Progetti cinematografici irrealizzati

film irrealizzatiUn vecchio articolo del 15 novembre 2009, che lessi su La Repubblica, riportava di una mostra dedicata al cinema di Tim Burton – che si teneva al Museum of Modern Art di New York – dove si potevano ammirare i disegni, gli schizzi, le sceneggiature, i pupazzi, gli elementi scenografici e i costumi usati per i film realizzati dal celebre regista. Ma anche per quelli irrealizzati. La mia curiosità venne stuzzicata da tre diversi film che il regista aveva in mente ma che, per un motivo o per l’altro, sono rimasti allo stadio di idee più o meno avanzate: “Superman Lives”, “La maschera del demonio” (remake dell’omonimo film di Mario Bava) e “Ripley, believe it or not”.

Nel primo caso si tratta ovviamente del famoso supereroe dei fumetti; a quanto pare la fantasia cupamente visionaria di Tim Burton ha spaventato i produttori hollywoodiani che, alla fine, hanno deciso di affidare il progetto del redivivo Superman ad altre mani. Per quanto riguarda “Ripley”, invece, cito un brano dell’articolo originale che riporta un’intervista allo scenografo Dante Ferretti: “Prima di fare ‘Sweeney Todd’, per il quale avrei vinto il secondo Oscar con Francesca Lo Schiavo, avevo già preparato con Tim Burton un filmone da 180 milioni di dollari, intitolato ‘Ripley, believe it or not’ e dedicato alla storia di un giornalista americano, Ripley appunto, che andava alla ricerca dei fenomeni più strani, dalla persona alta due metri e mezzo fino all’unicorno. Avrebbe dovuto essere ambientato negli anni Trenta, con flashback nel 1800 e nel 1400 in Cina, e quindi viaggiammo fra Londra, New York e Shanghai, lungo un lavoro di preparazione di cinque mesi. Quando, all’ultimo momento, quel film saltò, io avevo già disegnato tutto. Allora Tim, terribilmente dispiaciuto, mi offrì di fare una cosa che sarebbe costata ‘appena’ cinquanta milioni di dollari: ‘Sweeney Todd'”.

Il caso di Tim Burton non è certamente isolato nella lunga storia del cinema. Credo che ogni grande regista abbia fantasticato a fondo su un film tanto ambìto quanto impraticabile nella realtà dei fatti. In un vecchio post avevo già citato uno Stanley Kubrick alle prese con “Napoleon”, film biografico su Napoleone Bonaparte: una ventina d’anni spesa in ricerche, consulenze, appunti, correzioni di bozze e quant’altro che nel 2009 è stato documentato in un’imponente iniziativa editoriale suddivisa in ben nove volumi. Un altro progetto kubrickiano incompiuto riguarda un film sull’olocausto degli ebrei, “Aryan Papers”, iniziato nel 1989 se non ricordo male, e quindi abbandonato non appena Steven Spielberg distribuì il suo “Schindler’s List” nel 1993. Spielberg che comunque realizzò un progetto altrimenti accantonato dallo stesso Kubrick: “A.I. – Artificial Intelligence”, uscito nel 2001 ma in realtà concepito da Stanley già un decennio prima.

Tuttavia Kubrick (che, come si sarà capito, ruminava l’idea d’un film per anni) riuscì a precedere altri nella trasposizione filmica del romanzo “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess. A quanto pare, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sia i Rolling Stones che David Bowie pensarono di trarne un film che, molto probabilmente, sarebbe stato più un’opera musicale, forse proprio una specie di musical, che un film vero e proprio. Comunque la realizzazione d’un capolavoro riconosciuto come l'”Arancia meccanica” di Kubrick  – e le polemiche che ne seguirono – dovettero aver spento parecchio l’entusiasmo iniziale di Bowie, Jagger e soci.

Un altro grande regista noto per i suoi tempi lunghi, Sergio Leone, progettava negli anni Ottanta un altro film che aveva sullo sfondo la guerra di secessione americana (1861-65); del film, intitolato “Un posto che solo Mary conosce”, è stata resa pubblica una prima sceneggiatura solo nel 2004, sul mensile Ciak. Leone, a causa della sua improvvisa morte nel 1989, non riuscì quindi a girare un film che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto figurare come protagonisti Richard Gere e Mickey Rourke.

