Peter Murphy, “Dust”, 2002

peter-murphy-dust-immagine-pubblica-blogAltro disco edito in questo decennio e particolarmente amato dal sottoscritto è “Dust”, sesto album solista di Peter Murphy, la voce storica dei Bauhaus. Se proprio non vogliamo classificarlo come il miglior album del cantante, questo è certamente il suo lavoro più ambizioso & raffinato. “Dust” è infatti una personalissima fusione fra dark, musica etnica & ambient, un disco realizzato col prezioso contributo di Mercan Dede. Il musicista turco, qui in veste di produttore assieme allo stesso Murphy, ha infatti stretto col cantante inglese una curiosa relazione artistica, all’insegna d’un reciproco scambio fra cultura occidentale & cultura mediorientale: il buon Dede, un turco residente in Canada, che realizza un disco con Peter Murphy, una gothstar inglese trasferitasi da tempo in Turchia, incidendo il tutto fra i due Paesi con musicisti (più o meno) locali.

Da questo scambio è nato “Dust”, l’album più atipico & sorprendente della discografia (solista e non) di Peter Murphy, a mio avviso il suo disco più bello. Un album lungo quasi settanta minuti e suddiviso in sette nuove canzoni (Things To RememberFake Sparkle Or Golden Dust?No Home Without Its SireJust For LoveGirlchild AglowYour FaceJungle Haze) più due del passato (My Last Two Weeks e Subway) rivisitate con la nuova estetica, per cui la durata media dei brani sfora ampiamente i sette minuti.

La bellissima voce di Peter – qui più espressiva che mai – si staglia superbamente su basi musicali eseguite con strumentazioni elettroniche, elettriche, acustiche e/o tipiche della musica (medio)orientale. Oltre ai canonici chitarra (in alcuni pezzi suonata dal grande Michael Brook), basso, batteria e tastiere, troviamo infatti il violino elettrico (suonato dal bravissimo Hugh Marsh), il violoncello, la tabla, ma anche strumenti poco noti al pop-rock come kanun, didgeridoo, ud, cumbus, ney e dolak. Oltre che tutta una serie d’effetti sonori elettronici e/o ambientali che contribuiscono enormemente alla superlativa resa sonora di “Dust”.

Un album crepuscolare, denso, a volte pure un po’ pesante all’ascolto (soprattutto per via della lunghezza complessiva), eppure molto appassionato, sofisticato e ricco di sfumature, suonato & prodotto magnificamente. Elegante anche nella confezione, con quel libretto nero dalle pagine plastificate, un libretto che Peter Murphy mi ha autografato quando ho avuto il piacere di vederlo in concerto a Roma, nel 2005, in occasione della promozione del seguito di “Dust”, il molto più convenzionalmente pop-rock “Unshattered” (2004), del quale avremo modo di parlare in un’altra occasione.

– Mat

Annunci