Depeche Mode, “Spirit”, 2017

Depeche Mode Spirit immagine pubblicaComprato venerdì 17, nel giorno della sua uscita, “Spirit”, il nuovo album dei Depeche Mode, si è già rivelato per me una delusione. Un disco brutto non direi, anche perché, di dischi letteralmente brutti, i nostri non ne hanno mai fatto, ma un disco superfluo, che non aggiunge niente alla storia gloriosa di questa band che tiene botta dal 1981 è un qualcosa che posso dire pacificamente, nonostante il grande amore che da sempre provo per i Depeche Mode. Già il singolo apripista, il ben poco esaltante Where’s The Revolution, aveva ridimensionato le mie aspettative, ma i tre quattro ascolti che finora ho dedicato a “Spirit”, sia con lo stereo a palla, che con le cuffie e sia in autoradio hanno confermato le mie impressioni iniziali: un disco del quale si potrebbe anche fare a meno.

“Spirit” è sostanzialmente un disco dark, come probabilmente non se ne fanno più, o almeno non farebbe più una band del calibro e con la storia dei Depeche Mode, e la cosa di per sé sarebbe pure un merito; tuttavia in quanto ad atmosfere tenebrose, notturne, crepuscolari & simili i nostri hanno già fatto canzoni decisamente superiori. Qui mancano melodie riconoscibili, ritornelli cantabili, passaggi musicali memorabili; è tutto un po’ dimesso, con un’elettronica più minimale rispetto a quanto sentito negli ultimi tre album ma anche decisamente meno coinvolgente. Mi viene da rimpiangere “Delta Machine“, ecco il punto.

In alcuni brani, inoltre, la voce di Dave Gahan – una delle più belle di sempre in ambito pop-rock, una voce che per giunta è letteralmente sbocciata da almeno quindici anni a questa parte, arricchendo essa stessa da sola ogni puntuale uscita dei nostri – è stata anche fastidiosamente ritoccata con effetti da studio. Magari la cosa resta funzionale al sound che si voleva dare alla canzone in questione, tuttavia ritoccare una voce così bella al naturale è per me un peccato gravissimo. Punibile con la fucilazione, ecco.

Inizio già a provare profonda antipatia per quel tale, James Ford, un signor nessuno per quanto mi riguarda, che è subentrato a Ben Hillier in qualità di produttore. Se l’artefice d’un tale scempio è stato il signor Ford, voglio la sua testa. Per il resto, il signor produttore non sembra avere una sua personalità; se ce l’ha, io non l’ho avvertita dall’ascolto di “Spirit”. Un ascolto complessivo che, per giunta, mi ha portato alla noia all’approssimarsi puntuale della nona decima canzone (sulle dodici totali).

In definitiva, è tutto da buttare? Diciamo che si può salvare il primo brano in programma, Going Backwards, decisamente il meglio che “Spirit” abbia da offrire: tetro, pulsante, amaro, disilluso, con quel finale in cui le voci di Dave Gahan e Martin L. Gore, intrecciandosi, affermano che noi – uomini moderni alle prese con una vera e propria involuzione (è questo un po’, se vogliamo, il manifesto del disco, o il suo spirito, per restare sul pezzo) – non sentiamo più niente dentro perché in fondo non abbiamo più niente dentro. Posso anche essere d’accordo. Se però in questo “noi” includiamo gli stessi Depeche Mode, ovviamente.

-Mat

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Aspettando i Depeche Mode

depeche-mode-2017-wheres-the-revolutionUscirà domani 3 febbraio il nuovo singolo dei Depeche Mode, Where’s The Revolution, primo estratto dall’album “Spirit“, che verrà pubblicato dalla Sony il prossimo 17 marzo. Li seguo da almeno vent’anni, i Depeche Mode, e se nel giro di poco tempo sono andato a procurarmi tutti i loro album pubblicati dal 1981 al 1993, a partire dal 1997 non mi sono mai perso un’uscita discografica di quella che resta una delle mie band preferite.

Devo pur ammettere, ahimè, che per quanto pregevoli, gli ultimi lavori dei miei beniamini non mi hanno mai esaltato granché. Attendo con una certa curiosità questo “Spirit” di prossima distribuzione, tuttavia ricordo benissimo la sensazione che mi accompagnò quando andai a comprarmi il disco precedente, “Delta Machine” (2013): grande curiosità, per l’appunto, ascolti a ripetizione del bel singolo Heaven, ascolto dell’album ripetuto per un mesetto buono, soprattutto in macchina, e quindi dritto nella collezione a far numero, pressoché inascoltato da quattro anni a questa parte.

Stessa sorte che è toccata ai precedenti “Sounds Of The Universe” del 2009 (nonostante l’acquisto del formato deluxe, un bel cofanettone multiformato in edizione limitata) e “Playing The Angel” del 2005, comunque il migliore tra gli album pubblicati dai nostri dal 2001 in poi. Un anno, quel 2001, in cui non soltanto andai a comprarmi tutto eccitato il poco eccitante “Exciter” e i suoi relativi quattro ciddì singoli ma, soprattutto, ebbi il piacere di ascoltare e vedere dal vivo i Depeche Mode per la prima volta, al palazzetto dello sport di Bologna. E se nel 2004 mi gustai a distanza ravvicinata un dj-set tutto pescarese del solo Andy Fletcher, due anni dopo tornai a vedere la band dal vivo al gran completo, in uno stadio Olimpico strapieno. Fu l’ultima volta che andai a un loro concerto, anche perché attorno al 2010 smisi del tutto di andare a concerti. Non mi divertivo più, ecco. Cominciavo inoltre a sentire il peso degli anni. Essì.

