Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

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The Cure, “The Head On The Door”, 1985

the-cure-the-head-onthe-door-1985Pubblicato per la prima volta nel 1985, “The Head On The Door” è il primo disco dei Cure che ho avuto modo d’ascoltare, verso la fine degli anni Novanta, quando iniziavo a interessarmi non solo a questa band inglese ma anche a tutta quella scena musicale britannica che, partita dall’esplosione punk del 1977, ha poi virato verso territori più dark se non proprio gotici. In quegli ultimi anni del Ventesimo secolo, infatti, scoprivo i Joy Division e i loro naturali successori, i New Order, ma anche i vari StranglersBauhaus, Siouxsie And The Banshees, The DamnedSisters Of Mercy e The Mission, toccando quindi le coste australiane con band quali The Church e Nick Cave & The Bad Seeds.

Non tutti mi sono piaciuti, o non tutti ho continuato ad ascoltare in seguito, ma alcuni di loro, quali appunto i Cure, mi sono rimasti nel cuore. Così come ci è rimasto questo “The Head On The Door”, uno dei loro lavori più accessibili e pop, quello che mi ha fatto innamorare di tutta una scena musicale e che ha dato avvio alla mia passione per l’universo sonoro di Robert Smith, autore, cantante, chitarrista, produttore e inconfondibile immagine pubblica dei Cure, una band ormai storica, che calca le scene dai tardi anni Settanta e che ancora oggi riempie gli stadi di tutto il mondo. Li ho visti una volta, a Roma nel 2002, in un concerto all’Olimpico tra i più belli (tutte le hit storiche e i brani più amati dai fan) e generosi (3 ore di durata) ai quali io abbia mai assistito.

Avevo già pubblicato qualcosa su “The Head On The Door” nelle precedenti incarnazioni di questo blog, esattamente il 20 aprile del 2007 e il 1° febbraio del 2008. Per chi non conosce il contenuto dell’album e vuol saperne qualcosa di più, ripeto brevemente quanto scritto allora. Si parte col travolgente pop rock di In Between Days, appena 3 minuti di chitarre rotolanti e squillanti che sfidano chiunque a restare immobili, si continua con quello che resta uno dei miei pezzi preferiti dei Cure, Kyoto Song, forte d’un arrangiamento tanto gotico quanto maestoso, e quindi con The Blood, un coinvolgente brano pop rock che infonde un veloce arrangiamento in stile flamenco alle venature più dark tipiche dei Cure, con Six Different Ways, brano più pop che sembra uscito dalle sessioni dell’album precedente, “The Top” (1984), e quindi con Push, altro brano travolgente, coi primi 2 minuti tiratissimi e praticamente strumentali, e forte di una delle migliori prove vocali mai offerte da Smith.

La successiva The Baby Screams ricorda un po’ i New Order (e la cosa non è infrequente nella produzione artistica dei Cure di quel periodo) anche se, una volta che Smith inizia a cantare, si è inconfondibilmente in presenza d’una canzone dei Cure. A seguire c’è Close To Me, uno dei loro pezzi più famosi, riproposto nel 1990 in un remix (con tanto di divertente videoclip che riprendeva l’originale del 1985 nel punto in cui finiva) che ha ridato nuova popolarità sia alla canzone che alla band stessa. A entrambe le versioni, tuttavia, ho sempre preferito la successiva – nella scaletta di “The Head On The Door” – A Night Like This, arricchita da un insolito assolo di sax: dopo 30 anni continua a restare un brano di grande atmosfera, epico e intenso, perfettamente bilanciato fra quelle sonorità irresistibilmente pop e quella sensibilità peculiarmente dark che hanno reso celebri i Cure.

Viene quindi il turno di Screw, breve funky dall’andamento saltellante e robotico che sembra più che altro introdurre il brano finale, Sinking, secondo me il migliore del disco. Con quel ritmo medio-lento che sembra andare alla deriva, le tastiere eteree, il basso pulsante e la voce più unica che rara di Smith, Sinking è una delle canzoni più memorabili dei nostri, quella che segna lo stile maturo dei Cure, uno stile che verrà sviluppato ulteriormente in tutti gli altri dischi della band, da “Kiss Me Kiss Me Kiss Me” del 1987 in poi, trovando compimento definitivo con l’album “Bloodflowers”, quindici anni dopo “The Head On The Door”.

