Queen, “Queen II”, 1974

queen-queen-ii-immagine-pubblicaTornando ad occuparmi di Freddie Mercury e curiosando a tal proposito nei miei archivi segreti, scopro di aver dedicato all’album “Queen II” (1974) ben due post nelle precedenti edizioni di questo modesto blog: l’uno datato 24 maggio 2007 e l’altro 26 febbraio 2008, mentre nel 2011 ne pubblicai un’unica revisione completa in seguito alla ristampa con bonus track edita quell’anno dalla Universal. Siccome quanto scritto allora non mi soddisfa più, proverò con questo post a rielaborare e ricontestualizzare quanto scritto a proposito di quello che resta uno dei miei album preferiti dei Queen. Seguito dell’album “Queen” (1973), questo lavoro successivo si rivela già straordinariamente maturo, ricco d’inventiva e di grandi canzoni, con i Queen già ad introdurre quello stile epico e teatrale che perfezioneranno con gli anni a venire, fino a farne un sound inconfondibile, potente e melodico a un tempo.

Le due facciate del vinile originale di “Queen II” non erano chiamate lato A e lato B come da tradizione, bensì White Side (composto da Brian May, più una canzone di Roger Taylor) e Black Side (composto interamente da Freddie Mercury), per un totale di undici straordinari brani. Si parte dallo strumentale Procession, suonato dal solo May con una sovrapposizione progressiva di chitarra che sembra ricordare il grave suono di un’orchestra sinfonica. Basterebbe questo breve pezzo (dura poco più d’un minuto) per illustrare tutta la grandezza e la fantasia che ha sempre caratterizzato quel grande chitarrista che è Brian May.

Father To Son è invece il brano più lungo dell’album: forte di oltre sei minuti, la canzone è un’eccellente fusione fra hard rock e progressive; molto bello l’intermezzo strumentale, decisamente heavy, mentre Freddie sfoggia al meglio la sua grande voce. La prolungata e corale dissolvenza di Father To Son ci conduce al pezzo successivo, la stupenda White Queen (As It Began): canzone assai malinconica ma potente in egual misura, questo è uno dei momenti più emozionati del disco e, detto fra noi, una delle canzoni dei Queen che preferisco.

Con Some Day One Day troviamo May alla voce solista, in una canzone che inevitabilmente fa grande uso del suo strumento: ad una vivace chitarra ritmica acustica, si sovrappone infatti una (ma in alcuni punti sono due) pigra chitarra solista elettrica; il tutto costituisce un momento rilassato e piuttosto gradevole in quello che altrimenti è un disco potente e brioso.

Anche la successiva The Loser In The End è cantata dal proprio autore, Roger Taylor: meno gradevole delle altre, questa canzone è comunque una delle opere meglio riuscite – o meno irritanti, dipende da che parte si vuole stare – del Taylor anni Settanta (negli Ottanta avrà modo di maturare parecchio come autore, arrivando alle celeberrime Radio Ga Ga e A Kind Of Magic).

queen-queen-ii-copertina-interna-immagine-pubblicaI nastri che scorrono impetuosamente al contrario ci introducono al Black Side di “Queen II”, con la grandiosa Ogre Battle, un tipico brano mercuryano: hard rock epico e tirato, con l’ennesima maestosa prestazione vocale da parte di Freddie. Segue The Fairy Feller’s Master-Stroke, il brano più teatrale dell’album, a riprova della grande versatilità di questa band: è un fantasioso brano ispirato ad un quadro altrettanto immaginifico, dipinto da Richard Dadd e a quel tempo esposto alla Tate Gallery di Londra.

La deliziosa Nevermore, una ballata guidata dal piano e dal dolce timbro vocale che Mercury vi utilizza, è un brano forse troppo breve per essere apprezzato appieno. Fa meglio la successiva The March Of The Black Queen, che resta la canzone che preferisco di “Queen II”: sorta di prova generale per quella più fortunata e celebre Bohemian Rhapsody che verrà, Black Queen non ha comunque nulla da inviarle, grazie ai suoi cambi di tempo e di atmosfera, alla solita fantastica parte vocale di Freddie e alle grandiose parti di chitarra di Brian; il tutto sostenuto abilmente dal basso di John Deacon e dalla batteria di Taylor (quest’ultimo canta anche un verso solista nella superba parte veloce del brano).

E’ quindi la volta di Funny How Love Is, una scintillante canzone pop che ricorda parecchio le sonorità più riverberate e gioiose dei Beach Boys, anche se prima passa per un’introduzione decisamente rock e tipicamente Queen. Mi sembra interessante notare la somiglianza tra Funny How Love Is e I Can Hear Music, prodotte entrambe da Robin Cable: la prima canzone sembra infatti un’originale rivisitazione della seconda, che – uscita nel 1972 sotto lo pseudonimo di Larry Lurex – è effettivamente la cover d’un brano dei Beach Boys.

La conclusiva Seven Seas Of Rhye è il singolo di maggior successo estratto dall’album (10° nella classifica inglese dell’epoca): un’epica cavalcata pop-rock a metà strada tra i Beatles e i Led Zeppelin che nel 1986, durante il loro ultimo tour, i Queen ancora proponevano. Per la cronaca, un primo abbozzo di Seven Seas Of Rhye, del tutto strumentale, appare già su “Queen”, il primo album dei nostri, mentre nell’ultimo album realizzato “con” Freddie Mercury, ovvero “Made In Heaven“, la base strumentale di Seven Seas Of Rhye compare nel mix della versione rock di It’s A Beautiful Day. A quanto pare, insomma, un pezzo decisamente centrale nella mitologia queeniana.

Nella discografia dei Queen ci sono album ben più celebrati di questo – quali “A Night At The Opera” (1975), “News Of The World” (1977), “A Kind Of Magic” (1986) e “Innuendo” (1991) – ma a mio avviso “Queen II” rappresenta la band di Freddie Mercury in uno dei suoi migliori momenti creativi ed espressivi.

-Mat

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Fatti, smentite & opinioni personali sui Queen

queenQuei pochi che abitualmente leggono questo sito lo sanno: sono sempre stato un grande appassionato dei Queen. Il celeberrimo gruppo inglese è stato il primo verso il quale ho nutrito quella genuina manìa che ti porta a comprare in poco tempo tutti gli album e le raccolte fin lì realizzate. Per la verità ho ascoltato i Queen da sempre: anche se inconsapevolmente, mi ricordo benissimo di aver sentito – negli anni Ottanta, quand’ero bambino – brani come Another One Bites The Dust e Radio Ga Ga alla radio. Probabilmente conobbi il nome Queen sul finire di quel decennio, quando la Lancia (all’epoca vittoriosissimo marchio automobilistico impegnato nei rally con la mitica HF integrale) pubblicizzava i suoi successi con uno spot televisivo nel quale si sentiva l’originale We Are The Champions. E’ in quell’occasione che chiesi agli adulti ‘di chi è questa canzone?’. ‘Dei Queen’, mi rispose qualcuno.

In tutti questi anni, però, devo tristemente ammettere che ho letto & sentito più cazzate sul conto dei Queen e di Freddie Mercury che di ogni altro gruppo del pianeta. Per dirne una, ricordo benissimo anche un orribile articolo su una rivista musicale per adolescenti che compravo quando andavo alle superiori, “Tutto – Musica e Spettacolo”: in un servizio su Mercury a pochi anni dalla morte, si leggeva in una didascalia accanto ad una foto che Freddie si trovava in un party fra travestiti… era un’immagine tratta dal videoclip di The Great Pretender, ma quale party fra travestiti?! Come ho detto, ne ho sentite & lette davvero tante, sia dai comuni appassionati e sia da chi scrive di musica per mestiere (nel senso che viene pagata per farlo). E allora, imbarcandomi in una titanica impresa, ecco una serie di fatti veri, falsi (e quindi smentiti) e una serie di opinioni del tutto personali su quello che sono & che hanno rappresentato i Queen.

