Prince ma tant’è che nel 1990 esce il suo terzo film vero e proprio, “Graffiti Bridge”, accompagnato dall’omonima colonna sonora. Il film è il seguito di “Purple Rain” ed è girato dallo stesso Prince come un lungo e patinato videoclip: agli ammiratori di Prince come me il film è piaciuto, meno al grande pubblico e alla critica. La colonna sonora, che figura anche altri artisti (ri)lanciati da Prince (George Clinton, Tevin Campbell, Mavis Staples, The Time, Ingrid Chavez…) contiene ottime canzoni quali Thieves In The Temple, Still Would Stand All Time, The Question Of U e New Power Generation. Nel ’90 esce anche Nothing Compares 2 U, il brano più famoso e fortunato di Sinéad O’Connor, scritto da Prince qualche anno prima per un altro dei suoi protetti, The Family. In quel periodo la O’Connor ha anche una breve relazione con Prince, dopo che questi ebbe pure una storia con Madonna.

Nel 1991 la carriera di Prince riparte con una nuova band, The New Power Generation (o anche NPG), e un nuovo disco, “Diamonds And Pearls”. L’album include dei brani bellissimi e innovativi come il singolo Cream (al 1° posto della classifica USA), la ballata Diamond And Pearls (dove Prince duetta con la sua nuova scoperta, Rosie Gaynes), Money Don’t Matter 2Nite, Gett Off e Thunder, e riscuote un grosso successo internazionale. Tra il ’91 e il ’92 la formazione dei NPG subisce un cambiamento d’organico: la Gaynes se ne va per dedicarsi alla carriera solista e il suo posto è rilevato da Mayte che, seppur meno dotata artisticamente, è una gran bella figliola! Nel ’92, dopo che Prince firma per la Warner il secondo contratto discografico più lauto della storia (lo batte solo Michael Jackson che aveva rinnovato l’anno prima con la Sony), esce l’omonimo album “Prince And The New Power Generation”, contraddistinto da un fantasioso simbolo grafico che celebra l’unione tra uomo e donna, da cui anche il soprannome di “Love Symbol” al disco in questione.

I due album realizzati da Prince coi NPG definiscono un nuovo sound per l’artista di Minneapolis: la sua musica, se possibile, è diventata ancora più black, dato che il rap e i suoni urbani dell’hip-hop la fanno da padroni. Una caratteristica comune a tante altre stelle nere della musica: negli anni Novanta, artisti del calibro di Michael Jackson, Whitney Houston ma anche la grande Aretha Franklin, tanto per fare degli esempi, hanno accentuato i tratti salienti del black sound a discapito del tipico orientamento pop-rock che più piace ai bianchi. Evidentemente, per gli artisti afroamericani, gli anni Novanta hanno rappresentato l’affermazione definitiva della black culture nell’industria discografica di massa, anche a costo d’una parziale contrazione del pubblico bianco.

Nel ’93 la carriera discografica di Prince compie quindici anni: è tempo di celebrazioni e, per l’occasione, escono due stupende raccolte in simultanea chiamate “The Hits 1” e “The Hits 2” che includono i maggiori successi di Prince, più rarità, inediti e il nuovo rockeggiante singolo di Peach. Esce anche un’edizione limitata in tre ciddì chiamata “The Hits/The B-Sides” che include i due compact “Hits 1” e “Hits 2” più un terzo disco contenente rarità e la maggior parte dei tanti lati B dei singoli. Ma c’è anche qualcosa di nuovo, di strano, che coinvolge più da vicino la storia di Prince: l’artista annuncia di voler cambiare nome e per identificarsi utilizza quel Love Symbol apparso sull’album del ’92. La prima cosa che pubblica sotto questo ‘nome’ è un maxi singolo chiamato “The Beautiful Experience” che vede la luce nella primavera del ’94, dopo che Prince si è sposato con Mayte. La Warner, però, lo forza a pubblicare un nuovo album col suo nome storico: esce così, ad agosto, “Come”, un album piuttosto cupo ma certamente tra i più suggestivi di Prince. Seguono tensioni con la casa discografica che, nel novembre di quell’anno, pubblica anche la versione ufficiale del “Black Album”. La protesta di Prince giunge con un album significativamente chiamato “Exodus” (esodo): il disco, edito dalla Edel, è accreditato ai soli New Power Generation ma Prince c’è e si sente… come membro dei NPG è accreditato come Tora Tora e la sua foto è volutamente ritoccata con della sovraesposizione rossa sul volto.

