George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Mat

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Bee Gees, “Odessa”, 1969

Bee Gees Odessa Remaster Deluxe 2009Riascoltando “Odessa” dei Bee Gees, provavo a immaginare un post decente che potesse andar bene per questo modesto blog. Anche in questo caso, tuttavia, mi sono ricordato che probabilmente ne avevo già parlato: curiosando tra i miei vecchi scritti, infatti, scovo un post datato 24 febbraio 2009, apparso sulla prima versione di Immagine Pubblica un mese dopo l’uscita della riedizione deluxe di “Odessa” da parte della Warner.

Originariamente pubblicato come doppio elleppì nel febbraio ’69, con tanto di sontuosa copertina in velluto rosso, “Odessa” è stato ristampato quaranta anni dopo sotto forma di elegante cofanetto che include: un primo ciddì con la versione integrale stereofonica dell’album, un secondo ciddì con la stessa versione ma in mono, un terzo ciddì – chiamato “Sketches For Odessa” – contenente ventidue inediti fra provini e versioni alternative, nonché un poster a due facce, un adesivo e un libretto con interessanti note tecnico/biografiche scritte da Andrew Sandoval. Il tutto avvolto nella stessa copertina di velluto rosso.

“Odessa” è probabilmente il disco migliore dei Bee Gees, e comunque resta l’album più ambizioso che abbiano mai approntato. Elegante e sentimentale, è l’unico album doppio (escludendo live e raccolte) della discografia dei fratelli Gibb. Suona ancor più grandioso se si tiene conto che, all’epoca, Barry Gibb aveva ventitrè anni e i gemelli Robin e Maurice soltanto venti. Bisogna però riconoscere pure lo straordinario lavoro svolto da Bill Shepherd, arrangiatore e direttore d’orchestra che accompagnava spesso & volentieri i nostri in quegli anni. A quanto pare, in “Odessa”, anche il buon Shepherd ha dato il meglio di sé.

L’album più ambizioso dei Bee Gees inizia con la loro canzone più ambiziosa, Odessa (City On The Black Sea), quanto di più vicino al genere progressive i fratelli Gibb hanno mai pubblicato, un magnifico brano che sorpassa agilmente i sette minuti di durata. Il testo, cantato da Robin, narra il punto di vista d’un naufrago salvatosi dalla tragedia del Veronica, una nave inglese che nel 1899 fece perdere le sue tracce; alla deriva su un iceberg, il naufrago pensa all’amata che, molto probabilmente, s’è trasferita già con qualcun’altro, tuttavia – spera il naufrago – un giorno rivedrà ancora il viso della sua bella. Musicalmente parlando, Odessa è semplicemente superlativa: canto, controcanti e coro sono adagiati su un’inedita base composta da chitarra in stile flamenco (suonata da Maurice) e violoncello (suonato da Paul Buckmaster, celebre per aver lavorato anche con Elton John, David Bowie e Miles Davis), mentre l’orchestrazione contribuisce a dare il tocco decisivo alla necessaria drammaticità della canzone. Secondo Robert Stigwood, il celebre manager/mentore dei Bee Gees, Odessa è una delle migliori canzoni pop mai realizzate, e io gli do pienamente ragione! Il Demo contenuto nel terzo ciddì ci presenta un’interessantissima versione precedente, non solo più scarna ma dal testo alquanto differente e introdotto da una sezione parlata ad opera di Barry.

Ben più convenzionale del brano precedente ma ugualmente memorabile è You’ll Never See My Face Again, cantata da Barry; è un’ariosa ballata scandìta da due chitarre acustiche e abbellita dall’orchestra, dove si parla di amicizie tradite. La successiva Black Diamond è un’altra delle mie preferite, dove ritroviamo Robin alla voce solista; molto belle le variazioni melodiche fra versi, ritornelli e sequenze intermedie verso/ritornello, per una canzone di gran classe che, per quanto riguarda il testo, sembra accennare alla guerra che allora si combatteva in Vietnam. Il Demo che figura nel terzo ciddì non differisce soltanto dal punto di vista musicale (con piano e batteria più evidenti) ma anche da quello testuale.

Inciso in America durante l’estate del ’68, Marley Purt Drive è un rilassato brano country dal tempo medio-lento, cantato da Barry con grande disinvoltura e arricchito dalla più tipica strumentazione country/bluegrass (chitarra slide, fiddle e banjo). Spensierato omaggio all’inventore della lampadina, Edison è invece un’altra canzone dai tratti peculiari: il cantato è diviso fra Barry & Robin, la struttura melodica presenta un andamento più lento e sinfonico durante i versi e ben più movimentato nei ritornelli. Impeccabile per arrangiamento, Edison in realtà nacque come Barbara Came To Stay, una canzone in stile Beach Boys poco più che abbozzata (cantata dal solo Barry) e inserita anch’essa nel terzo ciddì.

Melody Fair è l’ennesima gemma nel canzoniere dei Bee Gees: una ballata vivace, calda, sentimentale ed enigmatica. Cantata da Barry col fondamentale supporto di Maurice e superbamente orchestrata da Shepherd, Melody Fair resta una delle canzoni più belle dei Gibb (un Demo dall’andamento più veloce e dall’atmosfera più scanzonata figura sul terzo ciddì). Con Suddenly troviamo proprio Maurice alla voce solista, alle prese con una canzone pop più vivace ma al contempo più accigliata delle precedenti, caratterizzata da un vago feeling medievale.

