L’aspetto visuale della musica pop

michael-jackson-moonwalker-film-1988Sono decenni che sento parlare della visionarietà di gruppi e cantanti come Pink Floyd, Queen, Michael Jackson e Peter Gabriel, tanto per dirne qualcuno, eppure nessuna delle opere filmiche associate ai miei beniamini musicali mi ha mai veramente esaltato. Escludendo infatti una manciata di videoclip, magari girati pure da illustri registi cinematografici, solitamente l’aspetto visuale della musica pop non mi ha mai convinto del tutto. Quando ad esempio esce un nuovo album, e l’edizione deluxe include semplicemente un divuddì, state pur certi che io vado a comprarmi l’edizione standard dell’album in questione, lasciando il divuddì al tempo che trova.

Certo, oltre a uno strabiliante quantitativo di pezzi strafamosi in tutto il mondo, uno come Michael Jackson ci ha lasciato anche tutta una serie di videoclip che hanno a dir poco lasciato il segno: pensiamo soltanto a Thriller e Black Or White, girati entrambi da John Landis, rispettivamente nel 1983 e nel 1991. Eppure, quella volta che si è cimentato con il cinema vero e proprio, col film “Moonwalker”, non ci ha lasciato niente di veramente memorabile, per non dire di fondamentale per la comprensione dell’artista. Così come Prince, il quale si è cimentato per ben tre volte con l’opera filmica in quanto tale: i suoi “Purple Rain” (1984), “Under The Cherry Moon” (1986) e “Graffiti Bridge” (1990) sono tutto fuorché memorabili pellicole da guardare e riguardare per la gioia degli occhi.

E che dire dei miei amati Queen? C’è chi sostiene che quello girato per Bohemian Rhapsody nel 1975 sia il primo videoclip della storia (anche se, secondo me, i Beatles hanno preceduto tutti con Strawberry Fields Forever e Penny Lane, se non già con Paperback Writer e Rain dell’anno prima, il 1966), ma ad ogni modo non fa che animare la copertina di “Queen II”, un album uscito l’anno prima. Insomma, per quanto possa essere considerato innovativo per l’epoca, un video come Bohemian Rhapsody sembrava più guardare al passato che annunciare il futuro. E in effetti, i videoclip dei Queen che gli sono susseguiti negli anni non sono particolarmente memorabili o quantomeno espressivamente rilevanti.

Ci sono stati casi di commistione disco/film più interessanti nel caso di Who e Pink Floyd: entrambi questi storici gruppi inglesi hanno prodotto delle opere che possiamo definire multimediali, come nel caso di “Tommy” (1975, diretto da Ken Russell) e “Quadrophenia” (1979, diretto da Franc Roddam) per i primi e “The Wall” (1982) per i secondi. Vi dirò la mia: pur avendo ascoltato (e in un caso comprato) i due classici degli Who, non ho mai sentito l’esigenza d’andarmi a vedere i loro film (li considero dei tipici film generazionali, buoni cioè per quella generazione che li ha visti al cinema, all’epoca), mentre “The Wall” di Alan Parker è tutto fuorché una visione piacevole. Musica a parte, è uno di quei film che puoi vedere una volta, anche due o tre, ma poi basta così, grazie.

Nel corso degli anni Ottanta, quando il videoclip iniziò a farsi inevitabilmente più spettacolare (anche e soprattutto per il fenomeno Jackson), molti musicisti provarono a dare uno sfogo più compiuto alla loro visionarietà. Ne ricordo alcuni tra quelli che ho visto o meno, da Matt Johnson, alias The The, che mise assieme i videoclip girati per ognuno dei brani dell’album “Infected” (1986), presentando il tutto come un mini film da un’ora di durata, a David Byrne che con “True Stories” (1986) realizzò un vero e proprio film, passando per “Hell W10” (1983) dei Clash e “JerUSAlem” (1987) degli Style Council, tanto sconosciuti al grande pubblico quanto ambìti dai cacciatori di rarità.

Sorvolando sui trascorsi cinematografici di MadonnaDavid Bowie e Sting (i quali hanno però preso parte a pellicole cinematografiche “pure”, per così dire, film realizzati a prescindere dai loro dischi e non necessariamente di tipo musicale), passo infine a Beyoncé, che dal 2013 ha iniziato a distribuire i suoi album sotto forma di veri e propri dischi audio/video, dove all’immagine è riservata la stessa importanza data alla musica. Tuttavia, per quanto io trovi mooooolto fisicamente attraente la bella Beyoncé, non ho finora sentito l’esigenza di procurarmi queste che, tutto sommato, dovrebbero essere pure delle prove creative degne di nota. Insomma, mi accontento di ammirare la sua avvenenza in quelle rare occasioni in cui sintonizzo la mia tivù su quale canale musicale.

E questo, per quanto mi riguarda, vale un po’ per tutti i nomi che ho citato e per quelli che, pur avendo visto, ho al momento dimenticato. Il mondo del pop, in definitiva, quando ha lasciato lo studio d’incisione per entrare in un set cinematografico non mi ha mai veramente colpito. Non so se resta soltanto una mia impressione.

-Mat

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Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

L’ultimo Natale di George Michael

george-michaelIeri notte, prima di andare a letto, come faccio di consueto, ho dato un’ultima sbirciatina al canale televisivo allnews. La prima notizia che vedo è quella che per ultima avrei immaginato di leggere, soprattutto nel giorno di Natale: è morto George Michael.

Mentre mi apprestavo a scrivere questo post (che è inutile, lo so, ma proprio non riuscivo a far finta di niente), volevo mettere in sottofondo un suo disco ma mi sono accorto con una certa sorpresa di non avere proprio niente di lui. Tanti anni fa avevo una copia in ciddì di “The Final”, la prima raccolta dei Wham!, edita in quello stesso 1986 nel quale George Michael aveva dato il definitivo addio artistico ad Andrew Ridgeley per mettersi in proprio con un singolo come A Different Corner e un album come “Faith”, edito l’anno dopo. Lui che in proprio aveva già fatto tutti gli hit storici dei Wham!, pezzi che conoscono anche i sassi, come Wake Me Up Before You Go-Go, Club Tropicana, The Edge Of Heaven e soprattutto quella Last Christmas che oggi, più che mai, assume un sapore amaro, pensando a questo ultimo Natale vissuto da George Michael. Tristezza che si somma alla tristezza.