Un’altra morte prematura, quella di Pier Paolo Pasolini, è intervenuta ad impedire la realizzazione d’un film. In questo caso si tratta di “Porno-Teo-Kolossal” – pensato come una collaborazione con Eduardo De Filippo – ma anche come secondo capitolo di una ‘trilogia della morte’ (in opposizione a una ‘trilogia della vita’, formata da “Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e Una Notte”) appena accennata con “Salò” (1975), l’ultimo film pasoliniano ad essere stato girato.

E che dire dell’ormai celebre “Il Viaggio di G. Mastorna” di Federico Fellini? Un film che il genio di Rimini ha fantasticato almeno dal 1965 fino agli ultimi anni della sua vita ma che, alla fine, ha fruttato un set inutilizzato (lo si vede all’inizio di “Block-notes di un regista”, un corto del 1969), un fumetto disegnato da Milo Manara, e un omonimo romanzo ricavato dalla sceneggiatura originale, scritta con Dino Buzzati e Brunello Rondi. Oltre che una citazione in giudizio sia da parte del produttore originale, Dino De Laurentiis, che dall’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista, Ugo Tognazzi. Mi piacerebbe approfondire il “caso Mastorna” di Fellini in uno specifico post, più in là (anche se lo dico da anni… sarà forse un post irrealizzato?). Vale però la pena citare un altro progetto felliniano che non s’è materializzato: in “Intervista”, un film-documentario del 1987, si possono vedere alcuni set d’una progettata ma quindi incompiuta versione filmica dell”America” di Franz Kafka.

Infine alcune mancate partecipazioni a film che comunque sono stati fatti: Sergio Leone rifiutò di dirigere “Il Padrino”, così come Spielberg accantonò l’offerta per “Lo Squalo 2”. Steve McQueen non fece in tempo ad interpretare “La guardia del corpo” (che slittò fino al 1992, con Kevin Costner al suo posto), mentre Jean Jacques Annaud non ritenne Robert De Niro adatto per il ruolo dell’inquisitore ne “Il Nome della Rosa”. Ricordo di aver letto anche, da qualche parte, di una Michelle Pfeiffer che rifiutò il ruolo della protagonista in “Il Silenzio degli Innocenti” (che fu quindi di Jodie Foster) e che, per il ruolo del Joker del primo “Batman”, quello di Tim Burton del 1989, si era preso in considerazione – qualora Jack Nicholson non avesse accettato – sia Tim Curry (e ce lo avrei visto bene) che David Bowie. E che dire di “Boxing Helena”, il bizzarro e inquietante film del 1993 di Jennifer Chambers Lynch? Diverse attrici – tra cui Kim Basinger (che pagò pure una penale) e Madonna – rifiutarono di farsi immortalare senza arti, in un discusso ruolo shock che quindi fu di Sherilyn Fenn.

Sono tutti esempi, questi ultimi, di film effettivamente realizzati e distribuiti nelle sale; tuttavia, con quei registi/attori citati al posto di quelli compresi nel cast definitivo, forse avremmo visto al cinema delle opere finali radicalmente diverse. Di questi casi, comunque, se ne possono trovare a centinaia nella storia del cinema e in quella delle grandi case di produzione hollywoodiane, basta anche curiosare sul sito IMDB. In questo post ho riportato soltanto i primi esempi che mi sono venuti in mente, o quelli di cui ho letto e che mi hanno incuriosito di più, qualsiasi altra aggiunta fra i commenti sarà molto gradita, in qualsiasi momento.

-Mat

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Il Cavaliere Oscuro… forse un po’ troppo…

il-cavaliere-oscuro-immagine-pubblica-batmanPremetto che non sono mai stato un appassionato di fumetti, né tanto meno degli improbabili supereroi americani che per lo più li popolano. L’unico per il quale ho sempre nutrito un certo fascino è Batman, creato da Bob Kane, forse perché è il supereroe più umano di tutti, è semplicemente un miliardario figo che si traveste da pipistrello e che, grazie ai suoi dollaroni, si fa fare su misura costume & armi personalizzate per dare la caccia ai lestofanti della sua città, Gotham City.

