Joe Strummer – The Future Is Unwritten

joe-strummer-film-clash-immagine-pubblicaMiracolosamente, il docufilm di Julien Temple su Joe Strummer, “The Future Is Unwritten”, è arrivato anche in una sala cinematografica abruzzese, precisamente al Massimo di Pescara. La proiezione si è tenuta ieri sera e… non me la sono fatta scappare!

Antonella & io arriviamo per tempo, alle ventiettrenta, di fronte ad un botteghino già molto affollato: un quantitativo di gente che non mi aspettavo di trovare ma che mi ha fatto molto piacere di vedere. Quando entriamo in sala riusciamo per fortuna a trovare due comodi posti nelle file centrali ma entro le ventuno, ora d’inizio della proiezione, la sala è già piena.

Il docufilm di Temple parte già alla grande, con la storica ripresa (in bianco & nero) di Joe che registra la sua voce solista sulla base strumentale – che in quel momento ascolta solo lui, in cuffia – di White Riot, il primo singolo dei Clash. Poi entra prepotentemente & selvaggiamente il resto della musica, con le immagini che stavolta passano al cortile di casa Mellor (il vero cognome del nostro) dove troviamo il piccolo Joe a giocare col fratellino maggiore David. Queste immagini iniziali sono fra le poche che mi hanno veramente emozionato: non avevo mai visto quelle sequenze amatoriali (a colori) del giovane Strummer, così come le foto e le immagini dei suoi genitori. Tutto il film scorre cronologicamente, dall’origine nella middle-class inglese alla resurrezione artistica del nostro con la sua ultima band, The Mescaleros, passando per gli anni in collegio, il periodo da squatter a Londra, l’esplosione del fenomeno punk, il suo passaggio dagli 101ers ai Clash, l’epopea di questi ultimi, gli anni di smarrimento nella seconda metà degli Ottanta.

Una storia complessa & affascinante, narrata oltre che dalle stesse parole di Joe (prese dalle sue interviste radio e/o televisive) anche da quelle persone – musicisti o tizi comuni – che più sono state in contatto con lui, fra cui: i tre ex Clash Mick Jones (in ottima forma & a suo agio), Topper Headon e Keith Levene (ma non clamorosamente Paul Simonon, chissà perché…), Tymon Dogg, Steve Jones dei Sex Pistols, Don Letts, Courtney Love, amici d’infanzia e compagni hippy e/o squatter, le sue due mogli – Gaby e Luce – più una serie d’interventi di gente che a mio avviso c’entra ben poco, come quel ruffianone onnipresente di Bono Vox. Che cavolo c’entra Bono con Joe Strummer?! Altri interventi ci mostrano invece gli attori Matt Dillon, Steve Buscemi e Johnny Depp e il regista Martin Scorsese.

E’ molto bello che la maggior parte di questi interventi si svolga attorno ad un falò sulla spiaggia, come piaceva fare a Joe per ritrovarsi e confrontarsi con gli amici più cari. Uno dei pochi che non appare di fronte al caldo scoppiettare delle fiamme è Mick Jones, che parla del suo rapporto artistico e umano con Strummer dal grattacielo in cui viveva da solo con la nonna, nella seconda metà degli anni Settanta. Grande Mick, da sempre il mio Clash preferito! Anche il manager-mentore dei Clash, il controverso Bernie Rhodes, dice la sua, col suo classico taglio polemico & aggressivo, anche se i suoi interventi sono soltanto vocali (credo telefonici), su alcune immagini di repertorio.

“The Future Is Unwritten” è quindi un ottimo documento per conoscere la vita privata & artistica di Joe Strummer, non manca nessun aspetto: il dolore per la perdita del fratello David, gli anni giovanili errabondi, la storia dei Clash ovviamente, le colonne sonore realizzate per il cinema (come “Walker”), le parti che Joe ha recitato per lo stesso cinema (come “Mystery Train” di Jim Jarmusch, che anch’egli contribuisce coi suoi ricordi attorno al falò), i suoi programmi radiofonici condotti per la BBC a cavallo fra gli anni Novanta e Duemila (spesso come colonna sonora abbiamo proprio i pezzi che Joe sceglieva, introducendoli con la sua inconfondibile voce), fino alla sua esibizione coi Mescaleros nell’autunno del 2002, per supportare la causa dei pompieri in sciopero, un’esibizione che vide anche la partecipazione (a sorpresa) di Mick Jones per un paio di pezzi dei Clash. Altre sequenze davvero emozionanti!

