The Clash, “London Calling”, 1979

The Clash London CallingIn blog precedenti avevo già recensito tutti gli album dei Clash ma, bisognoso di nuovi argomenti per ampliare questa riedizione di Immagine Pubblica, mi sono messo a riscrivere un vecchio post (originariamente datato 23 marzo 2009) su quello che viene comunemente inteso come il manifesto artistico della band inglese, ovvero “London Calling”, il suo terzo terzo album, che ha una genesi peculiare che merita d’essere raccontata.

Londra, aprile ’79, i nostri trovano un nuovo quartier generale, un’autorimessa della quale affittano il piano superiore per farne una sala prove ma anche un ritrovo; il locale viene denominato Vanilla per via del colore delle pareti. La nuova atmosfera si rivela salutare per i Clash: liberi da un manager/mentore tanto geniale quanto ingombrante, Bernie Rhodes, licenziato poco prima, i quattro – Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon – hanno l’opportunità d’affiatarsi sempre più, non solo come musicisti ma soprattutto come amici. Al Vanilla prendono così a sperimentare generi diversi dal punk, quali funk, reggae, soul, disco e jazz, tanto che tra maggio e giugno i Clash si ritrovano con un bel quantitativo di nuove composizioni (parte di questo materiale, le cosiddette “Vanilla Tapes”, verrà incluso nella riedizione deluxe di “London Calling” del 2004). Dopodiché, una volta rinnovato il contratto con la CBS, i Clash chiamano il produttore Guy Stevens, un loro idolo, già produttore ma anche mentore della band preferita di Mick, i Mott The Hoople.

Stevens aveva già prodotto i nostri, nel novembre ’76, quando, dopo un interessamento da parte della Polydor, il gruppo aveva effettuato con lui il suo primo demo professionale. Allora le cose non andarono come i Clash avevano sperato ma, a distanza di quasi tre anni, erano fermamenti convinti che Guy fosse l’unico in grado di produrre il loro nuovo disco. Le sessioni si svolsero così ai Wessex Studios, con Stevens e il tecnico Bill Price alla consolle: tutto l’entourage dei Clash ricorda il comportamento folle di Stevens, il quale, alcolizzato cronico, incitava la band in studio con urla, salti e distruzione del mobilio. L’atmosfera in studio era quindi sempre carica, rovente, e il nuovo materiale dei Clash riuscì a giovarne, a dispetto di quel che si potrebbe pensare vedendo le immagini amatoriali di Stevens che fa il pazzo in studio, contenute nel dvd della riedizione deluxe di “London Calling” (sono riprese molto divertenti ma anche un tantino inquietanti)! Le sessioni, durate fino alla fine d’agosto, hanno prodotto quello che secondo molti critici e molti fan è l’album migliore per Strummer & compagni.

Un album che parte col botto, l’omonima London Calling, che non è solo la canzone più rappresentativa dei nostri ma è oggi considerata un autentico classico del rock. E’ un brano potente & visionario, dove tutta la strumentazione e le parti vocali sono esaltate, e lo si capisce già dagli iniziali, incalzanti secondi. London Calling è una delle prove più belle dei Clash, qui al meglio di quello stile epico applicato al punk rock nel quale sono maestri.

Brand New Cadillac è invece l’irresistibile cover d’un rock ‘n’ roll di Vince Taylor & His Playboys, datato 1959: il pezzo, tirato e coinvolgente, serviva ai Clash per riscaldarsi prima di passare alle canzoni di propria composizione ma Stevens lo registrò comunque e convinse la band ad includerlo nell’album. Jimmy Jazz inizia con una sonnacchiosa chitarra unita al fischiettare d’un amico dei Clash, dopodiché la musica diventa saltellante e gioviale, quanto di più distante i nostri avessero mai inciso fino ad allora. I ritmi tornano a farsi comunque più serrati con la trascinante Hateful, dove la voce roca di Joe è magnificamente supportata da quella più sbarazzina di Mick.

Voce di Mick che torna protagonista in Rudie Can’t Fail, convincente ibrido tra sonorità punk e latinoamericane, dove gli interventi ai fiati degli Irish Horns – che partecipano ad altri momenti del disco – sono particolarmente efficaci. Spanish Bombs sembra invece un classico brano da autoradio: melodioso, caldo, dal ritmo sostenuto, col testo – cantato quasi all’unisono da Joe & Mick – a richiamare numerose immagini di quegli anni di piombo.

La saltellante The Right Profile è un’altra grandiosa commistione di stili: rock ‘n’ roll, punk, ritmi latini e un pizzico d’immaginario hollywoodiano; Strummer ne scrisse infatti il testo dopo aver letto una biografia del tormentato attore Montgomery Clift. E se Lost In The Supermarket – brano pulsante ma disteso, con Mick alla voce solista – è una delle canzoni migliori di “London Calling”, la successiva Clampdown è una delle più incalzanti, grazie all’inesorabile batteria di Topper che resta in primo piano per tutto il tempo. Poi è la volta di The Guns Of Brixton, la prima composizione firmata (e cantata) da Paul Simonon, dove il ritmo è decisamente reggae, con una linea di basso irresistibile & una voce impassibile a narrare gangster stories.

Stagger Lee/Wrong ‘Em Boyo è un altro esempio di fusione tra generi nella quale i Clash si dimostravano sempre più a loro agio: un medley fra un traditional e una cover dei Rulers che ci porta ad anni luce dal punk, dato che sembra piuttosto d’ascoltare un appassionato gruppo rock che esegue dei ritmi da swing band anni Cinquanta. Death Or Glory e Four Horsemen mi sembrano gli unici momenti deboli di “London Calling”: sono canzoni delle quali avrei anche fatto a meno, sebbene non siano cattive e suonino inconfondibilmente Clash nell’approccio e nello stile. Ben più interessante mi sembra The Card Cheat, cantata da Mick, dove tutta la strumentazione – col piano come strumento portante – è raddoppiata e fornita d’eco. E’ un’ulteriore testimonianza della versatilità raggiunta dal gruppo in studio, anticipatrice di alcuni episodi di “Sandinista!” (1980), così come il breve ma divertente rock di Koka Kola, cantato da Joe.

E se in Lover’s Rock i nostri si divertono a confondere stili e sonorità, con Joe e Mick a cantare all’unisono, I’m Not Down è semplicemente un’altra bella canzone cantata da Mick, piacevolmente energica. Memorabile resta anche la cover di Revolution Rock di Danny Ray, dove i Clash non solo si cimentano alla grande con sonorità dub-ska (anch’esse riprese con grande efficacia in “Sandinista!“) ma si dilettano pure a riproporre la sezione fiati di Sea Cruise, un pezzo di Frankie Ford.