Anche “The Head On The Door”, infine, è stato ripubblicato in edizione deluxe con disco bonus contenente inediti e rarità del periodo. Tra il 2006 e il 2010, infatti, Robert Smith ha curato di persona le ristampe di tutti gli album dei Cure usciti nel primo decennio d’attività della band, cioè tutti i dischi compresi tra “Three Imaginary Boys” (1979) e “Disintegration” (1989), passando anche per “Blue Sunshine” (1983), frutto di quell’estemporanea ma riuscita collaborazione tra Smith e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees chiamata The Glove. Magari di tutto questo avremo modo di parlare in un prossimo post.

-Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Joy Division, “Closer”, 1980

joy-division-closer-immagine-pubblica-blogIl grande vantaggio dei cofanetti è che con una sola botta ci portiamo a casa l’intera produzione (o la parte più significativa di essa) del nostro gruppo preferito, spesso spendendo meno dei singoli titoli messi assieme che andiamo ad acquistare di volta in volta. D’altra parte, col ritrovarsi di colpo settanta, ottanta o anche più canzoni da ascoltare tutte in una volta si rischia di smarrire la strada e di fare confusione fra i capitoli discografici. E’ quello che m’è successo col primo cofanetto antologico che sono andato a comprarmi, ormai tanti anni fa: “Heart And Soul” dei Joy Division, un quadruplo ciddì del 1997 (ristampato lo scorso autunno).

In precedenza avevo comprato “Still” (1981) e di lì a poco ebbi modi d’ascoltarmi il mitico “Unknown Pleasures” (1979), prestatomi da un amico. A questo punto mi mancavano solo “Closer” (1980) e l’antologica “Substance” (1988) per avere una visione definitiva della breve ma seminale esperienza discografica dei Joy Division: conquistato dalla peculiarissima fusione fra dark e punk, tipica di questa band inglese, andai perciò a comprarmi direttamente “Heart And Soul” come regalo natalizio. Un cofanetto che, per carità, mi soddisfò tantissimo e che ascolto sempre molto volentieri, ma che tuttavia non mi ha fatto ben capire la portata di “Closer”.

Questo post – con tale invadente introduzione alla quale chiunque è legittimato a rispondere con ‘e sti cazzi, Mat?’ – cerca così d’affrontare “Closer” una volta per tutte, dopo aver programmato in sequenza i nove brani originali (fra i diciassette che compongono il secondo disco di “Heart And Soul”) di quello che purtroppo fu l’ultimo album dei Joy Division, uscito all’indomani del tragico suicidio di Ian Curtis, il cantante del gruppo. Ecco quindi i brani di “Closer”, ognuno accompagnato da una piccola analisi da parte mia…

  1. Atrocity Exhibition: una tetra danza tribale, con Stephen Morris in grande spolvero sulle percussioni, che arricchisce la sensibilità dark di suggestioni etniche. Un brano a suo modo indimenticabile, forse tirato un po’ troppo per le lunghe.
  2. Isolation: una stupenda gemma new wave, fra le cose più trascinanti, inconfondibili ed emozionanti prodotte dai Joy Division. Un brano che musicalmente puntava dritto al futuro di questo gruppo…
  3. Passover: brano ben più notturno e monotono, leggermente meno sostenuto dei due precedenti ma più viscerale e inquietante.
  4. Colony: scandìta dall’aspra chitarra di Bernard Sumner, è però caratterizzata da un incedere irregolare e minaccioso al tempo stesso.
  5. A Means To An End: la migliore di “Closer” e fra le migliori nel canzoniere dei Joy Division… irresistibile col suo ritmo implacabile di marcia veloce, di parti chitarristiche intrusive ma sinuose, forte d’un canto da parte di Ian ricco di rassegnazione ma anche di rabbia. ‘I put my trust in you’… da pelle d’oca!
  6. Heart And Soul: brano veloce, notturno – soprattutto per merito del tenebroso andamento del basso di Peter Hook – adattissimo ad un attraversamento in macchina di qualche deserta periferia cittadina.
  7. Twenty Four Hours: nonostante riesce a mantenere viva l’attenzione per i suoi cambi di tempo, è il brano di “Closer” che trovo più sfuggente.
  8. The Eternal: questa atmosferica ma realmente funerea composizione è senz’altro il numero più tetro creato dai nostri. Spettacolare, a suo modo.
  9. Decades: atipica non solo rispetto alle altre canzoni di “Closer” ma anche nel repertorio stesso dei Joy Division, questa meditabonda canzone è incentrata principalmente sull’uso dei sintetizzatori (ancor più di Isolation), tracciando un evidentissimo ponte fra la musica di questa band e la sua rinascita post-Curtis, i New Order.

