Gorillaz, “Plastic Beach”, 2010

gorillaz-plastic-beach-immagine-pubblica-blogNon ho proprio resistito: ho sborsato quattordici euro & novanta centesimi e ho comprato “Plastic Beach” dei Gorillaz! Il fatto è che il terzo album della cartoon band capitanata da Damon Albarn è uno di quei dannati dischi che migliorano un po’ di più ad ogni ascolto.

E così, dopo un po’ che mi trastullavo con insoddisfazione crescente con gli mp3 scaricati dalla rete, ho infine deciso di recarmi al vicino negozio di dischi per portarmi a casa una copia originale.

C’è da dire, inoltre, che l’inglese Damon Albarn, classe 1968, già nei Blur ma anche artefice dell’eccellente “The Good, The Bad And The Queen”, è un musicista molto eclettico che sembra diventare via via più bravo col passare degli anni. Di fatto, la sua contaminatissima musica pubblicata a nome Gorillaz mi sembra una delle cose più eccitanti uscite da dieci anni a questa parte.

E così, dopo due album interessanti come l’eponimo “Gorillaz” del 2001 e “Demon Days” del 2005, eccoci al terzo capitolo della saga, “Plastic Beach” per l’appunto. Sono stato conquistato dal recupero delle sonorità technopop anni Ottanta, miste a rap da strada, elettronica e sonorità orientaleggianti. E dai molti ospiti presenti: si va da Lou Reed a due ex componenti dei Clash, ovvero Mick Jones e Paul Simonon, passando – fra i tanti – per Bobby Womack, Mos Def, De La Soul, Snoop Dogg e Little Dragon.

“Plastic Beach” offre sedici brani in tutto, per un totale di quasi un’ora di musica. Per quanto mi riguarda, le canzoni migliori sono proprio quelle che si rifanno alle sonorità anni Ottanta, come il baldanzoso elettropop di Rhinestone Eyes, la dinamica On Melancholy Hill (che se non fosse per l’inconfondibile voce di Albarn, dolce e malinconica, si potrebbe spacciarla per un pop d’annata degli Human League o degli Yazoo), la notevole Empire Ants (divisa in due parti, la prima più meditabonda cantata da Damon e la seconda ben più movimentata affidata alla voce suadente di Yukimi Nagano, la cantante dei Little Dragon) e soprattutto Stylo, edita come singolo apripista. Senza dubbio il pezzo forte dell’album, Stylo vede intrecciarsi le voci di Mos Def, Damon Albarn e Bobby Bomack su un tappeto propulsivo meravigliosamente ‘eighties’.

Ma “Plastic Beach” offre anche molto rap, fin dalle battute iniziali, affidate a Welcome To The World Of The Plastic Beach. Nel brano, preceduto dal breve Orchestral Intro, è il noto rapper Snoop Dogg a fare la parte da protagonista, mentre l’esotica White Flag ci offre un duetto fra Bashy e Kano. Sweepstakes, altra collaborazione fra i Gorillaz e Mos Def, è invece un rap piuttosto nevrotico e ossessivo.

Accanto ad episodi più marcatamente pop (per quanto sempre molto contaminati) come Superfast Jellyfish, Some Kind Of Nature, To Binge, Plastic Beach e Pirate Jet, troviamo anche sperimentazioni elettroniche con Glitter Freeze (uno strumentale scritto ed eseguito dai Gorillaz con Mark E. Smith dei Fall) e brani più contemplativi come Broken e Cloud Of Unknowing (affidata alla voce di Womack).

In definitiva, “Plastic Beach” è un album divertente e coinvolgente, buono da ascoltare sia a casa che in macchina. Come detto, è uno di quei dischi che si fanno svelare e apprezzare di più ad ogni ascolto, per cui ogni eventuale aggiunta dei lettori fra i commenti sarà gradita.

– Mat

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Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Lou Reed, “Berlin”, 1973

lou-reed-berlin-immagine-pubblica-blogQuesto è uno di quei dischi che sentirò sì & no due volte l’anno, seppur non ho alcuna intenzione di separarmene. Sì, perché deprimente è deprimente. E’ stato più volte votato come uno degli album più tristi mai pubblicati, e concordo con l’opinione generale. Sto parlando di “Berlin”, uno dei grandi capolavori solistici di Lou Reed, e uno dei dischi di più difficile catalogazione e valutazione.

All’epoca, quando uscì sul mercato discografico nel lontano 1973, “Berlin” fu un flop clamoroso, ancor di più se paragonato al successo ottenuto dall’album precedente, “Transformer”. C’è da dire che “Berlin” – che commerciale non lo è per niente – ebbe una gestazione travagliata: il progetto originale prevedeva un doppio elleppì, per una durata complessiva del lavoro prossima alle due ore. La casa discografica, la RCA, intuendo lo scarso appeal commerciale del disco, intimò a Lou Reed e al produttore Bob Ezrin di accorciare notevolmente l’album. Ed ecco quindi il triste concept album di Lou Reed – sulla coppia tossica Jim & Caroline nella Berlino all’ombra del muro – ridotto a cinquanta minuti scarsi, con tutto ciò che ne conseguì.

Come altre opere legate a Lou Reed, però – in primis penso al debutto discografico dei Velvet Underground, quello dalla celebre copertina con la banana – anche “Berlin” suonava un po’ troppo avanti per i suoi tempi e così, col passare degli anni, l’album ha finalmente ottenuto quello status di grande opera rock che oggi tutti (critici e semplici appassionati) gli riconoscono. In particolare, nel 2007, Reed è andato in giro per il mondo con la riproposizione dal vivo del suo “Berlin”, suonandolo nella versione lunga originariamente concepita.

