Ringo Starr, “Ringo”, 1973

ringo-starr-ringo-album-1973-reunion-beatlesOriginariamente pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 15 giugno 2007, il post che segue va a sopperire a una mancanza in questa nuova versione del mio blog che non reputavo più tollerabile: non c’è un post su Ringo Starr?! Inaccettabile.

Si tratta, come sempre, d’un post abbastanza rivisto, nel quale ho inserito aggiunte e aggiornamenti, anche se l’operazione di revisione non è mai particolarmente facile, almeno per me. Penso che, il più delle volte, convenga riscrivere tutto daccapo. Vabbè, ormai è fatta. Buona lettura!

Forte della collaborazione dei Beatles al gran completo, “Ringo” è semplicemente l’album più bello & fortunato del grande Ringo Starr. Si tratta del suo terzo album da solista, seguito di una pregevole raccolta di cover di canzoni anteguerra chiamata “Sentimental Journey” e di un disco country apprezzabile ma poco ispirato intitolato “Beaucoups Of Blues”, editi entrambi nel 1970. Dopo un paio d’anni spesi ad inventarsi una carriera cinematografica, con “Ringo” il batterista dei Beatles dimostrò al grande pubblico e ai critici che anche lui era in grado di fare un album tanto consistente quanto di successo, pur se con un piccolo aiuto da parte dei suoi amici.

L’iniziale I’m The Greatest, infatti, è brano scritto su misura per il nostro da John Lennon, il quale partecipa anche ai cori e suona il piano in una canzone che ricorda molto le atmosfere peppersiane (vedi anche la copertina stessa dell’album in questione, volutamente simile a quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“). Anche George Harrison partecipa a I’m The Greatest, suonandovi tutte le parti di chitarra, per cui abbiamo tre Beatles su quattro nella stessa canzone a tre anni di distanza dallo scioglimento ufficiale del gruppo.

Harrison che poi ha firmato ed eseguito con Starr anche la famosa Photograph, una canzone melodica e corale che, manco a dirlo, è talmente beatlesiana che non avrebbe sfigurato affatto in un album dei Fab Four del periodo 1967-69. Ma in “Ringo” il buon George ha messo la firma anche sulla country Sunshine Life For Me (Sail Away Raymond), che si avvale inoltre di alcuni componenti di The Band: è un brano magnifico che si piazza fra le migliori prove d’un Beatle solista, cullandoci col suo ritmo morbidamente pulsante ed una melodia canticchiabilissima.

E Paul McCartney? Tranquilli, c’è anche lui. Con Six O’Clock, infatti, non soltanto firma una canzone davvero bella, ma vi partecipa ai cori assieme alla moglie Linda e vi suona il piano e il sintetizzatore. Per quanto suoni spudoratamente maccartiana, Six O’Clock è eseguita più che egregiamente da Ringo, facendone una delle sue migliori canzoni in veste solista. Ritroviamo Paul anche nell’altro fortunato singolo tratto da “Ringo”, quella scanzonata ma impeccabile cover di You’re Sixteen che, come Photograph, volò al 1° posto della classifica americana. Oltre a McCartney, nel brano figura pure Harry Nilsson (assiduo collaboratore in quel periodo sia di Ringo che di John, oltre che loro compagno di baldorie), mentre l’inconfondibile chitarra ritmica di Marc Bolan figura invece in Have You Seen My Baby, un rockeggiante brano dalle evidenti influenze country.

L’album “Ringo” è inoltre completato dall’esuberante e corale Oh My My, un altro singolo, dalla tambureggiante e baldanzosa Devil Woman e dalla ben più distesa Step Lightly, canzone che figura il chitarrista Steve Cropper, futuro membro dei Blues Brothers. A You And Me (Babe) – altro brano firmato da George Harrison (con Mal Evans, storico assistente dei Beatles) – spetta invece la chiusura dell’album. Sul finale di questo rilassato ma ben ritmato brano, mentre George si prodiga in un placido assolo, Ringo ringrazia i collaboratori di questo disco che giustamente avverte essere il suo “masterpiece”, nominandoli uno ad uno, fra cui anche Klaus Voormann, Billy Preston (entrambi vecchie conoscenze del giro dei Beatles), Nicky Hopkins e il produttore del disco, Richard Perry.