Non m’è mai piaciuto granché George Michael da solista, perché secondo me le cose migliori le aveva fatte proprio con i Wham!, in quella spensierata prima metà degli anni Ottanta, quando uscì anche il suo primo singolo a suo nome, quella Careless Whisper che forse forse è proprio la canzone più bella uscita in quel decennio controverso. Eppure aveva una voce fantastica, probabilmente la migliore della sua generazione, l’unica voce che sia riuscita a “rifare” quella di Freddie Mercury in una strepitosa versione live di Somebody To Live eseguita con gli stessi Queen orfani di Freddie. In quei primi anni Novanta si era fantasticato d’un suo possibile passaggio proprio in seno ai Queen, a occupare il posto di quel cantante scomparso poco prima e che era uno dei suoi riconosciuti punti di riferimento musicali.

Ipotesi suggestiva, ma George ha avuto il buon gusto di non provarci. Anche perché in quegli anni il nostro aveva ben altro per la testa. In primo luogo un lungo braccio di ferro con la Sony, la casa discografica madre che l’aveva acquisito all’alba degli anni Ottanta con un contratto capestro che, di fatto, lo costrinse ad anni di silenzio discografico davvero lunghi per una pop star. Diversi personaggi dello spettacolo, se non ricordo male anche un certo Steven Spielberg, accorsero in suo aiuto, finché nel 1996 non ci fu la rinascita artistica con la Virgin e l’album “Older”, grande successo di quell’anno, così come il singolo apripista Jesus To A Child. In secondo luogo c’era l’omosessualità da rivelare al mondo intero, cosa che avrebbe scioccato il suo pubblico e anche l’opinione pubblica mondiale, dato che George Michael era visto (e giustamente) come un figaccione che sicuramente (credevamo tutti noi con una certa invidia) andava a letto con una donna diversa ogni sera.

Certo i tempi erano cambiati, la seconda metà degli anni Novanta non era certo la prima metà degli anni Ottanta: se l’avesse rivelato allora, la sua omosessualità, George Michael avrebbe visto la sua carriera fatta a pezzi per sempre. Eppure ha saputo gestire il tutto con grande intelligenza, anche dopo quel famoso “incidente” nel bagno d’una discoteca di non so più quale posto in America. Una canzone (e forse anche di più il suo video) come Outside mise subito le cose nella giusta prospettiva e la carriera del nostro poté procedere con ancora più autorevolezza.

Poi, per quanto mi riguarda, quelle canzoni che George Michael continuò a proporre tra la fine degli anni Novanta fino ai tempi più recenti non riuscivano proprio a interessarmi. Quella grandissima voce alle prese con quelle canzonette danzerecce che soltanto una come Madonna non si vergogna di propinare! Mah, vabbè, contento lui, pensavo.

Ed ora eccomi qui, in un mondo senza George Michael, così come la mia collezione di dischi è senza i suoi album. Che posso dire… che mi dispiace sinceramente.

-Mat

Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento.

-Mat

Prince, “The Hits/The B-sides”, 1993

prince-the-hits-the-b-sides-immagine-pubblicaL’altro ieri ho finalmente portato a casa un pezzo che non poteva mancare nella mia collezione di dischi: “The Hits/The B-Sides”, la tripla raccolta che la Warner Bros ha pubblicato nel 1993 per celebrare i primi quindici anni della carriera professionale di Prince, uno dei miei artisti preferiti.

In realtà, all’epoca, la Warner pubblicò tre edizioni di questa raccolta: due dischi singoli, da diciotto brani ciascuno, intitolati rispettivamente “The Hits 1” e “The Hits 2”, e quindi il triplo contenente questi due dischi più un terzo di ben venti brani che metteva a raccolta i lati B dei singoli mai apparsi sugli album ufficiali. In quel lontano 1993 (o forse erano già passati i primi mesi del ’94) andai subito a comprarmi le due raccolte, a distanza di qualche settimana l’una dall’altra, ma feci l’errore di con comprare “The Hits/The B-Sides”. Essendo relativamente inesperto sulla musica di Prince (a quel tempo avevo la sola cassetta della colonna sonora di “Batman”), mi sembrava un po’ troppo propendere per un triplo ciddì del quale – almeno sulla carta – conoscevo ben poco e che poteva essermi venduto soltanto a caro prezzo (se non ricordo male, un’ottantina di mila lire), per cui mi accontentai delle due sole raccolte in versione standard.

Sfortunatamente per le mie esigue finanze, di lì a qualche anno diventai un vero fan di Prince, iniziando a comprarmi un po’ tutti i suoi lavori discografici, soprattutto quegli degli anni Ottanta, per cui ebbi il modo di rimpiangere di non aver comprato in quel lontano 1993 il triplo “The Hits/The B-Sides”, che peraltro iniziava a non farsi più trovare con facilità nei negozi. Soltanto un paio di anni fa m’imbattei, del tutto inaspettatamente, in questa particolare edizione: costava soltanto 18.90 euro ma avevo appena comprato un dispendioso cofanetto di Miles Davis e così, ancora una volta, rinunciai all’acquisto princiano (e anche per non avere troppi doppioni fra le mani).

Fino all’altro ieri, come detto, perché – ancora una volta del tutto inaspettatamente – mi sono imbattuto nel triplo “The Hits/The B-Sides” mentre frugavo in un centro commerciale dalle mie parti, dove mi ero recato per utilizzare un buono da 10 euro che avevo maturato con degli acquisti precedenti. Il prezzo della tripla raccolta era di 19.90 euro: tolti i 10 di buono e mi sarei portato il tutto a casa per soli 9.90, giusto giusto il prezzo d’un singolo ciddì d’annata, giusto giusto quel ciddì che mi mancava, ovvero “The B-Sides”. Stavolta non ci ho riflettuto nemmeno un istante: ho preso il triplo (l’unica copia, peraltro) e sono andato immediatamente in cassa per pagare & andarmene a casa.