  • E’ difficile ascoltare casualmente i Queen: di solito li si ama o li si odia. Non restano però indifferenti, è impossibile non accorgersi della loro musica.
  • I critici musicali, dal canto loro, non li hanno mai potuti soffrire. Ho letto parole veramente cattive sulla musica dei Queen, ma anche all’indomani della morte di Freddie.
  • Però i dischi dei Queen sono vendutissimi e molto collezionati, anche prima che il tragico destino di Mercury ingigantisse il mito: album come “A Night At The Opera” (1975), “A Day At The Races” (1976), “The Game” (1980), “The Works” (1984), “A Kind Of Magic” (1986), “The Miracle” (1989) e “Innuendo” (1991) sono finiti dritti dritti in testa alla classifica inglese dell’epoca (e nelle Top Ten di mezzo mondo). Il tutto in un periodo in cui la concorrenza non era certo quella di Leona Lewis o Robbie Williams, non so se m’intendo.
  • La prima raccolta ufficiale dei Queen, “Greatest Hits” (1981), è attualmente il disco più venduto nel Regno Unito, scavalcando perfino il mitico “Sgt. Pepper” dei Beatles.
  • Tutti e quattro i componenti dei Queen hanno scritto almeno un hit di fama mondiale: We Are The Champions per Freddie Mercury, We Will Rock You per Brian May, Another One Bites The Dust per John Deacon, Radio Ga Ga per Roger Taylor. Sono canzoni strafamose che conoscono anche i sassi. Quali altri gruppi possono vantare una tale distribuzione di successi autoriali individuali per ogni singolo componente? Credo nessuno, nemmeno i Beatles…
  • Per quanto i quattro componenti dei Queen avessero prolificità autoriali ben diverse (i più attivi sono stati May e Mercury), la struttura del gruppo è sempre stata molto democratica, con ognuno libero di scrivere le proprie canzoni, di suonarsele e di cantarsele perfino.
  • I primi due album del gruppo, “Queen” (1973) e “Queen II” (1974) s’ispiravano anche nei titoli ai primi dischi dei Led Zeppelin: di lì a poco, tuttavia, i Queen diedero vita alla loro personale concezione del rock, incorporando nel loro inconfondibile stile epico elementi tratti dalla lirica, dalla classica, dal funk, dalla disco e sperimentando con l’elettronica. Non è raro trovare negli album dei Queen delle innocue canzoncine pop accanto a travolgenti episodi hard rock.
  • Freddie Mercury ha innovato il modo di concepire il rock innestandovi elementi operistici: già con Bohemian Rhapsody dei Queen (1975) ottenne un risultato a dir poco notevole, ma diede il meglio di sè in tal senso con l’album “Barcelona” (1988), realizzato con la regina della lirica, Montserrat Caballé.
  • Anche se non è vero che il primo videoclip della storia sia Bohemian Rhapsody, i Queen hanno però pubblicato per primi una raccolta di videoclip: “Greatest Flix” (1981).
  • Nei dischi dei Queen sono accreditati come musicisti/cantanti aggiuntivi: Joan Armatrading, David Bowie, Steven Gregory, Steve Howe, Michael Kamen, Mack, Fred Mandel, Arif Mardin, Mike Moran. Non accreditato: Rod Stewart.
  • Secondo alcune fonti, esiste una versione inedita di Play The Game dei Queen dove canta anche Andy Gibb. Non sono riuscito a saperne di più, le stesse fonti sui Bee Gees non mi sono state utili finora in tal senso.
  • Negli archivi si trovano diversi brani inediti dei Queen, fra cui (in ordine cronologico): Silver Salmon, Hangman, la cover di New York New York (nella sua forma integrale), Dog With A Bone, A New Life Is Born, Self Made Man e My Secret Fantasy. Più altre tre o quattro improvvisazioni registrate con Bowie durante l’incisione di Under Pressure.
  • Se in futuro dovessero spuntar fuori collaborazioni d’annata fra componenti dei Queen e Elton John o Rod Stewart o componenti dei Guns N’ Roses prendetele per buone.
  • I Queen si sono esibiti nel corso dello storico Live Aid (1985) in un cartellone che, fra gli altri, figurava Paul McCartney, Sting, David Bowie, Tina Turner, Madonna, Phil Collins, Mick Jagger e i redivivi Led Zeppelin: a detta di tutti sono stati i più grandi (sembrava che lo stadio di Wembley fosse lì solo per loro) e, di fatto, hanno surclassato tutti gli altri partecipanti alla manifestazione.
  • Il noto concerto di Wembley del luglio 1986 (in realtà furono due concerti, la sera dell’11 e quella del 12) non fu l’ultima esibizione dei Queen. Fu l’ultima nella loro città, Londra.
  • I celebri Mountain Studios situati nell’incantevole cittadina svizzera di Motreux sono appartenuti per molti anni ai Queen. Una statua di Freddie Mercury è stata posta sulle rive del lago di Givevra.
  • I Queen non si sono mai schierati politicamente, forse anche per questo la critica li ha sempre bistrattati.
  • Sono una delle rock band più istruite culturalmente: due di loro sono laureati (John e Brian), gli altri due diplomati.
  • Sono il gruppo pop-rock occidentale più popolare in Giappone. Molto amati anche in Sudamerica, nei primi anni Ottanta i Queen riempivano tranquillamente stadi da oltre 100mila persone.
  • Si sono esibiti in Italia solo in quattro occasioni: due appuntamenti al Festival di Sanremo e due concerti a Milano, tutti nel 1984.
  • Il singolo Radio Ga Ga venne pubblicato in anteprima in Italia, iniziando a circolare già nel dicembre 1983; curiosamente il copyright del quarantacinque giri era datato 1984.
  • Freddie Mercury è stato il più grande cantante rock e uno dei più carismatici e vitali front-men.
  • Brian May è uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Un gigante fin troppo sottovalutato (che diavolo c’avrà trovato l’umanità in Eric Clapton e Mark Knopfler la scienza me lo deve ancora spiegare…).
  • All’album “Mr. Bad Guy” di Freddie Mercury prendono parte, in un modo o nell’altro, tutti gli altri Queen: in particolare Man Made Paradise è un’esibizione di gruppo.
  • Brian May e Roger Taylor hanno partecipato, assieme a Giorgio Moroder, a Love Kills, successo solista di Freddie datato 1984.
  • May ha collaborato con numerosi altri celebri artisti, fra cui: Black Sabbath, Guns N’ Roses, Eddie Van Halen, Steve Hackett e Dave Gilmour.
  • Freddie Mercury ha registrato due canzoni (tuttora inedite) con Michael Jackson, There Must Be More To Life Than This e State Of Shock. Pare anche una terza, Victory, ma ci credo poco.
  • I Queen hanno registrato le musiche e le canzoni per due noti film: “Flash Gordon” (1980) e “Highlander” (1986).
  • Il vero nome di Freddie Mercury è Farroukh Bulsara, nato sull’isola di Zanzibar il 5 settembre 1946 da genitori di origine iraniana.
  • Freddie non è mai stato sposato, né ha mai messo al mondo dei figli. Era gay, dal 1985 al 1991 ha convissuto con Jim Hutton, tuttavia il suo più grande amore è stato Mary Austin, cui è stato fidanzato per gran parte degli anni Settanta. Mary è sempre rimasta amica di Freddie e ha ereditato la splendida villa vittoriana acquistata dal cantante nei primi anni Ottanta.
  • Freddie ha vissuto anche a New York e Monaco Di Baviera, in gioventù ha trascorso diversi anni in India.
  • Freddie non aveva la patente… però si faceva scarrozzare in giro con la sua Rolls Royce.
  • Freddie è morto la sera del 24 novembre 1991, quando mancavano pochi minuti alle diciannove (la notizia è trapelata verso la mezzanotte).
  • Parte dei proventi delle canzoni firmate da Freddie Mercury va ad un fondo per la ricerca contro l’aids, il Mercury Phoenix Trust.
  • L’idea originale del brano The Show Must Go On è di Brian May (quindi che nessuno mi venga più a rompere col fatto che Freddie abbia implicitamente autorizzato la band ad andare avanti senza di lui).
  • Un’altra canzone che molti attribuiscono a Mercury, These Are The Days Of Our Live, è stata invece composta da Taylor.
  • Il Roger Taylor che viene ringraziato nelle note di copertina dell’album “Blah-Blah-Blah” (1986) di Iggy Pop non è un componente dei Duran Duran, ma proprio il batterista dei Queen.
  • I Depeche Mode non hanno mai fatto da supporto nei concerti dei Queen.
  • “Made In Heaven” (1995) non è il fantomatico ultimo album dei Queen, bensì una compilation rimaneggiata dai tre Queen superstiti e comprendente brani più o meno inediti del periodo 1980-1991.
  • Non ho mai desiderato di comprare la cassetta (o il dvd) del “Freddie Mercury Tribute” dell’aprile 1992. Di fatto non ce l’ho.
  • Sul finire degli anni Novanta, John Deacon ha avuto il buon gusto di tirarsi fuori dalla vicenda dei Queen perché pensava che, in seguito alla morte di Freddie e dopo i necessari ‘tributi & omaggi’, la band avrebbe dovuto piantarla lì.
  • Brian May e Roger Taylor, che potrebbero tranquillamente far campare di rendita non solo essi stessi ma anche i propri nipoti, hanno avuto la genialata di resuscitare il marchio Queen. Per quanto niente possa importargliene, io non ho mai approvato quella decisione.
  • Non ho mai visto il musical “We Will Rock You” – basato sulle canzoni dei Queen – né ho intenzione di farlo in futuro.
  • Mi sono rifiutato di comprare due fra le più inutili compilation mai apparse sul mercato discografico: “Queen Rocks” (1997) e “Greatest Hits III” (1999).
  • In anni recenti è stata messa sul mercato una serie di orribili gioielli a nome di Freddie Mercury. Lo stesso sito ufficiale dei Queen pubblicizzava l’ignobile iniziativa.
  • Quel tale, Paul Rodgers, non c’entra un cazzo con la storia dei Queen. Per quanto mi riguarda non ho mai ascoltato i Free o i Bad Company e – considerando come stanno le cose – ora me ne vanto pure.
  • “The Cosmos Rocks” (2008) è un album che non entrerà mai in casa mia.
  • I signori May e Taylor (o chi per loro alla EMI) hanno svenduto la musica dei Queen alle aziende pubblicitarie.
  • Troppa gente continua a scrivere Freddie con la Y (…Freddy). Da parte sua, il cantante non ha mai gradito che lo si chiamasse Fred.
  • Nel 2007 s’è parlato molto d’un prossimo film biografico sulla vita di Freddie Mercury: fra gli attori contattati per interpretare la parte del cantante vi sarebbero il grande Johnny Depp e l’istrionico Sacha Baron Cohen (quello di “Borat”): pare che un tale onore spetterà a quest’ultimo.
  • Nel corso del 2009 tutti gli album da studio e dal vivo dei Queen sono stati pubblicati ad uscite periodiche in edicola, abbinati a “TV Sorrisi e Canzoni”: un’operazione che dimostra come i Queen siano molto popolari e amati dal pubblico più eterogeneo.
  • Poche chiacchiere: il 90% della musica dei Queen suona potente & attuale anche oggi.

Ovviamente non posso aver risposto coi fatti a tutte le stronzate che ho letto & sentito negli ultimi ventanni; se mi verrà da aggiungere qualcosa aggiornerò questo post.