“Ringo”, e qui ribadisco quanto scrissi dieci anni fa, è un album che mi sento di consigliare a chiunque volesse (… o a chiunque voglia… come si dice?) ascoltare un disco solista di Starr senza sapere da che parte cominciare. Ma anche a chi vuole arricchire la propria collezione di dischi con uno degli album più divertenti e riusciti degli anni Settanta.

-Mat

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Paul McCartney, “McCartney”, 1970

paul-mccartney-mccartney-album-1970-immagine-pubblicaGiusto un anno fa scrivevo di “Let It Be”, l’ultimo album dei Beatles ad essere stato pubblicato, un disco piacevolmente dimesso ma pur sempre molto emozionante. Poco tempo prima, tuttavia, giusto nell’aprile del 1970, usciva un altro disco beatlesiano, “McCartney”, il primo album da solista per Paul. Un album che, pur non essendo emozionante come “Let It Be”, è quantomeno piacevolmente dimesso come quello, e forse anche di più.

In effetti c’è una nota vicenda – con lungo strascico di polemiche – che lega i due album menzionati: si fece pressione su Paul McCartney affinché rinviasse l’uscita del suo primo album, in modo da non togliere prezioso respiro d’alta classifica a “Let It Be”, un lavoro che peraltro il buon Paul non aveva ancora autorizzato e che, per ironia della sorte, portava il nome d’una sua canzone. Il bassista tenne duro e anzi, non solo pubblicò il suo “McCartney” in quel lontano aprile del ’70, ma l’accompagnò pure con una celebre lettera/intervista nella quale si dichiarava fuori dai Beatles.

Per gli appassionati di musica sparsi in tutto il mondo – non solo quelli beatlesiani – fu un autentico shock: dopo aver fatto di tutto per tenere unita la band, Paul McCartney fu il primo fra i Beatles ad ammetterne pubblicamente la fine. Una dinamica di gruppo che, nel mio infinitamente più piccolo, ho vissuto di persona e che mi fa capire benissimo che cosa Paul può aver provato all’epoca. Insomma, secondo me fece la cosa giusta e la storia gli diede infine ragione.

“McCartney” resta uno dei capitoli solistici di Paul più amati dai fan (incluso il sottoscritto), un’autentica delizia per chi apprezza il bassista non solo come musicista ma anche come persona. Inciso prevalentemente da solo – tutti gli strumenti e le voci, con accompagnamento vocale della moglie Linda in alcune canzoni – & fra le mura domestiche, “McCartney” è ben lontano dalla raffinatezza produttiva di grandi capolavori beatlesiani come “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road” e forse per questo il suo ascolto è un’esperienza sonora ancora più avvincente. Lo stesso John Lennon avrebbe cercato d’imitarne lo stile di base per il suo più riuscito “John Lennon/Plastic Ono Band”.
Tutto “McCartney” è dominato da chitarre acustiche (ma l’album non è affatto acustico nel suo complesso) e da arrangiamenti scarni & essenziali, con tredici canzoni alquanto brevi, un corpus che porta la durata totale del disco a trentacinque minuti.

