Johnny Cash, “Unearthed”, 2003

johnny cash, unearthed, 2003, immagine pubblica blogDegli innumerevoli cofanetti multiciddì pubblicati dal 2000 ad oggi, e dei parecchi che in tutti questi anni ho avuto il piacere di collezionare, uno dei più godibili resta per me “Unearthed” di Johnny Cash, un quintuplo ciddì originariamente pubblicato dalla American Recordings di Rick Rubin pochi mesi dopo la morte del celebre artista americano, avvenuta il 12 settembre 2003.

“Unearthed”, a ben vedere, rappresenta quindi un vero e proprio testamento artistico: si tratta d’un cofanetto formato da quattro splendidi dischi di materiale inedito (nel 2003) registrato da Johnny Cash nel corso degli ultimi dieci anni di carriera (e quindi negli ultimi dieci anni di vita), quando appunto sotto l’egida di Rick Rubin il nostro visse una autentica rinascita artistica. C’è però, come detto sopra, un ulteriore quinto disco in “Unearthed”: si tratta d’un best of tratto dai quattro album che Cash aveva inciso per l’American, condensato in quindici magnifici brani che da Delia’s Gone giungono fino a quel capolavoro di commozione chiamato Hurt, cover dei Nine Inch Nails che meriterebbe un post a sé, passando per Bird On The Wire di Leonard Cohen, Rusty Cage di Chris Cornell, One degli U2 e The Man Comes Around dello stesso Cash.

Trattandosi sostanzialmente d’una raccolta di brani già editi e comunque di facile reperibilità, questo quinto disco di “Unearthed” – per quanto sensazionale all’ascolto – resta però il meno interessante dal punto di vista storico. Il vero tesoro che è stato dissotterrato (questo il significato letterale del titolo) dagli archivi American è infatti tutto nei primi quattro dischi del box: brani inediti, versioni alternative di altri già precedentemente editi, duetti (alcuni davvero d’antologia), esecuzioni per sole voce & chitarra (il solo Johnny Cash che canta imbracciando la sua chitarra basta già a fare spettacolo), esecuzioni con band di supporto (e in alcuni casi con tanto di orchestra), nuove versioni di brani che il nostro aveva registrato decenni prima, cover da brividi di canzoni altrui che in non pochi casi sono forse superiori alle versioni originali (come Pocahontas e Heart Of Gold di Neil Young, tanto per dirne qualcuna).

Ad ogni modo, il materiale di “Unearthed” è suddiviso in ordine tematico, con tanto di titolo per ogni disco; e così, se il primo si chiama “Who’s Gonna Cry” e contiene cinquanta minuti buoni d’un Cash in solitaria alle prese con canzoni come la tenebrosa Long Black Veil e la rivisitazione d’un originale d’annata chiamato No Earthly Good, il secondo si chiama “Trouble In Mind” e vede il nostro accompagnato da una schiera di musicisti davvero d’eccezione – Carl Perkins, i Red Hot Chili Peppers, Tom Petty e i suoi Heartbreakers, Willie Nelson e Waylon Jennings, amico di una vita, oltre a June Carter, ovvero l’amata signora Cash – e alle prese con pezzi come I’m A Drifter, I’m Moving On, Everybody’s Trying To Be My Baby e la stessa Trouble In Mind.

E se il terzo ciddì, chiamato “Redemption Songs”, offre – tra le altre – cover preziose come Father And Son, Wichita Lineman, Redemption Song e Gentle On My Mind e si avvale d’un altro gran cast di collaboratori (tra cui Joe Strummer, Nick Cave e Glen Campbell), il quarto ciddì, chiamato “My Mother’s Hymn Book” è un vero e proprio “nuovo” album di Johnny Cash, inedito in questo cofanetto al momento della sua prima pubblicazione, ovvero in quel 2003. Con brani molto corti, per un disco che comunque non arriva ai quaranta minuti, “My Mother’s Hymn Book” è un lavoro acustico formato da spiritual, inni e canti religiosi della tradizione americana, tutti reinterpretati dall’inconfondibile stile country di Johnny Cash.