Allora, “The Hits/The B-Sides”, la raccoltona di Prince datata 1993, per la quale non sarà semplice fare una recensione qui: si tratta della prima raccolta ufficiale per il folletto di Minneapolis e, ad ogni modo, la sua migliore antologia. Partiamo proprio da ciò che mi ha spinto a fare l’acquisto, ovvero il terzo disco, quello contenente i lati B dei singoli.

Per chi non lo sapesse, Prince può vantare assieme a pochissimi altri artisti (tra cui cito i Beatles e le varie incarnazioni musicali di Paul Weller) una qualità dei suoi B-side del tutto analoga alle canzoni contenute negli album. Non si tratta insomma di semplici scarti, messi sul lato B dei singoli tanto per fare qualche sorpresa ai fan, ma di canzoni vere e proprie, scartate dagli album per ragioni di spazio o di diversità di tematica con l’album stesso, oppure ancora per quell’eccesso di creatività che da sempre caratterizza Prince. Insomma, se c’è la possibilità di pubblicare del nuovo materiale, il nostro non è certamente uno che fa il prezioso, anzi. Tanto che in questa raccolta non sono contemplati proprio TUTTI i B-side (così come non sono contemplati proprio TUTTI gli hit) perché altrimenti i dischi necessari a contenere tutto il materiale utilizzabile in questo tipo di antologia sarebbero stati come minimo quattro.

Ok, lo so, me ne sono accorto: sto dilungando molto e ho già scritto un sacco. Vabbè, provo lo stesso ad andare avanti, ma ovviamente lo fate a vostro rischio & pericolo. Allora, il terzo disco: si parte con la marcia trionfale di Hello (il lato B di Pop Life, 1985), alla quale fa seguito 200 Balloons, il lato B di Batdance (1989) col quale ne condivide parte del serrato e meccanico funk di base. Poi è la volta di Escape che non soltanto è il B-side di Glam Slam (1988) ma ne è il vero seguito, tanto sonoro quanto tematico. Seguono due scanzonati B-side dei primi anni Ottanta, ovvero Gotta Stop (Messin’ About) e Horny Toad – rispettivamente sui singoli Let’s Work (1981) e Delirious (1982) – dopodiché troviamo i più interessanti Feel U Up e Girl, rispettivamente il lato B di Partyman (1989) e quello di America (1985). Segue quella che secondo me è un’autentica gemma nascosta nello sterminato canzoniere di Prince, ovvero I Love U In Me, lato B di The Arms Of Orion (1989): si tratta di un’intensa canzone d’amore, intepretata dalla sola voce di Prince (che fa anche le belle parti corali) e dalla sua tastiera in veste di pianoforte. E’ davvero una canzone stupenda, che avrebbe meritato tutt’altra sorte.
A sua volta segue uno dei B-side più noti del nostro, ovvero il pulsante Erotic City (sul retro di Let’s Go Crazy, 1984), e quindi Shockadelica, inserita sul lato B di If I Was Your Girlfriend (1987) ma in realtà originariamente concepita come la già citata Feel U Up per l’album “Camille”, uno dei tanti progetti irrealizzati di Prince. Il grezzo funk di Irresistible Bitch è invece il B-side di Let’s Pretend We’re Married (1983) mentre la sensuale Scarlet Pussy che accompagnava I Wish U Heaven (1988) è un’altra delle canzoni del progetto “Camille”. E se il tecno-funk “cagnesco” di La, La, La, He, He, Hee (lato B di Sign ‘O’ The Times, 1987) è forse un brano trascurabile, il successivo She’s Always In My Hair è invece a mio parere uno dei pezzi migliori del nostro, “sprecato” come lato B di Raspberry Beret (1985). Altra grandissima canzone, che oso mettere anch’essa tra le migliori mai pubblicate da Prince, è 17 Days: questo coinvolgente ma a suo modo nostalgico brano pop-funk, realizzato col prezioso contributo dei Revolution, è stato originariamente “sprecato” per il retro di When Doves Cry (1984), mentre nell’album “Purple Rain” avrebbe fatto certamente più sensazione d’un brano scadente come Darling Nikki.
La melodica e jazzata How Come U Don’t Call Me Anymore, edita nel 1982 come lato B di 1999, è un’altra piccola gemma nascosta che avrebbe meritato certamente più considerazione: deve averla pensata come me anche la bella Alicia Keys, che ne ha fatto una cover in uno dei suoi primi album. Segue quindi il rock-blues di Another Lonely Christmas (retro di I Would Die 4 U, 1984) e poi lo spiritual sintetizzato di God (retro di Purple Rain, sempre 1984). Chiudono questa sensazionale raccolta due preziosi inediti: una versione dal vivo in studio di 4 The Tears In Your Eyes (il brano realizzato dal nostro con Wendy & Lisa per il progetto benefico “We Are The World”) e quindi il pop-jazz piacevolmente malinconico di Power Fantastic, altra collaborazione di Prince coi Revolution per un album del 1986 che avrebbe dovuto chiamarsi “The Dream Factory” ma che poi non è mai stato pubblicato in quanto tale.

Passando infine ai due dischi contenenti gli “Hits”, posso dire che si tratta di due raccolte eccellenti, comprendenti brani tratti dagli album del periodo 1978-1992 più alcuni succosi inediti come il quasi-country orchestrale di Pink Cashmere, un’intensa Nothing Compares 2 U registrata dal vivo coi New Power Generation, il sexy hip-hop di Pope e soprattutto la rockeggiante Peach, edita anche su singolo per promuovere l’antologia. Dal capitolo “Hits” è rimasto clamorosamente fuori Batdance, numero uno nella classifica americana del maggio 1989 (ma la polica dell’epoca della Warner in fatto di raccolte era forse restìa all’inserimento di brani tratti dalle colonne sonore come appunto Batdance è; dalla doppia raccolta “The Immaculate Collection” di Madonna, per esempio, è rimasto addirittura fuori quel successone di Who’s That Girl, brano tratto dalla colonna sonora dell’omonimo film), ma non mancano di certo brani princiani fondamentali come When Doves Cry, Kiss, Sign ‘O’ The Times, Purple Rain, Cream, 1999, Alphabet St., Diamonds And Pearls, Little Red Corvette, Controversy, Soft And Wet e I Wanna Be Your Lover. Per quanto mi riguarda, avrei preferito l’inclusione di America, Mountains, I Wish U Heaven e My Name Is Prince in luogo di brani come When You Were Mine, Uptown, Delirious e 7 ma, lo ribadisco, si tratta nel complesso di una raccolta eccellente.