L’iniziale The Lovely Linda è una breve improvvisazione di quarantatrè secondi, più che altro una prova di setting per la strumentazione collegata allo studio domestico di casa McCartney. That Would Be Something è invece un brano più compiuto, lievemente pulsante e pensoso, mentre Valentine Day è uno strumentale gentilmente rock, fra le prime composizioni maccartiane in ordine di tempo, se non ricordo male. Every Night è la canzone che più amo fra quelle contenute qui, oltre che una delle mie preferite nel repertorio di Paul: melodica, gentile, libera, innamorata, rivelatrice… un piccolo capolavoro, secondo la mia modesta opinione. Anche lo strumentale Hot As Sun è una composizione più datata, risalente – pare – al periodo in cui i Beatles si chiamavano ancora Quarry Men. In realtà Hot As Sun forma un medley con Glasses, una piccola traccia ambient che termina a sua volta con un piccolissimo frammento di Suicide, una canzone non accreditata e finora inedita nella sua forma completa. Segue quindi il sentimentalismo di Junk, una ballata provinata anche dai Beatles nel ’68 ma mai incisa formalmente dal gruppo. Man We Was Lonely è un altro dei momenti salienti dell’album, in pratica un duetto fra Paul e Linda che anticipa e prefigura l’avventura dei Wings. Oo You è invece una sorta di country-blues, amabilmente arrembante, mentre il successivo Momma Miss America è lo strumentale di questo disco che più preferisco, soprattutto in quella prima parte dal basso pronunciato & il pianoforte in stile anni Trenta. Teddy Boy è – come Junk – un pezzo originariamente pensato per i Beatles, tanto che la sua esclusione da “Let It Be” è stata un affare da ultimo minuto, probabilmente perché Paul aveva già deciso quando & come pubblicare la sua versione solista*. Se Singalong Junk altra non è che una take alternativa & strumentale della stessa Junk, la successiva Maybe I’m Amazed è la canzone più famosa del disco, una ruggente ballata, ripresa in seguito da Paul in seno ai Wings. Infine eccoci a Kreen-Akrore, uno strumentale particolarmente percussivo, anzi tribale, che forse lascia un po’ il tempo che trova.

Al momento della sua pubblicazione, di certo anche cavalcando l’onda emozionale della dipartita di Paul dai Beatles, l’album “McCartney” schizzò al 1° posto della classifica americana, inaugurando così una tendenza che avrebbe caratterizzato tutti gli anni Settanta per i Beatles in veste solista: i loro dischi avrebbero trovato ben più fortuna nel ricco mercato statunitense, con Paul gran dominatore delle charts a dispetto degli altri Three che, in un modo o nell’altro, gettarono la spugna a metà del decennio.

Ultimi due aneddoti su “McCartney”: durante le sovraincisioni che Paul effettuò agli studi EMI di Abbey Road in vista della pubblicazione dell’album, preferì accreditarsi con lo pseudonimo di “Billy Martin”, forse per non dare troppo nell’occhio.

(*le versioni beatlesiane di Junk e Teddy Boy sono state ufficialmente editate nel 1996, sul terzo volume della serie “Anthology”).

– Mat

May Pang, “Instamatic Karma”

may-pang-instamatic-karma-john-lennonIn un numero recente della rivista “A” – gentilmente sottratto a una mia zia – ho trovato un articolo su May Pang, la storica segretaria di Yoko Ono nonché l’amante di John Lennon, che ha da poco pubblicato un libro fotografico con le immagini di quando, fra il 1973 e il 1975, è stata accanto a Lennon durante un periodo di separazione da Yoko che lo stesso musicista ha definito il suo ‘lost weekend’. Il libro, richiamando la celebre canzone lennoniana Instant Karma!, si chiama “Instamatic Karma” ed è il secondo della Pang, dopo un libro di memorie pubblicato negli anni Ottanta.