Di recente, considerando il vigoroso revival del vinile, l’American ha ristampato tutto il box “Unearthed” in tale intramontabile formato discografico. Ci avevo fatto anche un pensierino, lo ammetto, ma il prezzo era abbastanza esagerato per portarmi a casa ciò che nel mio caso sarebbe un costoso doppione. Ve lo consiglio, tuttavia, se non avete nessuna edizione d’un box come questo “Unearthed” che, a mio modesto avviso, resta non solo un acquisto necessario per ogni appassionato di Johnny Cash ma anche un cofanetto facilmente apprezzabile da qualsiasi amante di buona e onesta musica pop-rock.

-Matteo Aceto

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L’anno dei grandi addii: muore Leonard Cohen

leonard-cohen-you-want-it-darker-muore-leonard-cohenTanti anni fa, quando mio fratello & io ci stavamo appassionando al gruppo inglese dei Sisters Of Mercy, scoprimmo che The Sisters Of Mercy era in realtà una canzone di Leonard Cohen, che era uno degli artisti preferiti di Andrew Eldritch, leader della band e possessore di una voce altrettando cupa e baritonale. A quel tempo avevo già qualcosina di Leonard Cohen: una copia in musicassetta dell’album “I’m Your Man”, comprata per poche lire in un cestone d’un centro commerciale, dato che avevo assoluto bisogno della canzone che ne apriva le danze, First We Take Manhattan. Interessandomi così ai Sisters Of Mercy, rimasi quindi compiaciuto nel notare, per l’ennesima volta, che le mie eclettiche passioni musicali andassero sempre a confluire, in un modo o nell’altro.

Finora ho comprato più dischi dei Sisters Of Mercy che di Leonard Cohen ma il repertorio del celebrato cantautore canadese me lo sono gustato col tempo, per così dire. E così, dopo averne acquistato un paio d’anni fa una doppia raccolta della Sony per la serie “The Essential”, avevo seriamente preso in considerazione l’acquisto del cofanetto contenente tutti gli album incisi da Cohen per le etichette affiliate alla Sony. Qualche giorno fa, inoltre, trovandomi per “puro caso” in un negozio di dischi, avevo messo gli occhi sull’ultimo album del nostro, “You Want It Darker”, edito qualche settimana fa. “Ma c’ha più di ottantanni”, mi sono detto fra me, forse un po’ crudelmente, “più che ascoltare questa suo ultimo lavoro farei meglio ad andarmi a procurare i suoi capolavori del passato”. E così ho riposto la copia di “You Want It Darker” (titolo che mi piace molto, a dire il vero) che avevo fra le mani e ho comprato altro.

Stamani, quindi, la brutta notizia. Leonard Cohen è morto. A ottantadue anni. Morto anche lui in questo tormentatissimo 2016, come tanti altri protagonisti della musica mondiale, da Natalie Cole fino a Pete Burns dei Dead Or Alive, passando per David Bowie, Glenn Frey degi Eagles, e anche Prince. Che dire? Che perdiamo un grande è la cosa più banale che io possa scrivere su Immagine Pubblica. E’ proprio così, però. Leonard Cohen era un vero grande, uno dei pochi personaggi del pop-rock che contasse davvero qualcosa anche al di fuori di quel mondo che – visto da qui – sembra così affascinante. Il difficile, come sempre, come per tutti noi in tutte le epoche, è abituarci all’idea che i nostri idoli siano anch’essi degli esseri umani, soggetti al crudele destino delle leggi di madre natura.

Nina Simone

nina-simone-immagine-pubblica-blogIn questi giorni ho ascoltato così tanto Nina Simone che infine ho deciso di fare una piccola follia: oggi pomeriggio sono andato a comprarmi a scatola chiusa “To Be Free: The Nina Simone Story”, un cofanetto di tre ciddì e un divudì! E ne sono rimasto così entusiasta che ora provo a scrivere alcune mie impressioni su questa grandissima protagonista della canzone americana del ‘900.

Molto probabilmente, la prima volta che ho sentito parlare di Nina Simone è stata per via di David Bowie, quando in una sua intervista disse che la sua cover di Wild Is The Wind non era altro che una pallida rivisitazione d’una grande ballata interpretata diversi anni prima dalla Simone. Qualche anno fa, invece, e precisamente nell’estate del 2003, ho ritagliato e conservato degli articoli sulla morte di questa grande cantante… non so, intuivo che in un certo qual modo, prima o poi, sarei arrivato alla sua musica. E ora eccomi qui!

