John Lennon, “Imagine”, 1971

john-lennon-imagine-album-immagine-pubblicaForse “Imagine” non sarà l’album più bello di John Lennon – io gli ho sempre preferito il precedente “John Lennon/Plastic Ono Band” – ma solo per il fatto di contenere la celeberrima Imagine, di sicuro la sua canzone più popolare e una delle più conosciute al mondo, rende di fatto quest’album almeno il più famoso nella discografia solista del Beatle.

Come in “John Lennon/Plastic Ono Band”, anche in “Imagine” il nostro si fece aiutare da un ex collega: se nell’album precedente figurava Ringo Starr, in questo è presente George Harrison, segno che John non riusciva ancora a staccarsi da un certo ambiente a da un certo tipo di suono. C’è da dire, tuttavia, che “Imagine” fu l’ultimo album registrato da Lennon nella nativa Inghilterra, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti: lo stesso video di Imagine ce lo mostra al pianoforte a coda bianco, nella sua immensa magione di Tittenhurst Park. Da questo punto di vista, “Imagine” può considerarsi un album che chiude un ciclo iniziato nove anni prima coi Beatles.

Ora passiamo alle singole canzoni contenute nell’album, dieci in tutto, esaminandole brevemente una dopo l’altra…

1) Si comincia subito alla grande, con la stessa Imagine, un brano tanto semplice quanto emozionante che non ha certo bisogno di presentazioni. Credo che possa rientrare fra le dieci canzoni più famose al mondo… è anche una delle più reinterpretate dagli altri artisti e, molto probabilmente, una delle canzoni più amate dalla gente. Più che altro, Imagine è ormai un autentico pezzo di storia della musica.

2) Crippled Inside, che figura George Harrison al dobro, suona come uno scanzonato brano country, non troppo in linea con lo stile lennoniano. Resta comunque un piacevolissimo esercizio di stile che non guasta dopo le atmosfere tese (e a tratti lugubri) di “John Lennon/Plastic Ono Band”.

3) Jealous Guy, terzo brano in programma, è secondo me una delle più belle creature lennoniane mai messe su nastro, con o senza i Beatles. Risale comunque all’era dei Fab Four, giacché venne provinata diverse volte fra il maggio ’68 e il gennaio ’69, quando ancora si chiamava Child Of Nature. Ad un testo molto personale si unisce una musica dolce & malinconica, che fa di questa Jealous Guy una ballata indimenticabile e una delle cose più belle che io abbia mai sentito.

4-5) It’s So Hard è un aspro e monotono blues, appena appena ingentilito dal sax di King Curtis, mentre coi suoi sei minuti eppassa di durata, I Don’t Want To Be A Soldier è il brano più lungo dell’album. Veramente un po’ troppo lungo, dato che il pezzo – dall’arrangiamento caldo e pastoso, anch’esso arricchito dal sax di Curtis – è alquanto ripetitivo. Come s’intuisce fin dal suo titolo, questa canzone è antimilitarista, e vi partecipa nuovamente George Harrison, stavolta alla chitarra slide.

6) Sempre con George alla chitarra (la solista in questo caso), la dimessa e aspra Give Me Some Truth ci riporta alle sonorità scarne e disincantate dell’album precedente, quel “John Lennon/Plastic Ono Band” già citato più volte. Anni dopo, verso la fine del decennio, i Generation X di Billy Idol ne faranno una cover punkeggiante, ma questa è un’altra storia.

7) Oh My Love è invece una delicatissima ballata guidata dal piano, un pezzo davvero molto dolce, unica canzone di questo disco accreditata anche a Yoko Ono (per quanto pare che anche la stessa Imagine sia basata su una poesia giovanile scritta da Yoko…). In Oh My Love figura anche George Harrison, che tocca lievemente le corde di una chitarra acustica.

8) Lo strisciante e lamentoso rock di How Do You Sleep? è uno dei pezzi più dolorosi scritti da Lennon: è una dura frecciata contro Paul McCartney, in risposta alla sua Dear Friend (inclusa nell’album dei Wings “Wild Life”), accusandolo di non aver imparato nulla in questi anni e di aver fatto soltanto una cosa buona, cioè l’aver fatto Yesterday. In definitiva, John chiede a Paul come faccia a dormire la notte, e il tutto è forse ancora più significativo se si pensa che al brano partecipi anche George. Tuttavia, in seguito, Lennon avrà modo di ritrattare le sue accuse e di ricucire un rapporto decente con l’ex partner musicale.