Whisper Whisper è la canzone di “Odessa” che apprezzo meno: l’introduzione orchestrale promette bene, ma l’andamento medio-veloce in stile cabaret poco sembra adattarsi alla grintosa prestazione vocale di Barry. La seconda parte della canzone (in effetti due registrazioni differenti che sono state unite in postproduzione), ben più veloce e tirata, è forse migliore ma non allontana il lieve senso di fastidio procurato dall’ascolto complessivo di Whisper Whisper. Anche la Alternate Version presente nel terzo ciddì non risulta più simpatica, sebbene sia interessante perché la musica ricorda l’andamento d’un carillon. Se non altro, in Whisper Whisper i Bee Gees hanno dimostrato una lodevole capacità di sperimentare con gli arrangiamenti.

Con l’arrembante ma dolce Lamplight ritroviamo Robin al microfono principale, impegnato con un testo allusivo (forse nei confronti della droga) cantato magnificamente, mentre la musica, melodica & maestosa, dona un tocco d’epicità al tutto. Tipica dello stile melodrammatico di Barry, Sound Of Love è invece una sofferta ballata scandìta dal piano, ben più ariosa e avvolgente durante i ritornelli (nel terzo ciddì possiamo apprezzarne una Alternate Mix dal testo alquanto differente).

Parente stretta della Marley Purt Drive che abbiamo già sentito, Give Your Best è un’altra piacevole escursione dei Bee Gees in territori country & western. Ancora con Barry alla voce solista, ancora con l’impiego del fiddle e del banjo, ma stavolta alle prese con un ritmo più veloce e dinamico (anche in questo caso, una Alternate Mix non troppo dissimile, caratterizzata però da un testo alquanto diverso, appare sul terzo ciddì).

Prima delle tre composizioni strumentali contenute in “Odessa”, la dolce e sognante Seven Seas Symphony è un’esecuzione per solo piano (suonato brillantemente da Maurice), orchestra e coro; il Demo, che presenta la sola esecuzione di piano, è stato quindi incluso nel terzo ciddì. E se Seven Seas Symphony rievoca in alcuni punti la musica composta dal grande Ennio Morricone per il cinema (ma ricorda anche Swan Song, una canzone degli stessi Bee Gees dell’anno prima), la successiva With All Nations (International Anthem) sembra basata sull’inno di God Save The Queen. Si tratta comunque d’un breve brano per orchestra & coro, piuttosto pomposo e solenne, tipico di certi inni nazionali (comunque si può ascoltarne nel terzo ciddì una versione con un breve testo cantato coralmente dai Bee Gees).

Seconda canzone di “Odessa” dove ascoltiamo Barry e Robin alternarsi al microfono principale, I Laugh In Your Face è un’altra ballata caratterizzata da un dolente andamento dei versi, mentre nei ritornelli la melodia abbraccia un’estensione più ampia e quasi consolatoria. Altra mia favorita, Never Say Never Again è una canzone ariosa e cantabilissima, con un testo leggermente accusatorio cantato a pieni polmoni da Barry. A proposito del testo, è interessante l’assurdo verso – ripetuto nei ritornelli – ‘tu dicesti addio, io dichiarai guerra alla Spagna’. Non so che vuol dire, ma io l’adoro! L’Alternate Mix che figura nel terzo disco presenta un’ingombrante chitarra col fuzz-tone al posto dell’orchestra.

Unico singolo estratto da “Odessa”, First Of May non è solo la canzone più bella dell’album ma anche, secondo me, una delle canzoni più belle degli anni Sessanta, una perla di sentimentalismo, di anni che passano e di ricordi di un’infanzia vissuta troppo in fretta; al commosso canto di Barry fa da superbo supporto la sontuosa orchestra diretta dall’impeccabile Bill. Sul terzo ciddì troviamo due interessanti versioni alternative, fra cui un breve Demo piano & voce che ci presenta la prima idea della canzone.

Come suggerisce il titolo, il conclusivo The British Opera è un brano operistico, interamente eseguìto dall’orchestra e dal coro diretti da Shepherd; è l’unico brano che non viene proposto in una qualsiasi versione alternativa all’interno del cofanetto.

Infine, oltre ai diciassette brani e alle relative versioni demo e/o alternative che compongono questa riedizione di “Odessa”, sono incluse altre due canzoni inedite, la toccante Nobody’s Someone e la beatlesiana Pity, entrambe con Barry alla voce solista. Per Nobody’s Someone in particolare è un peccato che non abbia mai visto l’inclusione in un disco dei Gibb dell’epoca (anche se, a quel tempo, i Bee Gees – come i Beatles – erano tra i pochi a potersi concedere un tale lusso nello ‘sprecare’ le proprie canzoni).