A chiudere questo disco superlativo che è “London Calling” ci pensa una coinvolgente canzone cantata da Mick che doveva essere abbinata come flexi-disc al magazine NME; la cosa non si concretizzò e la melodica Train In Vain trovò posto in fondo all’album, nemmeno nominata nelle prime stampe del disco.

Due righe merita anche la copertina, giudicata una delle più evocative della discografia mondiale. Scattata da Pennie Smith, la foto ritrae Simonon che spacca il suo basso durante un concerto americano, mentre la grafica riprende quella del primo album di Elvis Presley.

-Mat

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Gorillaz, “Plastic Beach”, 2010

gorillaz-plastic-beach-immagine-pubblica-blogNon ho proprio resistito: ho sborsato quattordici euro & novanta centesimi e ho comprato “Plastic Beach” dei Gorillaz! Il fatto è che il terzo album della cartoon band capitanata da Damon Albarn è uno di quei dannati dischi che migliorano un po’ di più ad ogni ascolto.

E così, dopo un po’ che mi trastullavo con insoddisfazione crescente con gli mp3 scaricati dalla rete, ho infine deciso di recarmi al vicino negozio di dischi per portarmi a casa una copia originale.

C’è da dire, inoltre, che l’inglese Damon Albarn, classe 1968, già nei Blur ma anche artefice dell’eccellente “The Good, The Bad And The Queen”, è un musicista molto eclettico che sembra diventare via via più bravo col passare degli anni. Di fatto, la sua contaminatissima musica pubblicata a nome Gorillaz mi sembra una delle cose più eccitanti uscite da dieci anni a questa parte.

E così, dopo due album interessanti come l’eponimo “Gorillaz” del 2001 e “Demon Days” del 2005, eccoci al terzo capitolo della saga, “Plastic Beach” per l’appunto. Sono stato conquistato dal recupero delle sonorità technopop anni Ottanta, miste a rap da strada, elettronica e sonorità orientaleggianti. E dai molti ospiti presenti: si va da Lou Reed a due ex componenti dei Clash, ovvero Mick Jones e Paul Simonon, passando – fra i tanti – per Bobby Womack, Mos Def, De La Soul, Snoop Dogg e Little Dragon.

“Plastic Beach” offre sedici brani in tutto, per un totale di quasi un’ora di musica. Per quanto mi riguarda, le canzoni migliori sono proprio quelle che si rifanno alle sonorità anni Ottanta, come il baldanzoso elettropop di Rhinestone Eyes, la dinamica On Melancholy Hill (che se non fosse per l’inconfondibile voce di Albarn, dolce e malinconica, si potrebbe spacciarla per un pop d’annata degli Human League o degli Yazoo), la notevole Empire Ants (divisa in due parti, la prima più meditabonda cantata da Damon e la seconda ben più movimentata affidata alla voce suadente di Yukimi Nagano, la cantante dei Little Dragon) e soprattutto Stylo, edita come singolo apripista. Senza dubbio il pezzo forte dell’album, Stylo vede intrecciarsi le voci di Mos Def, Damon Albarn e Bobby Bomack su un tappeto propulsivo meravigliosamente ‘eighties’.

Ma “Plastic Beach” offre anche molto rap, fin dalle battute iniziali, affidate a Welcome To The World Of The Plastic Beach. Nel brano, preceduto dal breve Orchestral Intro, è il noto rapper Snoop Dogg a fare la parte da protagonista, mentre l’esotica White Flag ci offre un duetto fra Bashy e Kano. Sweepstakes, altra collaborazione fra i Gorillaz e Mos Def, è invece un rap piuttosto nevrotico e ossessivo.

Accanto ad episodi più marcatamente pop (per quanto sempre molto contaminati) come Superfast Jellyfish, Some Kind Of Nature, To Binge, Plastic Beach e Pirate Jet, troviamo anche sperimentazioni elettroniche con Glitter Freeze (uno strumentale scritto ed eseguito dai Gorillaz con Mark E. Smith dei Fall) e brani più contemplativi come Broken e Cloud Of Unknowing (affidata alla voce di Womack).

In definitiva, “Plastic Beach” è un album divertente e coinvolgente, buono da ascoltare sia a casa che in macchina. Come detto, è uno di quei dischi che si fanno svelare e apprezzare di più ad ogni ascolto, per cui ogni eventuale aggiunta dei lettori fra i commenti sarà gradita.

– Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Autoreferenze musicali: accuse, rimorsi e nostalgia

George Harrison All Those Years AgoUn altro aspetto della musica che mi ha sempre affascinato riguarda i riferimenti – espliciti o meno – di un artista verso uno o più componenti della sua stessa band. La storia del pop-rock è piena d’esempi, con testi che, da semplici sentimenti di nostalgia per qualcuno che purtroppo non c’è più, vanno ad accuse al vetriolo verso chi non s’è comportato bene per i motivi più disparati. Di seguito riporto quelli che per primi mi sono venuti in mente, riservandomi il diritto d’aggiornare il post in seguito, magari anche col contributo dei lettori.

Partiamo come sempre dai Beatles: già con You Never Give Me Your Money, Paul McCartney si lamentava delle beghe finanziare dell’ultima fase del celebre quartetto. In Two Of Us, invece, Paul ripensa malinconicamente a John Lennon e alla tanta strada che i due hanno fatto insieme. McCartney riuscì comunque a trovare sollievo nella consolatoria Let It Be, dopo i suoi ‘times of trouble’. I riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono aumentati dopo lo scioglimento del gruppo: e così abbiamo Ringo Starr che in Early 1970 commenta l’amara fine dei Beatles, George Harrison che sfoga un suo litigio con Paul in Wah Wah, mentre McCartney e Lennon si scambiano accuse, rispettivamente, con Dear Friend e How Do You Sleep?. Altre frecciate da parte di George, verso Paul ma anche John, si trovanon in Living In The Material World. Altre beghe contrattuali e giudiziare in Sue Me Sue You Blues, ancora con Harrison, che tuttavia è l’autore della prima canzone-omaggio a Lennon, All Those Years Ago (nella foto, la copertina del singolo), cosa che anche McCartney farà con la sua Here Today. Invece la morte prematura dello stesso George sarà ricordata da Ringo in Never Without You. Altri riferimenti espliciti ai Beatles in quanto tali si trovano in God di John, in I’m The Greatest di Ringo e in When We Was Fab di George.

In realtà i riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono molti di più: ricordo la tesi d’uno studente australiano che affermava come la maggior parte delle canzoni dei Beatles scritte da John e Paul fosse un continuo botta & risposta fra i due: e così, per esempio, se John sceglieva di cimentarsi con la cover di Money (That’s What I Want), Paul rispondeva con la sua Can’t Buy Me Love. Altri riferimenti a McCartney si trovano in You Can’t Do That e Glass Onion, mentre pare che il bassista fosse anche il destinatario di Back Off Boogaloo, uno dei primi pezzi solisti di Ringo, e nella conciliatoria I Know (I Know) di John. E’ un aspetto molto interessante nel canzoniere dei Beatles che meriterebbe un post tutto per sé… per ora andiamo avanti, con esempi presi da altre discografie.