L’ultimo disco dei Depeche Mode che mi sia davvero piaciuto è quindi “Ultra”, pubblicato la bellezza di venti anni fa (mioddio… venti anni fa… sembra ieri…): all’epoca fu l’album del ritorno, dopo che a metà anni Novanta la band venne data per spacciata, dopo il sofferto abbandono di Alan Wilder e i grossi problemi di droga di Dave Gahan. Ma il talento autoriale di Martin L. Gore restò intatto, Dave prese a cantare come mai aveva cantato prima e la band si affidò a un produttore esterno, Tim Simenon (pratica attuata da allora fino ad oggi, con l’inedito James Ford in cabina di regia), il quale effettuò un lavoro tanto difficile quanto egregio. “Ultra” fu un successo sia di critica che di vendite, permettendo rapidamente ai nostri di risalire la china. E il resto è storia recente.

Ecco, volevo proporre una carrellata della discografia dei Depeche Mode da “Delta Machine” del 2013 fino al primo “Speak & Spell” del 1981 ma penso di aver divagato fin troppo. Tornerò presto a scriverne qui, dei dischi dei Depeche Mode, certamente in occasione dell’uscita di “Spirit” il mese prossimo. Se andrò a comprarlo? Ma certamente, miei cari.

-Mat

Depeche Mode, “Violator”, 1990

Depeche Mode ViolatorL’album dei Depeche Mode che più amo, “Violator”, rappresenta per me il vertice creativo ed espressivo della band inglese, dopo una straordinaria (e unica, a ben vedere) ricerca elettrosonora durata per tutti gli anni Ottanta. Disco orecchiabile & oscuro in egual misura, intenso, coinvolgente, “Violator” vanta un’elettronica mai così calibrata nella discografia dei nostri, lasciando spazio a chitarre, percussioni e arrangiamenti orchestrali senza perciò alterare minimamente lo stile tipico dei Depeche Mode. Il risultato, di fatto, rappresenta tuttora il loro maggior successo commerciale nella categoria degli album.

Album che si apre sulle note ipnotiche del singolo World In My Eyes, quasi una breakdance psichedelica; col suo invito a intraprendere un viaggio con la mente, è proprio l’apertura adatta. Segue l’intensa The Sweetest Perfection, dove Martin L. Gore canta una delle migliori canzoni dei Depeche Mode: l’approccio complessivo del brano è piuttosto rock, immerso però in un’atmosfera alquanto sofferta e solenne.

A seguire troviamo la famosa Personal Jesus, primo estratto dall’album, uscito già nell’agosto 1989; canzone ripetitiva e martellante ma assolutamente irresistibile, grazie anche all’utilizzo ritmico della chitarra, Personal Jesus resta tuttora un grande cavallo di battaglia negli spettacoli dal vivo dei Depeche Mode. Quindi è la volta di Halo, brano drammatico e coinvolgente che fonde elementi techno con influenze rock; la voce di Dave Gahan è poi da brividi. Seppure mai pubblicata come singolo, Halo venne tradotta in immagini da Anton Corbijn in un bel videoclip dai richiami felliniani.

La lenta Waiting For The Night, in pratica un duetto fra Dave e Martin, è una delle canzoni d’atmosfera più memorabili dei nostri: sono sei minuti che ci trasportano in una dimensione onirica e crepuscolare (mai titolo suona più adatto). Segue la strafamosa Enjoy The Silence, probabilmente il brano più rappresentativo e conosciuto dei Depeche Mode: un ritmo dance, una chitarra in bell’evidenza con tanto di dita che slittano sulle corde (un effetto che alcuni considerano un errore di esecuzione ma che a me piace troppo), un ritornello orecchiabilissimo, un’elettronica misurata e coinvolgente. Pubblicata come singolo nel febbraio 1990, Enjoy The Silence è stata rilanciata nel 2004 dall’efficace remix di Mike Shinoda dei Linkin Park, nella versione Reinterpreted.

Al termine di Enjoy The Silence siamo alle prese con un breve interludio chitarristico chiamato Crucified (la voce distorta che si sente è quella di Andy Fletcher), dopodiché irrompe Policy Of Truth, un brano più vicino agli stilemi del pop-rock; forte d’un testo piuttosto impegnato, con rimandi politici e sociali, Policy Of Truth è un’altra canzone memorabile, edita anch’essa su singolo.

Con Blue Dress ritroviamo Martin al canto, protagonista d’una pulsante e soffusa ballata elettronica, al termine della quale ci imbattiamo in un secondo interludio, quasi un frammento d’opera lirica, con la voce di Gore sovraincisa più volte; questo di Blue Dress è un capitolo molto emozionante, semplicemente fra i migliori registrati dai Depeche Mode. Il tutto sfuma infine nella minacciosa introduzione di Clean: è la canzone più dark del disco, forte anche d’una maiuscola prestazione vocale di Dave Gahan che fa di questo brano una maestosa conclusione per quello che è indiscutibilmente uno degli album più rappresentativi degli anni Novanta.

In “Violator” si possono quindi ascoltare alcune delle più belle canzoni mai scritte da Martin Gore e alcuni fra gli arrangiamenti più suggestivi curati da Alan Wilder, l’architetto sonoro della band negli anni 1983-1994. Un disco imperdibile per poter apprezzare pienamente la musica dei Depeche Mode.

-Mat

Depeche Mode, “Wrong”, 2009

depeche-mode-wrong-immagine-pubblica-blogSto apprezzando sempre di più Wrong, il nuovo singolo dei Depeche Mode, in programmazione radiofonica da qualche settimana a questa parte.

La prima volta – un mese fa – che ho ascoltato questa nuova, attesa canzone dei Depeche Mode, mi sono detto, ‘va bene, è buona, mi ricorda qualcosa dell’atmosfera di “Songs Of Faith And Devotion”.’ Invece devo dire che è proprio forte, questa Wrong, sta diventando una delle mie canzoni depechiane preferite, altrochè! Mi piace quello strisciante tempo medio – una sorta di blues elettronico – così come il canto rabbioso di Dave Gahan, mentre un sintetizzatore d’annata scandisce alcuni momenti di riflessione. E c’è molto da riflettere, perché il mitico Martin Gore, l’autore di Wrong e della maggior parte del canzoniere dei Depeche Mode, ammette d’aver sbagliato in un sacco di situazioni, anzi d’avere inerentemente qualcosa di sbagliato. Così come lo penso io di me stesso.