Ma che cos’ha “Berlin” che non va? Niente, solo che è sostanzialmente lento, triste, cupo, parla di droga, di suicidio, di prostituzione, di disperazione e di allontanamento dei bambini dalla custodia dei propri genitori, il tutto condito da una certa dose di cinismo, tipica dell’autore. Dal punto di vista musicale suona quasi come una lunga suite nella quale sono abilmente fusi elementi blues, rock, progressive e cabarettistici. Gli arrangiamenti sono curatissimi – Boz Ezrin in questo è un mago – e i musicisti che vi prendono parte sono bravissimi (fra cui Jack Bruce dei Cream, Steve Winwood, i fratelli Michael e Randy Brecker, e Tony Levin) e l’ascolto dell’album è tutto fuorché indifferente.

Il problema principale è che un disco come “Berlin” non lo si mette come sciocco sottofondo mentre, che so, ripittiamo una parete, così come non lo ascoltiamo mentre siamo alla guida o, peggio ancora, diamo una festicciola in casa.
“Berlin” è un album che richiede attenzione, interesse e voglia d’immergersi nei bassifondi dell’umana coscienza. Prendetevi cinquanta minuti di tempo, spegnete il cellulare, abbassate le tapparelle e mettetevi comodi, queste sono le dieci canzoni che compongono l’album…

  1. Berlin
  2. Lady Day
  3. Men Of Good Fortune
  4. Caroline Says I
  5. How Do You Think It Feels
  6. Oh, Jim
  7. Caroline Says II
  8. The Kids
  9. The Bed
  10. Sad Song

… e buon ascolto!

– Mat

Il Bowie più amato

David BowieFrequento spesso & volentieri un interessante sito dedicato a David Bowie da parte di una comunità di appassionati italiani, Velvet Goldmine.

Oltre a (ri)proporre ottime recensioni e le ultime novità sull’arte e la vita del grande cantante inglese, il sito propone quasi ogni settimana degli interessanti sondaggi sugli aspetti più disparati delle molteplici attività bowiane.

Gli esiti di alcuni di quei sondaggi sono illuminanti e, in qualche caso, pure sorprendenti. Ne riporto alcuni, proposti nel corso degli anni da Velvet Goldmine ai suoi lettori.

  • La copertina più amata è quella dell’album “Aladdin Sane” (totale voti: 244)
  • il miglior disco dal vivo è “Stage” (totale voti: 192)
  • la cover migliore è My Death di Jacques Brel (totale voti: 213)
  • il video migliore è quello girato per Ashes To Ashes (totale voti: 253)
  • la miglior collaborazione è quella che ha fruttato l’album “Transformer” di Lou Reed (totale voti: 195)
  • l’album ‘perfetto’, oltre che quello più amato, è “Ziggy Stardust” (totale voti: 251)
  • il miglior brano d’apertura d’un suo album è Station To Station (totale voti: 256)
  • il miglior brano di chiusura è invece Rock ‘n’ Roll Suicide (totale voti: 252)
  • il brano strumentale più amato è Speed Of Life (totale voti: 231)
  • il gesto più spettacolare della carriera di Bowie è l’addio alle scene di Ziggy (totale voti: 199)
  • il periodo bowiano preferito è l’ascesa e la caduta di Ziggy (totale voti: 280)
  • potendo viaggiare nel tempo, i fan vorrebbero (ri)vedere lo Ziggy Stardust Tour (totale voti: 217)
  • la canzone capolavoro è Heroes (totale voti: 254)
  • il disco irrinunciabile resta “Ziggy Stardust” (totale voti: 268)
  • il miglior produttore col quale Bowie abbia mai lavorato è Tony Visconti (totale voti: 188)
  • infine, Mick Ronson resta il chitarrista più amato fra quelli che hanno accompagnato Bowie nella sua lunga carriera (totale voti: 246).

Ecco, invece, le mie preferenze agli stessi quesiti…

  • la copertina che preferisco è quella di “Ziggy Stardust”
  • concordo sul fatto che “Stage” sia il miglior album live di Bowie
  • ammetto di non aver mai ascoltato My Death, ma se c’è una cover bowiana che mi fa impazzire è China Girl
  • corcordo sul fatto che il video migliore è quello di Ashes To Ashes
  • concordo pure sul fatto che la sua miglior collaborazione è “Transformer”, anche se trovo più interessante quella con Iggy Pop per l’album “The Idiot”
  • il suo album perfetto… uhm, davvero difficile a dirsi, forse concordo su “Ziggy Stardust” ma direi anche “Diamond Dogs”
  • il miglior brano d’apertura mi sembra Beauty And The Beast
  • miglior chiusura… direi The Secret Life Of Arabia, al termine di “Heroes”
  • lo strumentale che amo di più è Warszawa
  • il suo gesto più spettacolare… non saprei dirlo… forse l’aver pubblicato di seguito due dischi sperimentali & innovativi come “Low” e “Heroes”
  • il periodo bowiano che preferisco è quello berlinese (1976-1978)
  • potendo viaggiare nel tempo, andrei a vedermi il tour di “Heroes”
  • la canzone capolavoro è Ashes To Ashes
  • il disco irrinunciabile… ne prenderei uno a caso fra “Hunky Dory”, “Ziggy Stardust”, “Diamond Dogs”, “Station To Station”, “Low”, “Heroes”, “Lodger” e “Scary Monsters”
  • concordo che il miglior produttore sia stato Visconti
  • concordo anche che il miglior chitarrista sia stato Ronson.

– Mat

Album interi eseguiti dal vivo

pink-floyd-the-wall-liveNegli ultimi anni s’è diffusa fra le band più disparate l’iniziativa di eseguire integralmente dal vivo un album considerato un classico. Ha fatto molta notizia, per esempio, la recente riproposizione di “Berlin” da parte di Lou Reed, così come “Dark Side Of The Moon” eseguito da Roger Waters. Ma, a proposito di Pink Floyd, fu forse proprio la nota band inglese a cimentarsi per prima con l’esecuzione live di tutte le canzoni d’un loro album: già nel lontano 1977, Waters e soci eseguivano integralmente “Wish You Were Here” e “Animals”, culminando con la trasposizione teatrale di “The Wall” fra il 1980 e il 1981 (foto).