Ho avidamente letto l’articolo su “A”, scritto da Claudio Castellacci, e soprattutto ho potuto ammirare alcune foto tratte dallo stesso libro: ci mostrano un John Lennon a suo agio, rilassato, spesso nel bel mezzo del jet set, assieme ad altre rockstar quali Mick Jagger e Keith Moon. Ma la foto che più mi ha emozionato è di John con Paul McCartney, una foto scattata nel 1974 che vede i due ex Beatles serenamente stravaccati sulle sdraio in una villa affittata da Lennon a Santa Monica (USA). E’ proprio sul ricucito rapporto fra i due amici, rapporto presto rovinato dall’intervento di Yoko, che l’articolo di Castellacci mi ha più colpito. Ne riporto un brano: ‘Insomma, i 18 mesi raccontati in immagini in questo libro della memoria [“Instamatic Karma”] terminano il giorno in cui Yoko si rese conto che alla fine John stava cominciando, per la prima volta nella vita, a camminare con le sue gambe, a non farsi più trovare al telefono, a uscire da Los Angeles senza doverle dire dove sarebbe andato. Ma il segnale più preoccupante che la mise in allarme fu il fatto che John e May stavano per comprare casa insieme. Yoko giocò allora la carta del fumo. Già, perché Lennon fumava due pacchetti di Gauloises al giorno ed era affetto da un perenne mal di gola che lo infastidiva notevolmente. Yoko gli fece balenare la possibilità di aver trovato il rimedio perfetto: la cura dell’ipnosi.
E all’improvviso gli eventi precipitano. All’inizio del 1975 John e May sono a New York. Girano per gli Hamptons. Si preparano ad andare a New Orleans per registrare un disco con Paul e Linda McCartney [quello che sarebbe diventato “Venus And Mars”]. Vengono ospitati da Mick Jagger in una casa di Montauk che la rock star aveva affittato da Andy Warhol. In una delle loro scampagnate adocchiano una villa accanto al faro di proprietà del fotografo di moda Peter Beard e Lennon dice che è ora che mettano su casa insieme. Ma gli dei avevano deciso altrimenti’.

Altre interviste a May Pang che ho letto in passato confermano la stessa storia: in quel periodo di separazione da Yoko, John era artisticamente rinato, pubblicando due album, scrivendo e registrando nuovo materiale con Ringo Starr e collaborando con Mick Jagger, Elton John e David Bowie. Stava appunto per rimettersi in attività con Paul McCartney, quando John decise di tornare con la Ono, e di ritirarsi dalle scene per un lustro dopo che la coppia diede vita al loro unico figlio, Sean.

La lettura dell’articolo – che dipinge la Ono come una megèra plagiatrice e Lennon come un mezzo matto – fa dunque sorgere questo bell’interrogativo: se John avesse continuato la sua storia con May Pang, o comunque non fosse mai tornato assieme a Yoko, i Beatles si sarebbero rimessi insieme?

Storia affascinante, che non ci lascia altro che speculazioni. Il libro della Pang è almeno interessante perché ci mostra da vicino un John Lennon d’annata in piena rinascita musicale e artistica. Spero che il libro venga presto pubblicato anche nel mercato italiano.

– Mat

Paul McCartney & Wings, “Band On The Run”, 1973

paul-mccartney-wings-band-on-the-run-immagine-pubblicaFinalmente “Band On The Run”! Dico finalmente perché è da oltre un anno che vorrei scrivere di questo fantastico disco uscito nel 1973 ad opera di Paul McCartney e dei suoi Wings… praticamente da quando ho iniziato a scrivere sui blog!

Beh, dato che lo sto ascoltando spessissimo in questi giorni, ora mi sembra l’occasione buona per tentare di scrivere qualcosa di decente su quello che reputo uno dei migliori lavori registrati da un componente dei mitici Beatles, “Band On The Run”, per l’appunto.

Come spesso accade agli artisti, è proprio nei periodi di maggior pressione & stress emotivo che danno il meglio di sé: McCartney, sebbene già all’epoca si stava rivelando come il Beatle solista di maggior successo (sempre nel ’73 uscì “Red Rose Speedway”, un numero uno in classifica, anche se non ricordo se solo in USA o anche in UK) sentì il bisogno di dimostrare alla critica & ai suoi detrattori (fra i quali pure John Lennon e George Harrison) che poteva conciliare il suo innato talento per le belle melodie & i temi romantici con una musica corposa & innovativa. E così, ben prima di gente come Peter Gabriel, Paul decise di andare a registrare il suo prossimo album in Africa, e precisamente negli studi EMI di Lagos, in Nigeria.