Martin Gore ha sbagliato, i Depeche Mode hanno sbagliato, il vostro Mat ha sbagliato… ma poi a ben vedere hanno sbagliato in molti. Hanno sbagliato gli italiani, hanno sbagliato gli europei, ha sbagliato il papa, ha sbagliato il berlusca, ha sbagliato la lega, ha sbagliato Montezemolo, ha sbagliato la Ferrari, ha sbagliato la FIA, ha sbagliato l’Istat, ha sbagliato la mafia, ha sbagliato chi ha voluto l’euro, ha sbagliato chi non ha alzato gli stipendi, ha sbagliato chi ha fatto della precarietà uno stile di vita, ha sbagliato chi non si ribella mai, ha sbagliato chi ha perso del tutto il senso critico, ha sbagliato chi si genuflette continuamente alla chiesa, hanno sbagliato i terroristi, hanno sbagliato gli americani (‘to loooooooooooong’ come fa Martin da controcanto a Dave in Wrong), ha sbagliato l’Iran, ha sbagliato la Cina, ha sbagliato Valentino Rossi, ha sbagliato il presidente della Repubblica, hanno sbagliato (e clamorosamente male) gli economisti, hanno sbagliato i medici, hanno sbagliato i tabaccai, hanno sbagliato gli spacciatori, hanno sbagliato i turisti, hanno sbagliato i rapitori, hanno sbagliato gli automobilisti, hanno sbagliato i discotecari, hanno sbagliato quelli che vedono la televisione, hanno sbagliato i registi, hanno sbagliato i blogger, hanno sbagliato gli editori, hanno sbagliato i giornalisti, hanno sbagliato gli intellettuali, hanno sbagliato gli artisti & chi più ne ha più ne metta.

E in tutto questo una canzone come Wrong mi sembra la perfetta colonna sonora. Ecco, io eleggerei Wrong dei Depeche Mode inno mondiale del 2009.

– Mat

Anton Corbijn, “Control”, 2007

anton-corbijn-controlFinalmente ieri sera ho visto “Control”, l’atteso film di Anton Corbijn sulla vita di Ian Curtis, il tormentato leader dei Joy Division morto suicida nel 1980. Film che è uscito nelle sale sul finire del 2007, che sta continuando ad aggiudicarsi premi e riconoscimenti ma che da noi, nella comalsolito arretrata Italia, non è nemmeno stato distribuito. Me lo disse un negoziante di dischi in tempi non sospetti, ‘a Mattè, l’Italia è l’Africa dell’Europa!’. E come dargli torto? Ma vabbé, polemiche a parte, passiamo al film.

Un mio amico smanettone s’è scaricato “Control” nelle settimane scorse, dopodiché mio fratello s’è fatto fare una copia in divvuddì, copia che ieri sera, per l’appunto, è finita nel mio vecchio caro portatile. E così, imbacuccatissimo a letto per via dell’influenza che mi ha tormentato in questi ultimi giorni, mi sono sparato questo film tutto d’un fiato, nella versione originale, senza sottotitoli.

E’ un film magistralmente girato in bianco e nero, dove lo stile del regista, Anton Corbijn – uno dei più acclamati fotografi/scenografi rock (io ho imparato ad apprezzarlo negli anni per le sue tante collaborazioni coi Depeche Mode) – è perfettamente riconoscibile. Le ambientazioni – ovvero Manchester & sobborghi fra il 1973 e il 1980 – sono ben fatte, un po’ meno i costumi, soprattutto per quanto riguarda l’attore che impersona Peter Hook, il bassista dei Joy Division, che pare vestire come se fosse una delle solite band fintopunk di derivazione Green Day. Ma a proposito di attori, è stato veramente bravissimo il giovane Sam Riley, quello che impersona lo stesso Ian Curtis, bravissimo nell’interpretarlo in tutti i mutevoli stati emotivi dell’angustiato cantante, dalla presenza sul palco con la band alle improvvise crisi epilettiche, passando per gli sconfortanti momenti di solitudine. Per giunta gli somiglia pure fisicamente! Altrettanto bravissima – e in questo caso me l’aspettavo perché ho avuto modo d’apprezzarla in altri film – è Samantha Morton, che qui interpreta Deborah Curtis, la moglie di Ian, autrice del libro biografico “Touching From A Distance” dal quale Corbijn ha poi tratto la storia del film (per la gioia dei fan joydivisioniani questo libro è stato tradotto anche in italiano… almeno quello ce lo siamo cagati…). Incredibilmente somigliante all’originale è anche l’attore che interpreta Bernard Sumner, il chitarrista dei Joy Division, in seguito nei New Order con gli stessi Peter Hook e Stephen Morris. Ecco, l’attore che impersona quest’ultimo, il batterista del gruppo, è quello meno caratterizzato nel film, ma c’è da dire che gli stessi New Order sono (stati) persone molto poco appariscenti, per cui forse Corbijn non è riuscito a cavare molto dalla collaborazione effettiva della band (che ha anche composto dei brevi interludi strumentali come colonna sonora) e della stessa vedova Curtis.

La poca caratterizzazione dei personaggi è per me il vero punto debole di “Control”, film che gioca più sulle sensazioni scaturite dalle immagini (e il bianco & nero scelto per la pellicola è azzeccatissimo) che sulla psicologia dei protagonisti, per quanto (e lo ripeto) i due attori principali – la Morton e Riley – sono stati bravissimi. Un altro punto debole di “Control” è la lentezza della storia: mi aspettavo più dinamismo, confesso che a tratti la visione del film mi ha annoiato.

Altra cosa che mi ha convinto a metà è stata la colonna sonora: ottimo David Bowie – lo si ascolta un sacco nella prima parte del film e lo si vede molto come poster & ritagli & dischi nella cameretta di Ian – ma veramente non ho capito perché soltanto due sono le canzoni originali dei Joy Division che si ascoltano nel film, vale a dire le pur splendide Love Will Tear Us Apart e Atmosphere. Le altre sono infatti eseguite dagli stessi attori che interpretano i Joy Division: sono stati bravi anche in questo caso, per carità, ma io ho visto questo film principalmente per sentirmi i pezzi originali dei miei amati Joy Division! Eccheccazzo!