Passando ai Pink Floyd, abbiamo l’arcinota Shine On You Crazy Diamond che ci ricorda Syd Barrett con struggente nostalgia, così come Wish You Were Here e Nobody Home. Ma è dopo la dolorosa defezione di Roger Waters che i componenti dei Floyd iniziano a battersi con le canzoni: e così per un David Gilmour che, rivolgendosi al burbero bassista, canta You Know I’m Right, abbiamo un Waters che replica in Towers Of Faith… ‘questa band è la mia band’. In seguito Gilmour cercherà di essere più conciliante ma Waters seppe solo mandarlo affanculo… è quanto sembra emergere fra le righe di Lost For Words. Altri riferimenti a Barrett e allo stesso Waters si ritrovano in Signs Of Life, brano d’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Risentimenti vari anche in casa Rolling Stones: Mick Jagger e Keith Richards se li sono scambiati a vicenda negli anni Ottanta con, rispettivamente, Shoot Off Your Mouth e You Don’t Move Me. Rabbia verso altri (ex) partner musicali si trovano anche in F.F.F. dei PiL (indirizzata a Keith Levene, solo pochi anni prima affettuosamente ritratto in Bad Baby), in This Corrosion dei Sisters Of Mercy (l’indirizzo è quello di Wayne Hussey), in Fish Out Of Water dei Tears For Fears di Roland Orzabal (il destinatario è ovviamente Curt Smith) e sopratutto in Liar dei Megadeth, ovvero una scarica di pesanti insulti verso l’ex chitarrista Chris Poland.

In casa Queen siamo invece addolorati per la morte di Freddie Mercury: ce lo cantano Brian May con la sua Nothin’ But Blue (alla quale partecipa pure John Deacon) e Roger Taylor con Old Frieds. Ma trasudano tristezza anche Wish You Were Here dei Bee Gees e Knock Me Down dei Red Hot Chili Peppers: nella prima si piange la morte prematura di Andy Gibb, fratello più giovane di Barry, Robin e Maurice, nella seconda si piange invece quella del chitarrista Hillel Slovak. Ancora in casa Chili Peppers, fra l’altro, in Around The World del 1999 viene citato anche il sostituto di Slovak, il più noto John Frusciante.

Sentimenti di rivalsa invece con Don’t Forget To Remember dei Bee Gees, Solsbury Hill di Peter Gabriel, We Are The Clash dei Clash, Why? di Annie Lennox e No Regrets di Robbie Williams: la prima è un monito a Robin Gibb (in quel momento fuori dai Bee Gees), la seconda parla del perché Peter ha deciso di mollare i Genesis, la terza è rivolta da Joe Strummer contro Mick Jones, la quarta è indirizzata a Dave Stewart, partner della Lennox negli Eurythmics, mentre la quinta è rivolta al resto dei Take That, per i quali Robbie non prova ‘nessun rimorso’.

Altri riferimenti più o meno velati ai propri (ex) compagni di gruppo si trovano in Dum Dum Boys di Iggy Pop, Public Image dei PiL, The Winner Takes It All degli Abba, Should I Stay Or Should I Go? dei Clash, The Bitterest Pill dei Jam, In My Darkest Hour dei Megadeth. Ne conoscete degli altri? Sono sicuro che ce ne sono molti ma molti di più!

– Mat

(ultimo aggiornamento il 2 marzo 2009)

Julien Temple, “Joe Strummer – The Future Is Unwritten”, 2007

joe-strummer-film-clash-immagine-pubblicaMiracolosamente, il docufilm di Julien Temple su Joe Strummer, “The Future Is Unwritten”, è arrivato anche in una sala cinematografica abruzzese, precisamente al Massimo di Pescara. La proiezione si è tenuta ieri sera e… non me la sono fatta scappare!

Antonella & io arriviamo per tempo, alle ventiettrenta, di fronte ad un botteghino già molto affollato: un quantitativo di gente che non mi aspettavo di trovare ma che mi ha fatto molto piacere di vedere. Quando entriamo in sala riusciamo per fortuna a trovare due comodi posti nelle file centrali ma entro le ventuno, ora d’inizio della proiezione, la sala è già piena.

Il docufilm di Temple parte già alla grande, con la storica ripresa (in bianco & nero) di Joe che registra la sua voce solista sulla base strumentale – che in quel momento ascolta solo lui, in cuffia – di White Riot, il primo singolo dei Clash. Poi entra prepotentemente & selvaggiamente il resto della musica, con le immagini che stavolta passano al cortile di casa Mellor (il vero cognome del nostro) dove troviamo il piccolo Joe a giocare col fratellino maggiore David. Queste immagini iniziali sono fra le poche che mi hanno veramente emozionato: non avevo mai visto quelle sequenze amatoriali (a colori) del giovane Strummer, così come le foto e le immagini dei suoi genitori. Tutto il film scorre cronologicamente, dall’origine nella middle-class inglese alla resurrezione artistica del nostro con la sua ultima band, The Mescaleros, passando per gli anni in collegio, il periodo da squatter a Londra, l’esplosione del fenomeno punk, il suo passaggio dagli 101ers ai Clash, l’epopea di questi ultimi, gli anni di smarrimento nella seconda metà degli Ottanta.

Una storia complessa & affascinante, narrata oltre che dalle stesse parole di Joe (prese dalle sue interviste radio e/o televisive) anche da quelle persone – musicisti o tizi comuni – che più sono state in contatto con lui, fra cui: i tre ex Clash Mick Jones (in ottima forma & a suo agio), Topper Headon e Keith Levene (ma non clamorosamente Paul Simonon, chissà perché…), Tymon Dogg, Steve Jones dei Sex Pistols, Don Letts, Courtney Love, amici d’infanzia e compagni hippy e/o squatter, le sue due mogli – Gaby e Luce – più una serie d’interventi di gente che a mio avviso c’entra ben poco, come quel ruffianone onnipresente di Bono Vox. Che cavolo c’entra Bono con Joe Strummer?! Altri interventi ci mostrano invece gli attori Matt Dillon, Steve Buscemi e Johnny Depp e il regista Martin Scorsese.

E’ molto bello che la maggior parte di questi interventi si svolga attorno ad un falò sulla spiaggia, come piaceva fare a Joe per ritrovarsi e confrontarsi con gli amici più cari. Uno dei pochi che non appare di fronte al caldo scoppiettare delle fiamme è Mick Jones, che parla del suo rapporto artistico e umano con Strummer dal grattacielo in cui viveva da solo con la nonna, nella seconda metà degli anni Settanta. Grande Mick, da sempre il mio Clash preferito! Anche il manager-mentore dei Clash, il controverso Bernie Rhodes, dice la sua, col suo classico taglio polemico & aggressivo, anche se i suoi interventi sono soltanto vocali (credo telefonici), su alcune immagini di repertorio.