– Mat

(aggiornato il 23 ottobre 2010)

Ritorni parziali

alice-in-chainsMai come negli ultimi anni si sono visti ritorni (più o meno illustri) di band attive in un passato più o meno recente. Ha fatto clamore, per esempio, la reunion dei Police nel 2007, generando un fortunatissimo tour mondiale conclusosi lo scorso agosto. La formazione dei Police era quella classica, quella storica di sempre, vale a dire Stewart Copeland, Sting e Andy Summers. Stessa cosa si può dire dei Sex Pistols, che nella formazione originale composta da John Lydon, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock è tornata a proporre dal vivo il suo punk irriverente in giro per il mondo.

Negli ultimi anni si sono riviste in azione le formazioni originali anche nel caso dei Duran Duran, degli Eagles (vabbé mancava Don Felder ma non se n’è accorto nessuno), dei Genesis formato trio, dei Cream, dei Verve, degli Stone Temple Pilots, ma anche dei Take That (quelli dell’ultima formazione, senza Robbie Williams), delle Spice Girls e addirittura degli Yazoo. Anche la classica formazione a quattro dei Pink Floyd, seppur per il solo evento benefico del Live Eight. Tuttavia non è stato affatto infrequente il caso di nomi celebri che, resuscitati dal passato fra mille clamori, presentavano in realtà solo alcuni dei componenti originali della band, con gli altri a volte rimpiazzati da autentici sconosciuti. E’ il caso dei Supertramp, degli Who, dei Queen, dei Guns N’ Roses, dei Cult, degli Smashing Pumpkins, dei Led Zeppelin, degli INXS e recentemente degli Alice In Chains (nella foto).

E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia che gli Alice In Chains, dopo essersi riformati qualche anno fa per una serie di concerti, stanno per tornare con un nuovo album di materiale inedito, il primo dai tempi dell’album eponimo del 1995: il tutto dopo aver superato lo shock della morte del cantante Layne Staley nel 2002 e l’ingaggio d’un suo sostituto, lo sconosciuto (a me) William Duvall.

Ora, da gran patito di musica ma anche di storia & storiografia, mi chiedo che legittimità abbiano queste reunion parziali, questi acclamati ritorni che figurano due o a volte anche uno solo dei componenti originali di un gruppo. A giudicare da quello che è successo ai Queen – che non solo hanno continuato senza Freddie Mercury rimpiazzandolo con Paul Rodgers, ma hanno serenamente fatto a meno di John Deacon – e dal successo che hanno ottenuto nei loro ultimi tour in giro per il mondo, penso che la differenza la faccia il celebre marchio: non importa chi vi sia dietro, quali musicisti stanno effettivamente suonando sul palco, ciò che conta è la consapevolezza che stiamo assistendo al concerto di un celebre nome del rock.

E così benvengano due Queen originali su quattro, due Who su quattro, due Doors (con buona pace di quelli che dicono che Jim Morrison sia ancora vivo) su quatro, due Smashing Pumpkins su quattro, tre Alice In Chains su quattro, ma anche un solo Guns N’ Roses su cinque. E’ ovvio che fa sempre piacere sentire dal vivo le nostri canzoni preferite anche se nel gruppo ricomposto c’è un solo ‘vecchio’ ma, non so, mi sembra che tutto questo revival sia poco dettato dalla nostalgia. Il vero motivo, secondo la mia modesta opinione, è uno solo, il più classico: i soldi. Unito ad un altro di fondo… la mancanza di coraggio, di andare avanti per la propria strada con progetti solistici che spesso & volentieri hanno molta più dignità di questi ritorni parziali. A questo punto lasciamo pure che Paul McCartney, dopo essersi assicurato Ringo Starr alla batteria, se ne vada in giro con una band facendosi chiamare The Beatles. Non se ne scandalizzerebbe quasi nessuno e gli stadi sarebbero pieni.. beh, forse in quel caso, mascherato & mimetizzato fra la folla urlante, ci sarebbe anche il sottoscritto.

– Mat

Motley Crue, “Red, White & Crue”, 2005

motley-crue-red-white-crue-immagine-pubblicaFino a pochi mesi fa non sapevo praticamente nulla dei Motley Crue, giusto alcune superficiali informazioni sul fatto che la tosta band americana fosse costituita da quattro tipacci poco raccomandabili e che due di essi avessero preso in moglie quelle gran figone di Donna D’Errico e Pamela Anderson.

Un po’ di mesi fa, a gennaio se non ricordo male, in un centro commerciale m’imbattei nella raccolta “Red, White & Crue” ad un prezzo scandalosamente basso e, ingolosito anche dall’adesivo ’18 Motley Crue classics 1981-2005′, decisi di fare l’acquisto.

Se ad un primo ascolto questa selezione del materiale più in vista dei Motley Crue non m’impressionò granché – una sorta di Bon Jovi incattiviti fu il primo commento che mi venne in mente – nei giorni successivi iniziai a consumare il ciddì, sentendolo beatamente sia a casa che in auto. E quindi, insomma, una bella raccolta, quest’unico pezzo di storia motleycruiana presente nella mia collezione di dischi! Percorre tutte le fasi della carriera dei nostri, dai primi punkeggianti pezzi autoprodotti ai due inediti appositamente registrati per questo disco, passando per gli hit storici e alcune rarità.

Vediamo quindi di tracciare un breve profilo delle diciotto canzoni contenute in questa raccolta che, alla fine, dovrebbero fornire anche la storia per sommi capi del noto gruppo di hard rocker losangelini.

1) L’inizio del disco, con Live Wire, è a dir poco esplosivo: una sonorità hard punk molto professionale e notevolmente compatta per un brano coinvolgente, tirato & tosto. A questo punto penso che Live Wire sia già una delle migliori canzoni dei Motley Crue. Scritta da Nikki Sixx, bassista nonché principale autore in seno ai Motley Crue, Live Wire fa parte del primo album dei nostri, un lavoro autoprodotto e intitolato “Too Fast For Love”, pubblicato nel 1981 ma riedito l’anno dopo in grande stile quando la band firmò per una major discografica.

2-3) Altro bel brano tosto e tirato – con una superba parte chitarristica del tetro Mick Mars – è il successivo Piece Of Your Action, scritto da Nikki Sixx col cantante del gruppo, Vince Neil. Lì per lì m’irritava un po’ la cattiva vocetta adolescenziale di Vince, tuttavia ho imparato presto a considerarla parte integrante del sound dei Motley Crue. Sempre tosta & decisa – ma decisamente più tetrale e vagamente più gotica – è Black Widow, registrata sul finire del 1982 ma rimasta inedita, autoprodotta e scritta ancora da Sixx.

4) Proveniente dall’album “Shout At The Devil” (1983), ecco il rock massiccio e stradaiolo di Looks That Kill, con un Vince Neil che ci regala una prova vocale davvero impressionante in quello che è uno dei momenti più esaltanti di questa raccolta. Ancora una canzone scritta da Nikki ma prodotta da Tom Werman, col quale la band collaborerà fino al 1987.

5-6) Muscolosa & melodica al tempo stesso (una costante in gran parte del repertorio motleycruiano… insomma, la band fa casino ma è anche sensibile all’esito delle classifiche), Too Young To Fall In Love è un’altra grande prova hard rock scritta da Nikki e tratta dall’album “Shout At The Devil”. Sempre dal medesimo album – dev’essere una pietra miliare nella discografia dei Motley Crue – ecco l’omonima Shout At The Devil, la cui coralità la rende perfetta in un’esecuzione dal vivo davanti ad un pubblico rock urlante & appassionato.

7) Girls, Girls, Girls, tratta dall’album omonimo pubblicato nel 1987, è una canzone esplicitamente stradaiola: non un granché a dire il vero, un pezzo orecchiabile & coinvolgente ma arrangiato in modo aggressivo che viene salvato dalla prestazione di Mick Mars (soprattutto il bell’assolo finale). Scritta da Sixx con lo stesso Mars e il batterista del gruppo, il ben noto Tommy Lee, Girls, Girls, Girls resta tutto sommato uno dei momenti più piacevoli della raccolta.

8-9) Restiamo sulla strada con un brano che trovo molto impressionante, Wild Side, anch’esso tratto dall’album “Girls Girls Girls” e scritto dalla sezione ritmica dei Motley Crue, ovvero Sixx & Lee. Con Kickstart My Heart – uno dei brani più noti della nostra band losangelina – abbiamo la prima delle numerose collaborazioni dei Motley Crue col celebre produttore Bob Rock. Tratta da quello che molto probabilmente è il maggior successo commerciale dei nostri, l’album “Dr. Feelgood” (1989), Kickstart My Heart è un veloce & trascinante brano hard rock, irresistibilmente commerciale e corale. Sfido un qualsiasi sano appassionato di rock a restare impassibile di fronte a questa canzone, ottima soprattutto se si è alla guida.

10-11) Tratta dall’album omonimo, Dr. Feelgood è un perfetto campione per rappresentare l’hard rock commerciale americano degli anni Ottanta: molta chitarra, ritmo medio decisamente marcato, melodia facilmente riconoscibile e cori ben evidenti nel ritornello. Commerciale ma a suo modo piacevole! Scritta dal gruppo al gran completo, Primal Scream è tratta dalla precedente raccolta “Decade Of Decadence ’81-’91” (1991): segue la falsariga di Dr. Feelgood ma l’arrangiamento complessivo è ben più aggressivo.

12) Dopo tanti pezzi tosti & cattivi, ecco una dolce sequenza pianisticha che c’introduce la maestosa ballata di Home Sweet Home, una canzone che ricorda lo stile dei Queen. Originariamente pubblicata sull’album “Theatre Of Pain” (1985), questa versione della bella Home Sweet Home è un remix del 1991 precedentemente inserito in “Decade Of Decadence ’81-’91”.