Però, tuttosommato, ammetto che è stato piacevole vedere la storia di Ian Curtis e dei Joy Division in forma di film e mi dispiace davvero che “Control” non sia uscito nel circuito cinematografico italiano.

Ah, ultima cosa, mi sono emozionato quando scorrevano i titoli di coda (con Shadowplay rifatta dai Killers e non nella versione originale, sgrunt, ma lasciamo perdere…) e fra i ringraziamenti il buon Anton ha incluso Martin L. Gore dei Depeche Mode. Gli amici non si dimenticano mai!

– Mat

Depeche Mode, “Music For The Masses”, 1987

depeche-mode-music-for-the-masses-immagine-pubblica-blogRitengo “Music For The Masses” il miglior album che i Depeche Mode hanno pubblicato nel corso degli anni Ottanta. E’ un lavoro intenso e definitivamente maturo, dove l’elettronica viene usata come se si stesse registrando un disco rock, un metodo di lavoro che troverà perfetto compimento nell’album successivo, “Violator”.

E’ anche il primo album della band inglese ad avvalersi d’un produttore, Dave Bascombe, esterno al ‘giro’ della band, vale a dire Daniel Miller e Gareth Jones. E così “Music For The Masses” suona radicalmente diverso rispetto ai lavori precedenti dei Depeche Mode, pur mantenendo riconoscibilissimo il caratteristico stile dei nostri.

L’album si apre con un brano assolutamente magnifico, Never Let Me Down Again, una delle canzoni più celebri e belle dei Depeche Mode, edita anche su singolo. Un brano adattissimo all’ascolto in macchina, imponente ed epico, con un testo universale e una strumentazione avvolgente che accompagna l’ascoltatore in una dimensione sonora assai emozionante. Da antologia l’incrocio finale fra le voci di Dave Gahan (‘never let me down’) e Martin Gore (‘see the stars they’re shining bright’). In effetti basterebbe la sola Never Let Me Down Again a giustificare l’acquisto di “Music For The Masses”.

La dolente The Things You Said è invece cantata interamente da Martin: una lenta canzone caratterizzata comunque da un ritmo pulsante che la rende anch’essa adatta all’ascolto mentre si è in movimento. Resta senza dubbio uno dei brani più affascinanti dei Depeche Mode. Segue Strangelove, altro brano famoso dei nostri, qui in una versione molto diversa da quella pubblicata su singolo: altro pezzo imponente e coinvolgente (semplice e geniale il riff principale della tastiera), Strangelove è da sempre uno dei cavalli di battaglia dei Depeche Mode nei loro spettacoli dal vivo.

La coda di Strangelove è legata alla canzone successiva, l’ombrosa Sacred, forte tuttavia di un’accentuata sensibilità pop. Le fa seguito la drammatica Little 15, una canzone alquanto sinfonica, dall’incedere piuttosto tetro: è una di quelle canzoni che forse non possono piacere al primo ascolto ma che, successivamente, si rivela per quella che è, ovvero l’ennesima perla dei nostri.

Behind The Wheel ci riporta invece sulla strada, con un testo inequivocabile – cantato all’unisono da Dave e Martin – e una base ritmica pulsante vagamente dance. Da segnalare la versione del singolo, un bel remix che ne potenzia enormemente la resa sonora complessiva. Lasciata la strada, c’imbattiamo nella supplica di I Want You Now, cantata dal solo Martin Gore: è un brano dall’atmosfera simile alla precedente Little 15, dolente ed epico al tempo stesso.

Segue la grave To Have And To Hold, brano fra i più oscuri e tetri dei Depeche Mode, cantato dalla caratteristica voce baritonale di Dave Gahan: coi suoi inquietanti campionamenti in primo piano, To Have And To Hold ci riporta indietro alle sonorità di “Some Great Reward”, album dei nostri datato 1984.

L’atmosfera generale si schiarisce con Nothing, un brano più pop nell’approccio ma anch’esso adattissimo all’ascolto in movimento. Conclude il tutto un brano strumentale, l’epica Pimpf, registrata per sovraincisioni progressive di tastiere e cori; una prova drammatica e sinfonica, utilizzata come introduzione ai concerti che i Depeche Mode eseguivano durante il “Tour For The Masses” del biennio 1987-88.

Complessivamente posso affermare che “Music For The Masses” è un disco essenziale per chi vuole conoscere a fondo i Depeche Mode e per tutti gli amanti della musica degli anni Ottanta. E’ un disco che dà una definizione personalissima & originale di che cosa sia la pop music e che suona ancora splendidamente attuale.

Depeche Mode, “Songs Of Faith And Devotion”, 1993

depeche-mode-songs-of-faith-and-devotion“Songs Of Faith And Devotion” contende a “Violator” il titolo di miglior album dei Depeche Mode. Personalmente preferisco “Violator” ma questo “Songs” è un lavoro straordinario che segna il punto più alto dell’evoluzione stilistica raggiunto dalla celebre band inglese.

Nonostante tutte le canzoni portano la firma di Martin Gore, il sound complessivo di questo disco riflette il desiderio di Dave Gahan d’inserirsi nel filone dell’alternative rock, un genere che all’epoca stava segnando il culmine del suo successo critico/commerciale, sulla scia di band quali Nirvana, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction. Celebre la dichiarazione di Dave, in quel periodo, secondo la quale non avrebbe più interpretato brani danzerecci.

1) “Songs Of Faith And Devotion” inizia con quello che è il brano più potente dell’intero repertorio dei Depeche Mode, I Feel You: per quanto l’elettronica sia ben in vista, l’elemento dominante della struttura melodica di questa canzone è la chitarra ritmica, impegnata in un trascinante rock-blues. Con I Feel You i Depeche Mode fanno capire fin da subito che tipo di sonorità sono riusciti ad assimilare pur mantenendo intatto il loro personalissimo stile. Inoltre, nonostante la durezza della musica, I Feel You vanta uno dei testi più romantici mai proposti da Martin.