“The Future Is Unwritten” è quindi un ottimo documento per conoscere la vita privata & artistica di Joe Strummer, non manca nessun aspetto: il dolore per la perdita del fratello David, gli anni giovanili errabondi, la storia dei Clash ovviamente, le colonne sonore realizzate per il cinema (come “Walker”), le parti che Joe ha recitato per lo stesso cinema (come “Mystery Train” di Jim Jarmusch, che anch’egli contribuisce coi suoi ricordi attorno al falò), i suoi programmi radiofonici condotti per la BBC a cavallo fra gli anni Novanta e Duemila (spesso come colonna sonora abbiamo proprio i pezzi che Joe sceglieva, introducendoli con la sua inconfondibile voce), fino alla sua esibizione coi Mescaleros nell’autunno del 2002, per supportare la causa dei pompieri in sciopero, un’esibizione che vide anche la partecipazione (a sorpresa) di Mick Jones per un paio di pezzi dei Clash. Altre sequenze davvero emozionanti!

A parte clamorose assenze – una su tutte, come detto, Paul Simonon, ma anche i produttori Mikey Dread (peraltro morto pochi giorni fa…) e Bill Price, nonché Martin Slattery dei Mescaleros – l’unico grande punto debole che ho trovato in “The Future Is Unwritten” è la sua verbosità. Una valanga di parole, da quelle dei già numerosi ospiti attorno al falò a quelle dello stesso Joe, con la musica che quasi sempre resta un mero sottofondo. Una valanga di informazioni che danno sì un profilo abbastanza completo di Joe Strummer ma che risultano eccessivamente compresse in due ore di visione. Insomma, va pure bene la prima volta che vediamo il film, ma le altre volte? Dov’è la musica? C’è da dire che, almeno nei titoli, essa è abbastanza rappresentativa dei vari periodi artistici di Joe: ascoltiamo quindi (anche se per pochi secondi ognuna) Keys To Your Heart dei 101ers, White Riot, London Calling, Magnificent Seven, Rock The Casbah e altri classici dei Clash, estratti dalle colonne sonore di “Walker”, “Permanent Record” e “When Pigs Had Flies” (non sono sicuro che quest’ultimo titolo sia esatto, la musica resta tuttora inedita), Tony Adams , Johnny Appleseed e Willesden To Cricklewood dei Mescaleros. Insomma, i titoli non mancano ma li si ascolta veramente per pochi secondi, quasi sempre come sottofondo alle parole.

Altri aspetti che ho gradito poco – e dei quali francamente non ho visto l’utilità – sono stati gli inserti di sequenze tratte dal bel cartone animato de “La fattoria degli animali” e del film “1984”, entrambi presi dalle notevoli opere letterarie omonime di George Orwell. Potrebbero anche fare scena ma per me sono inutili.

In definitiva, penso che “The Future Is Unwritten” sia un ottimo racconto per chi vuole conoscere Joe Strummer sapendone veramente poco, o per chi volesse avere una guida visuale della sua carriera. Ma per chi conosce già la storia di Joe e consuma da anni album quali “London Calling” e “Sandinista!” questo film rappresenta solo un simpatico & gradito diversivo. A tratti pure un po’ noioso.

– Mat

The Clash, “The Clash”, 1977

the-clash-primo-album-omonimoQuesto 2007 ha segnato importanti anniversari discografici, celebrati chi più chi meno dalla stampa specializzata (e con molta più umiltà & meno pretese dal sottoscritto): “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967) dei Beatles, “Velvet Underground & Nico” (1967) dei Velvet Underground, “The Doors” (1967) dei Doors, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967) dei Pink Floyd, ma anche “Exodus” (1977) di Bob Marley & The Wailers, “Never Mind The Bollocks” (1977) dei Sex Pistols, la colonna sonora di “Saturday Night Fever” (1977, quella coi pezzi dei Bee Gees per intenderci), ma pure “Appetite For Destruction” (1987) dei Guns N’ Roses.

Io a questa lista aggiungerei anche “Low” e “Heroes” di David Bowie, “The Idiot” di Iggy Pop, “News Of The World” (1977) dei Queen (è quel disco che contiene We Are The Champions e We Will Rock You, avete presente?), “The Clash” (1977) dei Clash, “…Nothing Like The Sun” (1987) di Sting, “Sign ‘O’ The Times” (1987) di Prince, e “Bad” (1987) di Michael Jackson: alcuni di essi li ho già recensiti alla bellemmeglio su questo blog, di altri mi piacerebbe parlare in post futuri, mentre di “The Clash” parlerò subito, riciclando idee già scritte in un mio vecchio post.

“The Clash”, album di debutto dei Clash, fu il secondo grande album punk a vedere la luce in Gran Bretagna, nel corso del 1977, l’anno che sancì l’affermarsi nelle classifiche riservate al pop-rock di una nuova & ruvida sonorità, il punk per l’appunto. Iniziarono a febbraio i Damned di Brian James e Captain Sensible con l’album “Damned Damned Damned”, ad aprile seguirono i nostri con “The Clash” e completarono la trilogia di classici punk i Sex Pistols, col fondamentale “Never Mind The Bollocks”, pubblicato a novembre, anche se era pronto già da diversi mesi prima.

A partire dal 12 febbraio 1977, nel corso di tre lunghi weekend giovedì-domenica, i Clash e il produttore Mickey Foote (lo stesso tecnico del suono che accompagnava la band nei concerti) sono impegnati per l’incisione del loro album d’esordio agli studi londinesi della CBS . L’atteggiamento assunto dai Clash nei confronti del personale in studio è di aperta sfida: all’epoca la CBS era la casa discografica più grande al mondo e i Clash la vedevano come una sorta di multinazionale alla quale opporsi per non farsi fagocitare. Joe Strummer preferisce incidere le sue parti vocali quando il resto del gruppo non c’è: canta rivolto contro il muro e al contempo suona la sua chitarra ritmica. Evidentemente, secondo lui, ciò era il solo modo possibile per ricreare in studio una sua performance dal vivo; tuttavia la sua voce non è nelle condizioni ottimali, dato che Joe accusava dei noduli alla gola.

Pare, inoltre, che molto del suo contributo strumentale sia stato sostituito a sua insaputa dalla chitarra di Mick Jones, che è il componente dei Clash che, in fin dei conti, più si adatta all’ottica lavorativa in studio: utilizza tre diverse chitarre e collabora col fonico per la resa ottimale dei suoni. Mick dirige anche le operazioni dei compagni: in particolare, insegna a Paul Simonon quali parti di basso deve eseguire… Paul, infatti, aveva le note disegnate sulla tastiera del suo strumento! Contrariamente ad alcune dicerie, però, Simonon eseguì effettivamente le sue parti di basso. C’è da dire, comunque, che il suono di basso che si ascolta per tutto il disco è piuttosto pronunciato e contribuisce enormemente alla definizione del sound complessivo in “The Clash”.