Soltanto che la band costituita nel ’71 come supporto dal vivo e in studio, i Wings, si oppose alla trasferta: o meglio, dissero di sì soltanto la tastierista Linda McCartney (ovvio, era la moglie di Paul, nonché la madre dei suoi bambini…) e il fido chitarrista Denny Laine. Per tutto il resto ci pensò lo stesso Paul, che prese posto alla batteria & imbracciò la chitarra, cosa che aveva fatto anche ai tempi dei Beatles (che Paul McCartney sia un ottimo polistrumentista penso che sia cosa nota ai musicofili sparsi per il mondo). Inoltre contribuirono il tecnico Geoff Emerick (già coi Beatles per alcune delle loro creazioni più geniali) e il produttore/arrangiatore Tony Visconti (celebre per i suoi eccezionali lavori con David Bowie), ma quest’ultimo operò a Londra, una volta che i McCartney e i loro collaboratori tornarono in patria dopo un soggiorno nigeriano non proprio tranquillissimo, sovraincidendo delle superbe partiture orchestrali sui natri originali del gruppo. Se non ricordo male, pure Ginger Baker, lo storico batterista dei Cream, contribuì ad alcune percussioni di questo gran classico che è “Band On The Run”.

E le canzoni? Manco a dirlo mi piacciono tutte! Si parte con l’omonima Band On The Run che già di per sé è un capolavoro, di certo una delle migliori creazioni maccartiane. La successiva Jet è, detto fra noi, una delle canzoni che più amo di Paul e una di quelle che mi emozionano di più. Seguono la deliziosa Bluebird, la pulsante & coinvolgente Mrs. Vandebilt (unica canzone di questo album con qualche chiara ispirazione afro nel sound), la distesa Let Me Roll It, la melodicissima & strepitosamente maccartiana Mamunia, la tenera No Words (unico pezzo di questo disco non accreditato alla coppia McCartney, bensì scritto da Denny con lo stesso Paul), la geniale Picasso’s Last Words (Drink To Me) e la conclusiva Nineteen Hundred And Eighty Five, che è uno dei più illuminanti esempi dell’arte teatrale di Paul McCartney, forse il Beatle più visionario in fatto di espressioni sonore.

Fin qui l’album originale, quello stampato in vinile per il mercato inglese. Per il più ricco mercato americano venne inclusa nella scaletta di “Band On The Run” anche il trascinante & stradaiolo singolo Helen Wheels, uscito (anche in patria) poco tempo prima dell’album. Per la serie ‘The Paul McCartney Collection’ curata dalla EMI nel 1993, è possibile invece avere una versione in ciddì contenente tutteddieci le canzoni summenzionate, più Country Dreamer, che è l’originale lato B di Helen Wheels. Per i più fanaticoni di cose beatlesiane (come il sottoscritto…), consiglio invece la bella ristampa di “Band On The Run” del 1999, contenente un secondo ciddì di materiale aggiunto & confezionato in un’elegante cartonatura.

Ah, dimenticavo… bellisima la foto di copertina, che ritrae i tre Wings e alcuni loro amici famosi come se fossero una banda di galeotti sorpresi nella fuga. E’ una delle copertine più belle che io abbia nella mia collezione.

– Mat

Paul McCartney

paul-mccartney-immagine-pubblicaIl grande James Paul McCartney nasce a Liverpool, in Gran Bretagna, il 18 giugno 1942, sotto il segno dei Gemelli come il sottoscritto. Grazie al papà musicista, Paul s’avvicina fin da piccolo al mondo della musica, iniziando a prendere confidenza col pianoforte, la tromba e in seguito con la chitarra. Poco più che bambino, Paul inizia già a comporre le sue prime canzoni ma la svolta della sua vita avviene nell’estate 1957, quando conosce John Lennon, leader d’una formazione studentesca di skiffle, i Quarry Men. John, di due anni più grande, rimane favorevolmente impressionato da Paul, soprattutto dalla sua abilità chitarristica e dal fatto che fosse in grado di comporre canzoni da sé.