Insomma, in ultimissima analisi, “The Hits/The B-Sides” è davvero la miglior antologia per qualsiasi appassionato di musica che voglia avvicinarsi per la prima volta alle canzoni di Prince o anche solo per testarne la straordinaria versatilità sonora nell’arco di ben quindici anni di storia. Se poi, come nel mio caso, questa antologia vi dovesse capitare davanti con un prezzo al di sotto dei 20 euro non vi fate scrupoli: prendete, pagate & portare a casa! Non ve ne pentirete.

– Mat

Fatti, smentite & opinioni personali sui Queen

queenQuei pochi che abitualmente leggono questo sito lo sanno: sono sempre stato un grande appassionato dei Queen. Il celeberrimo gruppo inglese è stato il primo verso il quale ho nutrito quella genuina manìa che ti porta a comprare in poco tempo tutti gli album e le raccolte fin lì realizzate. Per la verità ho ascoltato i Queen da sempre: anche se inconsapevolmente, mi ricordo benissimo di aver sentito – negli anni Ottanta, quand’ero bambino – brani come Another One Bites The Dust e Radio Ga Ga alla radio. Probabilmente conobbi il nome Queen sul finire di quel decennio, quando la Lancia (all’epoca vittoriosissimo marchio automobilistico impegnato nei rally con la mitica HF integrale) pubblicizzava i suoi successi con uno spot televisivo nel quale si sentiva l’originale We Are The Champions. E’ in quell’occasione che chiesi agli adulti ‘di chi è questa canzone?’. ‘Dei Queen’, mi rispose qualcuno.

In tutti questi anni, però, devo tristemente ammettere che ho letto & sentito più cazzate sul conto dei Queen e di Freddie Mercury che di ogni altro gruppo del pianeta. Per dirne una, ricordo benissimo anche un orribile articolo su una rivista musicale per adolescenti che compravo quando andavo alle superiori, “Tutto – Musica e Spettacolo”: in un servizio su Mercury a pochi anni dalla morte, si leggeva in una didascalia accanto ad una foto che Freddie si trovava in un party fra travestiti… era un’immagine tratta dal videoclip di The Great Pretender, ma quale party fra travestiti?! Come ho detto, ne ho sentite & lette davvero tante, sia dai comuni appassionati e sia da chi scrive di musica per mestiere (nel senso che viene pagata per farlo). E allora, imbarcandomi in una titanica impresa, ecco una serie di fatti veri, falsi (e quindi smentiti) e una serie di opinioni del tutto personali su quello che sono & che hanno rappresentato i Queen.