E’ notizia di questi giorni che Van Morrison eseguirà dal vivo il suo classico del 1968, “Astral Weeks”, mentre i Mission hanno salutato per l’ultima volta (o almeno così hanno detto…) i loro fan con l’esecuzione integrale di ben quattro album – “Gods Own Medicine” (1986), “The First Chapter” (1986), “Children” (1988) e “Carved In Sand” (1990) – in altrettante serate concertistiche speciali.

Operazione interessante da parte dei Cure qualche anno fa: in una serie di concerti – poi immortalata in un divudì chiamato “Trilogy” – hanno riproposto in sequenza gli album “Pornography” (1982), “Disintegration” (1989) e “Bloodflowers” (2000).

Se non ricordo male, un po’ di anni fa anche Brian Wilson ha riproposto integralmente “Pet Sounds” (1966), comunque di sicuro i Sonic Youth hanno eseguito dal vivo tutti i brani del loro classico, “Daydream Nation”, datato 1988. Anche per quanto riguarda i Simple Minds, qualche mese fa avevo letto che i componenti originali della band si sarebbero riuniti per eseguire dal vivo nella sua totalità l’album “New Gold Dream” del 1982.

Anche i Depeche Mode potrebbero rientrare nel tema di questo post: nel corso del loro “Devotional Tour” del 1993-94 arrivavano ad eseguire tutte le canzoni presenti nell’album “Songs Of Faith And Devotion”, seppure mai tutte nella stessa sera e non in ordine d’apparizione su disco.

In definitiva, trovo molto interessante questa pratica di riproporre un album intero di fronte al proprio pubblico di appassionati: è la testimonianza più lampante di come un concerto rock possa evitare di ridursi ad un mero jukebox dal vivo nel quale scorrono via l’uno dopo l’altro i successi maggiori e le canzoni più recenti. E poi è l’ennesima testimonianza dello storicizzarsi della (cosiddetta) musica leggera: in futuro si eseguiranno dischi pop-rock come “Sgt. Pepper” così come oggi si esegue per intero il “Requiem” mozartiano.

Per quanto mi riguarda, infine, mi piacerebbe tantissimo se a David Bowie venisse in mente di rirproporre dal vivo, tutto in una serata, gli album della sua trilogia berlinese: “Low”, “Heroes” e “Lodger”, magari portandosi appresso Brian Eno e Robert Fripp. Sarebbe a dir poco magnifico!

– Mat

Simple Minds, “Street Fighting Years”, 1989

simple-minds-street-fighting-years-immagine-pubblica“Street Fighting Years” dei Simple Minds è uno di quei dischi dei quali volevo parlare fin da quando ho iniziato a scrivere sul blog. Solo che passa oggi & passa domani, cita quel disco & recensisci quell’altro, sono in debito con esso da due anni. Spero ora di rimediare dedicandogli un post decente… in caso contrario, ed è una eventualità del tutto possibile, avrò almeno colmato qui una mia lacuna.

Allora, detto in confidenza fra noi, cari affezionati lettori, “Street Fighting Years” è il miglior album dei Simple Minds, l’album che, giunto a dieci anni esatti dal debutto della band scozzese con “Life In A Day” (1979), segna la maturazione definitiva del gruppo di Jim Kerr e compagni. Dopo “Street Fighting Years” i Simple Minds continueranno a realizzare grandi canzoni (See The Lights, She’s A River, fino alla più recente Home, tanto per fare degli esempi) ma nessun album valevole quanto questo. E forse non è un caso che “Street Fighting Years” sia l’ultimo album dei nostri col tastierista Michael McNeil ancora nei ranghi. Cosa che mi fa pensare che, senza nulla togliere al talento del cantante Jim Kerr e del chitarrista Charlie Burchill, il vero motore del gruppo era proprio il buon Michael.

E’ anche un lavoro che si discosta parecchio da quello che i Simple Minds ci avevano fatto sentire fra il 1979 e il 1985: “Street Fighting Years” è un album privo dell’energia positiva dei primi album del gruppo, ma non per questo privo di vitalità. E’ invece l’album più epico e solenne mai pubblicato dai nostri, costato un anno di lavoro e composto perlopiù da imponenti ballate acustiche, ricche di poesia e di arrangiamenti grandiosi. Uno dei dischi più belli usciti negli anni Ottanta, uno di quei dischi dove la classificazione pop-rock sta davvero troppo stretta.

Basterebbe la sola sequenza dei primi quattro brani – la progressiva Street Fighting Years, scritta in memoria di Victor Jara, la mistica Soul Crying Out, la potente Wall Of Love e la sinuosa This Is Your Land – per giustificare la presenza di questo lavoro nella collezione di ogni amante di musica. Se poi aggiungiamo che l’album contiene quella che forse è la canzone migliore dei Simple Minds, vale a dire la famosa & profetica Mandela Day (scritta e pubblicata quando Nelson Mandela era ancora imprigionato), beh, verrebbe quasi da dire che questo album è un must per gli appassionati di musica leggera.

All’epoca Mandela Day – accoppiata all’epica Belfast Child, altra perla tratta da questo “Street Fighting Years” – venne pubblicata in un singolo intitolato “Ballads Of The Streets”, un singolo che volò al primo posto della classifica inglese. Il che è tutto dire per due canzoni non certamente facilotte e di rapida presa. Ah, dimenticavo, ciò vale anche per l’album nella sua totalità, dato che anch’esso raggiunse la prima posizione delle charts britanniche.

Gli altri brani presenti in “Street Fighting Years” non sono comunque da meno: abbiamo il trascinante rock di Take A Step Back, l’aggressivo pulsare di Kick It In, la consolatoria Let It All Come Down e una grande reinterpretazione di Biko, una delle canzoni più memorabili di Peter Gabriel. Nella versione in ciddì dell’album è inclusa un’undicesima composizione, When Spirits Rise, un bel brano strumentale di musica celtica, con tanto di cornamuse in bella mostra.