La realizzazione di questo capolavoro presentò tuttavia un conto salato: “Odessa” non venne commercialmente accolto come ci si aspettava, mentre le tensioni interne al gruppo (che già durante l’estate ’68 perse il chitarrista Vince Melouney) portarono Robin Gibb a dichiararsi fuori dai Bee Gees (così come il batterista Colin Petersen) e pronto a debuttare come artista solista già nel corso di quel fatidico 1969. Un anno dopo la pubblicazione di “Odessa”, i Bee Gees come gruppo già non esistevano più, tuttavia, entro la fine del 1970 i tre fratelli erano tornati tutti sotto lo stesso tetto e pronti ad intraprendere il loro decennio musicale più fortunato & famoso. Ne parleremo in un’altra occasione.

-Mat

Bee Gees, “Living Eyes”, 1981

bee-gees-living-eyes-1981Sempre più spesso mi trovo a comprare dischi da internet: un po’ perché la musica che più amo – quella registrata fra gli anni Cinquanta e Ottanta – non è sempre di facile reperibilità (a meno che non si tratti di ristampe, non tutte a prezzi modici) e soprattutto perché li trovo a prezzi più bassi rispetto al classico negozio di città.

Uno dei miei acquisti internettiani più recenti è “Living Eyes” dei Bees Gees, un album altrimenti introvabile, al quale davo la caccia da tempo. Sono stato abbondantemente ripagato dall’attesa perché, a fronte di una spesa di pochi euro, ho potuto disporre di una stampa italiana dell’epoca ancora incellofanata.

Pubblicato nel 1981, all’indomani della straordinaria fase disco dei Bee Gees (1975-79) e del successo raggiunto col “Guilty” di Barbra Streisand, “Living Eyes” è uno dei dischi più sottovalutati e misconosciuti degli anni Ottanta. Questo perché, dopo la sbornia danzereccia con tanto di febbre del sabato sera, i nostri vennero etichettati come meri fenomeni da classifica, autori d’una musica godibile ma senza spessore. Invece, come sanno tutti i veri appassionati dei Bee Gees, la fase disco dei fratelli Gibb caratterizzò soltanto quegli anni, dopodiché tornarono alla musica che più era loro abituale: un pop di gran classe forte d’un senso innato per le belle melodie. E “Living Eyes”, sfortunato successore del fortunatissimo “Spirits Having Flown” (1979), non fa che confermarlo. Inoltre è un album nel quale ognuno dei fratelli torna a cantare da solista almeno in un pezzo – mentre la fase disco era stata caratterizzata dalla voce di Barry Gibb – e a far sentire in maniera più prominente le proprie capacità strumentali – cosa che vale soprattutto per Maurice Gibb, un po’ oscurato nella fase precedente – nonostante l’impiego di musicisti turnisti di grande livello quali Don Felder – chitarrista degli Eagles – e i batteristi Jeff Porcaro e Steve Gadd. Insomma, “Living Eyes” suona molto più alla maniera classica dei Bee Gees di quanto facciano le celebri canzoni contenute in “Children Of The World” (1976), “Saturday Night Fever” (1977) e nel già ricordato “Spirits Having Flown”.

Già l’iniziale (e omonima) Living Eyes si presenta come una delle più accattivanti canzoni dei Gibb, epica e melodica in egual misura, memorabile per l’uso magistrale dei cori e per un baldanzoso arrangiamento soft-rock. He’s A Liar è invece più movimentata e rockeggiante ma forse è una scelta non proprio azzeccata come primo singolo estratto dall’album. La distesa e calda Paradise è semplicemente una delle canzoni che più amo di questo disco, anzi la metto senza indugio fra le canzoni più belle dei Bee Gees, mentre Don’t Fall In Love With Me figura Robin Gibb alla voce solista, in quella che è una delicata ballata pianistica. Se con l’epica Soldiers ritroviamo il caratteristico falsetto di Barry, il tutto accompagnato da scintillanti chitarre acustiche, in I Still Love You torna invece protagonista la voce di Robin, alle prese con una gentile ed appassionata canzone d’amore. Wildflower è un’altra delle mie preferite, con Maurice al canto solista in un brano pop-rock (perlopiù acustico) d’immensa classe. Barry – che comunque canta la maggior parte delle canzoni – si ripropone in Nothing Could Be Good: introdotta da pianoforte e orchestra, ecco una rilassata e calda canzone, fra le migliori lente mai proposte dai Bee Gees.

Cryin’ Every Day, terzo brano a figurare Robin alla voce principale, è la canzone di questo disco che meno apprezzo, soprattutto per via del suo arrangiamento più elettronico che sembra stridere un po’ col resto dell’album. In realtà Cryin’ Every Day anticipa una precisa scelta stilistica che lo stesso Robin (coadiuvato da Maurice) intraprenderà per i suoi tre dischi solisti degli anni Ottanta. La conclusiva Be Who You Are è introdotta da una lunga parte orchestrale (una sinfonia di due minuti dove si riconoscono i temi principali di Soldiers, Wildflower e Paradise), poi il tutto si trasforma in una malinconica e maestosa ballata, caratterizzata in vari punti da un uso più tenorile della voce di Barry. E’ una splendida chiusura per un album, questo “Living Eyes”, che scorre via che è una bellezza, regalandoci tante emozioni.