John lo invita immediatamente a far parte del gruppo: è da questo punto in avanti che inizia la leggenda dei Beatles, con Paul che invita a sua volta nel gruppo l’amico George Harrison, mentre John porta con sé Stu Sutcliffe. Incoraggiato da McCartney, anche Lennon inizia a scrivere le sue prime canzoni e di lì a poco i due giovani autori faranno un patto che durerà per tutta l’avventura dei Beatles: ogni canzone scritta dall’uno avrebbe recato con sé anche la firma dell’altro. Ecco che nasce il celebre sodalizio Lennon/McCartney… e siamo ancora agli anni Cinquanta!

Le cose assumono quindi una rapidissima piega, gli anni scorrono alla velocità della luce, e la band, finalmente chiamata The Beatles (dopo esssere passata da Johnny & The Moondogs a The Silverbeetles), debutta col singolo Love Me Do / P.S. I Love You – entrambe scritte proprio da Paul – nell’ottobre ’62 con la formazione definitiva che è passata alla leggenda, ovvero John Lennon, George Harrison, Ringo Starr e il nostro. Per il resto degli anni Sessanta la storia di Paul McCartney è la storia dei Beatles: non solo il bassista è il principale autore delle musiche del celebre quartetto ma è anche il componente del gruppo più attento ai processi produttivi e alla sperimentazione in studio. E’ anche il Beatle più professionale e quello più dedito al lavoro, cosa che alla lunga finisce con l’irritare gli altri tre. E’ comunque merito di Paul se i Beatles sono ancora attivi nella seconda metà dei Sessanta: è infatti grazie al suo irrefrenabile entusiasmo che prendono vita dei capolavori assoluti come “Revolver”, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, “The Beatles” e “Abbey Road”.

Paul fa di tutto per tenere uniti i Beatles ma, una volta capito che il giocattolo s’è irrimediabilmente rotto, è il primo a dichiararsi ufficialmente fuori dalla band, nell’aprile 1970. In quello stesso mese parte la sua carriera solista, con l’album “McCartney” che vola al 1° posto della classifica americana e anticipa di poche settimane l’uscita dell’ultimo album dei Beatles, “Let It Be”. A cavallo fra i due decenni non solo cambia la vita artistica e professionale di Paul ma anche quella privata: nel 1969 sposa Linda Eastman, che nel corso degli anni gli darà tre figli (Mary, Stella e James), e stabilisce il suo quartier generale in una fattoria scozzese.

Tutto ciò non significa però un ritiro, anzi: nei Settanta, McCartney è più prolifico che mai e realizza degli album e dei singoli straordinari che meritatamente riscuotono un enorme successo commerciale in tutto il mondo. Paul, infatti, è il Beatle solista che otterrà più successo, grazie alla sua musica irresistibilmente melodica e fortemente teatrale. Nel 1971 esce “Ram”, un album accreditato a Paul & Linda McCartney (2° posto della classifica americana), seguìto nel corso dello stesso anno dal più ruvido e immediato “Wild Life” (10° negli USA), un album accreditato alla sua nuova band, i Wings. Nel ’73 Paul è attivissimo in studio: coi Wings realizza l’album “Red Rose Speedway” (1° negli USA) e il superbo singolo Live And Let Die (tema fortunato d’un film della saga di 007), con Linda contribuisce al nuovo album di Ringo Starr, “Ringo”, e, ancora coi Wings, realizza quello che è il suo capolavoro indiscusso in veste solista, “Band On The Run” (altro 1° posto negli USA).