Grande pure dal punto di vista dei musicisti coinvolti, questo “Street Fighting Years”: vi troviamo, fra gli altri, il batterista Manu Katché, il bassista Stephen Lipson (qui anche in veste di produttore, assieme a Trevor Horn), Lou Reed in un breve ma memorabile cameo vocale, e Stewart Copeland, il mitico batterista dei Police.

Insomma, un disco grande sotto ogni punto di vista, “Street Fighting Years”, il capolavoro assoluto dei Simple Minds. Peccato solo che, sotto certi aspetti, sia anche stato il canto del cigno della band scozzese. Forse però, a ben pensarci, un tale stato di grazia si raggiunge una sola volta in carriera. Chissà.

– Mat

David Bowie

David BowieHo già scritto di David Bowie in altri post, dato che è uno dei miei artisti preferiti. E’ anche uno dei nomi che conosco da più tempo: praticamente sento parlare di David Bowie da quando ho memoria, anche se, e non so perché, quand’ero piccolo la sua immagine mi faceva paura!
In questo post voglio tracciare un breve profilo – scandito dalla sua vasta discografia – di quello che reputo uno dei personaggi musicali più influenti e originali della musica moderna.

Il nostro nasce come David Jones l’8 gennaio del 1947 (un anno che segna anche la nascita di, fra gli altri, Elton John e Brian May dei Queen) e fin da giovanissimo inizia a cimentarsi con la musica (oltre che col mimo), imparando quindi a suonare prima il sassofono e poi la chitarra, oltre che, ovviamente a cantare. In seguito imparerà a destreggiarsi discretamente anche con piano, tastiere e sintetizzatori, divenendo a tutti gli effetti un polistrumentista, anche se a partire dagli anni Ottanta si concentrerà soprattutto sul canto, preferendo avvalersi di ottimi musicisti turnisti e ospiti d’eccezione.

Il primo, omonimo album di David Bowie vede la luce nel 1967, quando lui aveva soltanto ventanni, e conteneva anche una manciata di brani pubblicati come singoli nel biennio precedente. Tuttavia è soltanto nel 1969 che il nostro inizia a farsi notare, con una canzone finalmente memorabile, la straordinaria Space Oddity. Curiosamente, anche l’album che conteneva Space Oddity venne chiamato “David Bowie”, cosa che generò un po’ di confusione fra i collezionisti ma che comunque viene oggi identificato come “Space Oddity”.

Nel 1970 il nostro stringe il primo dei suoi tanti sodalizi musicali, quello col bravissimo chitarrista, pianista e arrangiatore Mick Ronson, col quale Bowie realizzerà alcune fra le pagine più belle del rock degli anni Settanta. Escono quindi gli album “The Man Who Sold The World” (1970) – contenente il noto singolo omonimo – “Hunky Dory” (1971) – contenente le fantastiche Changes, Oh! You Pretty Things e l’indimenticabile Life On Mars? – e soprattutto “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (1972), l’album che proietta definitivamente Bowie nell’olimpo del rock. Supportato da singoli incredibili quali Suffragette City, Ziggy Stardust e Starman, “Ziggy Stardust” viene giustamente considerato una pietra miliare nell’evoluzione della musica contemporanea, nonché la vetta più alta del genere glam (uno stile iniziato dall’inglese Marc Bolan dei T. Rex, che si avvale di una musica allegramente rockeggiante, corale e coinvolgente, e d’uno sfoggio di eccentrici costumi sgargianti, zatteroni ai piedi e pesante make-up sul volto). Da questo punto in poi, David Bowie diventa quell’icona rock tuttora riconosciuta ma soprattutto avvia il suo cammino artistico verso un percorso d’evoluzione sonora a dir poco straordinario che lo porterà in pochi anni a realizzare alcuni dei dischi più belli e influenti di sempre. In questo periodo, inoltre, Bowie inizia a supportare alcuni dei suoi artisti preferiti che, grazie a lui, ritroveranno la via del successo smarrita; il nostro quindi (alternativamente o tutto in una volta) scrive, suona, canta, arrangia e produce materiale per The Stooges, il loro istrionico leader, cioè Iggy Pop, poi Lou Reed (celeberrimo il suo “Transformer”) e ancora i Mott The Hoople, manifestando un’attitudine filantropica del nostro che si ripeterà in anni successivi con Amanda Lear, Tina Turner e ancora una volta Iggy Pop (Bowie pensava anche di resuscitare le carriere di Syd Barrett e dello stesso Marc Bolan ma qui fu più sfortunato, dato che il primo s’isolò sempre più nella sua pazzia mentre il secondo morì tragicamente nel ’77).

Dopo aver pubblicato altri due album nel corso del 1973, l’originale “Aladdin Sane” (contenente la superlativa The Jean Genie, uno dei pezzi bowiani che più amo) e la raccolta di cover “Pinups”, sempre assistito da Mick Ronson e dalla band The Spiders From Mars, Bowie decide di dare un’altra svolta alla sua carriera. Suonando la maggior parte degli strumenti da solo e autoproducendo il tutto, Bowie realizza così “Diamond Dogs” (1974), quello che secondo diversi critici è il suo miglior album da studio. Basato sulle vicende narrate da George Orwell nel suo noto libro “1984”, “Diamond Dogs” è una sorta di compatto concept-album che si pone esattamente a metà fra il periodo glam di Bowie e la sua successiva fase sperimentale. E’ in effetti un album strepitoso (è quello che include la nota Rebel Rebel) – uno dei miei preferiti fra quelli firmati dal nostro – che spero di recensire presto. Con “Diamond Dogs” Bowie ritrova un preziosissimo collaboratore di qualche anno prima, il celebre produttore Tony Visconti: se in “Diamond Dogs” il buon Tony si limiterà ad arrangiare alcune partiture orchestrali, da qui in avanti sarà fra i principali artefici delle sonorità bowiane più suggestive.