Terry Chimes, già ufficialmente fuori dai Clash, è stato il membro della band meno collaborativo: s’è limitato ad eseguire le istruzioni impartite dagli altri & a suonare le sue parti di batteria correttamente. Si discute, invece, sull’effettivo ruolo del produttore Mickey Foote: anche se Mick Jones abbia potuto svolgere un ruolo di produttore di fatto, a Foote si deve riconoscere quantomeno l’importante ruolo da lui assunto di cuscinetto tra l’aggressività dei Clash in studio e i tecnici della casa discografica, per la prima volta alle prese con la musica punk e i suoi stilemi (ricordiamoci che a quei tempi la CBS andava forte con gente come gli ABBA…).

Per quanto riguarda le singole canzoni, invece…

1) L’iniziale Janie Jones è dedicata ad una nota ‘signora’ londinese: è un brano carico di ruvida urgenza, cantato perlopiù coralmente, mentre negli ultimi ventitré secondi esplode la sola voce di Mick.

2) Remote Control, un duetto tra Mick e Joe, è il brano più convenzionalmente rock dell’album: perciò è stato scelto come secondo singolo dalla CBS (ad insaputa dei Clash che s’incazzarono parecchio).

3) I’m So Bored With The U.S.A. parla dell’americanizzazione della Gran Bretagna e dei suoi costumi; originariamente la canzone era intitolata I’m So Bored With You ed in effetti è questa la frase che cantano Mick e Paul nei cori.

4) La versione di White Riot contenuta nel disco risulta più grezza all’ascolto rispetto a quella pubblicata su singolo qualche tempo prima: è diversa sia nella strumentazione e sia nel cantato, inoltre non prevede gli effetti (sirena, vetro infranto, allarme antincendio, ecc.) usati per il singolo.

5) Hate & War è un brano cantato perlopiù da Mick e cita l’opposto dell’ideale hippy di ‘peace & love’: la situazione non è certamente vista come positiva, bensì viene criticata come segno dei tempi che rende più difficile la vita dei ragazzi.

6) Tranne Police & Thieves (che vedremo fra poco), tutte le canzoni di questo disco sono accreditate alla coppia Strummer/Jones, mentre la breve & coinvolgente What’s My Name? reca un credito di composizione anche per Keith Levene, chitarrista nei Clash fino al settembre ’76. Intervistato in anni recenti, Levene ha affermato che, pur non piacendogli l’album, avrebbe dovuto spettargli lo status di coautore con Strummer & Jones in tutte le canzoni contenute in “The Clash”. Chissà…

7) Deny presenta una struttura più complessa: il tempo cambia più volte dopo il ritornello, mentre a poco più di un minuto dalla fine la voce di Mick s’intreccia al canto rabbioso di Joe.

8) London’s Burning è uno dei pezzi più rappresentativi dell’album: la dichiarazione iniziale di Strummer che sembra asserire un dato di fatto (e il rullare dei tamburi rafforza il tutto), mentre il ritornello corale ad opera di Mick e Paul, l’assolo di chitarra supportato dalle frasi gridate di Joe, e il pestare della batteria di Terry rendono il finale di questa canzone davvero esplosivo.

9) Career Opportunities presenta una complessità atipica per gli standard punk: questo come altri brani dell’album fanno intendere chiaramente che i Clash hanno (e avranno) molto più da dire rispetto ai loro colleghi e rivali musicali.

10) Cheat, a mio parere, è il brano meno riuscito del disco: le idee ci sono (come l’effetto di phaser sul finale) ma evidentemente i tempi ristretti di lavoro e la difficoltà dei Clash ad ambientarsi in un ambiente non familiare come quello dei CBS Studios hanno fatto la loro parte.

11) Protex Blue è un puro brano punk, una canzone ricca di vitalità dove Mick canta uno dei primi testi che ha scritto.

12) Eccoci quindi alla cover di Police & Thieves, un pezzo reggae di Junior Marvin: seppur aggiunta per dare più corpo all’album (dura la bellezza di sei minuti), tutti i Clash si dimostrarono entusiasti del risultato finale, in particolare colpisce l’efficace arrangiamento per due chitarre che Mick s’è inventato.

13-14) 48 Hours presenta un grande coro a tre voci e un assolo di chitarra piuttosto rock ‘n’ roll, mentre Garageland è il malinconico brano di chiusura con tanto di armonica a bocca; il testo è una risposta al famigerato articolo di chi voleva rispedire i Clash al garage lasciando il motore acceso.
“The Clash” raggiunse piuttosto in fretta il 12° posto della classifica britannica: trattandosi d’un nuovo sound proposto da una nuova band, il risultato è sbalorditivo e la dice lunga sulla voglia di cambiamento che i giovani inglesi del tempo cercavano nel panorama musicale.

E per finire, alcune curiosità…
La strategia promozionale per “The Clash” era congiunta al magazine New Musical Express: le prime 10mila copie del disco contenevano un adesivo rosso da applicare a un tagliando pubblicato sul numero di aprile di NME, così da ottenere gratuitamente il singolo Capital Radio.
“The Clash” è stato pubblicato negli USA dalla Epic il 23 luglio 1979 con una scaletta differente: alle prime copie era anche allegato il singolo Gates Of The West / Groovy Times. Poche altre band sono state generose quanto i Clash.

– Mat

Mick Jones

mick-jones-the-clash-big-audio-dynamiteMichael Geoffrey Jones (Londra, 26 giugno 1955), musicalmente noto come Mick Jones, è stato il vero motore dei Clash, il principale architetto del sound del gruppo. A lui si deve l’evoluzione musicale della storica band inglese, dal furioso punk degli esordi con “The Clash” (1977) alle sonorità dance e funky di “Combat Rock” (1982), passando per i generi più disparati quali reggae, ska, soul, hip-hop, rap, rhythm ‘n’ blues e rockabilly. Nella sua immaginazione, non c’erano barriere che la musica dei Clash non avrebbe potuto sfondare; eppure il buon Mick ha dovuto vedersela con gli altri due leader della band, ovvero Joe Strummer e Paul Simonon, che nel 1983 hanno preferito buttarlo fuori dal gruppo e tornare ad un punk rock tanto anacronistico quanto banale negli intenti.