Non conosco (ancora) molto della vita artistica e privata di Nina Simone, so che ha dato comunque vita, fra gli anni Cinquanta e Settanta, ad una sfilza notevole di canzoni famose: I Loves You Porgy, My Baby Just Cares For Me, I Want A Little Sugar In My Bowl, I Put A Spell On You, Don’t Let Me Be Misunderstood, Ain’t Got No – I Got Life, la stessa Wild Is The Wind e altre ancora. Pur partendo da un repertorio jazzistico – tanto che pure oggi Nina Simone continua ad essere classificata come un’artista jazz – la nostra si è anche destreggiata abilmente con il soul, il blues, il rhythm & blues, il folk, il funk, il reggae, il pop e la canzone d’autore europea (davvero impressionante, in quest’ultimo caso, la sua versione di Ne Me Quitte Pas di Jacques Brel). Nel repertorio di Nina Simone si trovano altresì grandi cover di artisti del calibro di George Gershwin, Kurt Weill, Duke Ellington, Miles Davis, The Beatles, PrinceBee Gees, Bob Dylan, Leonard Cohen, Tina Turner e Aretha Franklin.

Posso tranquillamente affermare che Nina Simone, classe 1933, diva irrequieta e sempre orgogliosa del colore della sua pelle, è stata una delle più brave, appassionate e impressionanti interpreti della musica del secondo dopoguerra, un’artista la cui musica dovrebbe trovare posto in ogni seria collezione di dischi.

Nick Cave

Nick Cave immagine pubblicaVolevo scrivere un post su questo personaggio da molto tempo… poi ho affidato il compito a mio fratello Luca. Non sarei stato in grado di fare un lavoro migliore del suo.

Quando il fratellone, conoscendo bene le mie simpatie per la rockstar australiana e la sua banda di scagnozzi, mi ha chiesto di scrivere per il suo blog questo post, io ho accettato felicemente, ma presto mi sono accorto di quanto fosse difficile scrivere di Nick Cave! Precisamente, cosa avrei scritto? Di quale Nick Cave avrei parlato?

Domande non semplici, perché nelle cantine di Melbourne il giovane Nicholas Edward Cave (classe 1957) inizia presto a far baccano, appena diciottenne, facendosi conoscere più che per la qualità del suo punk, per i furti, il consumo di droga e i primi guai con la giustizia. La maggior parte di voi conoscerà sicuramente il Cave emaciato e funereo, icona moderna del poeta maledetto, ma c’è anche quello che dalla metà degli anni Novanta in poi scrive bellissime canzoni d’amore, malinconicamente dolci; che tiene lezioni di scrittura poetica presso le università; che ha ormai superato gli eccessi della giovinezza e la terribile tossicodipendenza.

E chi non ricorda poi il Nick Cave immortalato da Wim Wenders nel suo capolavoro “Il Cielo Sopra Berlino” del 1988? Quell’australiano trapiantato nella capitale delle due repubbliche diviene l’artista-culto di una generazione berlinese senza passato, senza presente, senza futuro. Dirà Wenders di lui: “Non avrei potuto descrivere cosa fosse Berlino in quegli anni senza filmare un concerto di Nick Cave”. E adesso, proprio negli ultimi mesi, l’ex ribelle australiano torna nei negozi con il suo nuovo progetto, Grinderman (rock-blues un po’ attempato ma d’effetto sicuro), sfoggiando nuovi mustacchi neri ed una stempiatura evidente. Per farla breve, ho deciso di proporvi una semplice biografia musicale dell’artista, non troppo dettagliata, che vi permetterà di conoscere a grandi linee la vita e la musica di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds.

Musicalmente, Nick Cave nasce nella Melbourne di fine anni Settanta, diventando con il suo primo gruppo, The Boys Next Door, uno dei punti di riferimento della scena punk locale. Con lui suona già Mick Harvey, l’amico/musicista che lo accompagnerà sempre durante la lunga carriera. Il gruppo, attivo dal 1977 al 1983, propone un sound difficile da etichettare, che spazia dal punk alla new wave, sotto l’influenza di David Bowie, Iggy Pop, Alice Cooper, Pere Ubu, Ramones. Nel 1980 i Boys Next Door cambiano nome in The Birthday Party, lasciano Melbourne e si trasferiscono prima a Londra e poi a Berlino, dove vivono di piccoli furti e spaccio. Le esibizioni deliranti li rendono più famosi dei loro dischi, che intanto sono arrivati alle orecchie di Ivo Watts-Russell della 4AD, il quale provvede a pubblicarli in Inghilterra.