Dopo aver dato alle stampe “David Live” (1974), il nostro torna con un nuovo album da studio nel 1975, il discusso “Young Americans”; se da una parte “Young Americans” fa di Bowie un divo anche in America, dall’altra viene tacciato di insulsa commercialità in quanto le sonorità del disco sono fin troppo influenzate dal cosiddetto Philadelphia Sound, ovvero un morbido e patinato soul danzereccio che a quel tempo stava portando notevole fortuna a band quali The Stylistics e Harold Melvin & The Blue Notes. In realtà “Young Americans” è un altro bel disco da parte del nostro, un lavoro molto professionale, impreziosito dalla partecipazione del grande John Lennon, che firma con David il suo primo singolo numero uno statunitense, Fame.

In questo periodo Bowie vive stabilmente in America, è ormai un artista affermato, frequenta il bel mondo ma è separato dalla moglie Angela, è schiavo della cocaina e soffre delle contraddizioni dello show business. Nonostante tutto, resta intatta la sua voglia di sperimentare e di mettersi in discussione: nel 1976 si cimenta con la sua prima grande parte d’attore, nel film fantascientifico “L’uomo che cadde sulla Terra” e dà alle stampe un disco importante come “Station To Station”. Pur senza Tony Visconti (lo ritroveremo fra poco, però) e non ancora alle prese col genio visionario di Brian Eno, Bowie realizza con “Station To Station” un campione d’equilibrio fra atmosfere sperimentali (il lungo brano omonimo) e soul-pop di classe (il singolo di Golden Years e l’intensa cover di Wild Is The Wind), con i testi che affrontano direttamente il suo momento d’incertezza e di transizione.

“Station To Station” segna al contempo una punto d’arrivo ed un punto di partenza nella storia di Bowie: mette fine alla sua parentesi americana e alla sua prima fase da rockstar e dà avvio al suo periodo più sperimentale, che avverrà a Berlino, dove il nostro si trasferisce nel corso del 1976 in compagnia del collega e amico Iggy Pop. E’ nella storica città tedesca, all’epoca divisa dal famigerato muro eretto dai sovietici, che David realizza un magnifico poker di dischi: “The Idiot” (1977), firmato da Iggy Pop”, “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979), con questi ultimi noti come ‘trilogia berlinese’ e creati assieme a quel mago delle ambientazioni sonore che è Brian Eno e al ritrovato Tony Visconti. Di questi quattro capolavori ho già parlato in altri rispettivi post, per cui, per non ripetermi troppo, vado oltre con questa storia. Anzi no, mi fermo qui che ho già scritto abbastanza! Il post successivo arriverà però domani.

– Mat

Peter Gabriel

peter-gabriel-immagine-pubblicaNel mio vecchio blog, Parliamo di Musica, avevo già dedicato un post a Peter Gabriel ma ho preferito non trasferirlo qui e scriverne quindi uno nuovo. In effetti si trattava più di una protesta che della storia del celebre cantante inglese, perché ritengo Peter un tantino sopravvalutato. A quanto pare sono uno dei pochi appassionati dei Genesis che non lo rimpiange, avendo nutrito sempre più simpatia per Phil Collins che per lui. Credo che l’era Gabriel dei Genesis (1969-1975) abbia prodotto dei dischi stupendi non per la presunta grandezza del nostro, ma dal contributo di cinque grandi artisti – Gabriel compreso, ovviamente – che hanno fatto un lavoro eccellente finché hanno lavorato insieme. Poi, a giudicare dai due album realizzati dai Genesis prima dell’arrivo di Phil Collins e Steve Hackett, cioè “From Genesis To Revelation” (1969) e “Trespass” (1970), e da quello immediatamente successivo all’abbandono di Peter, vale a dire “A Trick Of The Tail” (1976), mi lascia pensare che la mente più ispirata in seno ai Genesis non fosse certamente Peter Gabriel. Questo confrontando inoltre la produzione post-Gabriel dei Genesis coi lavori solisti di Peter. Voglio dire, non mi pare che i Genesis guidati da Phil Collins abbiano fatto così tanto schifo così come non mi pare che i dischi solisti di Gabriel siano tutti dei capolavori. Fatta questa premessa – spero non troppo contorta – passo più specificatamente alla carriera solista del nostro.

Peter Gabriel, classe 1950, abbandona la band che gli aveva dato una prima notorietà internazionale, i Genesis per l’appunto, nella primavera del ’75, dopo essere stato il maggior ispiratore del primo concept-album del gruppo, lo stupendo “The Lamb Lies Down On Broadway” (1974). Tuttavia, col resto dei Genesis che procede come quartetto incontrando per giunta il maggior successo in classifica fino a quel punto della loro storia col magnifico “A Trick Of The Tail” (1976), Peter si concede un anno sabbatico, in modo da riordinare le sue turbolente idee. Tornerà alla ribalta l’anno successivo, nel 1977, con un indimenticabile singolo,
Solsbury Hill, e un primo album omonimo dalla resa altalenante. Prodotto da Bob Ezrin (già al lavoro con Lou Reed e in seguito coi Pink Floyd), “Peter Gabriel” è comunque un risultato pregevole, suonato da ospiti prestigiosi (cosa che si ripeterà per tutti i dischi successivi di Peter) quali Robert Fripp, Tony Levin e lo stesso Phil Collins, tuttora grande amico del nostro.

Peter Gabriel bissa l’operazione nel ’78, con un secondo album omonimo, stavolta con Robert Fripp anche in veste di produttore. Purtroppo il lavoro si rivela essere il peggiore fra gli album del nostro, tanto che nella sua prima raccolta, “Shaking The Tree” (1990), figureranno brani estratti da ogni album di Peter tranne che da questo. Nel ’78, tuttavia, Peter Gabriel ha la possibilità di riavvicinarisi, almento dal punto di vista umano, ai suoi ex colleghi dei Genesis, comparendo a sorpresa in un bis d’un loro concerto.