Premetto che ho visto tutti gli episodi cinematografici della serie di “Batman”, dai primi due insuperabili capitoli, diretti dal grande talento visionario di Tim Burton, fino a “Batman Begins”, uscito nel 2005 e diretto dall’inglese Christopher Nolan.
E sempre Nolan è il regista dell’ultimo (o meglio, più recente) episodio legato alle avventure dell’uomo pipistrello, “The Dark Knight”, film che sta ottenendo uno straordinario successo in tutto il mondo.

Sono andato a vedermelo ieri sera, con mio fratello e un po’ di amici, dato che il mercoledì il cinema costa quattro euro. Il film non è nemmeno male, solo che dura due ore e mezzo (l’ultima mezzora non ce la facevo proprio più…) e a tratti risulta davvero molto noioso. Probabilmente per via della trama, molto ingarbugliata e a mio parere fin troppo corale. Sono infatti troppi gli attori ai quali viene riservato lo spazio principale… a momenti vediamo di più il commissario Gordon – interpretato da un irriconoscibile Gary Oldman – che lo stesso Batman, anche in questo caso, come nel precedente “Batman Begins”, interpretato da Christian Bale.
Devo dire che Heath Ledger – l’attore australiano recentemente scomparso – è stato davvero bravo: è la prima volta che lo vedo in un film (poverino, aveva ventottanni quando è morto, non credo che abbia fatto molti film…) e la sua interpretazione del Joker è stata davvero grande.
Per contro, in questo “The Dark Knight”, abbiamo la bat-eroina meno figa che si sia vista: se nel primo “Batman” c’era Kim Basinger e poi, a seguire, si sono avvicendate Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman e Katie Holmes (evvabbene, la signora Cruise non è certo una strafiga ma almeno è piacente & carina…), qui abbiamo una certamente non irresistibile Maggie Gyllenhaal, che, da ex amante di Batman / Bruce Wayne in “Batman Begins”, è passata al procuratore distrettuale Harvey Dent, impegnatissimo a dare la caccia anch’egli ai tanti lestofanti che si aggirano per Gotham City.

Proprio costui, Harvey Dent, viene da tutti – e specialmente da Batman – indicato come un grand’uomo, una speranza, un esempio per tutti i cittadini… e francamente non se ne capisce il perché, né se ne conoscono i meriti. Ma è tutto il resto della trama ad essere confuso: praticamente ci sono i loschi affari fra la mafia italoamericana – il cui personaggio più in vista è interpretato da Eric Roberts – e quella cinese e in cui Joker e la sua banda vi s’intromettono creando scompiglio. Ripeto la mia impressione, il film è fin troppo corale: ad esempio, la parte del pur bravissimo Morgan Freeman è francamente inutile, così come quella di Cillian Murphy che interpreta il ridicolo Scarecrow nelle prime sequenze del film e poi non lo si vede più. Anche i due o tre imitatori di Batman che si vedono all’inizio del film contribuiscono a fare confusione.

Anche l’aspetto psicologico pecca: se c’era un odio profondo di Batman per il Joker era che quest’ultimo aveva ucciso i suoi genitori (così come si vedeva nel primo “Batman”, quello burtoniano del 1989), mentre qui il Joker appare come un delinquente in più, uno dei tanti, e nemmeno fin troppo antagonista, dato che di mezzo ci sono i (tanti) mafiosi a rompere le palle agli sbirri e a Batman. Batman che ha sempre una fastidiosa raucedine quando parla, come se la bat-tuta che indossa gli stringesse la gola.

Altre cose che non ho gradito sono le ambientazioni e la fotografia: spesso le scene interne si svolgono in grandi ambienti vetrati e desolatamente spogli, troppe scene si svolgono alla luce del giorno (i primi due “Batman” burtoniani erano decisamente – e superbamente – notturni…) e Gotham City è davvero fin troppo anonima.

Insomma, “The Dark Knight” non mi è sembrato per niente quel capolavoro di film che vogliono farci credere: ai bat-fanatici incalliti non dovrebbe dispiacere ma due ore & mezza di trama fitta fitta di personaggi sono davvero troppe!