A parte clamorose assenze – una su tutte, come detto, Paul Simonon, ma anche i produttori Mikey Dread (peraltro morto pochi giorni fa…) e Bill Price, nonché Martin Slattery dei Mescaleros – l’unico grande punto debole che ho trovato in “The Future Is Unwritten” è la sua verbosità. Una valanga di parole, da quelle dei già numerosi ospiti attorno al falò a quelle dello stesso Joe, con la musica che quasi sempre resta un mero sottofondo. Una valanga di informazioni che danno sì un profilo abbastanza completo di Joe Strummer ma che risultano eccessivamente compresse in due ore di visione. Insomma, va pure bene la prima volta che vediamo il film, ma le altre volte? Dov’è la musica? C’è da dire che, almeno nei titoli, essa è abbastanza rappresentativa dei vari periodi artistici di Joe: ascoltiamo quindi (anche se per pochi secondi ognuna) Keys To Your Heart dei 101ers, White Riot, London Calling, Magnificent Seven, Rock The Casbah e altri classici dei Clash, estratti dalle colonne sonore di “Walker”, “Permanent Record” e “When Pigs Had Flies” (non sono sicuro che quest’ultimo titolo sia esatto, la musica resta tuttora inedita), Tony Adams , Johnny Appleseed e Willesden To Cricklewood dei Mescaleros. Insomma, i titoli non mancano ma li si ascolta veramente per pochi secondi, quasi sempre come sottofondo alle parole.

Altri aspetti che ho gradito poco – e dei quali francamente non ho visto l’utilità – sono stati gli inserti di sequenze tratte dal bel cartone animato de “La fattoria degli animali” e del film “1984”, entrambi presi dalle notevoli opere letterarie omonime di George Orwell. Potrebbero anche fare scena ma per me sono inutili.

In definitiva, penso che “The Future Is Unwritten” sia un ottimo racconto per chi vuole conoscere Joe Strummer sapendone veramente poco, o per chi volesse avere una guida visuale della sua carriera. Ma per chi conosce già la storia di Joe e consuma da anni album quali “London Calling” e “Sandinista!” questo film rappresenta solo un simpatico & gradito diversivo. A tratti pure un po’ noioso.

– Mat

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Richard Ashcroft, “Keys To The World”, 2006

richard-ashcroft-keys-to-the-worldSul finire del 2005 ebbi il piacere d’ascoltare in radio una gran bella canzone che tornò a farmi interessare alla musica più contemporanea: si trattava di Break The Night With Colour di Richard Ashcroft (voce e anima dei Verve), canzone che continuai ad ascoltare per mesi e che, di lì a poco, mi spinse all’acquisto di “Keys To The World”. Acquisto avvenuto all’inizio di quest’estate, quando ho scovato in un centro commerciale una copia sola soletta di “Keys To The World” all’allettante cifra di otteurennovanta.

Terzo album solista per Richard Ashcroft, “Keys To The World” mi piace un po’ di più ogni volta che lo metto nel lettore, sia a casa che in auto: non è un disco contenente chissà quali mirabolanti effetti speciali o chissà quale musica innovativa (che di questi tempi è cosa assai rara), tuttavia è un bel lavoro, suonato e prodotto con gusto, caldo & sentimentale ma non stucchevole & lagnoso, leggero ma non stupido, coinvolgente ma non impegnativo. Insomma, un buon disco che assolve ottimamente alla sua funzione: farci compagnia per quarantacinque minuti con della buona musica pop-rock inglese, senza però ridursi a mero sottofondo.

1) Si parte con la spumeggiante Why Not Nothing?, un movimentato brano vagamente retrò (ma suona retrò un po’ tutto il disco, sarà per questo che mi piace così tanto…) che strizza l’occhio agli anni Sessanta. Anche la distribuzione spaziale degli strumenti ricorda il glorioso passato pop d’oltremanica, soprattutto le parti di chitarra, separate nei canali sinistro e destro.

2) Music Is Power è la rivisitazione da parte di Richard d’un vecchio brano del compianto Curtis Mayfield: in pratica sarebbe una cover, ma il nostro ne ha riscritto completamente il testo. Ammetto di conoscere poco l’arte del buon Curtis, tuttavia la coinvolgente Music Is Power mi ricorda perlopiù lo stile sonoro degli Style Council.

3-4) Ed eccoci finalmente all’emozionante Break The Night With Colour, che ritengo la migliore fra le dieci canzoni incluse in “Keys To The World”. Anzi, dirò di più… dopo pochi ascolti è diventata già una di quelle che amo di più, sarà che mi ricorda parecchio lo stile di John Lennon. Segue a ruota la melodica Words Just Get In The Way, pubblicata come secondo singolo, che è una canzone assolutamente deliziosa, strepitosamente semplice & appassionata. Nient’altro da dire.