13) Hooligan’s Holiday è invece l’unico pezzo tratto dall’album “Motley Crue” (1994), un disco nel quale la formazione dei nostri era composta ancora da Nikki Sixx, Mick Mars e Tommy Lee ma senza Vince Neil: il suo posto venne infatti preso da John Corabi, già cantante degli Scream. Hoolingan’s Holiday è l’unico pezzo di questa raccolta che non riesce a piacermi, col suo hard rock venato di blues e con quella voce, proprio quella ‘nuova’ di Corabi, che non sento affatto parte dello stile di questa band.

14) La formazione originale dei Motley Crue però si riformò presto, e nel 1997 uscì quindi l’album “Generation Swine”, dal quale è stata qui inclusa Beauty. Anch’essa, tuttavia, si discosta dallo stile tipico della band, con un tono basso e più misurato per la voce solista: può darsi che a cantare sia un altro del gruppo e che Vince sia confinato ai cori. Prodotta da Scott Humphrey (coautore del brano con Sixx e Lee), Beauty è una canzone né bella e né brutta che scorre via senza infamia & senza lode.

15) Nel 1998 venne pubblicata una seconda raccolta dei Motley Crue, stavolta intitolata semplicemente “Greatest Hits”: Bitter Pill ne era l’inedita ed è stata poi inclusa anche in questa che è la terza raccolta dei nostri. Qui il sound torna tipico dei Motley Crue, ed infatti Bitter Pill è stata scritta da tutti e quattro e prodotta dal fido Bob Rock. Un pezzo gradevole, più pop rock che altro, grazie ad un ritornello ruffiano e ad un appeal commerciale che la rende adatta ai passaggi radiofonici.

16) L’album successivo dei nostri volponi losangelini vede la luce nel 2000, “New Tattoo”, ma stavolta Tommy Lee non è della partita. Hell On High Heels è il singolo tratto da quell’album ed incluso in questa raccolta: prodotta da Mike Clink (noto soprattutto per aver lavorato con i Guns N’ Roses), questa canzone gradevolmente rock non è particolarmente ispirata, più che altro è suonata con mestiere e convinzione.

17-18) If I Die Tomorrow è la prima delle due nuove canzoni (prodotte ancora una volta da Bob Rock) pensate apposta per questa raccolta, dove i quattro membri storici della band sono nuovamente riuniti sotto lo stesso marchio: pubblicata anche su singolo, If I Die Tomorrow – scritta da Nikki Sixx col gruppo canadese dei Simple Plan – è una decadente ballata hard rock che mi piace moltissimo; segue & conclude il disco un’altra composizione di Nikki, Sick Love Song, ben più dura e che ricorda un po’ l’incedere della travolgente Immigrant Song dei Led Zeppelin.

Tutto sommato “Red, White & Crue” mi sembra un’ottima introduzione alla musica di questi abili mercanti di rock duro che sono i Motley Crue, dato che attraversa tutte le fasi storiche del gruppo. Per chi desideri una visione più approfondita del lavoro di questa band, consiglio invece l’edizione deluxe di “Red, White & Crue”, formata da due ciddì per un totale di trentasette canzoni, fra cui l’inedita Street Fighting Man, cover dei Rolling Stones.

– Mat

Pure la musica ha le sue leggende metropolitane

paul-is-dead-copertina-lifeSul mondo del pop-rock e sugli svariati protagonisti che lo compongono – vivi o morti che siano – se ne sono dette davvero di tutti i colori. Si contano così storie inventate, storie improbabili ma affascinanti, storie verosimili, storie verissime anche se difficili da credere, tutte accomunate comunque da quella voglia di rappresentare la musica e i suoi personaggi come un mondo mitico dove tutto è possibile.

Il più delle volte, a dire il vero, queste storie sono macabre o rasentano il macabro, come nel celebre caso ‘Paul is dead’. Si tratta di una delle leggende più note del rock: Paul McCartney sarebbe morto nel 1966 durante un terribile schianto automobilistico. Il resto dei Beatles avrebbe preso quindi un sostituto che, con una leggera ritoccatina chirurgica, avrebbe sostituito segretamente Paul. E’ una bufala pazzesca, ovviamente, anche se i numerosi ‘indizi’ relativi a questa morte sono suggestivi: riferimenti più o meno espliciti sull’ipotetica morte di Paul paiono trovarsi in numerosi brani beatlesiani, fra cui Yellow Submarine, Strawberry Fields Forever, With A Little Help From My Friends, Fixing A Hole, A Day In The Life, All You Need Is Love, Blue Jay Way, Don’t Pass Me By, I’m So Tired, While My Guitar Gently Weeps, Let It Be e di sicuro qualcun’altra che ora mi sfugge. Ulteriori riferimenti si trovano nelle copertine dei dischi e nelle foto riguardanti i Beatles nel periodo 1967-70: in particolare negli scatti fotografici riguardanti gli album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “Abbey Road”. Per rendersene conto, basta cliccare su un qualsiasi motore di ricerca le parole ‘paul is dead’ e se ne vedranno delle belle. Tutte stronzate, ovviamente, Paul McCartney è ancora vivo & vegeto, ma soprattutto bisogna ricordare che tra il ’65 e il ’69 è stato il motore trainante dei Beatles durante la fase discografica più strepitosa dei Fab Four.

Un’altra leggenda riguarda la morte della rockstar per antonomasia, ovvero Elvis Presley, avvenuta nell’agosto 1977: pare però che nel 1981 l’FBI abbia intercettato e catalogato come autentica una telefonata fatta da Elvis a qualcuno. Pare inoltre che in pochissimi hanno visto il corpo di Elvis, anche se una schiera di fan è convinta che il proprio idolo sia stato rapito dagli alieni!

E che dire di Jim Morrison, l’istrionico leader dei Doors? Lui pure non sarebbe morto (o meglio, non sarebbe morto nel luglio 1971, nella sua vasca da bagno…), tanto che un giornalista parigino ha affermato d’averlo visto & intervistato più volte negli anni seguenti. Anche in questo caso, pare che siano in pochissimi ad aver visto il cadavere di Jim…

Un’altra leggenda narra d’una setta religiosa che ce l’ha a morte con le rockstar, in particolare odia, chissà poi perché, quelle che nel nome hanno una J: così, tra il 1969 e il 1971, vengono fatti fuori Brian Jones dei Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, lo stesso Jim Morrison, più una tardiva parentesi nel 1980 con John Bonham dei Led Zeppelin e John Lennon. Che dire… suggestive coincidenze.

Altri miti circondano le morti violente dei rapper americani, tra i quali Notorius B.I.G., Tupac Shakur e Jam Master Jay dei Run DMC. E’ stata la mala? La casa discografica? Il produttore? Amanti gelose? Mariti traditi? Si è detto tutto e il contrario di tutto, con i mandanti ancora in giro mentre i dischi degli artisti scomparsi continuano a fruttare bei dollaroni ai loro eredi.

Anche la vita e la morte di quel gigante di Wolfgang Amadeus Mozart è attorniata da diverse leggende: in particolare, si dice che la sua morte, avvenuta nel dicembre 1791, sia stata architettata & commissionata dal compositore rivale Antonio Salieri, mentre Mozart era al lavoro sul suo celebre “Requiem”. Il bellissimo film di Milos Forman, “Amadeus” (consiglio di vederne il “Director’s Cut” del 2001) si fonda proprio su questa tesi. Facendo un salto di duecentotré anni e volando da Vienna a Seattle, scopriamo che pure la morte di Kurt Cobain è stata discussa con toni da chiacchiericcio complottistico. Si è detto che il suicidio del leader dei Nirvana altro non è che un omicidio bellebbuono… addirittura orchestrato dalla moglie, Courtney Love!

Una certa mole di chiacchiericcio riguarda la vita privata del compianto Freddie Mercury: era gay, si è sposato, ha avuto dei figli…? Quante storie: Freddie ha frequentato per anni Mary Austin, alla quale è stato sempre legatissimo, al punto da lasciarle la sua splendida villona al momento della morte e parte dell’eredità. Freddie era gay, questo sì, non si è mai sposato e non ha mai avuto dei bambini. Sempre a proposito di Mercury, negli anni Novanta si vociferava una sua presunta love story col celebre ballerino russo Rudolf Nureyev. Questi avrebbe dichiarato, all’indomani della scomparsa del leader dei Queen: ‘pioveva e io piangevo la morte del grande Freddie Mercury’. Pare che Nureyev scrivesse Eddie invece di Freddie nelle sue lettere indirizzate al cantante; qualcuno, ancora con gusto macabro, ha fatto notare che i due artisti sono morti a pochi anni di distanza l’uno dall’altro a causa della stessa malattia, l’AIDS.

Altre leggende sono invece decisamente più ingenue o addirittura comiche: lo sapevate che nel 1987, nel pieno d’una guerra legale per il nome Pink Floyd, Roger Waters si fece confezionare ben cento rotoli di carta igienica con la faccia di David Gilmour stampata su ogni strappo?! Chi può dirlo, potrebbe anche essere vero. E che dire della soffiata che Yoko Ono avrebbe fatto alla polizia giapponese per far arrestare Paul McCartney (ancora lui, poveraccio…) all’aeroporto di Tokyo nel 1980? Sembrano decisamente fondate, al contrario, queste altre dicerie: in alcuni dischi di Den Harrow e di Corona la voce che ascoltiamo non è quella dei due nomi in questione (ad esempio, in The Rhythm Of The Night, il celebre hit di Corona degli anni Novanta, era in realtà cantato da Jenny B.); Andrew Ridgley non facesse un benemerito ‘c’ durante l’incisione delle canzoni dei Wham!George Michael stava in studio mentre Andrew se ne andava a spasso sulle Ferrari!