Prodotto da
Steve Lillywhite, ecco nel 1980 un terzo album omonimo da parte di Gabriel, quello contenente I Don’t Remember, Games Without Frontiers, Family Snapshot e soprattutto la straordinaria Biko. Per me è questo suo terzo album il migliore della discografia solista di Peter Gabriel, l’unico del quale non potrei mai separarmi, anch’esso forte della partecipazione di ospiti illustri: oltre agli ormai abituali Tony Levin (che suona il basso nelle canzoni e nei concerti di Peter anche oggi) e Robert Fripp, l’album vanta nuovamente Phil Collins ma anche John Giblin, Kate Bush e Paul Weller, all’epoca ancora leader dei Jam. Per quanto bello e importante, c’è da dire che questo disco non ottenne chissà quale successo mentre in quell’anno i Genesis ottenevano il loro primo numero uno nella classifica inglese con l’album “Duke”, un lavoro certamente non commerciale (con Steve Hackett ormai fuori dal gruppo) che non ha nulla da invidiare all’arte di Peter Gabriel.

Il primo vero successo di Peter è considerato invece il suo quarto album, pubblicato nel 1982, l’ultimo della quadrilogia di dischi omonimi, spinto dall’irresistibile singolo di
Shock The Monkey, senza dubbio uno dei pezzi più famosi del nostro. Un bel disco questa quarta fatica di Gabriel, non c’è che dire, con una virata maggiore in direzione della world music (introdotta già in alcune sonorità del suo album precedente) e un’accentuazione delle atmosfere dark. Oltre a Shock The Mokey, voglio ricordare la stupenda San Jacinto, la saltellante I Have The Touch e l’intensa The Rhythm Of The Heat. Il 1982 è un anno importante per Peter Gabriel anche per un altro motivo: organizza la prima edizione del noto festival etnico chiamato WOMAD (World Of Music And Dance), il quale, stentando a lanciarsi nei primi giorni, viene rivitalizzato da un’inaspettata reunion di Peter Gabriel coi Genesis, che eseguono quindi un set tratto da “The Lamb Lies Down On Broadway”.

Sono anni, per il nostro, in cui comincia a cimentarsi in altri territori, quali il cinema e il supporto ad artisti provenienti dal terzo mondo (il senegalese Youssou N’Dour è probabilmente la maggiore scoperta di Peter in questo senso). E così, dopo aver pubblicato un album dal vivo nel 1983, “Plays Live”, Gabriel realizza la colonna sonora d’un film di Alan Parker, “Birdy” (1984), peraltro riciclando alcune basi strumentali già impiegate nei suoi album. Torna col suo quinto album solista soltanto nel 1986, stavolta un disco con un titolo tutto suo, “So”: tuttora il maggior successo commerciale del nostro e molto probabilmente l’album più amato dai suoi fan, “So” vanta brani memorabili come la famosa Sledgehammer, la tenera Don’t Give Up (dove Peter torna a collaborare con Kate Bush), la ritmata Big Time e soprattutto la straordinaria e imponente Red Rain.

Nel 1988 Peter Gabriel torna a cimentarsi con le colonne sonore, stavolta musicando il controverso film “L’Ultima Tentazione di Cristo” di
Martin Scorsese. Pesantemente intrisa di world music e suonata con strumenti e musicisti mediorientali, la celebrata colonna sonora verrà pubblicata nel 1989 col titolo di “Passion”, mentre Peter torna in studio per incidere il suo sesto album da solista. E qui comincia quella lungaggine nella lavorazione d’un disco da parte del nostro che continua tuttora: il risultato finale delle sedute vede infatti la luce solo nel ’92, anche se si tratta d’un buon disco, “Us”, forte del singolo Steam (una rivisitazione del fortunato Sledgehammer) ma anche di Blood Of Eden (un duetto con Sinéad O’Connor, che all’epoca ebbe una storia col nostro), Digging In The Dirt e Come Talk To Me.

Per quanto Peter Gabriel non sia affatto inattivo nella parte restante degli anni Novanta (collabora con altri artisti, incide musiche sperimentali – arrivando a far suonare dei gorilla in studio – realizza suoni e canzoni per opere multimediali, compone colonne sonore, partecipa a lodevoli iniziative umanitarie…), “Us” risulterà il suo unico album da studio pubblicato in quel decennio. Bisognerà infatti attendere il 2002, ben dieci anni dopo, per vederne un seguito nei negozi, vale a dire il deludente “Up”. Non che “Up” sia un brutto disco ma, fin dalla prima volta che l’ho ascoltato, ho avuto la netta impressione di trovarmi alle prese con una raccolta di brani inediti più che un lavoro unitario e compatto. E’ a quel punto che comincio a disaffezionarmi a Peter Gabriel… fa aspettare i fan per dieci anni e poi fa uscire una roba del genere?!

All’epoca il buon Peter promise che i suoi fanatici ammiratori non avrebbero dovuto aspettare tanto per il seguito di “Up”, che sarebbe uscito addirittura nel 2004. Siamo nel 2007… sono già passati cinque anni… confesso che non faccio più parte di quelli che stanno ad aspettare il nuovo ciddì di Peter Gabriel. Oggi come oggi non potrebbe fregarmene di meno.

– Mat

Lou Reed, “Transformer”, 1972

lou-reed-transformer-immagine-pubblica-blogLa storia di oggi riguarda quello che è il lavoro discografico più celebre & celebrato di Lou Reed in veste solista, ovvero “Transformer”, il suo secondo album.

Senza dubbio si tratta di uno dei migliori lavori prodotti negli anni Settanta, fondamentale per chi vuole documentarsi sulle sonorità di quell’interessantissimo decennio musicale. La grandezza di “Transformer” sta forse nel suo pressoché perfetto equilibrio tra lirismo americano e musicalità europea: Lou Reed, artista newyorkese, ha infatti inciso questo suo capolavoro a Londra, con David Bowie e il suo fido arrangiatore e polistrumentista Mick Ronson in veste di produttori.