Apparentemente, Prince e la Warner fanno pace e così, nel 1995, esce “The Gold Experience”, un nuovo album di Prince accreditato ufficialmente col noto simbolo grafico: si tratta d’un bel disco che contiene una delle mie canzoni preferite di Prince (o di come volete chiamarlo…), I Hate U. La pace dura però poco, Prince si rifiuta di suonare vecchio materiale nei concerti e inizia a farsi fotografare con la scritta ‘slave’ (schiavo) sulla guancia. Nel corso del ’96, la Warner forza Prince a publicare un nuovo disco: ne viene fuori “Chaos & Disorder”, un album raffazzonato di vecchie registrazioni e scarti. Il singolo, Dinner With Delores, è però carino anche se nel videoclip Prince mostra più volte la scritta ‘slave’ sulla sua guancia. Dopo quest’album, Prince riesce a divincolarsi dalla Warner e firma per la Capitol-EMI, la quale, a fine anno, pubblica un incredibile triplo ciddì, “Emancipation“. Simbolicamente, sulla copertina del disco, oltre al consueto marchio grafico col quale Prince ormai s’identifica, si vedono le sue mani che spezzano le catene. Per me “Emancipation” è un album straordinario, uno dei miglior di Prince: mi piange il cuore vederlo in alcuni centri commerciali alla misera cifra di sette euro… ma tant’è.

Tuttavia, sarà all’incira in questo periodo che smetto di seguire Prince: non per cattiva volontà ma per il fatto che lui continua a pubblicare dischi dopo dischi (il video con pezzi inediti di “The Undertaker”, il balletto “Kamasutra”, la stampa ufficiale di “Crystal Ball” – il triplo album inedito datato 1986 – , un disco acustico chiamato “The Truth”, un album di Mayte dove pare che suoni tutto lui e tanti altri progetti che ci vorrebbe un altro post per elencarli tutti!) mentre la mia enorme curiosità musicale mi porta ad esplorare le discografie di altri artisti. Rimango però affezionato a Prince, altrimenti non sarei qui a parlarne: nel ’98 pubblica un nuovo album, “Newpower Soul”, per la seconda volta accreditato ai soli NPG. Nel ’99 è la volta di “Rave Un2 The Joy Fantastic”, mentre la Warner pubblica una (stavolta convincente) raccolta d’inediti del periodo 1985-93 chiamata “The Vault… Old Friends For Sale”.

Nel 2000 stranamente non esce nulla (o forse sono io che ho perso il conto…) ma nel 2001 viene pubblicato “The Rainbow Children“, dove Prince sembra far pace col suo passato e tornare a quel nome che lo ha reso famoso in tutto il mondo. E’ appunto presentandosi come Prince che ho il piacere d’assistere a un suo concerto il 31 dicembre 2002: parto completamente solo da Pescara, destinazione Milano, lo storico Palatrussardi. Quando Prince ha suonato Purple Rain con la sua chitarra personalizzata ho avuto brividi a mille lungo la schiena… ma andiamo avanti… o meglio, sorvoliamo sulla discografia (…”Musicology”, lo devo dire, esce nel 2004) e giungiamo al marzo 2006 quando il nuovo album di Prince, “3121” giunge nei negozi e di lì a poco conquista la vetta della classifica americana, un risultato che non si ripeteva dai tempi della colonna sonora di “Batman”.

Prince conferma il suo buon momento anche nel 2007 con l’album “Planet Earth” e un’incredibile serie di ventuno concerti a Londra che hanno riportato il suo nome, quello vero e noto in tutto il mondo, in tutte le principali pagine – vere o virtuali – dei giornali musicali. Prince, insomma, sopravviverà al decennio restando credibile e senza perdere nulla del suo fascino e del suo carisma. Non potrà dirsi la stessa cosa nel decennio successivo, e precisamente il 21 aprile del 2016: una notizia scioccante scuote il mondo, Prince è morto! Dopo un’altra morte illustre, quella di David Bowie avvenuta soltanto tre mesi prima, l’inaspettata morte del folletto di Minneapolis segna a suo modo un’epoca. Di lui si continuerà a parlare per molti decenni ancora.

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