Ringo Starr

ringo-starr-immagine-pubblicaAvevo già dedicato un (brutto) post a Ringo Starr ma, più che uno scritto biografico, era invece un mio risentito sfogo contro pagine poco lusinghiere che avevo letto sul conto del celebre batterista dei Beatles. Ora ritento la fortuna con questo post, completamente nuovo.

L’unico Beatle ad aver assunto un nome d’arte, il nostro in realtà si chiama Richard Starkey, ed è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, mentre l’Inghilterra subiva le conseguenze della guerra contro la Germania. I genitori di Richie provenivano dalla classe operaia più modesta, col papà che, quando il piccolo aveva tre anni, decide di mollare moglie & figlio. La madre di Richie, nonostante l’abbandono e le ristrettezze economiche, farà in modo di non far mancare nulla a quel suo unico figlio, fin troppo cagionevole di salute: infatti, nel corso dell’infanzia, Richie passerà più tempo in ospedale che a scuola.

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’esplosione del rock ‘n’ roll in America e del fenomeno Elvis Presley hanno notevole risonanza in Inghilterra, specie in una città portuale come Liverpool, commercialmente aperta via mare agli Stati Uniti. Richie diventa un teddy boy ma non sarà mai un delinquente perché la sua gracile costituzione e la sua bassa statura non glielo permetteranno. Tuttavia la sua crescente passione per la musica trova finalmente sfogo quando il secondo marito di sua madre gli regala una batteria.

Il ragazzo inizia così a pestare sui tamburi con entusiasmo, rivelandosi alquanto portato. Ben prima di aver compiuto il suo ventesimo anno di vita, Richard Starkey sarà un richiesto batterista di diversi complessi & complessini liverpooliani, fra cui Rory Storm & The Hurricanes. Più o meno in quel periodo assume il suo noto pseudonimo artistico: Ringo perché portava (e porta tuttora) sempre diversi anelli (‘rings’) alle dita e Starr perché costituiva un’abbreviazione del suo cognome.

Con l’istrionico Rory Storm e i suoi Hurricanes, Ringo ha modo di girare l’Inghilterra e la città tedesca di Amburgo, meta lavorativa di vari altri gruppi liverpooliani. Sarà proprio ad Amburgo che il nostro avrà la possibilità di socializzare con un’altra band di Liverpool, i Beatles, un quartetto costituito dal ruvido John Lennon, dal talentuoso Paul McCartney, dallo schivo George Harrison e dall’anonimo Pete Best. E sarà proprio quest’ultimo che Ringo Starr andrà a sostituire dietro ai tamburi, una volta che i Beatles – guidati dal geniale manager Brian Epstein – avranno firmato un contratto discografico con George Martin della EMI.

Ringo debutta come batterista dei Beatles in studio, ad Abbey Road, nel settembre 1962, dopo un non propriamente caloroso benvenuto negli spettacoli dal vivo, quando le tante ammiratrici di Pete Best gliene urlavano di tutti i colori. Martin non fu particolarmente impressionato dalla tecnica di Ringo, tuttavia in poco tempo il nostro farà passi da gigante, contribuendo notevolmente alla definizione del sound dei Beatles. Essendo anche mancino (come McCartney), Starr svilupperà uno stile tutto suo e, con l’esplosione della beatlemania in tutto il mondo fra il ’63 e il ’64, quel suo stile diventerà presto una sorta di standard per tutti i futuri batteristi pop-rock. Il suo lavoro alla batteria, per quanto non virtuosistico, è sempre stato professionale ed impeccabile, lo documentano i nastri originali dei Beatles conservati negli Abbey Road Studios, parte dei quali pubblicata nel progetto “Anthology”. Inoltre, come cantante, Ringo ha avuto l’opportunità di farsi apprezzare in alcuni dei più amati e scanzonati brani beatlesiani, su tutti Yellow Submarine e With A Little Help From My Friends.

Nel corso degli elettrizzanti ma anche stressanti primi anni della beatlemania, Ringo viene visto come l’uomo normale fra quattro ragazzi altrimenti favolosi, quello attorno al quale il gruppo si stringe per smorzare la tensione, grazie alle sue battute fulminanti (Starr se ne usciva con espressioni incredibili che suscitavano l’ilarità degli altri tre, fra cui ‘it’s been a hard day’s night’ e ‘tomorrow never knows’… vi dicono niente?) e al suo tipico stile rilassato alla peace & love. Starr diventa quindi una sorta di mascotte in seno ai Beatles e non a caso sarà il componente del gruppo più in vista e divertente nei film “A Hard Day’s Night” (1964) e “Help! (1965). Queste sue prime esperienze cinematografiche fecero capire a Ringo che forse avrebbe potuto avere qualcosa da dire anche come attore e non solo come musicista. Infatti, nel momento più difficile dei Beatles, su finire dei Sessanta, Ringo parteciperà come apprezzato attore in diversi film.

Dopo John Lennon, Ringo fu il primo Beatle a prender moglie, sposando nel 1965 Maureen, la sua fidanzata storica: il matrimonio durerà dieci anni e darà tre figli alla coppia, fra cui Zak Starkey, noto batterista anch’egli. Tuttavia il grande amore di Ringo sarà Barbara Bach, una delle più belle ‘bond girl’ mai apparse sullo schermo, che il batterista sposa quindi in seconde nozze nel 1981, dopo averla conosciuta l’anno prima sul set de “Il Cavernicolo”.