Per quanto mi riguarda, le leggende che più mi appassionano sono le presunte collaborazioni musicali fra gli artisti più disparati e la genesi stessa di certi dischi e/o canzoni. Vediamo qualche caso: non è vero che Syd Barrett dei Pink Floyd partecipi a What’s The New Mary Jane dei Beatles ma non è infondato che a duettare con Michael Jackson (il quale, secondo un’altra nota leggenda, dormirebbe in una camera iperbarica per mantenersi giovane) in In The Closet vi sia Madonna (accreditata sull’album “Dangerous” come Mystery Girl… se ci fosse stato scritto Material Girl forse non avremmo avuto dubbi!). Pare che i brani più rappresentativi di Led Zeppelin e Queen, rispettivamente Stairway To Heaven e Bohemian Rhapsody, siano delle messe nere suonate al contrario. Premesso che non mi va di rovinare il mio giradischi, la mia puntina ma soprattuttto i miei amati elleppì, non potrei fregarmene di meno se quelle due fantastiche canzoni contengano dei messaggi inneggianti al demonio. Belle come sono, quelle due canzoni potrebbero anche contenere degli insulti verso di me… sarebbero belle lo stesso!! C’è chi sostiene, invece, che il testo di Angie dei Rolling Stones sia un inno d’amore verso Angela, all’epoca (il 1973) moglie di David Bowie: Mick Jagger e Keith Richards, gli autori, hanno smentito dicendo che si tratta della figlia di uno dei due, ora non ricordo di chi.

Ci sono di sicuro altre leggende & dicerie sul conto di molte rockstar e compositori classici: se ne conoscete delle altre potete aggiungerle fra i commenti.

(riadattamento d’un post del

Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsIl 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat

Guns N’ Roses, “Use Your Illusion II”, 1991

guns-n-roses-use-your-illusion-iiDopo aver dato alle stampe il loro primo album, il fortunato & celebrato “Appetite For Destruction” (1987), i Guns N’ Roses tornarono in studio per dargli un degno seguito. Ma le cose andarono inaspettatamente per le lunghe, sia a causa dei noti problemi di droga e sia a causa delle tensioni fra i membri dell’irrequieta band americana; ma anche per un’indiscutibile maturazione artistica dei Guns che, partiti da un robusto ma poco innovativo hard rock, iniziarono a cimentarsi con il punk, le ballate, dei lunghi brani in stile progressive, ma anche blues, country e cover di lusso, oltre che ovviamente rock duro & puro. Il tutto introducendo in studio una serie di strumenti che non s’erano sentiti in “Appetite For Destruction”, ingaggiando un nuovo batterista, ovvero il tosto Matt Sorum dei Cult (quello originario dei Guns, Steven Adler, partecipò comunque ad alcune sedute), più un sesto componente di fatto, ovvero il tastierista/polistrumentista Dizzy Reed, oltre che una serie di preziosi collaboratori, sia in veste di coautori di canzoni che in veste di musicisti/cantanti. Insomma, una formazione dei Guns N’ Roses molto allargata a partire dagli ‘storici’ Axl Rose, Izzy Stradlin’, Slash e Duff McKagan.

Tutto questo trambusto risultò esplosivamente positivo e se i fan e gli ammiratori dei Guns N’ Roses dovettero attendere quattro anni per mettere le mani sul secondo album della band, furono però ricompensati di tanta attesa con un doppio appuntamento, ovvero i due volumi del seguito di “Appetite For Destruction”, “Use Your Illusion I” e “Use Your Illusion II”, pubblicati in simultanea nel 1991 e volati, rispettivamente, al 2° e al 1° posto della classifica americana degli album. Sono due corposi dischi della durata di settantaminuteppassa ciascuno, per un totale di trenta brani. Qui ne vediamo brevemente gli ultimi quattordici, cioè l’intero album “Use Your Illusion II” (che detto fra noi è l’album che preferisco fra i due volumi).

1) Si comincia con uno dei brani più imponenti ed epici dei Guns N’ Roses, la grandiosa ballata rock di Civil War: con una durata prossima agli otto minuti, Civil War ci offre un’eccellente prova vocale da parte di Axl, magnifici assoli di Slash (comunque tutte le parti di chitarra qui sono sue) ed un finale accelerato che testimonia ancora una volta la grande versatilità raggiunta da questa band in così pochi anni di carriera. Il copyright di Civil War è datato 1990 e non a caso è l’unico brano pubblicato nel progetto “Use Your Illusion” ad avvalersi di Steven Adler, sbattuto fuori durante le sedute d’incisione per via della sua debilitante tossicodipendenza.

2-3) Se in Civil War non abbiamo tracce di Izzy Stradlin’, nella successiva 14 Years ce lo ritroviamo alla chitarra ritmica e alla voce solista, con Axl relegato ai cori e al piano. Per il resto, 14 Years è una buona canzone di rock vivace e stradaiolo. Yesterdays è invece un brano molto disteso e melodico: non esattamente una ballata ma quasi, con passaggi ariosi sia per quanto riguarda le parti vocali che per quelle chitarristiche.

4) A seguire troviamo la celeberrima cover di Knockin’ On Heaven’s Door, fra i pezzi più popolari dei Guns N’ Roses. Ho sempre preferito la versione originale, quella ben più minimale di Bob Dylan, tuttavia questa maestosa reinterpretazione gunsiana è molto spettacolare e praticamente suona come se fosse una composizione degli stessi Guns.

5) La successiva Get In The Ring suona in tutta evidenza come un pezzo live: probabilmente è stata ritoccata in studio, tuttavia questo rock tirato offre un reale coinvolgimento col pubblico contro tutti i detrattori della band americana (gli insulti, sia da parte di Axl che di Duff – che spesso qui cantano all’unisono – si sprecano).

6-7) A dispetto del titolo, Shotgun Blues è un’altra sortita dei nostri in ambiti sonori più punkeggianti. Per quanto mi riguarda, non trovo niente d’eccezionale in Shotgun Blues, anche se suona inconfondibilmente come una potente canzone dei Guns N’ Roses. Più blueseggiante (almeno in certe sezioni) è proprio la successiva Breakdown, una lunga canzone rock, sostenuta ma mai troppo aggressiva. Non male ma niente di speciale, ad essere sinceri.

8) Ben più coinvolgente è il brano che segue, Pretty Tied Up, introdotto da un insolito sitar. Musicalmente si tratta d’un altro bel rock stradaiolo, mentre il testo affronta alcuni aspetti dell’essere una decadente rockstar.

9) Di livello decisamente superiore è invece Locomotive, lungo brano firmato dal duo Rose/Slash. Caratteristica saliente di questo pezzo medio-veloce sono le avvolgenti parti di chitarra, sia soliste che ritmiche, tutte comunque suonate da Slash. Altra ideale colonna sonora per un viaggio in auto (ma anche per una corsa in treno, a giudicare dal titolo), Locomotive è uno dei pezzi migliori fra quelli inclusi nel progetto “Use Your Illusion”.

10) Scritta dal solo Duff McKagan – che canta pure diverse sezioni soliste – e dedicata a Johnny Thunders, So Fine è una deliziosa ballata rock unita ad una sezione più veloce col piano in evidenza, col tutto che ricorda ancora una volta le tipiche sonorità dei Queen, una band che viene comunque ringraziata nelle note interne ai libretti.

11) Coi suoi nove minuti e venti, Estranged è la canzone più lunga e ambiziosa presente su “Use Your Illusion II”, quasi l’equivalente di November Rain su “Use Your Illusion I”: si tratta comunque d’un eccezionale brano di rock progressive, composto dal solo Axl Rose e stilisticamente debitore dei più famosi gruppi rock inglesi degli anni Settanta, Led Zeppelin in primis.

12) Pubblicato come primo estratto dell’intero progetto “Use Your Illusion”, You Could Be Mine si segnala come uno dei pezzi più tosti e coinvolgenti mai proposti dai Guns. All’epoca anticipata nella colonna sonora del film “Terminator 2”, You Could Be Mine è una trascinante e potente cavalcata hard rock, caratterizzata da splendide parti di chitarra (una solista e ben due ritmiche) e da una grandissima prova vocale da parte di Axl, col tutto sorretto magistralmente dalla batteria di Matt. Fra i miei pezzi rock preferiti, la massiccia You Could Be Mine!

13) A seguire abbiamo una versione alternativa della stessa Don’t Cry presente in “Use Your Illusion I”, soltanto che Axl ricanta parte del testo (in pratica tutto tranne i ritornelli). Per il resto è la stessa magnifica ballata che abbiamo già visto nel primo volume.

14) Più che una canzone dei Guns, la conclusiva My World è un’escursione estemporanea del solo Axl Rose in territori rap e industrial. In effetti non c’entra nulla col resto dell’album che abbiamo appena visto, tuttavia il cantante ha il buon gusto di farla durare poco più d’un minuto, dilettandosi con l’amico Johann Langlie a suonare tastiere, batteria e campionamenti vari.

– Mat

Queen

queenMi sono occupato altre volte dei Queen su questo blog ma uno specifico post sulla loro storia non l’ho mai scritto. E quindi, sperando di non ripetermi troppo, eccola qui…

La grande band inglese si formò nel 1970 a Londra, dalle ceneri degli Smile, gruppo più o meno progressive dove militavano Brian May (chitarra, piano e voce) e Roger Taylor (batteria e voce); con l’arrivo di Freddie Mercury (voce e piano), la band cambiò quindi nome in Queen. Nel corso del ’71, infine, entrò un bassista in pianta stabile, il mite ma affidabilissimo John Deacon, e finalmente i Queen poterono avviare il loro corso musicale.