Nonostante il discreto successo ottenuto, nel 1984 il gruppo si divide per problemi economici dovuti all’eccessivo consumo di droga: Cave tuttavia decide di continuare la sua carriera a Berlino, e, assieme a Mick Harvey, al chitarrista Blixa Bargeld (Einstürzende Neubauten), al batterista Barry Adamson (Magazine) ed al chitarrista Hugo Race – allegramente chiamati Bad Seeds – pubblica il primo lavoro da solista: “From Her To Eternity” (1984). L’album riprende dove i Birthday Party avevano lasciato e propone un blues malato, tanto trascinante quanto privo di senso, stravolgendo la lezione di Leonard Cohen e di Elvis Presley. Segue così “The Firstborn Is Dead” (1985), che si ricorda soprattutto per stupenda Tupelo, riconoscimento personale di Cave al dio Elvis: una cantilena spettrale divenuta subito uno dei classici dell’autore.

Nel 1986 Nick Cave, sempre accompagnato dai suoi Bad Seeds, pubblica invece il doppio lp “Kicking Against The Pricks”, un tributo ad artisti fondamentali per il suo immaginario musicale, come Jimi Hendrix e John Lee Hooker, ma anche Velvet Underground, di cui Cave ripropone magnificamente All Tomorrow’s Parties. Il 1986 è comunque un anno difficile per la band, a causa dei problemi di droga che iniziano a pesare all’interno: Berry Adamson lascia i Bad Seeds, mentre entrano Tony Wolf e Kid “Congo” Powers, ex chitarrista dei Gun Club.

Nonostante le difficoltà, Nick Cave realizza uno dei miei lavori preferiti, “Your Funeral, My Trial” (1986): il disco è un alternarsi di brani spettrali e decadenti, spesso maledettamente infervorati, come l’omonima Your Funeral, My Trial, Stranger Than Kindness o la geniale The Carny.
L’album successivo, “Tender Pray” (1988), è l’ultimo atto berlinese dei Bad Seeds. La voce di Cave, disperata, ripete ossessivamente il ritornello di The Mercy Seat, canzone-manifesto della condizione personale dell’autore: la dipendenza dalla droga è ormai totale, i concerti finiscono in rissa, e Cave non è più in grado di reggersi in piedi da solo. Tutto il disco è un desiderio musicale di redenzione, di salvezza, di espiazione.

Nel frattempo intorno al gruppo girano i tossicodipendenti di mezza Berlino, perché i concerti sono occasione di spaccio, e lo stesso Cave viene arrestato nel 1988 a Londra con quasi un chilo di eroina nelle tasche. Costretto in via giudiziale alla disintossicazione come unica alternativa al carcere, Cave vola a San Paolo, presso una clinica privata. Prima di lasciare Berlino però, nel 1987, pubblica il suo primo romanzo, “E L’Asina Vide Il Cielo”, in cui Nick dimostra di essere un bravo romanziere che conosce bene l’America dei folli predicatori e dell’integralismo biblico che sfocia nella intolleranza.

Iniziano così gli anni Novanta, ed inizia la rinascita personale e musicale dell’artista, che in Brasile conosce la compagna, madre del primo figlio Luke, la modella brasiliana Viviane Carneiro. Appena uscito dalla clinica di disintossicazione, Nick Cave appare barcollante nel video di The Ship Song, emozionante singolo dell’album “The Good Son” (1991), ma l’amore e la paternità hanno ormai cambiato l’uomo: lontano dagli eccessi berlinesi, Cave rimane colpito dalla miseria delle favelas, i cui drammi segnano profondamente i testi che scrive durante gli anni in Brasile.