Facciamo però un salto indietro: nel 1969 la storia dei Beatles volge al termine e il nostro si guarda ansiosamente attorno per decidere quale strada seguire per il futuro. E così, oltre ad apparire in una grande produzione cinematografica – “The Magic Christian” – accanto ad un’altra grande star, Peter Sellers, Ringo appronta l’album “Sentimental Journey”, una pregevole raccolta di standard degli anni Trenta e Quaranta pubblicata nel marzo 1970. Passa al country di lì a poco, con l’album “Beaucoup Of Blues” (1970), poi proverà anche a fare il regista, dirigendo l’amico Marc Bolan e i suoi T. Rex nel film “Born To Boogie” (1972).

Torna trionfalmente alla musica con l’album “Ringo” (1973), al quale partecipano in vario modo anche gli altri Beatles. L’album, che raggiunge il 2° posto della classifica americana, viene tuttora ricordato come il capolavoro solista di Starr. Nel frattempo, Ringo ha anche modo di farsi notare sul mercato dei singoli, grazie ai grandi successi di It Don’t Come Easy, Photograph e You’re Sixteen. Starr prova a ripetere i fasti di “Ringo” con l’album “Goodnight Vienna” (1974) ma riesce a prendervi parte il solo Lennon e il disco non ottiene lo stesso successo del predecessore. “Goodnight Vienna” fu comunque l’ultimo successo da Top Ten per il nostro, dato che col successivo “Ringo’s Rotogravure” (1976) inizierà un lento declino commerciale ma, sotto certi aspetti, anche artistico.

A metà dei Settanta, infatti, Ringo Starr balzerà agli onori delle cronache più per i suoi bagordi con gli amici John Lennon, Harry Nilsson e Keith Moon che per i suoi meriti musicali. Tuttavia, dopo i disastrosi risultati degli album “Ringo The 4th” (1977) e “Bad Boy” (1978), Ringo preparava un ritorno in grande stile, grazie al supporto degli altri Beatles e rinfrancato dal successo d’un disco per bambini al quale aveva preso parte in quel periodo. Nel novembre 1980 Ringo è a New York, ospite dei Lennon per discutere del prossimo disco del batterista, in programma nell’81. John aveva già scritto per il suo amico quattro nuovi pezzi – fra cui Life Begins At 40 – ma fu soltanto la mano d’uno squilibrato ad impedire ai due di realizzare un disco che, probabilmente, sarebbe stato il trampolino di lancio per una reunion dei Beatles nel corso degli Ottanta.

Anni Ottanta che invece, per Ringo, si trasformano in un progressivo ritiro dalle scene, anche per combattere una volta per tutte il suo alcolismo. Vincerà nell’88, assieme all’amata moglie Barbara, e così sarà nuovamente pronto ad affrontare un nuovo decennio in forma smagliante, con nuovi tour e nuovi dischi. In particolare, Ringo torna a far parlare di sé presso gli appassionati di musica col celebrato progetto “Anthology” (1995-2000) dei Beatles e con il buon album solista “Vertical Man” (1998), al quale presero parte anche George e Paul.

Ringo Starr è stato musicalmente attivo anche in questo decennio, pubblicando finora tre pregevoli album da studio a suo nome – “Ringo Rama” (2003), “Choose Love” (2005) e “Liverpool 8” (2008) che, seppur non riportandolo ai fasti dei primi anni Settanta, lo hanno riabilitato musicalmente nei confronti dei tanti critici che in passato lo avevano stroncato.

Infine, una piccola annotazione… davvero invidiabile la lista di musicisti e cantanti che hanno preso parte, in epoche differenti, ai dischi solisti di Ringo: qui ricordo Quincy Jones, David Gilmour, Elton John, Maurice Gibb dei Bee Gees, Eric Clapton, Steve Cropper dei Blues Brothers, Dave Stewart degli Eurythmics, Ozzy Osbourne, Alanis Morissette, Joe Walsh e Timothy B. Schmit degli Eagles, Ron Wood dei Rolling Stones, Chrissie Hynde dei Pretenders, Willie Nelson e Stephen Stills.

– Mat

Autoreferenze musicali: accuse, rimorsi e nostalgia

George Harrison All Those Years AgoUn altro aspetto della musica che mi ha sempre affascinato riguarda i riferimenti – espliciti o meno – di un artista verso uno o più componenti della sua stessa band. La storia del pop-rock è piena d’esempi, con testi che, da semplici sentimenti di nostalgia per qualcuno che purtroppo non c’è più, vanno ad accuse al vetriolo verso chi non s’è comportato bene per i motivi più disparati. Di seguito riporto quelli che per primi mi sono venuti in mente, riservandomi il diritto d’aggiornare il post in seguito, magari anche col contributo dei lettori.