Tutti e quattro i componenti del gruppo iniziarono a comporre nuove canzoni, ripescandone alcune dal periodo degli Smile e alcune dal periodo di Freddie con gli Ibex e i Wreckage, le sue formazioni precedenti. Intanto i Queen firmarono per la EMI che, soltanto nel luglio ’73, si decise a pubblicare il primo album della band, l’omonimo “Queen“, anticipato dal singolo Keep Yourself Alive. Problemi con le tempistiche nei giorni di registrazione, incompetenze del management e una certa diffidenza dei discografici ad aprire le porte a un gruppo chiamato Queen (in slang inglese ‘queen’ sta per ‘checca’), fecero apparire nei negozi un album che era già superato, sia dai concorrenti della band che dalle stesse doti compositive dei propri membri.

L’album successivo dei Queen, il ben più ambizioso “Queen II“, segnò infatti una decisa maturazione dello stile dei nostri verso quella tipica sonorità che caratterizzerà la vita artistica di Freddie Mercury e compagni, ovvero un rock epico e teatrale, tanto melodico quanto potente. Forte d’un singolo da Top Ten come Seven Seas Of Rhye, “Queen II” riscuoterà un incoraggiante successo in patria, anche grazie alla qualità delle sue canzoni, fra le quali ricordo White Queen, Father To Son, Ogre Battle e The March Of The Black Queen. Farà comunque meglio il terzo album della band, sempre del 1974, l’entusiasmante e variegato “Sheer Heart Attack”, che spinto dall’imprevisto successo del singolo Killer Queen (2° posto in Gran Bretagna) si piazzò al 2° posto della classifica inglese. Questo terzo album dei nostri contiene inoltre classici come Stone Cold Crazy, Now I’m Here, In The Lap Of The Gods (Revisited) e Brighton Rock.

Il botto per i Queen giunse però nel ’75, col sensazionale successo di due prodotti artistici altrettanto sensazionali: il singolo Bohemian Rhapsody e l’album “A Night At The Opera“, entrambi giunti al 1° posto nelle rispettive classifiche inglesi. L’album, il cui titolo è preso da un film dei Fratelli Marx, contiene anche You’re My Best Friend, I’m In Love With My Car e Death On Two Legs ed è riconosciuto dai critici come il capolavoro dei Queen.

La band replicò i fasti nel 1976 col singolo Somebody To Love (2° in patria) e l’album “A Day At The Races” (dal titolo sempre preso da un film dei Marx e ugualmente al 1° posto in classifica) ma poi dovette fare i conti con una scena rock notevolmente cambiata. L’esplosione del fenomeno punk in Inghilterra, fra il ’76 e il ’77, mette infatti in discussione i cosiddetti dinosauri del rock, cioé quelle band come Led Zeppelin, Genesis, Pink Floyd, e gli stessi Queen che avevano spinto i confini tracciati dal rock ‘n’ roll verso un’opera più complessa e dalle notevoli qualità artistiche. In un modo o nell’altro un po’ tutte le band suddette riusciranno a passare indenni ma saranno costrette a modificare non poco i propri stili sonori: i Queen ne vennero fuori più che dignitosamente, grazie ad un album autoprodotto come “News Of The World” (1977), forte di due hit storiche come We Are The Champions e We Will Rock You, accoppiate insieme in un unico, formidabile singolo. Il ’77 si ricorda anche come l’anno in cui uscì un primo atto solista da parte d’un componente dei Queen, Roger Taylor col singolo I Wanna Testify, mentre un paio d’anni prima Mercury e May avevano partecipato alla realizzazione d’un singolo per il misconosciuto cantautore Eddie Howell.

Nel 1978 i Queen ritrovarono il produttore Roy Thomas Baker – col quale avevano realizzato i fortunati “A Night At The Opera” e “A Day At The Races” – e pubblicarono “Jazz”, un disco fantasioso e compatto che si issò al 2° posto della classifica di casa. Impreziosito da autentiche perle quali Bicycle Race, Don’t Stop Me Now, Jealousy, Fat Bottomed Girls e Let Me Entertain You, “Jazz” resta tuttora uno degli ascolti più accattivanti nella discografia dei Queen.

Se il ’79 non vide nei negozi nessun nuovo disco da studio dei Queen (uscì però “Live Killers”, un potente doppio elleppì dal vivo), nel 1980 si avranno ben due nuovi album nelle rivendite: “The Game”, contenente singoli strafamosi come la rockabilly Crazy Little Thing Called Love (edita già durante il ’79) e la funky Another One Bites The Dust, e “Flash Gordon“, colonna sonora elettro-ambient dell’omonimo film. Sono due lavori notevoli che esaltarono per una volta sia critica che pubblico, soprattutto “The Game” che raggiunse la vetta della classifica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Anche sul versante live i Queen si dimostrarono in gran forma, suonando con successo praticamente ovunque e divenendo campioni d’incassi soprattutto in Giappone e in Sudamerica. Per suggellare questo momento d’oro ma anche per festeggiare i loro dieci anni d’attività comune, i Queen pubblicarono quindi “Greatest Hits” (1981) e si tolsero lo sfizio di collaborare con David Bowie, realizzando un singolo da 1° posto in classifica, la superlativa Under Pressure. Nello stesso 1981, inoltre, uscì il primo album d’un Queen solista, ancora Roger Taylor, col suo “Fun In Space”.

Per quanto riguardava il nuovo album dei Queen, invece, la band pensò bene d’esplorare le sonorità più funky e disco accennate nel precedente “The Game”: ne nacque così “Hot Space“, l’album che più si discosta dallo stile abituale dei nostri. Pubblicato nel 1982, “Hot Space” suscitò molte proteste anche da parte dei fan storici, perché sacrificava gli aspetti più rock e heavy dei Queen a favore di arrangiamenti più elettronici e danzerecci. Nonostante “Hot Space” riuscisse a salire fino al 4° posto in classifica e ad agguantare un disco d’oro, l’esperienza scottò gli stessi Queen che per un periodo di tempo preferirono separarsi in modo da dedicarsi ai vari progetti solisti. In particolare, Brian May organizzò una grande jam session con Eddie Van Halen che nel corso dell’83 si tradusse in un mini album chiamato “The Starfleet Project”, accreditato a Brian May & Friends. Freddie Mercury collaborò invece con altri artisti, fra cui Billy Squier, Michael Jackson, Rod Stewart, Giorgio Moroder e iniziò ad incidere il suo primo album solista, “Mr. Bad Guy“, che vedrà la luce solo nel 1985. Più concretamente, Roger Taylor pubblicò nel 1984 il suo secondo album solista, “Strange Frontier”, mentre John Deacon, solitamente il componente meno prolifico dei Queen, collaborò, nel corso degli anni Ottanta, con The Immortals, Errol Brown degli Hot Chocolate, Elton John e Minako Honda.

Nell’estate del 1983 i Queen ebbero però modo di ricostituirsi e di tornare in sala di registrazione: a fine anno uscì quindi lo straordinario singolo di Radio Ga Ga (al 1° posto in molti Paesi europei), seguìto nel febbraio ’84 dal robusto “The Works”, undicesimo album da studio dei nostri, che riportò meritatamente i Queen al vertice della classifica inglese, anche grazie ad altri tre bei singoli come I Want To Break Free, It’s A Hard Life e Hammer To Fall. Dopo un altro periodo di pausa nel 1985 – interrotto solo dalla trionfale apparizione al Live Aid e dall’uscita del potente singolo One Vision – i Queen tornarono alla grande nell’86 con l’album “A Kind Of Magic“, ancora un numero uno nella classifica di casa. L’album, in parte colonna sonora del film “Highlander”, figura celebri pezzi come A Kind Of Magic, Who Wants To Live Forever, Princes Of The Universe e Friends Will Be Friends e venne supportato da un entusiastico e fortunato tour in giro per l’Europa, purtroppo ricordato come l’ultimo tour dei Queen.

Il 1987 vide i componenti della band tornare ad occuparsi delle proprie carriere soliste, specialmente Freddie e Roger: se il primo realizzò su singolo la cover di The Great Pretender e prese a collaborare col soprano Montserrat Caballé per quello che sarà l’album “Barcelona” (1988), il secondo diede addirittura vita ad una band parallela, The Cross, nella quale assunse il ruolo di cantante e chitarrista ritmico. Il primo album dei Cross, “Shove It”, uscì quindi entro l’anno e figurava una canzone cantata dallo stesso Mercury, Heaven For Everyone (più tardi recuperata dai tre Queen superstiti come omaggio a Freddie). Anche Brian May iniziò a registrare del materiale solista, parte del quale figurerà nel suo primo album, “Back To The Light” (1992), ma perlopiù preferirà collaborare con altri artisti, fra i quali ricordo Black Sabbath, Steve Hackett, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, Def Leppard, Extreme, Chris Thompson, Billy Squier e altri. In realtà in quegli anni il versatile chitarrista dei Queen visse un difficile periodo personale culminato con la morte dell’amato padre e col sofferto divorzio dalla moglie.

Il nuovo album dei Queen, “The Miracle”, giunse finalmente nel maggio ’89 e volò direttamente al 1° posto della classifica inglese, supportato da due singoli potenti e memorabili come I Want It All e Breakthru. In realtà il successo di “The Miracle” sarà tale da spingere la EMI ad estrarne altri tre singoli, The Invisible Man, Scandal e la stessa The Miracle. Tuttavia alcune dichiarazioni di Freddie alla stampa e il fatto che i Queen non intrapresero nessun tour per supportare il nuovo disco diedero il via alle prime illazioni che volevano il cantante vittima d’una misteriosa malattia, molto probabilmente l’AIDS. Sarà proprio così, purtroppo, ma le reali condizioni di salute di Mercury – che peggioreranno progressivamente – saranno avvolte da un assoluto riserbo fino al giorno prima della sua morte. Freddie preferì infatti concentrarsi sull’unica cosa che gli dava la forza di andare avanti e di esorcizzare la paura: la composizione di nuova musica. Perciò, quando “The Miracle” era ancora in fase promozionale con singoli e videoclip, i Queen già tornarono in studio per dargli un seguito.