5) A metà del disco troviamo la canzone che gli dà il titolo, Keys To The World, dal ritmo appena più sostenuto rispetto alle ultime che abbiamo visto. E’ il solo brano presente qui ad avvalersi di una voce che non sia quella di Richard (che di solito canta tutte le parti vocali, da quelle soliste ai vari tipi di cori), cioè quella d’una corista che infonde a Keys To The World un che di etnico. In effetti, questo quinto pezzo in programma suona come una metropolitana world music, sembra adatto come colonna sonora per un giro turistico nella parte più cosmopolita di Londra.

6) Davvero molto bella la canzone seguente, la commovente Sweet Brother Malcom, molto più minimale ed intima delle altre viste fin qui. Con l’inconfondibile voce di Richard ben in primo piano e una delicata orchestra a farle da contrappunto, lo strumento portante diventa quindi la chitarra acustica. Credo che Sweet Brother Malcom sia una delle migliori creazioni da parte del nostro.

7) A seguire troviamo la dolente ma magnifica Cry Til The Morning: l’inizio è lento ma dopo poco più d’un minuto subentra la bella base ritmica guidata dal piano. Stile vagamente lennoniano anche qui, per un pezzo maturo che conduce i nostri sentimenti alla deriva, specie nel finale, affidato ad un circolare & avvolgente assolo di chitarra elettrica.

8) La romantica Why Do Lovers? è un altro dei pezzi forti di questo disco: un crescendo melodico ed emozionale molto intenso, con la voce di Richard in primo piano che pare spezzarsi dopo ogni verso. Why Do Lovers? rappresenta un tipo di ballata che può venir fuori da una sola terra… la Gran Bretagna, senza dubbio.

9) Simple Song è il brano che meno mi piace in questo disco, anche se oggi lo apprezzo di più rispetto alle prime volte che l’ascoltavo. E’ una canzone piuttosto teatrale che s’incastra fino ad un certo punto con le altre presenti in “Keys”, anche se non si tratta affatto d’una cattiva prova… forse suona un po’ artificiosa.

10) La conclusiva World Keeps Turning è un classico pezzo da ascoltarsi in auto, meglio ancora se si è sulla via del ritorno. Dopo l’iniziale Why Not Nothing?, questo è il brano più veloce del disco, come se il buon Richard avesse voluto raccogliere un cuore più lento e riflessivo fra un inizio e una fine più movimentate.

Prodotto dallo stesso Richard Ashcroft col fido Chris Potter, “Keys To The World” figura diversi musicisti dal passato (per me) interessante: fra i batteristi troviamo l’ottimo Steve Sidelnyk, già con gli Orange Juice e ospite frequente nei primi singoli degli Style Council; fra i bassisti troviamo John Giblin, produttore e collaboratore di alcuni dei migliori lavori dei Simple Minds; al piano c’è invece Martin Slattery, già coi Mescaleros del compianto Joe Strummer. Infine, le efficaci partiture orchestrali, presenti un po’ ovunque, sono eseguite dalla London Metropolitan Orchestra.

– Mat

Joe Strummer

joe-strummer-the-clash-immagine-pubblicaJohn Graham Mellor (Ankara, 20 agosto 1952 – Londra, 22 dicembre 2002), al secolo Joe Strummer, è il cantante carismatico dei Clash, riconoscibilissimo per il suo piglio da arrabbiato e per la sua voce roca. Joe è nato in Turchia perché all’epoca suo padre, funzionario inglese del Ministero degli Esteri, aveva una carriera itinerante che lo portava a percorre il confine tracciato dalla Guerra fredda: e così, dopo la nascita di Joe, la famiglia Mellor vive tra Turchia, Egitto, Messico e Germania Ovest.

Nei primi anni Sessanta, tuttavia, i coniugi Mellor mettono i loro due figli in un collegio inglese: l’esperienza dura l’intero decennio e, nonostante il senso di abbandono provato dai due ragazzi, Joe sfoga la sua carica ribelle in una nuova passione, la musica. Tuttavia sarà un fatto tragico a dargli quella spinta definitiva per gettarsi nella musica: nel 1970, suo fratello David si suicida, proiettando sul giovane Joe una lunga ombra dalla quale non si libererà mai.