9) La delicata e toccante How? è uno dei brani di quest’album che preferisco: piano, basso e batteria, il tutto abbellito da linee orchestrali, per un altro pezzo semplice e diretto, tipico dello stile più intimista di John Lennon.

10) La conclusiva Oh Yoko! è chiaramente un omaggio di John alla propria moglie, creando per l’occasione una dolce e ritmata melodia in chiave country. E’ una canzoncina facile facile ma suonata con gusto, perfetta per chiudere l’album su note di leggerezza.

Prodotto dallo stesso John Lennon con la moglie Yoko e il celeberrimo Phil Spector, “Imagine” riscosse subito un grande successo di pubblico (tanto per dire, si piazzò al primo posto della classifica americana…) e critica, quantomeno per essere l’album più accessibile e omogeneo nell’intera discografia solista del nostro. Un disco forse non perfetto ma memorabile. Questo sì.

– Mat

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Aretha Franklin, “Soul ’69”, 1969

aretha-franklin-soul-69-immagine-pubblicaDavvero molto gradevole “Soul ’69”, forse uno degli album più sottovalutati della divina Aretha Franklin. Personalmente lo trovo divertente, elegante, caldo e sensuale, un disco fortemente intriso di jazz, una scelta stilistica che all’epoca dispiacque non poco ai fan della primora della divina.
Accompagnata da una cazzuta big band di turnisti guidati dal celebre arrangiatore/conduttore Arif Mardin, “Soul ’69” ci mostra tuttavia una Franklin straordinariamente a suo agio e dalla potenza vocale & espressiva davvero al top.

Prodotto da Jerry Wexler e da Tom Dowd (in seguito noto produttore dei successi di Rod Stewart e Eric Clapton), “Soul ’69” offre dodici grandi interpretazioni di classici vecchi e nuovi (per quei tempi) dimostrando che la divina poteva tranquillamente affrontare il jazz senza perdere nulla del suo stile, per quanto il titolo dell’album cercava di mascherare il cambio di direzione. Infatti, in seguito, Wexler disse che il titolo originale dell’album era “Aretha’s Jazz Album”.

Tutte le sedute d’incisione per “Soul ’69” si tennero negli studi dell’Atlantic di New York, a partire dal 17 aprile 1968: quel giorno, accompagnandosi al piano, la divina registrò una nuova, immensa versione di Today I Sing The Blues (l’aveva già proposta qualche anno prima), assieme al singolo The House That Jack Built (pubblicato di lì a poco), la famosa I Say A Little Prayer e The Night Time Is The Right Time (queste ultime due saranno però pubblicate sull’album da studio precedente a “Soul ’69”, ovvero “Aretha Now”). Altra seduta per il giorno dopo, con una calda & rilassata cover Tracks Of My Tears di Smokey Robinson & The Miracles, dopodiché Aretha si trasferì in Europa per effettuare il suo primo tour nel vecchio continente.

Le sessioni ripresero quindi il 23 settembre, per cinque giorni consecutivi al termine dei quali verranno messe su nastro l’elegante So Long, la rilsassata I’ll Never Be Free, l’irresistibile soul-jazz di Ramblin’, la sensuale Pitiful (il classico pezzo da jazz club cantato da una soul woman…), la suadente Gentle On My Mind, la briosa Bring It On Home To Me, l’intensa Crazy He Calls Me, la grandiosa Elusive Butterfly, la scintillante River’s Invitation e la stupenda If You Gotta Make A Fool Of Somebody. Durante queste sedute vennero incise almeno altre due canzoni, Talk To Me e I Can’t Turn You Loose, scartate però dal progetto finale.

Suonato da una schiera di musicisti comprendenti tastieristi, pianisti, organisti (fra i quali Joe Zawinul), chitarristi, bassisti, batteristi, percussionisti, sassofonisti (fra i quali King Curtis), flautisti, trombettisti, trombonisti e coriste, “Soul ’69” venne pubblicato nel gennaio 1969 riscuotendo soltanto un modesto successo e non diede vita a nessun vero hit single. Ma oggi come oggi chi se ne frega… sono passati quarantanni ma quella contenuta in “Soul ’69” resta sempre grande musica!

– Mat