  • E’ difficile ascoltare casualmente i Queen: di solito li si ama o li si odia. Non restano però indifferenti, è impossibile non accorgersi della loro musica.
  • I critici musicali, dal canto loro, non li hanno mai potuti soffrire. Ho letto parole veramente cattive sulla musica dei Queen, ma anche all’indomani della morte di Freddie.
  • Però i dischi dei Queen sono vendutissimi e molto collezionati, anche prima che il tragico destino di Mercury ingigantisse il mito: album come “A Night At The Opera” (1975), “A Day At The Races” (1976), “The Game” (1980), “The Works” (1984), “A Kind Of Magic” (1986), “The Miracle” (1989) e “Innuendo” (1991) sono finiti dritti dritti in testa alla classifica inglese dell’epoca (e nelle Top Ten di mezzo mondo). Il tutto in un periodo in cui la concorrenza non era certo quella di Leona Lewis o Robbie Williams, non so se m’intendo.
  • La prima raccolta ufficiale dei Queen, “Greatest Hits” (1981), è attualmente il disco più venduto nel Regno Unito, scavalcando perfino il mitico “Sgt. Pepper” dei Beatles.
  • Tutti e quattro i componenti dei Queen hanno scritto almeno un hit di fama mondiale: We Are The Champions per Freddie Mercury, We Will Rock You per Brian May, Another One Bites The Dust per John Deacon, Radio Ga Ga per Roger Taylor. Sono canzoni strafamose che conoscono anche i sassi. Quali altri gruppi possono vantare una tale distribuzione di successi autoriali individuali per ogni singolo componente? Credo nessuno, nemmeno i Beatles…
  • Per quanto i quattro componenti dei Queen avessero prolificità autoriali ben diverse (i più attivi sono stati May e Mercury), la struttura del gruppo è sempre stata molto democratica, con ognuno libero di scrivere le proprie canzoni, di suonarsele e di cantarsele perfino.
  • I primi due album del gruppo, “Queen” (1973) e “Queen II” (1974) s’ispiravano anche nei titoli ai primi dischi dei Led Zeppelin: di lì a poco, tuttavia, i Queen diedero vita alla loro personale concezione del rock, incorporando nel loro inconfondibile stile epico elementi tratti dalla lirica, dalla classica, dal funk, dalla disco e sperimentando con l’elettronica. Non è raro trovare negli album dei Queen delle innocue canzoncine pop accanto a travolgenti episodi hard rock.
  • Freddie Mercury ha innovato il modo di concepire il rock innestandovi elementi operistici: già con Bohemian Rhapsody dei Queen (1975) ottenne un risultato a dir poco notevole, ma diede il meglio di sè in tal senso con l’album “Barcelona” (1988), realizzato con la regina della lirica, Montserrat Caballé.
  • Anche se non è vero che il primo videoclip della storia sia Bohemian Rhapsody, i Queen hanno però pubblicato per primi una raccolta di videoclip: “Greatest Flix” (1981).
  • Nei dischi dei Queen sono accreditati come musicisti/cantanti aggiuntivi: Joan Armatrading, David Bowie, Steven Gregory, Steve Howe, Michael Kamen, Mack, Fred Mandel, Arif Mardin, Mike Moran. Non accreditato: Rod Stewart.
  • Secondo alcune fonti, esiste una versione inedita di Play The Game dei Queen dove canta anche Andy Gibb. Non sono riuscito a saperne di più, le stesse fonti sui Bee Gees non mi sono state utili finora in tal senso.
  • Negli archivi si trovano diversi brani inediti dei Queen, fra cui (in ordine cronologico): Silver Salmon, Hangman, la cover di New York New York (nella sua forma integrale), Dog With A Bone, A New Life Is Born, Self Made Man e My Secret Fantasy. Più altre tre o quattro improvvisazioni registrate con Bowie durante l’incisione di Under Pressure.
  • Se in futuro dovessero spuntar fuori collaborazioni d’annata fra componenti dei Queen e Elton John o Rod Stewart o componenti dei Guns N’ Roses prendetele per buone.
  • I Queen si sono esibiti nel corso dello storico Live Aid (1985) in un cartellone che, fra gli altri, figurava Paul McCartney, Sting, David Bowie, Tina Turner, Madonna, Phil Collins, Mick Jagger e i redivivi Led Zeppelin: a detta di tutti sono stati i più grandi (sembrava che lo stadio di Wembley fosse lì solo per loro) e, di fatto, hanno surclassato tutti gli altri partecipanti alla manifestazione.
  • Il noto concerto di Wembley del luglio 1986 (in realtà furono due concerti, la sera dell’11 e quella del 12) non fu l’ultima esibizione dei Queen. Fu l’ultima nella loro città, Londra.
  • I celebri Mountain Studios situati nell’incantevole cittadina svizzera di Motreux sono appartenuti per molti anni ai Queen. Una statua di Freddie Mercury è stata posta sulle rive del lago di Givevra.
  • I Queen non si sono mai schierati politicamente, forse anche per questo la critica li ha sempre bistrattati.
  • Sono una delle rock band più istruite culturalmente: due di loro sono laureati (John e Brian), gli altri due diplomati.
  • Sono il gruppo pop-rock occidentale più popolare in Giappone. Molto amati anche in Sudamerica, nei primi anni Ottanta i Queen riempivano tranquillamente stadi da oltre 100mila persone.
  • Si sono esibiti in Italia solo in quattro occasioni: due appuntamenti al Festival di Sanremo e due concerti a Milano, tutti nel 1984.
  • Il singolo Radio Ga Ga venne pubblicato in anteprima in Italia, iniziando a circolare già nel dicembre 1983; curiosamente il copyright del quarantacinque giri era datato 1984.
  • Freddie Mercury è stato il più grande cantante rock e uno dei più carismatici e vitali front-men.
  • Brian May è uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Un gigante fin troppo sottovalutato (che diavolo c’avrà trovato l’umanità in Eric Clapton e Mark Knopfler la scienza me lo deve ancora spiegare…).
  • All’album “Mr. Bad Guy” di Freddie Mercury prendono parte, in un modo o nell’altro, tutti gli altri Queen: in particolare Man Made Paradise è un’esibizione di gruppo.
  • Brian May e Roger Taylor hanno partecipato, assieme a Giorgio Moroder, a Love Kills, successo solista di Freddie datato 1984.
  • May ha collaborato con numerosi altri celebri artisti, fra cui: Black Sabbath, Guns N’ Roses, Eddie Van Halen, Steve Hackett e Dave Gilmour.
  • Freddie Mercury ha registrato due canzoni (tuttora inedite) con Michael Jackson, There Must Be More To Life Than This e State Of Shock. Pare anche una terza, Victory, ma ci credo poco.
  • I Queen hanno registrato le musiche e le canzoni per due noti film: “Flash Gordon” (1980) e “Highlander” (1986).
  • Il vero nome di Freddie Mercury è Farroukh Bulsara, nato sull’isola di Zanzibar il 5 settembre 1946 da genitori di origine iraniana.
  • Freddie non è mai stato sposato, né ha mai messo al mondo dei figli. Era gay, dal 1985 al 1991 ha convissuto con Jim Hutton, tuttavia il suo più grande amore è stato Mary Austin, cui è stato fidanzato per gran parte degli anni Settanta. Mary è sempre rimasta amica di Freddie e ha ereditato la splendida villa vittoriana acquistata dal cantante nei primi anni Ottanta.
  • Freddie ha vissuto anche a New York e Monaco Di Baviera, in gioventù ha trascorso diversi anni in India.
  • Freddie non aveva la patente… però si faceva scarrozzare in giro con la sua Rolls Royce.
  • Freddie è morto la sera del 24 novembre 1991, quando mancavano pochi minuti alle diciannove (la notizia è trapelata verso la mezzanotte).
  • Parte dei proventi delle canzoni firmate da Freddie Mercury va ad un fondo per la ricerca contro l’aids, il Mercury Phoenix Trust.
  • L’idea originale del brano The Show Must Go On è di Brian May (quindi che nessuno mi venga più a rompere col fatto che Freddie abbia implicitamente autorizzato la band ad andare avanti senza di lui).
  • Un’altra canzone che molti attribuiscono a Mercury, These Are The Days Of Our Live, è stata invece composta da Taylor.
  • Il Roger Taylor che viene ringraziato nelle note di copertina dell’album “Blah-Blah-Blah” (1986) di Iggy Pop non è un componente dei Duran Duran, ma proprio il batterista dei Queen.
  • I Depeche Mode non hanno mai fatto da supporto nei concerti dei Queen.
  • “Made In Heaven” (1995) non è il fantomatico ultimo album dei Queen, bensì una compilation rimaneggiata dai tre Queen superstiti e comprendente brani più o meno inediti del periodo 1980-1991.
  • Non ho mai desiderato di comprare la cassetta (o il dvd) del “Freddie Mercury Tribute” dell’aprile 1992. Di fatto non ce l’ho.
  • Sul finire degli anni Novanta, John Deacon ha avuto il buon gusto di tirarsi fuori dalla vicenda dei Queen perché pensava che, in seguito alla morte di Freddie e dopo i necessari ‘tributi & omaggi’, la band avrebbe dovuto piantarla lì.
  • Brian May e Roger Taylor, che potrebbero tranquillamente far campare di rendita non solo essi stessi ma anche i propri nipoti, hanno avuto la genialata di resuscitare il marchio Queen. Per quanto niente possa importargliene, io non ho mai approvato quella decisione.
  • Non ho mai visto il musical “We Will Rock You” – basato sulle canzoni dei Queen – né ho intenzione di farlo in futuro.
  • Mi sono rifiutato di comprare due fra le più inutili compilation mai apparse sul mercato discografico: “Queen Rocks” (1997) e “Greatest Hits III” (1999).
  • In anni recenti è stata messa sul mercato una serie di orribili gioielli a nome di Freddie Mercury. Lo stesso sito ufficiale dei Queen pubblicizzava l’ignobile iniziativa.
  • Quel tale, Paul Rodgers, non c’entra un cazzo con la storia dei Queen. Per quanto mi riguarda non ho mai ascoltato i Free o i Bad Company e – considerando come stanno le cose – ora me ne vanto pure.
  • “The Cosmos Rocks” (2008) è un album che non entrerà mai in casa mia.
  • I signori May e Taylor (o chi per loro alla EMI) hanno svenduto la musica dei Queen alle aziende pubblicitarie.
  • Troppa gente continua a scrivere Freddie con la Y (…Freddy). Da parte sua, il cantante non ha mai gradito che lo si chiamasse Fred.
  • Nel 2007 s’è parlato molto d’un prossimo film biografico sulla vita di Freddie Mercury: fra gli attori contattati per interpretare la parte del cantante vi sarebbero il grande Johnny Depp e l’istrionico Sacha Baron Cohen (quello di “Borat”): pare che un tale onore spetterà a quest’ultimo.
  • Nel corso del 2009 tutti gli album da studio e dal vivo dei Queen sono stati pubblicati ad uscite periodiche in edicola, abbinati a “TV Sorrisi e Canzoni”: un’operazione che dimostra come i Queen siano molto popolari e amati dal pubblico più eterogeneo.
  • Poche chiacchiere: il 90% della musica dei Queen suona potente & attuale anche oggi.