Partiamo come sempre dai Beatles: già con You Never Give Me Your Money, Paul McCartney si lamentava delle beghe finanziare dell’ultima fase del celebre quartetto. In Two Of Us, invece, Paul ripensa malinconicamente a John Lennon e alla tanta strada che i due hanno fatto insieme. McCartney riuscì comunque a trovare sollievo nella consolatoria Let It Be, dopo i suoi ‘times of trouble’. I riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono aumentati dopo lo scioglimento del gruppo: e così abbiamo Ringo Starr che in Early 1970 commenta l’amara fine dei Beatles, George Harrison che sfoga un suo litigio con Paul in Wah Wah, mentre McCartney e Lennon si scambiano accuse, rispettivamente, con Dear Friend e How Do You Sleep?. Altre frecciate da parte di George, verso Paul ma anche John, si trovanon in Living In The Material World. Altre beghe contrattuali e giudiziare in Sue Me Sue You Blues, ancora con Harrison, che tuttavia è l’autore della prima canzone-omaggio a Lennon, All Those Years Ago (nella foto, la copertina del singolo), cosa che anche McCartney farà con la sua Here Today. Invece la morte prematura dello stesso George sarà ricordata da Ringo in Never Without You. Altri riferimenti espliciti ai Beatles in quanto tali si trovano in God di John, in I’m The Greatest di Ringo e in When We Was Fab di George.

In realtà i riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono molti di più: ricordo la tesi d’uno studente australiano che affermava come la maggior parte delle canzoni dei Beatles scritte da John e Paul fosse un continuo botta & risposta fra i due: e così, per esempio, se John sceglieva di cimentarsi con la cover di Money (That’s What I Want), Paul rispondeva con la sua Can’t Buy Me Love. Altri riferimenti a McCartney si trovano in You Can’t Do That e Glass Onion, mentre pare che il bassista fosse anche il destinatario di Back Off Boogaloo, uno dei primi pezzi solisti di Ringo, e nella conciliatoria I Know (I Know) di John. E’ un aspetto molto interessante nel canzoniere dei Beatles che meriterebbe un post tutto per sé… per ora andiamo avanti, con esempi presi da altre discografie.

Passando ai Pink Floyd, abbiamo l’arcinota Shine On You Crazy Diamond che ci ricorda Syd Barrett con struggente nostalgia, così come Wish You Were Here e Nobody Home. Ma è dopo la dolorosa defezione di Roger Waters che i componenti dei Floyd iniziano a battersi con le canzoni: e così per un David Gilmour che, rivolgendosi al burbero bassista, canta You Know I’m Right, abbiamo un Waters che replica in Towers Of Faith… ‘questa band è la mia band’. In seguito Gilmour cercherà di essere più conciliante ma Waters seppe solo mandarlo affanculo… è quanto sembra emergere fra le righe di Lost For Words. Altri riferimenti a Barrett e allo stesso Waters si ritrovano in Signs Of Life, brano d’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Risentimenti vari anche in casa Rolling Stones: Mick Jagger e Keith Richards se li sono scambiati a vicenda negli anni Ottanta con, rispettivamente, Shoot Off Your Mouth e You Don’t Move Me. Rabbia verso altri (ex) partner musicali si trovano anche in F.F.F. dei PiL (indirizzata a Keith Levene, solo pochi anni prima affettuosamente ritratto in Bad Baby), in This Corrosion dei Sisters Of Mercy (l’indirizzo è quello di Wayne Hussey), in Fish Out Of Water dei Tears For Fears di Roland Orzabal (il destinatario è ovviamente Curt Smith) e sopratutto in Liar dei Megadeth, ovvero una scarica di pesanti insulti verso l’ex chitarrista Chris Poland.

In casa Queen siamo invece addolorati per la morte di Freddie Mercury: ce lo cantano Brian May con la sua Nothin’ But Blue (alla quale partecipa pure John Deacon) e Roger Taylor con Old Frieds. Ma trasudano tristezza anche Wish You Were Here dei Bee Gees e Knock Me Down dei Red Hot Chili Peppers: nella prima si piange la morte prematura di Andy Gibb, fratello più giovane di Barry, Robin e Maurice, nella seconda si piange invece quella del chitarrista Hillel Slovak. Ancora in casa Chili Peppers, fra l’altro, in Around The World del 1999 viene citato anche il sostituto di Slovak, il più noto John Frusciante.

Sentimenti di rivalsa invece con Don’t Forget To Remember dei Bee Gees, Solsbury Hill di Peter Gabriel, We Are The Clash dei Clash, Why? di Annie Lennox e No Regrets di Robbie Williams: la prima è un monito a Robin Gibb (in quel momento fuori dai Bee Gees), la seconda parla del perché Peter ha deciso di mollare i Genesis, la terza è rivolta da Joe Strummer contro Mick Jones, la quarta è indirizzata a Dave Stewart, partner della Lennox negli Eurythmics, mentre la quinta è rivolta al resto dei Take That, per i quali Robbie non prova ‘nessun rimorso’.

Altri riferimenti più o meno velati ai propri (ex) compagni di gruppo si trovano in Dum Dum Boys di Iggy Pop, Public Image dei PiL, The Winner Takes It All degli Abba, Should I Stay Or Should I Go? dei Clash, The Bitterest Pill dei Jam, In My Darkest Hour dei Megadeth. Ne conoscete degli altri? Sono sicuro che ce ne sono molti ma molti di più!