La gestazione del nuovo album risulterà più laboriosa del previsto, sia per la carenza dell’apporto di John Deacon e sia soprattutto per le condizioni fisiche di Mercury, sempre più affaticato e debilitato. Ciononostante la band realizzò un capolavoro, quello che secondo me è il loro album migliore, “Innuendo“, il quale raggiunse la vetta della classifica inglese (così come il singolo omonimo edito poco tempo prima) all’indomani della sua pubblicazione, avvenuta nel febbraio ’91. Un album straordinario “Innuendo”, del quale ricordo le canzoni The Show Must Go On, I’m Going Slightly Mad, Headlong e These Are The Days Of Our Lives.

A dieci anni dal primo “Greatest Hits”, ecco quindi “Greatest Hits II”, pubblicato nell’ottobre ’91 e contenente i successi dei Queen del periodo 1981-1991. E’ il primo disco che comprai di persona (avevo da poco preso il mio primo stereo), il ciddì che mi farà appassionare di lì a poco alla musica dei Queen, portandomi all’acquisto di tutti i loro album nel giro d’un paio d’anni. Purtroppo, però, il 24 novembre Freddie Mercury morì nella sua villa vittoriana di Kensington, dopo aver dato ufficialmente l’annuncio sulle sue vere condizioni di salute il giorno prima, per mezzo del manager dei Queen, Jim Beach. La causa della morte di Freddie è stata una polmonite dovuta alle carenze di difese immunitarie… AIDS bastardo!

Il cordoglio per la scomparsa della voce rock più bella di tutti i tempi e per uno dei maggiori entertainer del Ventesimo secolo fu grande in tutto il mondo. Diversi esponenti del pop-rock e del metal angloamericano – Elton John, David Bowie, George Michael, Metallica, Guns N’ Roses, Paul Young, Robert Plant, Liza Minnelli e altri – omaggeranno la figura e l’arte di Freddie in un grandioso concerto svoltosi allo stadio di Wembley nell’aprile 1992, organizzato dai tre Queen superstiti come evento benefico per raccogliere fondi da devolvere alla ricerca contro l’AIDS. Lo stesso Freddie, nel suo testamento, diede l’avvio alla creazione del Mercury Phoenix Trust, un ente per la raccolta di fondi contro la terribile malattia, gran parte dei quali messi a disposizione dagli stessi crediti autoriali delle sue canzoni.

Dopo il Freddie Mercury Tribute dell’aprile ’92, i membri dei Queen procederanno da soli, con Brian May che finalmente pubblicò il suo primo disco solista vero e proprio, il già citato “Back The Light”, edito nel luglio di quell’anno e seguìto, nel ’94, da “Happiness?” di Roger Taylor (dopo aver dato alle stampe altri due album a nome The Cross), lavori discografici dedicati entrambi all’amico scomparso. Un tributo più consistente a Freddie giunse però nel ’95, vale a dire il quindicesimo album da studio dei Queen, il discusso “Made In Heaven“. Il primo album post-Mercury s’avvalse ancora dell’arte del compianto cantante, giacché raccoglieva in una nuova forma tutte quelle canzoni che, per un motivo o per l’altro, erano state escluse dagli album del gruppo nel periodo 1980-1991. Gli inediti veri e propri, tuttavia, erano soltanto cinque: la riflessiva It’s A Beautiful Day, la gospeliana Let Me Live, la struggente Mother Love, la movimentata You Don’t Fool Me e la commovente A Winter’s Tale.

Un disco che mi soddisfò appena, “Made In Heaven”, ma che comunque comprai e accettai come parte della storia discografica dei Queen. Quello che è venuto subito dopo, come antologie d’ogni sorta, remix, cofanetti, album live, quando non mi ha lasciato indifferente mi ha profondamente disgustato e ferito come fan dei Queen. Oggi provo il più grande disinteresse per quello che stanno facendo i signori May e Taylor a nome Queen (mentre Deacon s’è dignitosamente fatto da parte), compreso un nuovo album con Paul Rodgers – cantante già dei Free e dei Bad Company col quale hanno svolto anche una serie di concerti in giro per il mondo – che uscirà l’anno prossimo.

Tutta questa selvaggia azione a scopo di lucro all’ombra del mito Mercury però non mi ha impedito di continuare ad apprezzare i dischi dei Queen – intesi come quartetto – che restano alcuni dei più vitali, coinvolgenti, professionali e innovativi album che siano mai stati registrati.

– Mat

Phil Collins

phil-collins-immagine-pubblica-blogSemplicemente uno dei miei artisti preferiti, Phil Collins (inglese, classe 1951) è uno di quelli che conosco e apprezzo da una vita. Comincio dal 1980, quando il nostro inizia a rivolgersi alla sua carriera solista dopo anni fortunati come leader dei Genesis (comunque la sua militanza nel gruppo continuerà ancora per molti anni). Dopo la breve esperienza nel gruppo parallello (e sperimentale) dei Brand X e dopo aver condotto l’album dei Genesis “Duke” al 1° posto della classifica inglese, Phil inizia ad incidere il suo primo album solista, “Face Value”. Anticipato dallo straordinario singolo In The Air Tonight, “Face Value” viene pubblicato nel 1981 e riscuote subito un enorme successo commerciale. E’ un album perfettamente in equilibrio tra pop, soul, psichedelica, dark e ballate sentimentali; contiene anche un omaggio a John Lennon, la cover beatlesiana di Tomorrow Never Knows.

Poi il buon Phil torna al lavoro coi Genesis, proiettando il grandioso album “Abacab” (1981) al vertice della classifica britannica. Incredibilmente, il nostro torna come solista già nel 1982, con l’album “Hello, I Must Be Going!”. E’ un altro grande successo, forte d’una cover delle Supremes, You Can’t Hurry Love, che giunge al 1° posto in Gran Bretagna. Nel corso dell’anno, l’instancabile Phil è nuovamente in studio coi Genesis, e poi passa a produrre, suonare e arrangiare un album per Frida, la cantante rossa degli Abba.

Tra il 1983 e il 1984, Phil Collins è ancora a tempo pieno coi Genesis, ancora al 1° posto con l’album omonimo, quello col fantastico singolo Mama. Nel 1984, tuttavia, se ne esce con uno dei suoi brani più belli e famosi, Against All Odds, per la colonna sonora del film “Due Vite In Gioco”.
Phil pubblica il suo terzo album solista nel 1985, lo scalaclassifiche “No Jacket Required”, che vola al 1° posto spinto da tre singoli sensazionali, Sussudio, One More Night e Take Me Home. Nel luglio dello stesso anno, il nostro partecipa allo storico Live Aid: il bello è che dopo aver eseguito il suo set londinese, Phil prende il concorde e raggiunge i Led Zeppelin a Philadelphia per il secondo concerto ‘all stars’ in programma per il Live Aid.

Nel 1986 Phil è ancora al 1° posto in classifica, con l’album “Invisible Touch” dei Genesis, poi, giustamente, decide di riposarsi un po’ (ma nemmeno tanto perché si diletta a produrre e suonare per altri artisti, Eric Clapton per dirne uno). Torna con un quarto album solista nel 1989, “…But Seriously”, quello che secondo me è il miglior disco di Phil Collins. E’ l’album che contiene Another Day In Paradise e I Wish It Would Rain Down, che è tutto dire, ma le canzoni in esso contenute sono davvero una più bella dell’altra.

Nel 1990 esce il primo album dal vivo per Phil, “Serious Hits… Live!”, mentre l’anno dopo è la volta del suo ultimo album da studio coi Genesis, il bellissimo “We Can’t Dance”. Ma tutta questa attività come si riflette nella vita privata del nostro? Beh, tutto si può dire tranne che sia un padre/marito sempre presente… E così giunge al suo secondo divorzio, una seconda amarezza che diventa il tema portante del suo nuovo album solista, “Both Sides” (1993). E’ forse l’ultimo grande successo commerciale del nostro, dopodiché le vendite dei suoi dischi, fino a quel momento millionarie, inizieranno a calare.

Nel 1996 la depressione scompare e torna così la luce: esce “Dancing Into The Light”, caratterizzata dalla prima copertina per un disco solista di Phil in cui non compaia il suo inconfondibile faccione (lì è a figura intera). In quell’anno, Collins ufficializza la sua dipartita amichevole dai Genesis e se ne va in giro per il mondo a suonare con una big band di jazz, il suo primo amore musicale. L’esperienza darà vita al curioso album live “A Hot Night In Paris” (1999), pubblicato poco dopo la raccolta “…Hits” (1998) e la colonna sonora per il cartoon Disney, “Tarzan” (1999).

Nel 2000, comunque, il nostro inizia a scrivere ed incidere materiale per un nuovo album solista, “Testify”, che vedrà la luce nel 2002. L’anno dopo è la volta di una seconda colonna sonora disneyana, “Brother Bear”. Poi se ne andrà in giro per il mondo in quella che considererà il suo ultimo tour (pare che abbia dei problemi d’udito e che non se la senta più di andare in giro come un tempo). Ne approfitterà anche per far parlare le cronache rosa di tutto il mondo grazie al suo terzo divorzio. Altre speculazioni, per me più interessanti, riguardano una presunta reunion dei Genesis, dove Phil (sono parole sue), si rimetterebbe tranquillamente dietro ai tamburi pur di riavere in formazione il suo grande amico Peter Gabriel, il primo cantante della storica band inglese.