Ovviamente non posso aver risposto coi fatti a tutte le stronzate che ho letto & sentito negli ultimi ventanni; se mi verrà da aggiungere qualcosa aggiornerò questo post.

– Mat

(aggiornato il 23 ottobre 2010)

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare.

– Mat

(ultimo aggiornamento il 7 aprile 2017)

Pure la musica ha le sue leggende metropolitane

paul-is-dead-copertina-lifeSul mondo del pop-rock e sugli svariati protagonisti che lo compongono – vivi o morti che siano – se ne sono dette davvero di tutti i colori. Si contano così storie inventate, storie improbabili ma affascinanti, storie verosimili, storie verissime anche se difficili da credere, tutte accomunate comunque da quella voglia di rappresentare la musica e i suoi personaggi come un mondo mitico dove tutto è possibile.

Il più delle volte, a dire il vero, queste storie sono macabre o rasentano il macabro, come nel celebre caso ‘Paul is dead’. Si tratta di una delle leggende più note del rock: Paul McCartney sarebbe morto nel 1966 durante un terribile schianto automobilistico. Il resto dei Beatles avrebbe preso quindi un sostituto che, con una leggera ritoccatina chirurgica, avrebbe sostituito segretamente Paul. E’ una bufala pazzesca, ovviamente, anche se i numerosi ‘indizi’ relativi a questa morte sono suggestivi: riferimenti più o meno espliciti sull’ipotetica morte di Paul paiono trovarsi in numerosi brani beatlesiani, fra cui Yellow Submarine, Strawberry Fields Forever, With A Little Help From My Friends, Fixing A Hole, A Day In The Life, All You Need Is Love, Blue Jay Way, Don’t Pass Me By, I’m So Tired, While My Guitar Gently Weeps, Let It Be e di sicuro qualcun’altra che ora mi sfugge. Ulteriori riferimenti si trovano nelle copertine dei dischi e nelle foto riguardanti i Beatles nel periodo 1967-70: in particolare negli scatti fotografici riguardanti gli album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e “Abbey Road”. Per rendersene conto, basta cliccare su un qualsiasi motore di ricerca le parole ‘paul is dead’ e se ne vedranno delle belle. Tutte stronzate, ovviamente, Paul McCartney è ancora vivo & vegeto, ma soprattutto bisogna ricordare che tra il ’65 e il ’69 è stato il motore trainante dei Beatles durante la fase discografica più strepitosa dei Fab Four.

Un’altra leggenda riguarda la morte della rockstar per antonomasia, ovvero Elvis Presley, avvenuta nell’agosto 1977: pare però che nel 1981 l’FBI abbia intercettato e catalogato come autentica una telefonata fatta da Elvis a qualcuno. Pare inoltre che in pochissimi hanno visto il corpo di Elvis, anche se una schiera di fan è convinta che il proprio idolo sia stato rapito dagli alieni!

E che dire di Jim Morrison, l’istrionico leader dei Doors? Lui pure non sarebbe morto (o meglio, non sarebbe morto nel luglio 1971, nella sua vasca da bagno…), tanto che un giornalista parigino ha affermato d’averlo visto & intervistato più volte negli anni seguenti. Anche in questo caso, pare che siano in pochissimi ad aver visto il cadavere di Jim…

Un’altra leggenda narra d’una setta religiosa che ce l’ha a morte con le rockstar, in particolare odia, chissà poi perché, quelle che nel nome hanno una J: così, tra il 1969 e il 1971, vengono fatti fuori Brian Jones dei Rolling Stones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, lo stesso Jim Morrison, più una tardiva parentesi nel 1980 con John Bonham dei Led Zeppelin e John Lennon. Che dire… suggestive coincidenze.

Altri miti circondano le morti violente dei rapper americani, tra i quali Notorius B.I.G., Tupac Shakur e Jam Master Jay dei Run DMC. E’ stata la mala? La casa discografica? Il produttore? Amanti gelose? Mariti traditi? Si è detto tutto e il contrario di tutto, con i mandanti ancora in giro mentre i dischi degli artisti scomparsi continuano a fruttare bei dollaroni ai loro eredi.