Figlio d’un tassista londinese e d’una madre d’origine ebrea fuggita dalle persecuzioni nella sua terra d’origine, la Russia, il piccolo Mick è stato allevato dalla nonna materna, Stella, dopo che il matrimonio dei Jones è andato in frantumi nel 1963. Abbandonato dalle persone che più avrebbero dovuto stargli vicino, Mick ha trovato conforto nella musica: una passione sconfinata per artisti quali Beatles, Rolling Stones, Cream, Jimi Hendrix, The Who, Mott The Hoople, David Bowie e più tardi New York Dolls lo ha convinto ben presto a comprarsi una chitarra e a fondare varie band con gli amici. Il suo cammino artistico giunge ad una svolta nel 1975, quando conosce Tony James, bassista col quale fonda i London S.S., e Bernie Rhodes, consociato in affari di Malcom McLaren, proprietario del Sex, la nota boutique alla moda londinese e manager dei New York Dolls.

Bernie, in una sorta di competizione artistica ma anche ideologica col suo partner McLaren, in procinto di lanciare il fenomeno Sex Pistols, decide di diventare il manager dei London S.S., divenendone in breve tempo anche il direttore d’immagine, l’ideologo e il talent scout per i nuovi membri del gruppo. Iniziano così una serie di audizioni che faranno dei London S.S. una band leggendaria per le origini della musica punk: nelle sue fila passeranno i prossimi membri dei Clash (Terry Chimes, Keith Levene, Topper Headon) ma anche future star come Brian James e Rat Scabies (che di lì a poco formeranno i Damned). Mick sarà costretto a separarsi da Tony James (mai abbastanza gradito da Bernie), anche se i due resteranno sempre amici, tanto che nei primissimi anni del successo coi Clash, Mick e Tony vanno a vivere sotto lo stesso tetto.

Con James fuori, il nome del gruppo cambia in The Young Colts, composto da Mick, dal chitarrista Keith Levene e dall’aspirante bassista Paul Simonon (Mick lo conobbe nel corso di un’audizione dei London S.S., rimanendo colpito dal suo look da rude-boy londinese… dovrà comunque insegnargli a suonare il basso). Il biennio 1976-77 è un periodo carico di novità che si susseguono rapidamente: i Young Colts propongono a Joe Strummer, il carismatico leader d’una pub-band chiamata The 101ers, di unirsi al gruppo come cantante. Joe, pressato da Bernie, finirà con l’accettare e la band, costituita a questo punto da Mick Jones, Keith Levene, Paul Simonon, il batterista Terry Chimes e quindi Strummer, assume il nome The Clash e vola verso la leggenda.

Gli anni che discograficamente hanno visto attivo Mick Jones nei Clash (1977-82) disegnano un paesaggio sonoro in continua evoluzione artistica che ha dato vita a tre capolavori indiscussi del rock, ovvero gli album “London Calling” (1979), “Sandinista!” (1980) e “Combat Rock” (1982). Tutti quelli che hanno conosciuto da vicino il mondo dei Clash ricordano Mick come il componente del gruppo più professionale, quello più interessato alle tecniche di produzione in studio, nonché quello che musicalmente era sempre al passo coi tempi. Aveva anche un carattere difficile che nei momenti di tensione tendeva a chiudersi in se stesso e a farne un divo capriccioso & intrattabile. I Clash si sono sempre considerati come una gang e come tale si comportavano ma, col tempo, Joe e Paul hanno iniziato ad accusare il comportamento da star che tendeva ad assumere Mick: questa frizione diventa sempre più insanabile e così i due (su pressioni di Bernie) forzano l’uscita di Mick dai Clash nella tarda estate del 1983.

Jones non resta con le mani in mano e di lì a poco progetta già una nuova band: per un breve periodo si unisce ai General Public, dopodiché crea i TRAC che debuttano nel 1984 a nome di Big Audio Dynamite. La storia dei B.A.D. è bella & affascinante e testimonia sulla lunga distanza che, musicalmente parlando, Mick aveva ragione su Joe e Paul. Terminato il progetto B.A.D. (dopo varie incarnazioni chiamate Big Audio Dynamite II e Big Audio), sul finire degli anni Novanta, Mick ha ripreso a scrivere canzoni con Joe Strummer e si è distinto nella produzione di altri artisti (recentemente per i Libertines e i progetti solistici di Pete Doherty, ma in passato anche per il suo idolo Ian Hunter, la cantante americana Ellen Foley, con la quale Mick ha vissuto una storia sentimentale, i Theatre Of Hate e altri).

Dal 2002, Mick Jones è tornato in prima linea coi Carbon/Silicon, una nuova band creata col suo amico di sempre, Tony James. Inizialmente il gruppo ha iniziato a distribuire la propria nuova musica in download gratuito, anticipando band più acclamate come i Radiohead, dopodiché, nel corso del 2007 ha debuttato nel tradizionale mercato discografico con un primo album, “The Last Post”, che si avvale anche di Leo Williams, al fianco di Mick nella prima e più esaltante fase dei Big Audio Dynamite. Infine, proprio questi ultimi, saranno oggetto di una clamorosa reunion all’inizio del 2011, nella formazione originale. Ora attendiamo interessanti sviluppi.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 2 aprile 2011)

Keith Levene, la chitarra dei PiL

keith-levene-pil-immagine-pubblicaKeith Levene, inglese, classe 1957, è uno dei fondatori dei Clash ma, a pochi mesi dalla nascita della band, nel settembre del 1976 Keith era già fuori dal gruppo. Avrà modo di rifarsi con la sua militanza nei Public Image Ltd., uno dei gruppi più innovativi e misconosciuti del rock. E uno dei preferiti del vostro Mat. Fatta questa breve premessa, vediamo la storia di questo musicista.

Keith s’interessa alla musica fin da giovanissimo, preferendo marinare la scuola per seguire in tour i suoi beniamini, gli Yes, del quale diventa ben presto un aiutante tuttofare. A tempo perso picchia sulla batteria, ma la sua passione è la chitarra… e che passione! Con le sei corde è un autentico mago, ha uno stile tutto suo che riconoscerei tra mille: una specie d’effetto metallico che pare avvitarsi su se stesso… sarebbe meglio ascoltarsi l’introduzione di Death Disco dei PiL o la sua I’m Looking For Something per capire il senso della mie parole.

Tra il 1975 e il 1976, la formazione punk emergente dei London S.S., composta da Mick Jones e Tony James, effettua numerosi provini per reclutare nuovi membri: grazie alla sua abilità, Keith diventa uno di essi, con la band che (tolto di mezzo il povero Tony) assume il nome di The Young Colts. A Keith, inoltre, va il merito d’aver caldeggiato l’ingresso in formazione di Joe Strummer: mentre il maggio ’76 volgeva al termine, così come un concerto dei 101ers (band nella quale Joe militava), Keith e Bernie Rhodes, manager dei Young Colts, vanno a prendere Joe per fargli conoscere il resto del gruppo. Di lì a poco, Joe Strummer diventa un componente della band in pianta stabile, band che quindi adotta il nome di The Clash.