“Transformer” si apre con un classico, Vicious, un trascinante e viscerale rock ‘n’ roll che già mette in chiaro la natura provocatoria e sessualmente ambigua del disco. Segue la più distesa Andy’s Chest (con Andy che dovrebbe essere Andy Warhol, se non ricordo male), canzone che si avvale di un’efficace parte corale (riconoscibilissimo, Bowie si sente forte e chiaro).

Poi è la volta del brano più bello di quest’album, ovvero Pefect Day, un altro classico. Sinceramente, a dirla tutta, Pefect Day è una delle canzoni più belle del mondo, dove tutto è davvero perfetto: strumentazione, arrangiamento, mixaggio, parti vocali, lirismo, emotività, e chi più ne ha più ne metta. Segue un brano molto più scanzonato, Hangin’ Round, altro rock ‘n’ roll che ricorda le sonorità coeve dello stesso David Bowie e dei T.Rex. La successiva Walk On The Wild Side è forse (con Perfect Day) il brano più famoso di Lou Reed, una canzone spesso e volentieri inserita nelle compilation da autoradio. Una grande canzone, comunque, questo è fuori di dubbio.

Make Up ha un arrangiamento piuttosto bandistico (cosa che si ripete anche nelle successive New York Telephone Conversation e Goodnight Ladies), ricorda un po’ i Beatles del periodo “Sgt. Pepper” ma anche la produzione più teatrale di Bowie. Poi è la volta di Satellite Of Love, indubbiamente una delle migliori canzoni in scaletta: all’inizio presenta un classico andamento da ballata, mentre il finale è più esplosivo grazie ad un intricato coro, perlopiù ad opera di Bowie.

Una sonorità più bowiana torna con la seguente Wagon Wheel… se a cantarla fosse stato David e il risultato fosse stato incluso, che so, nel suo “Ziggy Stardust”, non avrebbe sfigurato per nulla. Bella canzone anche questa. La già citata New York Telephone Conversation è una breve e gradevole filastrocca, praticamente un duetto fra Reed e Bowie sulla curiosa abitudine che aveva Andy Warhol (ancora lui) di registrarsi le conversazioni telefoniche che aveva con personaggi più o meno famosi.

La movimentata I’m So Free si ricollega invece alle sonorità più rockeggianti già incontrate con Vicious e Wagon Wheel, mentre la conclusiva Goodnight Ladies è un malinconico ma ironico commiato. Quest’ultima, una storia di solitudine del sabato sera, presenta anch’essa un arrangiamento bandistico che contribuisce ad elleviarne i toni sconsolati… ciò non toglie che si tratta di una bella conclusione per un album che, giustamente, è oggi considerato un classico del rock.

Pink Floyd, “The Wall”: la genesi di un mito

pink-floyd-in-the-flesh-immagine-pubblicaE’ giunto il momento di parlare di quello che, secondo la mia modesta opinione, è il miglior disco rock che sia mai stato pubblicato, ovvero “The Wall” dei Pink Floyd. E’ il migliore per un insieme di fattori che ne fanno un lavoro artistico eccelso: le canzoni contenute, i testi, la strumentazione, gli arrangiamenti, la produzione, le tematiche affrontate, il grado artistico che vi è insito, il sentimento generale che suscita e, perché no, il coraggio e la costanza dimostrata dai nostri nel creare questa autentica leggenda della musica.

Questo doppio LP, uscito al termine del 1979, ha una storia affascinante che occupa ben cinque anni di storia floydiana… storia che suddividerò in tre post dei quali questo è il primo.
Nel gennaio 1977 esce un nuovo album dei Pink Floyd, “Animals”, che i nostri decidono di supportare con un tour, denominato “In The Flesh”, della durata di sei mesi. La novità è che per la prima volta i Floyd portano la loro musica negli stadi: l’esperienza, per quanto fortemente lucrativa, apparirà ben presto alienante ai nostri, soprattutto a Roger Waters, il bassista e cantante che in quel periodo stava assurgendo alla leadership incontrastata del gruppo. Alcuni stadi nordamericani raggiungevano la capienza di 90mila persone e Roger cominciava a provare la sgradevole sensazione di non riuscire più a comunicare col pubblico, come se una barriera fosse stata eretta tra esso e la band. Inoltre, pareva che buona parte di questo pubblico fosse lì soltanto per il gusto di esserci, tanto per dire di aver partecipato ad un grande raduno rock, del tutto indifferente alla musica proposta.

La frustrazione di Waters raggiunse un punto di non ritorno in giugno, mentre i Pink Floyd suonavano all’Olympic Stadium di Montréal, quando sputò in faccia ad uno spettatore della prima fila. Dopo aver concluso il tour, Roger si rifugiò nella campagna inglese per scrivere e comporre quella che nella sua testa si profilava già come una grande catarsi rock, un’epopea artistica unica che lo avrebbe condotto a concepire una straordinaria opera multimediale. Nel frattempo, gli altri tre componenti della band si dedicavano ad esperienze soliste: il batterista Nick Mason produsse il secondo album dei Damned, mentre il tastierista Richard Wright e il chitarrista David Gilmour pubblicarono un album solista a testa nel corso del 1978.

Nell’estate di quell’anno, Roger radunò i suoi compagni e propose loro ben due cicli di canzoni, “The Wall” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”: chiarì che i Pink Floyd avrebbero potuto sceglierne uno mentre lui stesso avrebbe portato a compimento l’altro come disco solista. La band scelse “The Wall”, soprattutto per una maggiore identificazione con i temi trattati, mentre “The Pros And Cons” sembrava un discorso più personale. Con “The Wall” quindi archiviato come prossimo album dei Pink Floyd, Roger iniziò ad esporre il suo monumentale progetto: il materiale scritto avrebbe occupato tre LP, sarebbe stato proposto con un apposito spettacolo dal vivo (uno show che prevedeva la costruzione d’un muro nel corso dell’esibizione dei nostri) e avrebbe funto da colonna sonora per un film vero e proprio.