– Mat

Siouxsie & The Banshees, “Twice Upon A Time/The Singles”, 1992

siouxsie-and-the-banshees-twice-upon-a-timeQuesto post riguarda la seconda raccolta dei singoli dei Siouxsie And The Banshees, chiamata appropriatamente “Twice Upon A Time”, anche perché è il seguito di quel “Once Upon A Time” che abbiamo già visto in un altro post.

Riprendiamo quindi la storia dell’affascinantinquietante Siouxsie Sioux e dei suoi Banshees – Steven Severin, Budgie e altri che si avvicenderanno con gli anni, fra i quali John McGeoch dei Magazine e Robert Smith dei Cure – dal singolo successivo a Arabian Nights, ovvero Fireworks, pubblicato il 21 maggio 1982.

Scritta e prodotta dal gruppo stesso, la trascinante Fireworks è una delle canzoni che più amo fra le diciotto presenti in questo disco, una canzone dall’arrangiamento tanto gotico quanto irresistibilmente pop, con una prestazione vocale da parte della Sioux veramente notevole. La sua, c’è da dire, è una voce particolarissima & di facile riconoscibilità.

Slowdive, pubblicata su singolo il 1° ottobre, ci presenta un interessante cambiamento di scenario: non so di che cosa stia parlando ma questo pezzo mi fa pensare al sesso… sarà per la squadrata & robusta sezione ritmica o per la voce poco più che sussurrata da parte di Siouxsie… insomma è una roba molto molto fisica, ecco!

La ben più teatrale Melt!, edita su singolo il 26 novembre, rappresenta un altro cambiamento d’atmosfera, per quanto il testo sembra riferirsi ancora alla più fisica delle passioni. A parte tutto, però, ecco che in soli tre singoli, scritti e prodotti dallo stesso gruppo, abbiamo tre canzoni molto diverse l’una dall’altra eppure così identificative dello stile bansheesiano.

Arriva il 1983 e le sorti del gruppo paiono subire una battuta d’arresto: Siouxsie Sioux e il batterista Budgie daranno vita al progetto parallelo The Creatures (in seguito i due diventeranno moglie & marito), mentre Steven Severin, in coppia con Robert Smith, darà vita al progetto The Glove. Pure i Cure in quel periodo stavano per concludere la loro storia e così Robert Smith fu ben felice d’accettare l’invito di Severin ad entrare nella formazione dei redivivi Siouxsie And The Banshees. Il primo frutto di questa rinnovata band è la cover di Dear Prudence, pubblicata su singolo il 23 settembre: ho sempre preferito l’originale dei Beatles, tuttavia i nostri riescono a dare a Dear Prudence una piacevole personalità, a metà fra raffinato pop e dub contaminato.

Il 16 marzo 1984 è invece la volta della distesa ma saltellante Swimming Horses: la novità è che ad affiancare la band dietro la consolle torna un produttore esterno, Mike Hedges. E’ un pezzo che forse richiede qualche ascolto in più, tuttavia ritengo Swimming Horses un ottimo brano.

Pubblicata il 25 maggio e tratta dall’album “Hyaena”, ecco Dazzle, la mia canzone preferita dei Siouxsie And The Banshees. Un pezzo dall’introduzione e dal finale lenti & orchestrali, col corpo centrale epicamente veloce & drammatico. Un capolavoro, secondo la mia trascurabile opinione.

Segue la ben più dark Overground, pubblicata il 19 ottobre: non so se qui Smith sia ancora un Banshee dato che nel 1984 resuscitò i Cure con l’album “The Top”, tuttavia Overground è un brano risalente al primo album dei nostri, “The Scream” (1978), qui riproposto in una nuova versione particolarmente orchestrale.

Il 18 ottobre 1985 è la volta della magnifica Cities In Dust, un altro dei miei brani bansheesiani preferiti. Ottima la prova vocale della Sioux, ottimamente bilanciato l’arrangiamento della canzone fra parti elettroniche preprogrammate e strumentazione effettivamente suonata. Con i suoi effetti orientaleggianti e il ritmo vagamente danzereccio, Cities In Dust è per me un pezzo davvero irresistibile. Da questo punto in avanti, sebbene la produzione & la composizione dei pezzi originali della band siano accreditati alla firma collettiva di Siouxsie And The Banshees, i nostri sono effettivamente un trio composto dalla Sioux, dal marito Budgie e dall’immarcescibile Severin, con ulteriori Banshees di passaggio fra un album/tour e l’altro.