Tuttavia l’equilibrio è ancora precario, gli anni a Berlino sono piuttosto recenti, e il disco ne risente, alternando momenti di ritrovata serenità ad improvvise ricadute, come nella atmosferica The Weeping Song. Seguono gli album “Henry’s Dream” (1992) e “Let Love In” (1994), famoso soprattutto per la bellissima Loverman, una diabolica dichiarazione d’amore, riproposta poi come cover dai Metallica e da Martin L. Gore. Entrambi gli album rivelano comunque un artista più vicino alla dannazione di quanto egli stesso e i giornalisti avevano fatto credere: la miseria quotidiana e il degrado suburbano sembrano affascinare non poco Cave, che con voce sempre più inquietante dà anima a testi che hanno per protagonisti stupratori, assassini e pederasti.

Nel 1994 termina la relazione con la Carneiro e Nick fa ritorno a Londra, dove risiede tuttora: ormai libero dalla dipendenza da eroina, confessa però di esserne ancora attratto nel profondo, e di lottare quotidianamente contro il proprio lato negativo così duro a morire. In questi anni Nick Cave si avvicina alla letteratura gotica anglo-americana, che ispira l’album “Murder Ballads” del 1996: dieci brani che portano in musica storielle tradizionali di carnefici e vittime, assassini e omicidi (alla fine del disco se ne contano quasi cento, un numero che porterà lo stesso Cave a scusarsi pubblicamente per la violenza dei testi). Oltre ai Bad Seeds, partecipano al disco Kylie Minogue, Anita Lane, Shane MacGowan e P.J. Harvey, con cui Cave ha anche una fugace relazione. Il celebre duetto con la Minogue, Where The Wild Roses Grow, gli vale la candidatura per gli Mtv Music Awards, che l’artista comunque rifiuta adducendo in una nota la seguente motivazione: “non voglio che la mia arte sia in competizione con nessun’ altra”.

Nel 1997 esce l’album che segna la svolta decisiva nella discografia dell’artista australiano e della sua band, “The Boatman’s Call”: un lavoro maturo, equilibrato, nato – a detta di Cave – da quella maturità che un uomo acquisisce (o dovrebbe acquisire) passati i quarant’anni. I brani sono malinconicamente dolci e si sviluppano tutti intorno alla voce limpida di Nick, accompagnata da semplici arrangiamenti di piano, come in Into My Arms o (Are You) The One That I’ve Been Waiting For?. Nello stesso anno Cave conosce Susie Bick, la sua attuale moglie, dalla quale ha due gemelli.

Nel 2001, sempre con i Bad Seeds, registra il tanto acclamato “No More Shall We Part”, album che porta a definitiva maturazione il processo creativo iniziato nel 1997: le composizioni sono arricchite dai violini di Warren Ellis, che rendono l’album particolarmente malinconico ed emozionante, come si può sentire nel primo singolo As I Sat Sadly By Her Side. Con “No More Shall We Part” Nick Cave si sbarazza definitivamente dell’abito nero da poeta maledetto che egli stesso si era cucito addosso, e con l’album successivo, “Nocturama” (2003) continua sulla stessa via, senza entusiasmare molto, pur facendosi notare per la delirante Babe I’m On Fire: diciassette minuti di pura frenesia rock-blues che sembrano fare il verso alle registrazioni degli esordi.

Nel 2004 il gruppo sembra essere davvero al culmine della creatività, pubblicando, ad un solo anno di distanza dal precedente, “Abbattoir Blues / The Lyre Of Orpheus”, doppio album che si dimostra essere un lavoro di qualità, piacevole da ascoltare, spontaneo e allo stesso tempo maturo, influenzato dal blues, dal rock classico, dai cori gospel ed a tratti anche dal pop più melodioso, come nel singolo Nature Boy.

Nel febbraio 2007 Nick Cave annuncia alla stampa la formazione del suo nuovo progetto, i Grinderman: assieme a lui, tra gli altri, l’amico Warren Ellis. Il gruppo diffonde in anteprima il singolo No Pussy Blues su Myspace, riscuotendo un buon successo mediatico. Tuttavia i Grinderman non entusiasmano a sufficienza, ma è un vizio di forma: è sbagliato aspettarsi di più da quattro attempati ragazzotti che cercano di riproporre il sound e la grinta dei loro esordi. Un nuovo album firmato Nick Cave And The Bad Seeds è atteso invece per il 2008.