Nel 1975 Paul e i Wings tornano con “Venus And Mars” (1° in America), seguìto l’anno dopo da “Wings At The Speed Of Sound” (ennesimo 1° posto). Nel ’77 viene pubblicato un album dal vivo, “Wings Over America” (manco a dirlo… 1° negli USA), a testimonianza d’un tour memorabile dove Paul sembra aver finalmente fatto pace col suo recente passato di Beatle, proponendo alcune canzoni che aveva scritto al tempo dei Fab Four. Nel ’78 escono un nuovo album da studio, “London Town” (2° in USA), e una raccolta chiamata “Wings Greatest”, mentre nel ’79 è la volta di “Back To The Egg” (8° in USA), l’ultimo album a nome Wings. Nel 1980, infatti, Paul torna a firmarsi come solista con l’album “McCartney II” (3° negli USA) ma, in definitiva, quello è un anno maledetto: mentre si trova in tour in Giappone viene arrestato alla dogana per possesso di marijuana e poi, a dicembre, riceve la batosta della morte di John Lennon.

Superato lo shock, dopo aver contribuito all’album di Ringo “Stop And Smell The Roses” (1981), Paul torna nell’82 col fortunato “Tug Of War” (1° in Gran Bretagna), seguìto l’anno dopo dall’altrettanto celebre “Pipes Of Peace”. In quel periodo il nostro collabora attivamente con Michael Jackson, realizzando con lui due indimenticabili hit degli Ottanta quali The Girl Is Mine (primo estratto dal celeberrimo “Thriller”) e Say Say Say; tuttavia l’amicizia con Jackson si raffredderà qualche anno dopo quando quest’ultimo avrà acquistato gran parte del catalogo editoriale dei Beatles, soffiandolo proprio a Paul. Tra l’84 e l’86 la creatività di McCartney sembra subire un appannamento: firma alcune colonne sonore qua & là, realizza due album alquanto insipidi, “Give My Regards To Broad Street” e “Press To Play”, dopodiché si concede una pausa riflessiva e ne approfitta per dare alle stampe una splendida raccolta, “All The Best!”, nel 1987.

Aiutato da Elvis Costello, Paul ritorna alla grande nel 1989 con “Flowers In The Dirt” (1° in Gran Bretagna), uno dei suoi album migliori. Un tour internazionale da antologia verrà giustamente immortalato nel triplo elleppì dal vivo “Tripping The Live Fantastic” (1990), poi la frequenza degli album da studio di Paul subirà un rallentamento. “Off The Ground” vede infatti la luce nel ’93, seguìto da “Flaming Pie” (1997), “Run Devil Run” (1999), “Driving Rain” (2001) e “Chaos & Creation In The Backyard” (2005). Ma ciò non significa una riduzione dell’attività del nostro, anzi: oltre ad una serie di album dal vivo (“Unplugged” e “Choba B CCCP” nel ’91, “Paul Is Live” nel ’93 e “Back In The World” nel 2003), McCartney dà alle stampe degli album sperimentali (“Strawberry Oceans Ships Forest” nel ’93 e “Rushes” nel ’98, due dischi realizzati con Youth sotto lo pseudonimo comune di The Fireman) e addirittura delle composizioni classiche (“Liverpool Oratorio”, “Standing Stone”, “Working Classical” e il recente “Ecce Cor Meum”). Inoltre, fra il 1994 e il 2000, Paul contribuisce attivamente con George Harrison e Ringo Starr a quel monumentale & fortunato progetto beatlesiano chiamato “Anthology”.

La vita privata del nostro è cambiata enormemente tra la fine degli anni Novanta e i primi di questo decennio: la morte dell’amata moglie Linda, il matrimonio con l’ex modella Heather Mills, la morte di George Harrison, la nascita della quarta figlia, Beatrice, il divorzio dalla Mills.
Tutto ciò da un artista che calca le scene da cinque decenni e che ha segnato delle pagine indimenticabili non solo nella storia della musica ma anche in quella della cultura, del costume e della vita di milioni d’appassionati in tutto il mondo.

Personalmente ho ancora un vivido & caro ricordo del momento in cui Paul salì sul palco, a Roma, ai Fori Imperiali nel maggio 2003, per cantare Hello Goodbye e dare avvio a quello che, di fatto, è stato uno dei concerti più memorabili nella storia del rock.

– Mat