Tutta questa fase preparatoria durò quasi un anno, con la band finalmente pronta ad entrare in studio nell’aprile del 1979… ma le cose erano cambiate. Innanzitutto c’era il ‘caso Richard Wright’, tenuto nascosto ai più nei quattro anni successivi: Roger lo aveva praticamente messo alla porta, per cui Rick venne messo a stipendio fisso per tutte le fasi legate al progetto “The Wall”, al termine del quale avrebbe dovuto lasciare la band. Pare che Wright si fosse impigrito, o che comunque non fosse più in grado di fornire alcun supporto compositivo ai Pink Floyd. Secondo alcuni, invece, sniffava troppa cocaina e preferiva condurre una vita agiata tra le sue amate isole greche (aveva anche acquistato una villa a Rodi). Anche Mason sembrava meno capace del solito di contribuire attivamente al progetto, tanto che in studio si fece ricorso anche al bravissimo Jeff Porcaro, il versatile batterista dei Toto, fra i musicisti turnisti più apprezzati al mondo.

A questo punto il progetto ricadde completamente sulle spalle di Waters (ovviamente lui ha sempre ritenuto “The Wall” una sua creatura) e Gilmour… una collaborazione che diventava via via più tesa e traballante. Anche in funzione mediatrice, i due decisero d’ingaggiare il canadese Bob Ezrin (all’epoca ventinovenne, già al lavoro coi Lou Reed e Peter Gabriel) come terzo produttore e, di fatto, tastierista e collaboratore stretto di David negli arrangiamenti. Intanto Roger perfezionava la scrittura del suo materiale, tagliava o aggiungeva qualcosa e di lì a poco prese contatti col disegnatore Gerald Scarfe, in modo da preparare tutti i disegni e le bozze che la realizzazione visuale di “The Wall” necessitava.

La storia (molto autobiografica) scritta da Roger per il suo capolavoro era questa: nel 1943 un bambino chiamato Pink viene alla luce in Inghilterra; non fa in tempo a conoscere suo padre perché questi viene ucciso l’anno successivo ad Anzio, nel corso d’un bombardamento tedesco sulla testa di ponte alleata in Italia. La morte del marito induce la madre a soffocare di attenzioni il figlio, facendolo crescere nell’ansia e nel dolore della perdita. Sono i primi mattoni che il giovane Pink pone sul suo muro psicologico, creato per proteggere la propria sfera emotiva. Altri mattoni sul muro verranno posti quando Pink andrà a scuola: un istituto disumanizzante (pieno d’insegnanti pomposi e pedanti) che tende a produrre per lo più carne da macello. Pink troverà rifugio nella musica, divenendo una rockstar affermata. Ma il successo sembra divorargli la vita: troppa pressione, troppi mesi lontano da casa, troppa droga. Nel frattempo, mentre lui è in America con la band, la moglie lo tradisce. Pink inizia quindi a perdere il contatto con la realtà, vive per lo più come un recluso in lussuosi alberghi: qui, completamente alienato e con un televisore sempre acceso a fargli compagnia, confonde la realtà con le sue proiezioni interiori e i suoi traumi infantili. Da questo baratro Pink riemerge come un dittatore del rock, con tanto di saluto fascista e di teatralità marziale durante le successive esibizioni della band. Ma poi Pink si rende conto di essere andato oltre le sue contraddizioni e, tornato nel suo hotel, si sottopone ad un’autoaccusa (un processo mentale con tanto di avvocato, testimoni e giudice) che lo costringe a ripercorrere tutta la sua vita e ad affrontare ad uno ad uno i suoi demoni personali. E’ tempo di abbattere il muro e di accettare la propria condizione di artista sensibile nella società contemporanea.

Musicalmente parlando, tutta la storia si articola in ventisei canzoni (alcune, come What Shall We Do Now?, vengono escluse all’ultimo minuto), incise tra l’Inghilterra (negli studi di proprietà dei Pink Floyd, i Britannia Row), la Francia (negli studi Superbear, dove l’anno prima Wright e Gilmour avevano inciso i propri lavori solisti) e gli Stati Uniti (ai Producers Workshop di Los Angeles). Sempre negli Stati Uniti, ma sulla costa opposta, a New York, Michael Kamen dirigeva le partiture orchestrali delle canzoni. I musicisti maggiormente coinvolti sono quindi Roger Waters (voce, cori, basso e chitarra), David Gilmour (voce, cori, chitarra, basso), Bob Ezrin (tastiere e sintetizzatori), Peter Woods (tastiere e sintetizzatori), Nick Mason (batteria e percussioni) e Jeff Porcaro (batteria e percussioni). Tra i coristi aggiunti figura, inoltre, Bruce Johnston dei Beach Boys: pare che i Beach Boys al gran completo avrebbero dovuto contribuire ai vari e sofisticati cori di “The Wall” ma alla fine Waters optò per il solo Johnston.

A Bob Ezrin va il merito d’aver ridotto la storia in due LP, d’aver alleggerito la trama e d’averla resa più universale. Eliminò tutti i riferimenti al Pink trentaseienne, dato che ai teenager sarebbe sembrata un’età troppo avanzata con cui identificarsi. Ma soprattutto ad Ezrin riuscì di convincere i Pink Floyd a far pubblicare almeno un singolo, venendo meno alla tradizione storica della band (l’ultimo singolo inglese dei nostri, infatti, risaliva al 1968): fu così che la trascinante Another Brick In The Wall, Part 2 (unita al B-side One Of My Turns) divenne un istantaneo numero uno in classifica, nella seconda metà del novembre ’79, poche settimane prima della pubblicazione ufficiale di “The Wall”. Ci occuperemo da vicino di questo magnifico doppio LP… appuntamento al post successivo.

– Mat