2) Walking In My Shoes è una delle canzoni dei Depeche Mode che più amo in assoluto: questo non è pop, non è rock, è un sound che solo un gruppo come questo è in grado di generare, in perfetto equilibrio fra sensibilità per le belle melodie & atmosfere tanto oscure quanto epiche. Anche in questo caso, inoltre, siamo in presenza d’un bel testo, caratteristica comune a tutte le altre canzoni del disco, a dire il vero.

3) Segue l’emozionante gospel di Condemnation, dove Dave Gahan ci regala la sua miglior prova vocale fino a questo punto della sua luminosa carriera: si stenta un po’ a credere che questa sia la band di Just Can’t Get Enough ma con Condemnation (edita come terzo singolo, dopo le due canzoni precedenti), i Depeche Mode portano il pop su una vetta altissima.

4-5) Con Mercy In You siamo alle prese con un secondo ibrido rock, dove – così come per I Feel You – è la chitarra di Martin lo strumento portante; da urlo la prova vocale di Dave, che si sdoppia nei ritornelli. Segue Judas, cantato dal solo Gore, che riflette invece atmosfere più intimiste e composte, in un brano alquanto disteso e meditabondo.

6) Con In Your Room torniamo al cospetto d’un autentico brano dark, imponente per strumentazione impiegata, parte vocale e testo: sono quasi sette minuti nei quali i Depeche Mode ci accompagnano in una dimensione che soltanto loro sono in grado d’evocare. La versione di In Your Room pubblicata come singolo è però notevolmente diversa, presentando un efficace arrangiamento rock.

7-8) Get Right With Me è un altro magnifico gospel, seppur con un sound più metropolitano – con tanto di scratch del giradischi – rispetto a Condemnation: il testo è molto positivo e la voce di Dave è ancora una volta superlativa. Il veloce Rush è invece un altro brano ascrivibile ai canoni dell’alternative-rock, impreziosito – manco a dirlo – da una grandissima prestazione vocale di Gahan. In particolare, mi piace molto la parte in cui canta ‘I’m not proud of what I do / when I come up / when I rush / I rush for you’.

9) In One Caress ritroviamo Gore alla voce solista, per quella che è una sinfonica & crepuscolare melodia: sembra un brano di musica lirica, con Martin che – forse per non sfigurare nei confronti di Dave – ci regala una prova vocale da brividi, soprattutto nel finale, quando viene accompagnato da un emozionante crescendo orchestrale.

10) Higher Love è a mio avviso una delle migliori chiusure d’un album dei Depeche Mode: un brano intenso, oscuro, eppure carico di speranza, un originale inno all’amore che solo una band come questa avrebbe potuto concepire. Mi vengono i brividi quando Dave e Martin, all’unisono, cantano ‘heaven bounds on the wings of love, there’s so much that you can rise above’. Il finale, poi, con quelle voci distorte che s’incrociano, mi regala sempre grandi emozioni.

“Songs Of Faith And Devotion” è un disco imperdibile per gli appassionati dei Depeche Mode ma anche per chi apprezza l’affascinante scena dell’alternative-rock. All’epoca, l’album conquistò simultaneamente le vette della classifica britannica e statunitense, sugellando così l’apice commerciale dei Depeche Mode. Ignoro il reale contributo di Andy Fletcher a questo disco, ma la parte di Alan Wilder – il più efficace forgiatore musicale delle felici intuizioni autoriali di Martin Gore – è semplicemente da applausi. Purtroppo, “Songs Of Faith And Devotion” sarà per Alan l’ultimo album da studio come componente dei Depeche Mode.

Un album – infine – che è stato pubblicato anche in una potente versione dal vivo, al termine del 1993: se questo live è complessivamente inferiore alla versione da studio che abbiamo appena analizzato, la forza delle canzoni resta comunque intatta e in alcuni casi risplende con maggior vigore.

Nick Cave

Nick Cave immagine pubblicaVolevo scrivere un post su questo personaggio da molto tempo… poi ho affidato il compito a mio fratello Luca. Non sarei stato in grado di fare un lavoro migliore del suo.

Quando il fratellone, conoscendo bene le mie simpatie per la rockstar australiana e la sua banda di scagnozzi, mi ha chiesto di scrivere per il suo blog questo post, io ho accettato felicemente, ma presto mi sono accorto di quanto fosse difficile scrivere di Nick Cave! Precisamente, cosa avrei scritto? Di quale Nick Cave avrei parlato?

Domande non semplici, perché nelle cantine di Melbourne il giovane Nicholas Edward Cave (classe 1957) inizia presto a far baccano, appena diciottenne, facendosi conoscere più che per la qualità del suo punk, per i furti, il consumo di droga e i primi guai con la giustizia. La maggior parte di voi conoscerà sicuramente il Cave emaciato e funereo, icona moderna del poeta maledetto, ma c’è anche quello che dalla metà degli anni Novanta in poi scrive bellissime canzoni d’amore, malinconicamente dolci; che tiene lezioni di scrittura poetica presso le università; che ha ormai superato gli eccessi della giovinezza e la terribile tossicodipendenza.

E chi non ricorda poi il Nick Cave immortalato da Wim Wenders nel suo capolavoro “Il Cielo Sopra Berlino” del 1988? Quell’australiano trapiantato nella capitale delle due repubbliche diviene l’artista-culto di una generazione berlinese senza passato, senza presente, senza futuro. Dirà Wenders di lui: “Non avrei potuto descrivere cosa fosse Berlino in quegli anni senza filmare un concerto di Nick Cave”. E adesso, proprio negli ultimi mesi, l’ex ribelle australiano torna nei negozi con il suo nuovo progetto, Grinderman (rock-blues un po’ attempato ma d’effetto sicuro), sfoggiando nuovi mustacchi neri ed una stempiatura evidente. Per farla breve, ho deciso di proporvi una semplice biografia musicale dell’artista, non troppo dettagliata, che vi permetterà di conoscere a grandi linee la vita e la musica di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds.