– Mat

(ultimo aggiornamento il 2 marzo 2009)

I sostituti (a breve termine)

the-beatles-jimmy-nicolAnche il panorama pop-rock ha i suoi contrattisti a progetto… questo post cerca di dimostrarlo!

Qualche tempo fa ho letto su Rockol che Joey Jordison, batterista degli Slipknot, farà parte nei Korn per cinque mesi, sostituendo il dimissionario Terry Bozzio, mentre la band valuterà un sostituto permanente. La notizia mi ha dato lo spunto per un post dedicato ai sostituti a breve termine, vale a dire quei componenti che hanno fatto parte d’una band per un breve periodo, giusto il tempo di completare un album in studio o di affrontare alcune parti d’un tour. Insomma, dei veri co.co.pro in ambito musicale! Vediamo qualche caso, cercando di procedere in ordine cronologico.

Partiamo dai Beatles, i quali, nel giugno del 1964 e alla vigilia d’un tour internazionale, sono costretti a rimpiazzare un influenzato Ringo Starr. Per non cancellare all’ultimo momento tutti gli impegni previsti, i Beatles decisero quindi di ricorrere ad un sostituto, il batterista Jimmy Nicol (nella foto sopra, coi Beatles ‘originali’), sconosciuto ai più nell’ambiente musicale e tornato a vestire i panni dello sconosciuto dopo questa prestigiosa parentesi di undici giorni. Anche i Bee Gees, fra il 1969 e il ’70, dovettero avvalersi d’un sostituto, anzi una sostituta, del tutto particolare: in quel periodo Robin Gibb aveva lasciato momentaneamente il gruppo e per riproporre dal vivo le tipiche armonie vocali a tre dei fratelli, Barry e Maurice pensarono bene di ricorrere alla propria sorella, Lesley Gibb. Una volta che Robin tornò all’ovile, di Lesley si perse però ogni traccia (artisticamente parlando, ovvio).

Pure i Genesis hanno dovuto far ricorso ad un sostituto, all’indomani della sofferta decisione del chitarrista Anthony Phillips – uno dei fondatori del gruppo – di andarsene, nel corso del 1970. Prima che Peter Gabriel e compagni trovassero in Steve Hackett un componente stabile (per poi rimanervi fino al 1977), venne quindi reclutato Mick Barnard, in modo che la band inglese potesse concludere la serie di concerti prevista in quel periodo. Anche per Mick… non so che cosa abbia combinato negli anni futuri.

Facciamo un salto temporale di oltre dieci anni e arriviamo al 1985, quando, nel corso della lavorazione al fortunato album “Love”, il batterista dei Cult, Nigel Preston, si rivelò troppo fuori di testa per poter continuare le sedute; la band si affidò così al bravissimo Mark Brzezicki dei Big Country per terminare l’album. Anche gli irlandesi Pogues beneficiarono d’un illustre sostituto, Joe Strummer dei Clash: al principio degli anni Novanta, Strummer sostituì in alcuni concerti il dimissionario (e fuori di testa) Shane McGowan, finché Spider Stacy, flautista degli stessi Pogues, decise d’assumere permanentemente anche il ruolo di cantante.

Restiamo sempre in ambito concertistico ma passiamo ai Depeche Mode: durante il massacrante “Devotional Tour” del bienno 1993-94, la band era giunta ad un punto di rottura; un depresso Andy Fletcher capì tutto e mollò il tour nelle sue battute finali. Impossibilitati nel cancellare le date ma forse anche per togliersi di dosso il lavoro, i Depeche Mode ingaggiarono uno dei loro collaboratori, il tastierista Daryl Bamonte, che suonò con Martin Gore e compagni fra il maggio e il luglio ’94, in tutte le tappe previste nel continente americano.

Ritroviamo un altro illustre sostituto nel caso dei Jane’s Addiction: la band californiana effettuò una serie di concerti nel 1997 per suggellare il ritorno sulle scene dopo lo scioglimento del 1991, anche se il bassista Eric Avery non fu della partita. E così i Jane’s Addiction ingaggiarono l’amico Flea, il funambolico bassista dei Red Hot Chili Peppers.

In anni più recenti anche il produttore Bob Rock ha vestito i panni del sostituto: è stato il bassista dei Metallica in studio di registrazione durante le fasi preparatorie dell’album “St. Anger” (2003), dopo che Jason Newsted diede forfait ma prima che quest’ultimo venisse rimpiazzato in pianta stabile da Rob Trujillo dei Suicidal Tendencies.

Ecco, questi sono solo alcuni esempi di sostituzioni temporanee, i primi che mi sono venuti in mente (sono sicuro che anche Eric Clapton è stato un sostituto di lusso in qualche occasione ma al momento non ricordo nulla in proposito). Se ne conoscete degli altri siete calorosamente invitati ad intervenire!

