The Beach Boys, “The Smile Sessions”, 2011

the beach boys the smile sessions cofanetto 2011Negli ultimi anni ho tentato diverse volte di scrivere un post decente su uno dei progetti discografici che più mi hanno entusiasmato e colpito, ovvero “Smile” dei Beach Boys, senza tuttavia giungere a qualcosa che io potessi giudicare meritevole di essere pubblicato su questo pur modesto blog dagli esigui lettori.

Il mio caso, iniziato con QUESTO post originariamente scritto nel 2007 e poi con QUESTO, si è aggravato nel giugno 2012, quando in occasione del mio compleanno mi sono auto-regalato il monumentale cofanetto da nove dischi dedicato appunto a “The Smile Sessions” dei Beach Boys, dopo che nel novembre precedente, praticamente il giorno dell’uscita, era andato a comprarmi il relativo doppio ciddì. Quest’ultimo, per intenderci, è la versione ridotta del cofanettone da nove dischi: dopo appena sette mesi, insomma, ne volevo decisamente di più.

Soltanto che, ai fini della scrittura d’un post decente come lamentavo sopra, mi sono perso tra tutto il materiale che Brian Wilson, i Beach Boys e la Capitol mi hanno messo a disposizione così corposamente. Un intero ciddì del cofanettone, per capirci, è dedicato alla creazione d’una sola canzone, la celebre Good Vibrations, forse il più grande hit dei Beach Boys: quella che apparentemente è un’innocua canzonetta, infatti, è stata incisa nel corso di diversi mesi, dopo ore e ore di registrazioni. In quel ciddì da quasi ottanta minuti possiamo infatti ascoltare un’incredibile sintesi dell’evoluzione di Good Vibrations, brano che peraltro era stato originariamente concepito durante le sedute di “Pet Sounds“, sedute che in parte mi ritrovo in un altro magnifico cofanetto dei Beach Boys, “The Pet Sound Sessions” per l’appunto. Mi sono perso, ecco.

Ma del resto ci si perse lo stesso Brian Wilson. Infatti, concettualizzando un album dei Beach Boys le cui canzoni potessero essere registrate in maniera modulare, aggiungendo pezzettini su pezzettini con un taglia & incolla dei nastri necessariamente fatto a mano per quei tempi, il geniale leader della band americana uscì letteralmente di senno, in quel lontano 1967, mentre l’album in questione – ottimisticamente chiamato “Smile” – non vide mai la luce, restando per anni uno dei più famosi progetti discografici irrealizzati di sempre. Il tutto fino al 2011, quindi, quando un Brian Wilson ritornato trionfalmente sulle scene già dalla fine degli anni Ottanta, ha finalmente autorizzato la pubblicazione ufficiale del materiale inciso in quegli anni, 1966-67, per lui tanto fecondi creativamente quanto confusi strategicamente. Tensioni interne alla band, pressioni dei discografici e consumo delle inevitabili droghe hanno poi fatto il resto.

Tutto il mondo di “Smile” racchiuso in nove dischi (tra vinili e compact disc) in un bel box uscito come “The Smile Sessions” nel novembre del 2011 è un oggetto d’arte contemporanea che io ho comprato ormai da molti anni, apprezzato fin da subito e ascoltato sempre con grande intesse, senza tuttavia essere capace di tradurre l’esperienza in un post leggibile. Mi piace pensare che, forse forse, non ci riuscirebbe nemmeno Mike Love.

-Matteo Aceto

Dennis Wilson, “Pacific Ocean Blue”, 1977

dennis wilson pacific ocean blue immagine pubblica blogMemore d’un’entusiastica recensione letta una decina d’anni fa a proposito del ritorno sul mercato discografico di “Pacific Ocean Blue”, in occasione del suo trentennale, mi ricordai così di acquistare l’album quando me lo trovai inaspettatamente davanti, qualche anno dopo, rovistando tra gli scaffali d’un negozio di dischi dalle mie parti. Si tratta del primo album solistico d’un componente dei Beach Boys, ovvero di Dennis Wilson, che probabilmente resta anche l’album più bello d’un Wilson in veste solista.

Ebbene sì, Dennis, il più scapestrato dei fratelli Wilson, quello che almeno nei dischi più acclamati dei Beach Boys era stato un comprimario o poco più, quello con le amicizie pericolose e sempre alle prese coi tipici eccessi da rockstar (fino all’inevitabile morte tragica quando era ancora giovane, a trentanove anni, nel 1983), è il sorprendente autore d’un autentico capolavoro di musica contemporanea. Prodotto dallo stesso Wilson con Gregg Jakobson e interamente registrato nello studio di famiglia di Santa Monica (California), “Pacific Ocean Blue” contiene dodici brani originali dalla durata media di tre minuti ognuno. E’ molto meno pop di quanto si potrebbe facilmente supporre, anzi è più lento e più d’atmosfera di ciò che i formidabili successi dei Beach Boys che tutti noi conosciamo ci indurrebbe a ritenere. E’ una commistione più unica che rara di ballate pianistiche, gospel, soul e rock. Su tutto, l’inconfondibile voce di Dennis Wilson, roca e inevitabilmente segnata dagli abusi, ma sempre appassionata e a suo modo vera.

E così i dodici brani in programma, dall’iniziale River Song alla conclusiva End Of The Show, scorrono via che è un incanto, in un tutt’uno attraversato anche da momenti di grande lirismo, come nel caso di Moonshine, di Thoughts Of You, di Time. Non manca l’impressione di opera incompiuta che si avverte chiaramente in più d’un brano, come se la canzone in questione (ad esempio Friday Night, per dirne una) sfumasse quando avrebbe potuto continuare altrimenti; ma anche questo contribuisce al fascino d’un disco così atipico com’è appunto “Pacific Ocean Blue”.

Tra i partecipanti all’album, tra cui ricordo il bassista Jamie Jamerson e il batterista Hal Blaine, non mancano all’appello altri componenti dei Beach Boys, sia in veste di autori (come il fratello Carl Wilson e il cugino Mike Love) che di coristi (Bruce Johnston). Non manca, inoltre, Karen Lamm Wilson, all’epoca moglie di Dennis (una delle tre o quattro che il Beach Boy ha avuto), che contribuisce sia ai cori che alla scrittura di alcuni brani.

Al momento della sua uscita, nel settembre ’77, “Pacific Ocean Blue” entrò a malapena nella Top 100 americana, sparendo del tutto dopo sole otto settimane, e non fortuna migliore trovarono i due singoli estratti, You And I e River Song. Ma successo a parte, questo è un disco che si ascolta ancora straordinariamente bene dopo tanti anni e del quale, evidentemente, non si è ancora smesso di parlare.

La copia in mio possesso è una bella ristampa del 2010, contenente tre brani aggiuntivi, ma consiglio a tutti, anche a me stesso, l’acquisto della riedizione deluxe in doppio ciddì che la Sony ha distribuito nel 2008 in occasione del trentennale dell’album.

-Matteo Aceto