Musicalmente, Nick Cave nasce nella Melbourne di fine anni Settanta, diventando con il suo primo gruppo, The Boys Next Door, uno dei punti di riferimento della scena punk locale. Con lui suona già Mick Harvey, l’amico/musicista che lo accompagnerà sempre durante la lunga carriera. Il gruppo, attivo dal 1977 al 1983, propone un sound difficile da etichettare, che spazia dal punk alla new wave, sotto l’influenza di David Bowie, Iggy Pop, Alice Cooper, Pere Ubu, Ramones. Nel 1980 i Boys Next Door cambiano nome in The Birthday Party, lasciano Melbourne e si trasferiscono prima a Londra e poi a Berlino, dove vivono di piccoli furti e spaccio. Le esibizioni deliranti li rendono più famosi dei loro dischi, che intanto sono arrivati alle orecchie di Ivo Watts-Russell della 4AD, il quale provvede a pubblicarli in Inghilterra.

Nonostante il discreto successo ottenuto, nel 1984 il gruppo si divide per problemi economici dovuti all’eccessivo consumo di droga: Cave tuttavia decide di continuare la sua carriera a Berlino, e, assieme a Mick Harvey, al chitarrista Blixa Bargeld (Einstürzende Neubauten), al batterista Barry Adamson (Magazine) ed al chitarrista Hugo Race – allegramente chiamati Bad Seeds – pubblica il primo lavoro da solista: “From Her To Eternity” (1984). L’album riprende dove i Birthday Party avevano lasciato e propone un blues malato, tanto trascinante quanto privo di senso, stravolgendo la lezione di Leonard Cohen e di Elvis Presley. Segue così “The Firstborn Is Dead” (1985), che si ricorda soprattutto per stupenda Tupelo, riconoscimento personale di Cave al dio Elvis: una cantilena spettrale divenuta subito uno dei classici dell’autore.

Nel 1986 Nick Cave, sempre accompagnato dai suoi Bad Seeds, pubblica invece il doppio lp “Kicking Against The Pricks”, un tributo ad artisti fondamentali per il suo immaginario musicale, come Jimi Hendrix e John Lee Hooker, ma anche Velvet Underground, di cui Cave ripropone magnificamente All Tomorrow’s Parties. Il 1986 è comunque un anno difficile per la band, a causa dei problemi di droga che iniziano a pesare all’interno: Berry Adamson lascia i Bad Seeds, mentre entrano Tony Wolf e Kid “Congo” Powers, ex chitarrista dei Gun Club.

Nonostante le difficoltà, Nick Cave realizza uno dei miei lavori preferiti, “Your Funeral, My Trial” (1986): il disco è un alternarsi di brani spettrali e decadenti, spesso maledettamente infervorati, come l’omonima Your Funeral, My Trial, Stranger Than Kindness o la geniale The Carny.
L’album successivo, “Tender Pray” (1988), è l’ultimo atto berlinese dei Bad Seeds. La voce di Cave, disperata, ripete ossessivamente il ritornello di The Mercy Seat, canzone-manifesto della condizione personale dell’autore: la dipendenza dalla droga è ormai totale, i concerti finiscono in rissa, e Cave non è più in grado di reggersi in piedi da solo. Tutto il disco è un desiderio musicale di redenzione, di salvezza, di espiazione.

Nel frattempo intorno al gruppo girano i tossicodipendenti di mezza Berlino, perché i concerti sono occasione di spaccio, e lo stesso Cave viene arrestato nel 1988 a Londra con quasi un chilo di eroina nelle tasche. Costretto in via giudiziale alla disintossicazione come unica alternativa al carcere, Cave vola a San Paolo, presso una clinica privata. Prima di lasciare Berlino però, nel 1987, pubblica il suo primo romanzo, “E L’Asina Vide Il Cielo”, in cui Nick dimostra di essere un bravo romanziere che conosce bene l’America dei folli predicatori e dell’integralismo biblico che sfocia nella intolleranza.

Iniziano così gli anni Novanta, ed inizia la rinascita personale e musicale dell’artista, che in Brasile conosce la compagna, madre del primo figlio Luke, la modella brasiliana Viviane Carneiro. Appena uscito dalla clinica di disintossicazione, Nick Cave appare barcollante nel video di The Ship Song, emozionante singolo dell’album “The Good Son” (1991), ma l’amore e la paternità hanno ormai cambiato l’uomo: lontano dagli eccessi berlinesi, Cave rimane colpito dalla miseria delle favelas, i cui drammi segnano profondamente i testi che scrive durante gli anni in Brasile.

Tuttavia l’equilibrio è ancora precario, gli anni a Berlino sono piuttosto recenti, e il disco ne risente, alternando momenti di ritrovata serenità ad improvvise ricadute, come nella atmosferica The Weeping Song. Seguono gli album “Henry’s Dream” (1992) e “Let Love In” (1994), famoso soprattutto per la bellissima Loverman, una diabolica dichiarazione d’amore, riproposta poi come cover dai Metallica e da Martin L. Gore. Entrambi gli album rivelano comunque un artista più vicino alla dannazione di quanto egli stesso e i giornalisti avevano fatto credere: la miseria quotidiana e il degrado suburbano sembrano affascinare non poco Cave, che con voce sempre più inquietante dà anima a testi che hanno per protagonisti stupratori, assassini e pederasti.