L’inarrestabile Phil Collins, lo avrete capito tutti, è un artista a tutto tondo che vive soprattuto di & per la musica: che sia in studio coi Genesis, coi Brand X, come solista, come produttore per qualcuno, come semplice batterista per qualcun altro (fra i tanti, ricordo Tina Turner, Tears For Fears e Paul McCartney), o addirittura come attore (vedi il film “Buster”, 1988, la cui colonna sonora include la sua bellissima cover di A Groovy Kind Of Love), il nostro è sempre stato un artista in primo piano e credo che lo resterà per sempre.

Freddie Mercury

freddie-mercury-immagine-pubblica-blogOggi 5 settembre, Farouk Bulsara avrebbe compiuto sessantanni. Avrebbe, se una terribile malattia chiamata AIDS non l’avesse strappato a quella vita che tanto amava, il 24 novembre 1991. Farouk Bulsara è conosciuto come Freddie Mercury, il carismatico & inimitabile & fantasioso leader dei Queen, una delle più eccitanti rock band mai apparse sul pianeta.

Nato nel 1946 sull’isola africana di Zanzibar, Freddie è il primogenito di Bomi e Jer Bulsara, impiegati di origine iraniana al servizio dell’impero britannico. Qualche anno dopo gli nasce una sorella, Kashmira, ma a causa della rivolta anticoloniale in Zanzibar, la famiglia Bulsara ripara in India e poi a Londra nella seconda metà degli anni Sessanta. E’ qui che grazie all’amico Tim Staffel, cantante e bassista degli Smile, Freddie conosce gli altri due componenti del gruppo, il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor. Nel frattempo, il giovane Bulsara canta e suona il piano in diverse formazioni, tra le quali Ibex e Wreckage, anche se lega sempre più con May e Taylor. Infatti, quando Staffel decide di cambiare aria, i due si rivolgono proprio a Mercury (che adotta questo nome d’arte in onore al messaggero degli dei, Mercurio) per fargli assumere il ruolo di cantante.

La band, su proposta di Freddie, cambia quindi nome in Queen e nel corso del 1970 inizia a suonare un po’ in giro con vari bassisti. La formazione diventa finalmente stabile nel 1971 con l’arrivo di John Deacon, anche se il primo album della band, l’omonimo “Queen“, vede la luce solo nel ’73. Nel frattempo, Freddie accetta di partecipare come cantante e pianista a un singolo accreditato ad un tale Larry Lurex (parodia di Gary Glitter, allora in voga come emulatore di David Bowie e dei lustrini del glam): i brani sono due, I Can Hear Music (cover dei Beach Boys) e Goin’ Back (cover di Carole King), e si avvalgono della collaborazione degli stessi Brian e Roger.

Nel marzo del 1974 esce il secondo album dei Queen, “Queen II“, che rappresenta già una pietra miliare nella loro discografia: il suono è già quello, l’incisione è tecnicamente perfetta, la voce di Freddie è già la più bella del mondo, canzoni come The March Of The Black Queen, Ogre Battle, Father And Son, White Queen e il singolo Seven Seas Of Rhye sono già mature e indimenticabili. Ma la band non riposa sugli allori: a novembre esce “Sheer Heart Attack” che si piazza al 5° posto della classifica inglese, mentre il singolo Killer Queen raggiunge il 2° posto.

La scalata è inarrestabile: nell’ottobre 1975 esce Bohemian Rhapsody, uno dei singoli più strepitosi della storia del rock (scritto da Freddie come gran parte dei singoli precedenti dei Queen), che vola al 1° posto della classifica inglese, trascinando con sé il successivo album “A Night At The Opera“. L’anno dopo esce “A Day At The Races”, che per la seconda volta consecutiva consegna il 1° posto per gli album ai Queen: le canzoni più belle, manco a dirlo, sono di Freddie, ovvero Somebody To Love e You Take My Breath Away.

In quegli anni esplode il punk e i Queen, assieme a Genesis, Pink Floyd, Led Zeppelin e Yes sono visti come dinosauri ormai surclassati: i Queen se ne fregano e pubblicano la loro risposta nel 1977, “News Of The World”, contenente il pezzo più popolare di Freddie, We Are The Champions, che è tutto dire. In seguito i Queen pubblicano l’album “Jazz” (1978), il doppio dal vivo “Live Killers” (1979), l’album “The Game” (1980), la colonna sonora di “Flash Gordon” (1980) e la stupenda raccolta “Greatest Hits” (1981), tutti grossi successi internazionali che proiettano i Queen nell’olimpo del rock e fanno di Freddie Mercury una vera icona.

Dopo la sbornia rock che culmina col fantastico singolo Under Pressure (ottobre ’81), una collaborazione tra i Queen e David Bowie, Freddie decide di cambiare strada. S’innamora della disco music, delle grandi regine del soul e diventa amico di Michael Jackson. Sempre più intensa è la frequentazione di Freddie dei club e dei locali omosessuali disseminati tra Londra, New York e Monaco di Baviera. La sfrenata vita mondana e notturna di Mercury si riflette nel nuovo album dei Queen, “Hot Space” (1982), che tuttavia genera disaffezione tra i fan storici e metallari del gruppo. Nel 1983 Freddie inizia a concepire il suo primo album solista: nascono collaborazioni importanti con Giorgio Moroder (i due realizzeranno la bellissima Love Kills), con Rod Stewart – anche se i due preferiscono andare a fare casino in giro con Elton John piuttosto che collaborare in studio – e con Michael Jackson (ma i due brani incisi in forma di demo, State Of Shock e There Must Be More To Life Than This sono ancora ufficialmente inediti in quella forma).

Intanto, a Los Angeles, prendono avvio i preparativi del prossimo album dei Queen, il potente “The Works”, che vede la luce al principio del 1984 dopo essere stato preceduto dall’immenso singolo Radio Ga Ga (dicembre ’83). Nell’album è inclusa anche It’s A Hard Life, uno dei brani più belli e appassionati di Freddie. Il primo album solista di Mercury, invece, “Mr. Bad Guy“, vede la luce nel maggio ’85, anticipato dalla stupenda I Was Born To Love You. L’album contiene altre perle come Made In Heaven, Man Made Paradise (suonata dai Queen, così come la loro presenza è evidente in altri brani ‘solisti’), Living On My Own e Love Me Like There’s No Tomorrow.

Freddie torna comunque all’ovile in luglio, quando i Queen la fanno da padroni assoluti all’ormai storico concerto del Live Aid: una performance di fuoco che ravviva i Queen e li porta ad incidere del nuovo materiale, primo del quale sotto forma di singolo a novembre, One Vision. Seguono i preparativi per la colonna sonora del film “Highander“, che genera lo straordinario album “A Kind Of Magic” (giugno 1986). Dopo il Magic Tour che porta l’assoluta potenza dal vivo dei Queen in giro per il mondo, Freddie decide di concedersi una seconda parentesi solista. Prima collabora al musical “Time” dell’amico Dave Clark, incidendo le superbe e struggenti Time e In My Defence, poi pensa ad un nuovo album. Le sessioni iniziano così nel gennaio ’87 e generano il singolo The Great Pretender: l’incredibile voce di Mercury porta ad un livello stellare la celebre cover dei Platters. Il resto del lavoro è discontinuo ma poi riceve la spinta giusta dalla diva spagnola Montserrat Caballé. Freddie resta folgorato dalla voce e dalla presenza scenica del celebre soprano ed i due realizzano prima un singolo e poi un album, entrambi indimenticabili ed entrambi chiamati “Barcelona“.

Tuttavia, col volgere degli anni Ottanta, la vita di Freddie diventa sempre più ritirata: ormai convive col compagno Jim Hutton in una grandiosa villa vittoriana nel quartiere londinese di Kensington, circondato da domestici, dai suoi amati gatti e dalla sua vasta collezione di oggetti d’arte. Iniziano a circolare voci insistenti secondo cui Freddie avrebbe contratto l’AIDS ma il diretto interessato, con grandissima dignità, preferisce buttarsi a capofitto nella registrazione in studio con i Queen. Escono quindi gli album “The Miracle” (maggio 1989) e “Innuendo” (febbraio 1991), dischi che volano entrambi al 1° posto della classifica inglese, accompagnati da singoli potenti e formidabili quali I Want It All, Breakthru, The Miracle, Innuendo, Headlong, I’m Going Slighty Mad e The Show Must Go On.

Freddie ha in mente anche una terza prova solista, “Time In May”, ma sarà soltanto il tempo ad impedirgli di realizzarla: ormai la sua villa è diventata una clinica privata, le sue apparizioni pubbliche sono rarissime, il suo volto è sempre più smunto, anche se la sua incredibile vitalità rimane intatta. Nel corso del ’91 torna in studio con i Queen ma, dopo aver inciso una manciata di nuove canzoni (tra le quali la sofferta e portentosa Mother Love), in settembre fa ritorno a Londra dal suo ‘rifugio’ di Montreaux, in Svizzera: ormai ha capito d’aver perso la sua battaglia con l’AIDS e rinuncia alle dolorose cure alle quali si sottoponeva da due anni.

La verità arriva il 23 novembre, quando Freddie fa diramare un comunicato ufficiale in cui ammette di aver contratto il virus dell’HIV. La morte lo coglie nella sua casa il giorno dopo, alle sette di sera. Il cordoglio è grandissimo in tutto il mondo, mentre con gli anni la fama di Freddie Mercury assurge alla statura di mito assoluto nell’olimpo rock.