Seguono prove su prove, con i Clash che scrivono il loro primo materiale, la maggior parte del quale finì nel loro primo e omonimo album, “The Clash” (aprile 1977). Ma l’album non figura già più Keith Levene tra i ranghi, la sua unica traccia come Clash è un credito di coautore con Strummer e Jones del brano What’s My Name?. Anni dopo, Keith disse in una delle sue rare interviste che, per quanto trovasse complessivamente poco piacevole l’album “The Clash”, avrebbe dovuto spettargli un credito di coautorialità per ogni altro brano del disco. Certo è che nessun altro lavoro successivo dei Clash suona come questo primo album, ma è anche vero che suonano diversamente tutti gli altri dischi che hanno visto la partecipazione di Keith. La verità è che stiamo parlando, sia per il duo Strummer/Jones e sia per Levene, di incredibili talenti in continua evoluzione, per cui ogni nuovo disco è un passo stilistico in avanti (almeno fino al 1982).

Mentre era ancora nella band, Keith solidarizzò con Sid Vicious, tanto che, una volta espulso dai Clash (si disse perché consumava troppe amfetamine), si unì alla fantomatica banda punk di Sid chiamata The Flowers Of Romance. Di lì a poco, tuttavia, Sid diventò uno dei Sex Pistols, mentre Keith entrò in una sorta di limbo artistico; pare che comunque, così come i Clash, il nostro diede una mano al gruppo punk al femminile delle Slits. Grazie a Sid, però, Keith ebbe modo di fare amicizia col cantante dei Pistols, John Lydon (in arte Johnny Rotten), il quale si ricordò di Keith dopo aver abbandonato il gruppo nel gennaio ’78. Fu così che, come Public Image Ltd. ed in compagnia di altri talentuosi musicisti, John Lydon e Keith Levene diedero vita a una strepitosa trilogia di album dark-punk: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979, anche conosciuto come “Second Edition“) e “Flowers Of Romance” (1981). Nel 1982 avvenne un cordiale riavvicinamento tra Keith ed i Clash: in più occasioni, infatti, Levene e Lydon passarono a salutare i Clash nel backstage dei loro concerti durante il trionfale tour statunitense di questi con gli Who. Tuttavia, Keith e John non si capivano più e così nel 1983, durante le incisioni del quarto album dei PiL, Levene abbandonò il gruppo portandosi dietro i nastri con le nuove canzoni in fase di realizzazione.

Lydon proseguì comunque per la sua strada e così nel 1984 furono pubblicate due versioni dello stesso materiale: “Commercial Zone” per Levene e “This Is What You Want, This Is What You Get” per Lydon. Ma a quel punto, in fondo, la cosa non interessava più a Keith, ormai tossicodipendente, che decise di proseguire da solo: si trasferì in America, dove iniziò addirittura a creare programmi per computer. Partecipò saltuariamente a progetti musicali (qui ricordo una sua collaborazione del 1985 con i Dub Syndicate di Adrian Sherwood), per lo più componendo colonne sonore per dei serial televisivi e suonandovi abilmente un po’ tutto quello che gli capita fra le mani. Collaborò anche coi Red Hot Chili Peppers (anche se la sua produzione dell’album “The Uplift Mofo Party Plan” sfumò, a quanto pare, per le solite storie di droga) e con Jah Wobble (già insieme nei PiL), finché decise di raccogliere parte di questo suo materiale in un interessante album datato 1989, “Violent Opposition”.

Tuttavia la presenza di Keith Levene nel music-business continuò ad essere sporadica anche negli anni Novanta e così, dopo aver collaborato di nuovo coi Dub Syndicate nei primi anni del decennio e poi brevemente con Glen Matlock dei Sex Pistols in una primordiale versione dei Philistines, il nostro si ritirò praticamente dalle scene. Levene fece ritorno soltanto nel 2002, con un mini album chiamato “Murder Global”, mentre dieci anni dopo si ripresentò nuovamente accanto a Jah Wobble in un album comune intitolato “Yin & Yang”. Tra il 2013 e il ’14, infine, in occasione del trentennale del controverso progetto “Commercial Zone”, Keith lanciò tra i fan una campagna di autofinanziamento via web per ripubblicare in grande stile il materiale proveniente da quelle ormai storiche sedute. Da allora non ne ho più saputo niente, tuttavia. Notizie ne abbiamo?

(ultimo aggiornamento: 5 marzo 2017)

The Clash

the-clash-immagine-pubblicaDopo tanto parlare dei singoli componenti del gruppo e dei dischi pubblicati, ecco una breve storia di una delle più grandi ed influenti band della storia, The Clash.

La formazione ‘classica’ era composta dal seguente quartetto: Mick Jones (chitarra e voce), Joe Strummer (voce e chitarra), Paul Simonon (basso e voce) e Nicky ‘Topper’ Headon (batteria). Come vedremo tra poco, tuttavia, non fu sempre questa la formazione dei Clash, giacché essa nacque e si sciolse definitivamente come quintetto. Infatti, quando la band venne formata, nel giugno 1976, era composta dai seguenti: Jones, Strummer e Simonon come sopra, più Keith Levene (chitarra) e Terry Chimes (batteria).

Il 4 luglio, poi, i Clash debuttarono dal vivo, al Black Swan di Sheffield (Gran Bretagna) come supporter degli emergenti Sex Pistols, ma già a settembre si verificò un importante cambiamento: Levene venne allontanato e così i Clash diventarono un quartetto. E’ con questa formazione (Jones, Strummer, Simonon e Chimes) che i Clash debuttano discograficamente, il 18 marzo 1977, col singolo White Riot, mentre il primo album, l’omonimo “The Clash“, vede la luce di lì a poco, l’8 aprile. In realtà, Chimes era già fuori dal gruppo e accettò di suonare nei dischi solo per un favore personale; è per questo che non compare in copertina, mentre il suo nome viene accreditato malignamente come ‘Tory Crimes (crimini dei membri del partito conservatore, i Tories).

E’ a questo punto che fa la sua comparsa il bravissimo Topper Headon, senza dubbio uno dei batteristi più abili e versatili che il rock abbia mai contemplato. I Clash se ne accorgono subito e con lui possono decollare: il loro secondo album, “Give ‘Em Enough Rope” (novembre ’78), vola al 2° posto della classifica britannica, mentre dal 1979 al 1982 la band realizza tre dei più grandi dischi di tutti i tempi, ovvero “London Calling” (1979), “Sandinista!” (1980) e “Combat Rock” (1982). Questi tre album segnano indubbiamente il periodo d’oro dei Clash, dopodiché inizierà un lento declino.