Nel 1994 termina la relazione con la Carneiro e Nick fa ritorno a Londra, dove risiede tuttora: ormai libero dalla dipendenza da eroina, confessa però di esserne ancora attratto nel profondo, e di lottare quotidianamente contro il proprio lato negativo così duro a morire. In questi anni Nick Cave si avvicina alla letteratura gotica anglo-americana, che ispira l’album “Murder Ballads” del 1996: dieci brani che portano in musica storielle tradizionali di carnefici e vittime, assassini e omicidi (alla fine del disco se ne contano quasi cento, un numero che porterà lo stesso Cave a scusarsi pubblicamente per la violenza dei testi). Oltre ai Bad Seeds, partecipano al disco Kylie Minogue, Anita Lane, Shane MacGowan e P.J. Harvey, con cui Cave ha anche una fugace relazione. Il celebre duetto con la Minogue, Where The Wild Roses Grow, gli vale la candidatura per gli Mtv Music Awards, che l’artista comunque rifiuta adducendo in una nota la seguente motivazione: “non voglio che la mia arte sia in competizione con nessun’ altra”.

Nel 1997 esce l’album che segna la svolta decisiva nella discografia dell’artista australiano e della sua band, “The Boatman’s Call”: un lavoro maturo, equilibrato, nato – a detta di Cave – da quella maturità che un uomo acquisisce (o dovrebbe acquisire) passati i quarant’anni. I brani sono malinconicamente dolci e si sviluppano tutti intorno alla voce limpida di Nick, accompagnata da semplici arrangiamenti di piano, come in Into My Arms o (Are You) The One That I’ve Been Waiting For?. Nello stesso anno Cave conosce Susie Bick, la sua attuale moglie, dalla quale ha due gemelli.

Nel 2001, sempre con i Bad Seeds, registra il tanto acclamato “No More Shall We Part”, album che porta a definitiva maturazione il processo creativo iniziato nel 1997: le composizioni sono arricchite dai violini di Warren Ellis, che rendono l’album particolarmente malinconico ed emozionante, come si può sentire nel primo singolo As I Sat Sadly By Her Side. Con “No More Shall We Part” Nick Cave si sbarazza definitivamente dell’abito nero da poeta maledetto che egli stesso si era cucito addosso, e con l’album successivo, “Nocturama” (2003) continua sulla stessa via, senza entusiasmare molto, pur facendosi notare per la delirante Babe I’m On Fire: diciassette minuti di pura frenesia rock-blues che sembrano fare il verso alle registrazioni degli esordi.

Nel 2004 il gruppo sembra essere davvero al culmine della creatività, pubblicando, ad un solo anno di distanza dal precedente, “Abbattoir Blues / The Lyre Of Orpheus”, doppio album che si dimostra essere un lavoro di qualità, piacevole da ascoltare, spontaneo e allo stesso tempo maturo, influenzato dal blues, dal rock classico, dai cori gospel ed a tratti anche dal pop più melodioso, come nel singolo Nature Boy.

Nel febbraio 2007 Nick Cave annuncia alla stampa la formazione del suo nuovo progetto, i Grinderman: assieme a lui, tra gli altri, l’amico Warren Ellis. Il gruppo diffonde in anteprima il singolo No Pussy Blues su Myspace, riscuotendo un buon successo mediatico. Tuttavia i Grinderman non entusiasmano a sufficienza, ma è un vizio di forma: è sbagliato aspettarsi di più da quattro attempati ragazzotti che cercano di riproporre il sound e la grinta dei loro esordi. Un nuovo album firmato Nick Cave And The Bad Seeds è atteso invece per il 2008.

Completano la produzione artistica di Cave le raccolte “The Best Of” (1998) e “B-sides And Rareties” (2005), più una serie di video musicali e documentari ufficiali, tra cui ricordo la raccolta di videclip del 1998 ed il recente dvd (2007) tratto dall’ “Abbattoir Blues Tour”.

– Luca Aceto

I sostituti (a breve termine)

the-beatles-jimmy-nicolQualche tempo fa ho letto su Rockol che Joey Jordison, batterista degli Slipknot, farà parte nei Korn per cinque mesi, sostituendo il dimissionario Terry Bozzio, mentre la band valuterà un sostituto permanente. La notizia mi ha dato lo spunto per un post dedicato ai sostituti a breve termine, vale a dire quei componenti che hanno fatto parte d’una band per un breve periodo, giusto il tempo di completare un album in studio o di affrontare alcune parti d’un tour. Insomma, dei veri co.co.pro in ambito musicale! Vediamo qualche caso, cercando di procedere in ordine cronologico.

Partiamo dai Beatles, i quali, nel giugno del 1964 e alla vigilia d’un tour internazionale, sono costretti a rimpiazzare un influenzato Ringo Starr. Per non cancellare all’ultimo momento tutti gli impegni previsti, i Beatles decisero quindi di ricorrere ad un sostituto, il batterista Jimmy Nicol (nella foto sopra, coi Beatles ‘originali’), sconosciuto ai più nell’ambiente musicale e tornato a vestire i panni dello sconosciuto dopo questa prestigiosa parentesi di undici giorni. Anche i Bee Gees, fra il 1969 e il ’70, dovettero avvalersi d’un sostituto, anzi una sostituta, del tutto particolare: in quel periodo Robin Gibb aveva lasciato momentaneamente il gruppo e per riproporre dal vivo le tipiche armonie vocali a tre dei fratelli, Barry e Maurice pensarono bene di ricorrere alla propria sorella, Lesley Gibb. Una volta che Robin tornò all’ovile, di Lesley si perse però ogni traccia (artisticamente parlando, ovvio).

Pure i Genesis hanno dovuto far ricorso ad un sostituto, all’indomani della sofferta decisione del chitarrista Anthony Phillips – uno dei fondatori del gruppo – di andarsene, nel corso del 1970. Prima che Peter Gabriel e compagni trovassero in Steve Hackett un componente stabile (per poi rimanervi fino al 1977), venne quindi reclutato Mick Barnard, in modo che la band inglese potesse concludere la serie di concerti prevista in quel periodo. Anche per Mick… non so che cosa abbia combinato negli anni futuri.