Completano la produzione artistica di Cave le raccolte “The Best Of” (1998) e “B-sides And Rareties” (2005), più una serie di video musicali e documentari ufficiali, tra cui ricordo la raccolta di videclip del 1998 ed il recente dvd (2007) tratto dall’ “Abbattoir Blues Tour”.

– Luca Aceto

The Sisters Of Mercy

the-sisters-of-mercy-logoI Sisters Of Mercy nascono a Leeds, nota città industriale della Gran Bretagna, nel 1980. Inizialmente la formazione è composta da due amici, Gary Marx (chitarra, batteria elettronica) e Andrew Eldritch (voce, batteria elettronica) che prendono il nome per il loro gruppo dalla canzone omonima di Leonard Cohen. I due creano anche dal nulla una piccola etichetta indipendente, la Merciful Records, e pubblicano così il loro debutto discografico, il singolo The Damage Done.

Nessuno sembra accorgersi della novità, il suono è troppo grezzo e la voce di Eldritch è troppo cupa per vantare una facile presa sonora. I due ragazzi comunque non demordono: credono fortemente nella loro miscela di rock, dark e tecnologia (la loro batteria elettronica, che distinguerà da qui in avanti lo stile dei Sisters, figura anche come membro del gruppo, tale Doktor Avalanche) e, in breve tempo, il loro stile giunge ad una prima maturazione. Nel 1982 pubblicano un singolo straordinario, Alice, e iniziano a suscitare l’interesse delle case discografiche, che fiutano l’affare del post-punk.

Intanto la formazione s’è allargata e ha assunto dei ruoli ben precisi: ci sono un secondo chitarrista, Ben Gunn, e un bassista, Craig Adams, mentre Marx compone la maggior parte della musica e Eldtrich si concentra sulla scrittura dei testi. Dopo un’altra manciata di singoli e il mini “The Reptile House E.P.” (1983), arriva finalmente l’interessamento d’una major, la Warner Bros. La band, che beneficia dell’ingresso in formazione di Wayne Hussey dei Dead Or Alive (Gunn va via per sparire nel nulla), pubblica il primo lavoro per la Warner, il singolo Body And Soul nel 1984. Di lì a poco usciranno altri due singoli, favolosi entrambi, No Time To Cry e Walk Away, ma l’album vero e proprio non è ancora pronto: manie di perfezionismo da parte di Eldritch, un suo smodato consumo di amfetamine e la frustrazione crescente di Gary Marx posticipano il disco al 1985.

L’attesa non è però vana, almeno per i fan: l’album “First And Last And Always” è un’autentica pietra miliare, uno di quei dischi che segnano il cammino della storia del rock e, molto probabilmente la migliore realizzazione per i nostri. Ascoltare Black Planet, Marian, Some Kind Of Stranger e i due singoli per credere. Ma i troppi galli nel pollaio iniziano a starvi stretti: Eldritch è quasi intrattabile, si riserva il diritto di cantare solo le sue parole, mentre il talento autoriale di Marx subisce la concorrenza diretta di quello di Hussey. Nel corso del 1985, Marx se ne va – più in là darà vita ai Ghost Dance con Anne Marie Hurst degli Skeletal Family – mentre gli altri procedono come trio: provano brani nuovi composti da Hussey, come Garden Of Delight, ma le cose non vanno avanti. Wayne Hussey decide quindi di uscire dai Sisters per fondare un nuovo gruppo: Craig Adams lo segue e Eldritch prende inizialmente la cosa senza rancore.

Gli umori cambiano quando Hussey e Adams chiamano The Sisterhood la nuova formazione, che si avvale anche dei nuovi acquisti Simon Hinkler e Mick Brown. Scoppia una guerra legale: viene stabilito che la prima delle due parti che pubblica un nuovo lavoro avrà il diritto di chiamarsi The Sisterhood e potrà vantare un credito autoriale di 25mila sterline. Eldritch recluta così la bassista Patricia Morrison (già coi Gun Club), il cantante Alan Vega (già coi Suicide) e altri collaboratori: batte sul tempo Hussey e Adams pubblicando “Gift” nel 1986, il primo (e unico) disco dei Sisterhood. Il nome è suo (gli altri adotteranno il nome The Mission), i soldi pure, la collaborazione con la Morrison si rivela proficua, e così Eldritch s’impegna per il nuovo album, stavolta a nome Sisters Of Mercy.