Anche la vita e la morte di quel gigante di Wolfgang Amadeus Mozart è attorniata da diverse leggende: in particolare, si dice che la sua morte, avvenuta nel dicembre 1791, sia stata architettata & commissionata dal compositore rivale Antonio Salieri, mentre Mozart era al lavoro sul suo celebre “Requiem”. Il bellissimo film di Milos Forman, “Amadeus” (consiglio di vederne il “Director’s Cut” del 2001) si fonda proprio su questa tesi. Facendo un salto di duecentotré anni e volando da Vienna a Seattle, scopriamo che pure la morte di Kurt Cobain è stata discussa con toni da chiacchiericcio complottistico. Si è detto che il suicidio del leader dei Nirvana altro non è che un omicidio bellebbuono… addirittura orchestrato dalla moglie, Courtney Love!

Una certa mole di chiacchiericcio riguarda la vita privata del compianto Freddie Mercury: era gay, si è sposato, ha avuto dei figli…? Quante storie: Freddie ha frequentato per anni Mary Austin, alla quale è stato sempre legatissimo, al punto da lasciarle la sua splendida villona al momento della morte e parte dell’eredità. Freddie era gay, questo sì, non si è mai sposato e non ha mai avuto dei bambini. Sempre a proposito di Mercury, negli anni Novanta si vociferava una sua presunta love story col celebre ballerino russo Rudolf Nureyev. Questi avrebbe dichiarato, all’indomani della scomparsa del leader dei Queen: ‘pioveva e io piangevo la morte del grande Freddie Mercury’. Pare che Nureyev scrivesse Eddie invece di Freddie nelle sue lettere indirizzate al cantante; qualcuno, ancora con gusto macabro, ha fatto notare che i due artisti sono morti a pochi anni di distanza l’uno dall’altro a causa della stessa malattia, l’AIDS.

Altre leggende sono invece decisamente più ingenue o addirittura comiche: lo sapevate che nel 1987, nel pieno d’una guerra legale per il nome Pink Floyd, Roger Waters si fece confezionare ben cento rotoli di carta igienica con la faccia di David Gilmour stampata su ogni strappo?! Chi può dirlo, potrebbe anche essere vero. E che dire della soffiata che Yoko Ono avrebbe fatto alla polizia giapponese per far arrestare Paul McCartney (ancora lui, poveraccio…) all’aeroporto di Tokyo nel 1980? Sembrano decisamente fondate, al contrario, queste altre dicerie: in alcuni dischi di Den Harrow e di Corona la voce che ascoltiamo non è quella dei due nomi in questione (ad esempio, in The Rhythm Of The Night, il celebre hit di Corona degli anni Novanta, era in realtà cantato da Jenny B.); Andrew Ridgley non facesse un benemerito ‘c’ durante l’incisione delle canzoni dei Wham!George Michael stava in studio mentre Andrew se ne andava a spasso sulle Ferrari!

Per quanto mi riguarda, le leggende che più mi appassionano sono le presunte collaborazioni musicali fra gli artisti più disparati e la genesi stessa di certi dischi e/o canzoni. Vediamo qualche caso: non è vero che Syd Barrett dei Pink Floyd partecipi a What’s The New Mary Jane dei Beatles ma non è infondato che a duettare con Michael Jackson (il quale, secondo un’altra nota leggenda, dormirebbe in una camera iperbarica per mantenersi giovane) in In The Closet vi sia Madonna (accreditata sull’album “Dangerous” come Mystery Girl… se ci fosse stato scritto Material Girl forse non avremmo avuto dubbi!). Pare che i brani più rappresentativi di Led Zeppelin e Queen, rispettivamente Stairway To Heaven e Bohemian Rhapsody, siano delle messe nere suonate al contrario. Premesso che non mi va di rovinare il mio giradischi, la mia puntina ma soprattuttto i miei amati elleppì, non potrei fregarmene di meno se quelle due fantastiche canzoni contengano dei messaggi inneggianti al demonio. Belle come sono, quelle due canzoni potrebbero anche contenere degli insulti verso di me… sarebbero belle lo stesso!! C’è chi sostiene, invece, che il testo di Angie dei Rolling Stones sia un inno d’amore verso Angela, all’epoca (il 1973) moglie di David Bowie: Mick Jagger e Keith Richards, gli autori, hanno smentito dicendo che si tratta della figlia di uno dei due, ora non ricordo di chi.

Ci sono di sicuro altre leggende & dicerie sul conto di molte rockstar e compositori classici: se ne conoscete delle altre potete aggiungerle fra i commenti.

(riadattamento d’un post del

Ryuichi Sakamoto

ryuichi-sakamoto-immagine-pubblicaHo conosciuto quel geniale ed eclettico artista giapponese che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto grazie ai dishi di David Sylvian, dato che il cantante inglese s’è avvalso spesso e volentieri del talento creativo di Sakamoto. A dire il vero, fino ad una decina d’anni fa, ignoravo bellamente che Forbidden Colours, il pezzo più famoso di Sylvian e uno dei brani che amo di più, fosse in realtà una canzone di Sakamoto cantata da David.

Ryuichi Sakamoto, classe 1952, è probabilmente la più grande star musicale del Giappone e uno dei migliori compositori di colonne sonore. Numerose le sue collaborazioni con famosi artisti internazionali, fra i quali, oltre al già citato David Sylvian (e ai suoi progetti quali Japan e Nine Horses), troviamo Iggy Pop, i PiL, Caetano Veloso, Youssou N’Dour, Arto Lindsay e gli Aztec Camera.

Mago del pianoforte e delle tastiere, Ryuichi Sakamoto ha debuttato discograficamente nel 1978 con gli Yellow Magic Orchestra, un trio techno-pop giapponese del quale ha fatto parte fino allo scioglimento del gruppo stesso, nei primi anni Novanta. Nel frattempo, oltre ad aver realizzato diversi e celebrati album solisti (qui cito la trilogia composta da “Neo Geo” del 1987, “Beauty” del 1989 e “Heartbeat” del 1991), ha musicato numerose e fortunate colonne sonore, fra le quali “Furyo” (la sopracitata Forbidden Colours è parte di questa colonna sonora), “L’Ultimo Imperatore”, “Un Té nel Deserto” e “Femme Fatale”. Ha anche recitato da attore, sia in alcuni degli stessi film che ha musicato (in “Furyo” è accanto a David Bowie) e sia in parti minori, quali il video di Rain, una canzone di Madonna datata 1992.