Facciamo un salto temporale di oltre dieci anni e arriviamo al 1985, quando, nel corso della lavorazione al fortunato album “Love”, il batterista dei Cult, Nigel Preston, si rivelò troppo fuori di testa per poter continuare le sedute; la band si affidò così al bravissimo Mark Brzezicki dei Big Country per terminare l’album. Anche gli irlandesi Pogues beneficiarono d’un illustre sostituto, Joe Strummer dei Clash: al principio degli anni Novanta, Strummer sostituì in alcuni concerti il dimissionario (e fuori di testa) Shane McGowan, finché Spider Stacy, flautista degli stessi Pogues, decise d’assumere permanentemente anche il ruolo di cantante.

Restiamo sempre in ambito concertistico ma passiamo ai Depeche Mode: durante il massacrante “Devotional Tour” del bienno 1993-94, la band era giunta ad un punto di rottura; un depresso Andy Fletcher capì tutto e mollò il tour nelle sue battute finali. Impossibilitati nel cancellare le date ma forse anche per togliersi di dosso il lavoro, i Depeche Mode ingaggiarono uno dei loro collaboratori, il tastierista Daryl Bamonte, che suonò con Martin Gore e compagni fra il maggio e il luglio ’94, in tutte le tappe previste nel continente americano.

Ritroviamo un altro illustre sostituto nel caso dei Jane’s Addiction: la band californiana effettuò una serie di concerti nel 1997 per suggellare il ritorno sulle scene dopo lo scioglimento del 1991, anche se il bassista Eric Avery non fu della partita. E così i Jane’s Addiction ingaggiarono l’amico Flea, il funambolico bassista dei Red Hot Chili Peppers.

In anni più recenti anche il produttore Bob Rock ha vestito i panni del sostituto: è stato il bassista dei Metallica in studio di registrazione durante le fasi preparatorie dell’album “St. Anger” (2003), dopo che Jason Newsted diede forfait ma prima che quest’ultimo venisse rimpiazzato in pianta stabile da Rob Trujillo dei Suicidal Tendencies.

Ecco, questi sono solo alcuni esempi di sostituzioni temporanee, i primi che mi sono venuti in mente (sono sicuro che anche Eric Clapton è stato un sostituto di lusso in qualche occasione ma al momento non ricordo nulla in proposito). Se ne conoscete degli altri siete calorosamente invitati ad intervenire!

Depeche Mode, “Ultra”, 1997

depeche-mode-ultra-immagine-pubblica-blogPubblicato nella primavera del 1997, “Ultra” segnò il ritorno dei Depeche Mode dopo i fasti del biennio 1993-94 e un difficilissimo 1995. E’ anche l’album che scrive un capitolo cruciale nella storia della band inglese: con l’abbandono di Alan Wilder, il gruppo torna ad essere un trio che, per la prima volta, non viene coinvolto nella produzione del disco, qui affidata a Tim Simenon. Ma ora passiamo ad analizzare le canzoni di “Ultra” una ad una.

Si parte con la potente Barrel Of A Gun, edita anche come primo singolo: qui la voce di Dave Gahan è risucchiata da qualche diavoleria elettronica, il ritmo è pulsante e massiccio, i coretti di Martin Gore sono da antologia, la chitarra in bell’evidenza… insomma una partenza col botto!

Il secondo brano è The Love Thieves, piuttosto dark e meditabonda, dove ritroviamo la voce naturale di Dave. Voce che cede il passo a quella di Martin per la successiva Home, uno dei miei brani preferiti dei Depeche Mode: musica, arrangiamento, testo e sentimento sono fantastici, davvero una grande ballata, edita anche su singolo.

Segue la famosa It’s No Good, anch’essa edita come singolo: è un brano dallo stile tipico dei Depeche Mode, vagamente e irresistibilmente retrò, forte di una sonorità davvero inconfondibile. Poi è la volta di Uselink, uno strumentale molto elettronico che per lo più serve ad introdurre il brano successivo, Useless, che è anche il quarto ed ultimo singolo estratto da “Ultra”. Useless è forse il brano più convenzionalmente rock mai proposto dai Depeche Mode (almeno in questa versione, quella su singolo è ritoccata elettronicamente): la chitarra di Martin è lo strumento portante ma è ben evidente il basso di Doug Wimbish e addirittura due batterie, quelle di Gota Yashiki (già con i Simply Red) e di Keith Le Blanc. Una canzone, Useless, che sembra uscita dalle sessioni di “Songs Of Faith And Devotion” del 1993.

Il brano seguente è uno dei pezzi migliori dei Depeche Mode, ovvero Sister Of Night, dove in diversi punti la voce di Dave Gahan duetta con quella di Martin Gore… veramente stupenda, questa canzone, intensa e notturna. Poi è la volta di un altro strumentale, Jazz Thieves, anche in questo caso una sorta d’introduzione al brano successivo, che è Freestate. Qui la voce di Dave è più intensa del solito, evidentemente sente parecchio questa riflessiva canzone che invita a liberarsi dalla propria gabbia per ritrovare quello stato mentale che è la libertà; la musica invece è una sorta di Personal Jesus più distesa, con una chitarra che sembra quasi country.

Con The Bottom Line troviamo per la seconda volta Martin Gore vocalmente protagonista in questo album: canta una delle sue canzoni più suggestive e raffinate, avvalendosi del prezioso supporto di B.J. Cole alla pedal steel guitar. Chiude la splendida Insight, che è praticamente un duetto tra Dave e Martin: anche in questo caso siamo in presenza di uno dei migliori pezzi dei Depeche Mode, rilassato e positivo, con tutte le caratteristiche del ‘Depeche sound’ in bell’evidenza e un tocco di gospel che non guasta. In realtà i secondi del ciddì continuano a scorrere e così, dopo un minutino, ecco Junior Painkiller, una breve traccia fantasma, un interrogativo strumentale che è praticamente un estratto di Painkiller, il B-side che accompagna il singolo Barrel Of A Gun.

Concludendo, dico senza indugio che “Ultra” è davvero un ottimo disco ma mi sono sempre chiesto come avrebbe suonato con il magico tocco di Alan Wilder… ma questa è accademia, qui è evidente che i Depeche Mode ci hanno regalato non solo uno dei migliori dischi della loro storia ma anche uno dei migliori lavori degli anni Novanta.