Rotti i rapporti con la famiglia, Joe inizia a condurre una vita errabonda in giro per l’Inghilterra (e occasionalmente per l’Europa), spesso in compagnia dell’amico Tymon Dogg (che più tardi collaborerà a più riprese sia coi Clash che con l’ultima band di Joe, The Mescaleros). In omaggio al suo idolo folk Woody Guthrie, Joe assume il nome d’arte di Woody Mellor e nei primi anni Settanta diventa il leader d’una formazione, The Vultures, nata nei pressi di Newport da un’accolita di studenti e di squatter. Nell’estate del 1974, Joe è nuovamente a Londra, con ormai i Vultures alle spalle: si trasferisce con amici in uno squat sito al 101 di Walterton Road. Da qui nascerà The 101ers, una formazione di ruvido soul-rock che entro un paio d’anni riesce a farsi un certo nome tra i locali alternativi londinesi e a pubblicare un singolo, Keys To Your Heart (giugno ’76). L’esperienza nei 101ers si rivela fondamentale per Joe perché è in seno ad essi che compone le sue prime canzoni professionali ed impara a catalizzare su di sè l’attenzione del pubblico. Adotta anche un nuovo nome d’arte, quello definitivo di Joe Strummer, ‘strimpellatore’, per via della sua tecnica basilare alla chitarra. Joe si accorge però che i tempi stanno cambiando inesorabilmente, convincendosi ulteriormente quando ha modo di assistere alle esibizioni degli emergenti Sex Pistols (la band di Johnny Rotten e soci fece da supporto agli 101ers nella primavera del ’76). Lo stile di Joe sul palco, già carismatico di suo, diventa così ancora più grintoso e arrabbiato, cosa che attira le mire d’un ambizioso gruppo emergente, The Young Colts – formati da Mick Jones, Keith Levene, Paul Simonon e Terry Chimes – e dal loro manger, Bernie Rhodes, che più volte invitano Joe ad unirsi alla nuova band in qualità di cantante.

Nonostante gli 101ers fossero in procinto d’incidere un album, Strummer manda tutto alle ortiche ed accetta la proposta (anzi, fu un ultimatum!) d’unirsi a quel gruppo che, quindi, adotta il nome The Clash e decolla verso la leggenda. Nei Clash, Joe sarà il principale responsabile dei testi delle canzoni, e quindi assumerà il ruolo dell’ideologo della band, della rockstar vicina alla gente, agli emarginati e agli oppressi del mondo. Del resto, chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere Joe, ha messo in risalto la sua straordinaria umanità, la sua naturale predisposizione all’ascolto delle persone. Joe ha dovuto però fare i conti col successo dei Clash e con l’esuberante personalità del partner Mick Jones: istigati da Bernie Rhodes, Joe e Paul decidono quindi di fare fuori Mick nel 1983 e di proseguire come Clash dopo aver rivitalizzato la band con dei giovani componenti. L’esperienza dura una manciata d’anni, con uno Strummer disilluso che decide di abbandonare i Clash al loro destino al termine del 1985. Ma per il nostro sono anche anni di profondi cambiamenti personali: entrambi i genitori di Joe muoiono in quel periodo, mentre la sua compagna, Gaby, gli dà una figlia. Per Joe è anche tempo di rinunciare alla sua vita di squatter e di assumere un profilo artistico (ma anche umano) più maturo.

Ricuce allora lo strappo con Mick Jones scrivendo & producendo con lui il secondo album della sua nuova band, Big Audio Dynamite, tentando anche inutilmente di convincerlo a rifondare i Clash con Paul Simonon. Tra il 1986 e il 1988, Joe tiene un basso profilo ma è straordinariamente attivo: scrive le musiche di varie colonne sonore (“Sid & Nancy”, “Walker”, “Straight To Hell” e “Permanent Record”), recita in alcuni film indipendenti e inoltre forma i Latino Rockabilly War, un gruppo col quale effettua un tour per la Gran Bretagna nell’estate del 1988. Nel 1989, Joe debutta col suo primo vero album da solista, “Earthquake Weather”, anche se nel corso degli anni Novanta riassume un ruolo di basso profilo (per lo più come produttore, qui ricordo il suo lavoro per i Pogues e i Black Grape).

Ritorna alla grande con una nuova band, denominata Joe Strummer & The Mescaleros, con la quale debutta nel 1999 con l’album “Rock Art And The X-Ray Style”. Segue “Global A Go Go” (2001, dedicato allo scomparso Joey Ramone), con entrambi gli album supportati da fortunati tour internazionali. Purtroppo la morte colpirà Joe nel bel mezzo di questa ritrovata attività artistica: un arresto cardiaco lo stronca infatti nella sua casa londinese il 22 dicembre 2002. All’indomani della sua morte, le maggiori rockstar mondiali avranno parole di cordoglio e di riconoscenza per quella figura assolutamente unica che è stata Joe Strummer.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 19 febbraio 2008)