Declino che prende corpo già nel corso del 1982, con l’allontanamento di Topper: debilitato da una gravissima tossicodipendenza, Headon cedette così il posto a Terry Chimes, che per la seconda volta rientra nella band (nel frattempo Terry aveva suonato con diversi gruppi della scena punk inglese, tra cui i Generation X di Billy Idol). Con Terry, i Clash completano il tour internazionale conseguente all’uscita del fortunato “Combat Rock“, ma nel 1983 la band giunge ad un punto morto. Le sessioni per un nuovo album procedono lentamente e in mezzo a tensioni crescenti: Chimes decide di buttare la spugna (sarà sostituito dal giovane Pete Howard) mentre, nel corso dell’estate, Strummer e Simonon estromettono Mick Jones.

La perdita di Jones è gravissima perché il buon Mick era il principale autore delle musica della band e, di fatto, il responsabile del ‘Clash sound’. Joe e Paul decisero coraggiosamente di andare avanti, reclutando altri due giovani componenti, i chitarristi Vince White e Nick Sheppard. Questa formazione dei Clash (Strummer, Simonon, White, Sheppard e Howard), nuovamente un quintetto, segnerà quindi l’ultimo atto della storia della band, culminato nel 1985 con la pubblicazione del controverso “Cut The Crap“, sesto ed ultimo album da studio dei Clash. Nel 1986 la band già non esiste più, consegnandosi definitivamente alla storia della musica contemporanea.

The Clash, “Cut The Crap”, 1985

the-clash-cut-the-crap-immagine-pubblicaScrissi questo post – a metà fra una scheda tecnica & una recensione – sul blog parallelo a Parliamo di Musica, ovvero Parliamo dei Clash… durò poco, tuttavia, e così trasferii il tutto su Pdm… e ora qui!

CUT THE CRAP
CBS, 8 novembre 1985

NOTE
Sesto e ultimo album da studio dei Clash, dura 38′ e 21” (la riedizione in CD del 1999 include un brano in più che porta la durata a 41′ e 32”).

FORMAZIONE
Joe Strummer (voce, cori, chitarra?), Paul Simonon (basso, cori), Nick Sheppard (chitarra, cori), Vince White (chitarra, cori), Pete Howard (batteria, cori?).

ALTRI MUSICISTI
Bernie Rhodes (sintetizzatori, drum machine programming, cori?), Norman Watt-Roy (basso, cori?), Michael Fayne (percussioni).

PRODUZIONE
Bernie Rhodes e Joe Strummer (accreditati come “José Unidos”).

STUDIO
Non specificato, Monaco Di Baviera (Germania).

BRANI
1. Dictator (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 2. Dirty Punk (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 3. We Are The Clash (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 4. Are You Red..Y (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 5. Cool Under Heat (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 6. Movers And Shakers (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 7. This Is England (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 8. Three Card Trick (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 9. Play To Win (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 10. Fingerpoppin’ (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 11. North And South (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 12. Life Is Wild (Joe Strummer, Bernie Rhodes) 13. Do It Now (Joe Strummer, Bernie Rhodes) [solo nella riedizione]

STORIA/RECENSIONE
Nel corso del 1984 debutta dal vivo una nuova formazione dei Clash, composta da Joe Strummer, Paul Simonon (i soli due membri originali della band) e da tre giovani nuovi componenti, ovvero Pete Howard (nei Clash già dal 1983), Nick Sheppard e Vince White. In questi concerti i ‘nuovi’ Clash presentano delle nuove canzoni come This Is England, Dictator, Are You Red..Y e We Are The Clash (quest’ultima sembra un proclama contro Mick Jones) ma già i ‘vecchi’ ammiratori del gruppo cominciano a sentire puzza di bruciato, cosa che non passa inosservata a Joe Strummer. Tuttavia la casa discografica fa pressioni affinché si dia un seguito al fortunato “Combat Rock” del 1982. E così, al principio del 1985, i Clash sono a Monaco di Baviera per incidere quello che sarà ricordato come il loro ultimo album da studio, nonché come il disco più controverso della loro carriera. Senza Mick Jones, stavolta è Bernie Rhodes a condurre il progetto: quello che una volta era il manager-mentore dei Clash (tranne che nel biennio 1979-80), dopo aver fatto pressioni su Joe e Paul per eliminare Mick, si reinventa come musicista e, praticamente, come nuovo membro della band. Sua intenzione è di infondere al seguito di “Combat Rock” un sound decisamente contemporaneo: così s’inventa una tessitura di tastiere, sintetizzatori e suoni campionati sulla quale riversare chitarre taglienti (e piuttosto distorte) e cori da stadio. Aggrega alle sessioni diversi turnisti non menzionati nelle note di copertina, tra cui il bassista dei Blockheads, Norman Watt-Roy (che aveva già partecipato a “Sandinista!”), a discapito di Paul Simonon e Pete Howard (il loro contributo strumentale a “Cut The Crap” è probabilmente simbolico). Strummer contribuisce con la cosa che più gli riesce, ovvero i testi delle canzoni e, sotto questo aspetto, forse “Cut The Crap” non è così malvagio negli intenti. Tuttavia, una volta terminato il disco, l’uso dei sintetizzatori, delle batterie programmate ma soprattutto il pessimo mixing complessivo spaventò e deluse i fan storici dei Clash. C’è da dire che nelle fasi finali di lavorazione di “Cut The Crap” Joe si era chiamato fuori dal gruppo: e così Bernie Rhodes ne ha scelto la grafica, il titolo, e per giunta (o per merito, questo è da discutere) si è accreditato come coautore insieme a Strummer di tutti i brani. Personalmente non trovo così scabroso questo “Cut The Crap”… certo, è il disco più bastardo che i Clash abbiano mai realizzato e chiamarlo ‘disco dei Clash’ risulta una forzatura, ma sinceramente, preso per quello che è, lo trovo più divertente di “Give ‘Em Enough Rope”. Il mixing è in effetti terribile ma non mancano le belle canzoni: This Is England (unico singolo tratto da “Cut The Crap”) è grandiosa e memorabile, la lenta North And South ha una melodia che cattura all’istante (qui Strummer duetta con un altro del gruppo che non ho mai capito chi è…) e Fingerpoppin’ suona come un deciso brano anni Ottanta. Altri pezzi sono (ripeto) divertenti, come We Are The Clash, Dictator e Dirty Punk, altri ancora sono decisamente trascurabili, in particolare Play To Win che è un classico riempitivo.

CURIOSITA’ VARIE
Fingerpoppin’ doveva essere il secondo singolo estratto dall’album ma ormai i Clash erano allo sbando, con Strummer fuori ed i giovani Howard, Sheppard e White praticamente liberi di andarsene.
Bernie Rhodes ha difeso le sonorità del disco, in particolare le sue moderne tecniche di registrazione, asserendo che Madonna stava facendo (negli anni Ottanta) un disco che utilizzava le basi di “Cut The Crap”.

– Mat