Nel 1987 vede quindi la luce lo strabiliante “Floodland”, il secondo album dei Sisters Of Mercy, ora ufficialmente un duo composto da Andrew Eldtrich e Patricia Morrison. Che dire d’un disco che contiene due brani immaginifici e potenti come Lucretia My Reflection e This Corrosion? Sono davvero unici, non ho mai sentito niente di simile: un mix tra rock, dark e sinfonia… ascoltare il tutto quando siete in macchina e poi mi direte. Se vogliamo, l’unico neo di “Floodland” è che suona un po’ troppo come il prodotto d’una mente sola, quella di Eldtrich ovviamente, mentre il precedente “First And Last And Always” suona più come il prodotto d’un gruppo.

Evidentemente se ne accorge anche lo stesso Eldtrich che nel 1989, dopo che la Morrison se ne va per poi unirsi ai Damned, inizia a contattare musicisti per creare una band vera e propria. Tra questi, risponde alla chiamata Tony James (già bassista dei Generation X e poi coi Sigue Sigue Sputnik) e così la nuova band (un quartetto più Doktor Avalanche) inizia ad incidere il nuovo album in Danimarca. I lavori durano quasi un anno, Eldtrich è un perfezionista e agli altri la cosa pesa non poco, e quindi il terzo album dei Sisters Of Mercy esce solo nel 1990. Si chiama “Vision Thing” e, seppur contenga grandi canzoni, appare di un livello inferiore ai primi due album, che si dimostrano quindi come vette inarrivabili per stile ed unicità.

Nel 1991 la nuova formazione dei Sisters è già dispersa ma l’anno seguente esce una fondamentale raccolta: “Some Girls Wander By Mistake” include infatti tutto il materiale inciso dalla band nel suo periodo indipendente, ovvero gli anni 1980-83. Intanto Eldtrich reincide un brano del 1983, Temple Of Love, e si fa accompagnare da una vocalist d’eccezione, Ofra Haza. Il singolo con Temple Of Love 1992 giunge al 3° posto della classifica inglese e sprona la Warner a pubblicare una seconda raccolta, “A Slight Case Of Overbombing”, nel 1993. La compilation contiene tutti i singoli usciti tra l’84 e il ’92, più una nuova canzone, la stupenda Under The Gun, una ballata struggente e potente al tempo stesso, dove Eldritch duetta con un’altra bella voce femminile, quella di Terri Nunn dei Berlin. Anche “A Slight Case” si rivela un successo e la Warner spinge per un nuovo album di inediti. Eldritch, tuttavia, è giunto ai ferri corti con la casa discografica, sia perché non si sente un artista a comando (figuriamoci, proprio lui!) e sia perché non ha dimenticato lo scarso appoggio che la Warner ha dato al tour dei Sisters nel ’91 coi Public Enemy.

Per liberarsi dalla Warner, Eldritch sottopone quindi ai suoi dirigenti un pesante album techno: il disco viene respinto ed Eldritch è legalmente libero da ulteriori vincoli contrattuali con la Warner. Da questo punto in poi la storia dei Sisters Of Mercy entra in un limbo fatto di concerti, di nuovi brani presentati dal vivo ma mai ufficialmente pubblicati, di un fantasmagorico nuovo album in lavorazione che non vede mai la luce. Il tutto mentre Gary Marx, riavvicinatosi al suo ex collega e amico, gli propone delle nuove basi strumentali per un ipotetico prossimo album a nome Sisters Of Mercy.

Nell’aprile del 2006 ho avuto comunque la fortuna di vedere i Sisters dal vivo, a Roma: Eldtrich non rinnega nulla del suo passato, va da Alice a Vision Thing, passando per i brani incisi come Sisterhood e presentando nuove canzoni (sconosciute ma belle, devo dire). Tuttavia tutto si può dire tranne che Eldtrich (classe 1959) sia un animale da palcoscenico, dato che lo spettacolo è freddino e mi ha fatto sorgere una domanda spontanea: perché non mi pubblica un nuovo disco visto che dal vivo non si scompone più di tanto?! Ma Eldritch è Eldritch, ormai avrete capito di che razza di personaggio si tratti!