Bee Gees

bee-gees-immagine-pubblica-blogIo i Bee Gees li ho sempre amati! La loro musica ha attraversato cinque decenni e ognuno di essi li ha visti protagonisti con grandi album e bellissime canzoni. Negli anni Sessanta, ad esempio, se ne uscirono con I’ve Gotta Get A Message To You, Words , World, I Started A Joke e First Of May, nei Settanta con le ormai immortali You Should Be Dancing, Stayin’ Alive, How Deep Is Your Love, Night Fever, More Than A Woman e Tragedy, negli Ottanta con You Win Again e Wish You Were Here, nei Novanta con For Whom The Bell Tolls e Alone, e nel nuovo millennio con This Is Where I Came In.

Ma di canzoni a dir poco memorabili, i tre fratelli Gibb ne hanno tirate fuori a bizzeffe in tutti questi anni, sia come gruppo, sia come solisti ma anche come autori / produttori di altri artisti, gente del calibro di Barbra Streisand, Diana Ross, Céline Dion, Kerry Rogers, Dionne Warwick, Elton John, tanto per dire i primi nomi che mi sovvengono.

Il nome Bee Gees sta per B e G, ovvero Brothers Gibb, dove i fratelli in questione sono Barry, Robin e Maurice (questi ultimi due sono gemelli). C’era anche un quarto fratello, il più giovane, Andy Gibb, il quale ha avuto anche lui un certo successo commerciale a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. Purtroppo Andy morì nel 1988 per complicazioni cardiache dovute ai suoi eccessi, mentre nel 2003 fu la volta di Maurice, stroncato da una malformazione congenita all’intestino. Ma non è di morte che voglio parlare perché i Gibb ci hanno sempre proposto delle canzoni straordinariamente vitali, e tuttora attuali, anche quelle incise all’inizio della loro carriera.

Una carriera che, incoraggiata dal padre Hugh, inizia in Australia nella seconda metà degli anni Sessanta, col singolo Spicks & Specks che vola già al 1° posto della classifica. Poi i Gibb tornano nella terra natìa, la Gran Bretagna, e si preparano a conquistare le classifiche mondiali con brani come Massachusetts, To Love Somebody, How Can You Mend A Broken Heart, Run To Me, Jive Talking, Nights On Broadway e tante altre, e con album come “Bee Gees’ First” (1967)”, “Horizontal”, “Idea” (entrambi del ’68), “Odessa” (1969), “Cucumber Castle” (1970, coi Bee Gees ridotti a duo dopo la breve defezione di Robin), “2 Years On” (sempre nel ’70), “Trafalgar” (1971), fino a quello che per molti è il miglior disco dei Gibb, “Main Course” (1975).

Nel 1976 esce “Children Of The World” che anticipa quella svolta disco che si compirà alla grande l’anno dopo, con le canzoni scritte ed interpretate per la colonna sonora de “La Febbre del Sabato Sera”. Musiche e film strafamosi in tutto il pianeta. I Bee Gees si ripetono nel 1979 con “Spirits Having Flown”, poi negli anni Ottanta la loro produzione sarà meno prolifica: preferiranno assumere un profilo più basso per scrivere/produrre per altri artisti, con Robin che ottiene un discreto successo come solista (il singolo Juliet del 1983 è famosissimo). Qualche anno prima anche Andy iniziò ad ottenne grandi riconoscimenti, grazie all’album “Flowing Rivers” (1977) e a fortunati singoli quali Love Is Thicker Than Water, Shadow Dancing e An Everlasting Love.

Negli Ottanta gli album veri e propri dei Bee Gees sono soltanto tre, “Living Eyes” (1981), “E.S.P.” (1987) e “One” (1989), mentre nei Novanta escono altri tre da studio – “High Civilization” (1991), “Size Isn’t Everything” (1993) e “Still Waters” (1997) – e un album live, “One Night Only” (1998). Tutto materiale che non fa che confermare un’impressione già netta: passano gli anni, passano le tendenze, cambiano gli stili, ma i fratelli Gibb non perdono nulla della loro innata classe. Nel 2001 i Bee Gees tornano con l’ottimo “This Is Where I Came In”, seguìto dall’eccellente “The Record/Their Greatest Hits” (2002), un doppio ciddì antologico da urlo.

Attorno alla metà del decennio, i Bee Gees hanno finalmente ottenuto il pieno controllo artistico-editoriale sul loro catalogo discografico: una libertà che ha già dato alcuni frutti nel corso del 2006, con le splendide ristampe rimasterizzate dei loro primi tre album, seguita nel 2009 dal nuovo remaster di “Odessa” con tanto di cofanetto, tutte ad opera della Warner Bros. Negli anni successivi, tuttavia, complice probabilmente un cambiamento di management alla Warner, ma anche alcuni dissidi tra Barry e Robin, le uniche pubblicazioni ufficiali dei Bee Gees sono state soltanto raccolte. Nel 2012, infine, anche Robin è venuto a mancare, mentre era nel bel mezzo della composizione di nuovo materiale e nella riproposizione del catalogo storico, stavolta della sua produzione solistica. Un nuovo passaggio di consegne tra case discografiche, dalla Warner alla Capitol, annunciato sul finire del 2016, lascia tuttavia ben sperare per una nuova valorizzazione del catalogo storico dei Bee Gees, magari proprio in concomitanza, nel 2017, del quarantennale de “La Febbre del Sabato Sera”. Resto in fiduciosa attesa.

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