Insomma, davvero un artista – un artista nel vero senso della parola – completo, questo Ryuichi Sakamoto, un personaggio in continuo fermento creativo che non ha mai rinunciato a sperimentare con i suoni e le immagini.

The Clash, “Cut The Crap”, 1985

the-clash-cut-the-crap-immagine-pubblicaScrissi questo post – a metà fra una scheda tecnica & una recensione – sul blog parallelo a Parliamo di Musica, ovvero Parliamo dei Clash… durò poco, tuttavia, e così trasferii il tutto su Pdm… e ora qui!

CUT THE CRAP
CBS, 8 novembre 1985

NOTE
Sesto e ultimo album da studio dei Clash, dura 38′ e 21” (la riedizione in CD del 1999 include un brano in più che porta la durata a 41′ e 32”).

FORMAZIONE
Joe Strummer (voce, cori, chitarra?), Paul Simonon (basso, cori), Nick Sheppard (chitarra, cori), Vince White (chitarra, cori), Pete Howard (batteria, cori?).

ALTRI MUSICISTI
Bernie Rhodes (sintetizzatori, drum machine programming, cori?), Norman Watt-Roy (basso, cori?), Michael Fayne (percussioni).

PRODUZIONE
Bernie Rhodes e Joe Strummer (accreditati come “José Unidos”).

STUDIO
Non specificato, Monaco Di Baviera (Germania).

BRANI
1. Dictator (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 2. Dirty Punk (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 3. We Are The Clash (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 4. Are You Red..Y (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 5. Cool Under Heat (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 6. Movers And Shakers (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 7. This Is England (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 8. Three Card Trick (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 9. Play To Win (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 10. Fingerpoppin’ (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 11. North And South (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 12. Life Is Wild (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 13. Do It Now (Joe Strummer, Bernie Rhodes) [solo nella riedizione]

STORIA/RECENSIONE
Nel corso del 1984 debutta dal vivo una nuova formazione dei Clash, composta da Joe Strummer, Paul Simonon (i soli due membri originali della band) e da tre giovani nuovi componenti, ovvero Pete Howard (nei Clash già dal 1983), Nick Sheppard e Vince White. In questi concerti i ‘nuovi’ Clash presentano delle nuove canzoni come This Is England, Dictator, Are You Red..Y e We Are The Clash (quest’ultima sembra un proclama contro Mick Jones) ma già i ‘vecchi’ ammiratori del gruppo cominciano a sentire puzza di bruciato, cosa che non passa inosservata a Joe Strummer. Tuttavia la casa discografica fa pressioni affinché si dia un seguito al fortunato “Combat Rock” del 1982. E così, al principio del 1985, i Clash sono a Monaco di Baviera per incidere quello che sarà ricordato come il loro ultimo album da studio, nonché come il disco più controverso della loro carriera. Senza Mick Jones, stavolta è Bernie Rhodes a condurre il progetto: quello che una volta era il manager-mentore dei Clash (tranne che nel biennio 1979-80), dopo aver fatto pressioni su Joe e Paul per eliminare Mick, si reinventa come musicista e, praticamente, come nuovo membro della band. Sua intenzione è di infondere al seguito di “Combat Rock” un sound decisamente contemporaneo: così s’inventa una tessitura di tastiere, sintetizzatori e suoni campionati sulla quale riversare chitarre taglienti (e piuttosto distorte) e cori da stadio. Aggrega alle sessioni diversi turnisti non menzionati nelle note di copertina, tra cui il bassista dei Blockheads, Norman Watt-Roy (che aveva già partecipato a “Sandinista!”), a discapito di Paul Simonon e Pete Howard (il loro contributo strumentale a “Cut The Crap” è probabilmente simbolico). Strummer contribuisce con la cosa che più gli riesce, ovvero i testi delle canzoni e, sotto questo aspetto, forse “Cut The Crap” non è così malvagio negli intenti. Tuttavia, una volta terminato il disco, l’uso dei sintetizzatori, delle batterie programmate ma soprattutto il pessimo mixing complessivo spaventò e deluse i fan storici dei Clash. C’è da dire che nelle fasi finali di lavorazione di “Cut The Crap” Joe si era chiamato fuori dal gruppo: e così Bernie Rhodes ne ha scelto la grafica, il titolo, e per giunta (o per merito, questo è da discutere) si è accreditato come coautore insieme a Strummer di tutti i brani. Personalmente non trovo così scabroso questo “Cut The Crap”… certo, è il disco più bastardo che i Clash abbiano mai realizzato e chiamarlo ‘disco dei Clash’ risulta una forzatura, ma sinceramente, preso per quello che è, lo trovo più divertente di “Give ‘Em Enough Rope”. Il mixing è in effetti terribile ma non mancano le belle canzoni: This Is England (unico singolo tratto da “Cut The Crap”) è grandiosa e memorabile, la lenta North And South ha una melodia che cattura all’istante (qui Strummer duetta con un altro del gruppo che non ho mai capito chi è…) e Fingerpoppin’ suona come un deciso brano anni Ottanta. Altri pezzi sono (ripeto) divertenti, come We Are The Clash, Dictator e Dirty Punk, altri ancora sono decisamente trascurabili, in particolare Play To Win che è un classico riempitivo.

CURIOSITA’ VARIE
Fingerpoppin’ doveva essere il secondo singolo estratto dall’album ma ormai i Clash erano allo sbando, con Strummer fuori ed i giovani Howard, Sheppard e White praticamente liberi di andarsene.
Bernie Rhodes ha difeso le sonorità del disco, in particolare le sue moderne tecniche di registrazione, asserendo che Madonna stava facendo (negli anni Ottanta) un disco che utilizzava le basi di “Cut The Crap”.

– Mat