La trascinante Candyman, edita su singolo il 28 febbraio 1986, è stata per me un’altra di quelle canzoni che più s’apprezzano ascolto dopo ascolto. Un buon pezzo, devo dire, anche se qualche anno fa non l’avrei nemmeno pensato.

Con This Wheel’s On Fire, pubblicata il 12 gennaio 1987, siamo al primo estratto d’un album di cover pubblicato dai nostri quell’anno, “Through The Looking Glass”. Non conosco l’originale, scritta da Bob Dylan & Rick Danko, ma trovo molto bella questa canzone… insomma, presa per quella che è pare bella.

Ancora una cover con The Passenger, pubblicata su singolo il 20 marzo: questa volta l’originale la conosco benissimo, è di Iggy Pop ed è strepitosa! La versione bansheesiana è inferiore ma resta una cover molto godibile, perché negarlo.

Anche se fu citata per plagio, la stralunata marcia di Peek-A-Boo è un originale dei nostri pubblicato come singolo l’11 luglio 1988. Non ho mai capito se ho a che fare con un’insulsa canzonetta irritante o con un colpo di puro genio. Non so, ditemi voi…comunque Peek-A-Boo fu un grosso successo negli USA.

La coinvolgente ed eccentrica The Killing Jar suona come la classica canzone da ascoltarsi in santa pace quando si è alla guida. Pubblicato il 23 settembre, questo singolo è l’ultimo a figurare il produttore Mike Hedges, tornato ad accompagnare i nostri fin dal singolo This Wheel’s On Fire.

Tratta dalla prima edizione del Lollapalooza, il noto festival alternativo statunitense concepito da Perry Farrell, ecco una grandiosa versione dal vivo dell’intensa ballata The Last Beat Of My Heart, registrata a Seattle il 28 agosto 1991 (la versione da studio è uscita nel 1988 nell’album “Peepshow”).

Prodotta dal celebre Stephen Hague e pubblicata su singolo il 13 maggio 1991, Kiss Them For Me è uno dei pezzi più conosciuti dei nostri. E’ altresì l’esempio più mirabile della progressiva caccia dei nostri ai quartieri alti delle classifiche… insomma, Kiss Them For Me è una graziosissima canzoncina pop, cantanta dall’ammaliante voce di Siouxsie ma… resta sempre una canzoncina.

Sempre col buon Stephen alla produzione, Shadowtime, il singolo successivo, edito il 5 luglio, sembra fornirci una resa migliore. In effetti la canzone in sé non è male, anzi sembra leggiadra e carica d’un senso di libertà & spazi aperti che ho sempre gradito in musica. Tuttavia credo che sia proprio la fin troppo innocuamente poppeggiante produzione di Hague ad appiattire il tutto.

Con Fear (Of The Unknown), sempre prodotta da Stephen Hague ma pesantemente remixata da Junior Vasquez, siamo invece alle prese con un brano dall’incedere house. L’esperimento è interessante, e anche coraggioso se vogliamo, tuttavia sembra una canzone che non ha niente a che vedere con le altre presenti in questo disco. Forse è un segno che Fear non sia uscita come singolo in patria, la Gran Bretagna, bensì abbia visto la luce altrove.

La conclusiva Face To Face, edita su singolo il 13 luglio 1992, ci riconduce allo spirito originario dei Siouxsie And The Banshees. Quest’ammaliante brano gothic-pop è stato composto dai nostri per la colonna sonora del film “Batman Returns” e si avvale dello stesso compositore scelto dal regista Tim Burton per il suo noto film, ovvero Danny Elfman. Face To Face è un altro di quei pezzi da apprezzare un po’ di più ad ogni ascolto… molto bello il videoclip, inoltre, con una informissima Siouxsie Sioux che fa il verso alla sensuale Catwoman interpretata dalla splendida Michelle Pfeiffer.

– Mat