Rispetto al precedente “Unknown Pleasures” (che comunque preferisco), “Closer” segna decisi passi in avanti per i Joy Division, una definizione ancor più personale e stilizzata della loro arte: non solo la musica lascia intuire quali connotati avrebbero assunto le future canzoni della band, ma la stessa abilità canora di Ian Curtis è notevolmente maturata. E’ stato un gran peccato che un artista del genere non abbia dato tempo a se stesso e al suo gruppo di dimostrare al mondo di che cosa sarebbero stati capaci di fare di lì ad un paio d’anni. Un vero peccato, una perdita grandissima… di certi cazzoni che invadono oggi le classifiche e che non hanno mai inventato nulla o influenzato nessuno non si parlerebbe affatto.

Non ho menzionato le tematiche di “Closer” ma già dando un’occhiata superficiale ai titoli delle sue canzoni si possono indovinarne alcune: atrocità, isolamento, trapasso, fine, ma anche i poco rassicuranti eterno, colonia e decenni. Insomma, i Joy Division sono i Joy Division! Un’ultima curiosità: la macabra ma affascinante foto di copertina è stata scattata in un cimitero italiano, da qualche parte in Liguria.

– Mat

Quando il cinema entra nei videoclip

michael-jackson-liberian-girl-immagine-pubblicaMi fa sempre un certo effetto vedere qualche attore famoso, o ancor meglio qualche divo di Hollywood, recitare una parte nei videoclip musicali. In questo caso credo che il record spetti a Michael Jackson: diversi suoi video hanno ospitato celebri attori americani, in particolare nel video di Liberian Girl (nella foto, la copertina del singolo), brano tratto del celebre album “Bad” (1987), dove c’è una parata di stelle dall’inizio alla fine davvero da antologia.

Anche il nostro Renato Zero s’è però difeso bene: nel suo video di Ancora Qui, datato 2009, figurano infatti Manuela Arcuri, Asia Argento, Paola Cortellesi, Paola Tiziana Cruciani, Massimo Ghini, Leo Gullotta, Alessandro Haber, Rodolfo Laganà, Olivia Magnani, Giorgio Panariello, Rocco Papaleo, Giorgio Pasotti, Daniele Pecci, Vittoria Puccini, Elena Sofia Ricci ed Emilio Solfrizzi.

Infine ci sono dei grandi registi che hanno accettato di girare dei videoclip e anche in questo caso Michael Jackson ha parecchio da dire. Ecco quindi la lista di quei videoclip – che ho trovato o che ricordavo (non valgono le scene tratte dal film del quale il brano è l’eventuale colonna sonora) – che includono almeno un attore famoso o che sono stati girati da celebri registi. Ho aggiunto anche i nomi che alcuni miei lettori hanno riportato fra i commenti…

  • Manuela Arcuri: in Somewhere Here On Earth di Prince
  • Asia Argento: in (s)Aint di Marilyn Manson (anche in veste di regista)
  • Dan Aykroyd: in Liberian Girl di Michael Jackson, in Ghostbusters di Ray Parker Jr., in X Colpa Di Chi di Zucchero, e in We Are The World degli USA For Africa
  • Jim Belushi: in X Colpa Di Chi di Zucchero
  • Hugh Bonneville: in The Importance Of Being Idle degli Oasis
  • Peter Boyle: in Three Wishes di Roger Waters
  • Marlon Brando: in You Rock My World di Michael Jackson
  • Adrian Brody: in A Sorta Fairytale di Tori Amos
  • John Candy: in Ghostbusters di Ray Parker Jr.
  • Robert Carlyle: in Little By Little degli Oasis
  • Chevy Chase: in Ghostbusters di Ray Parker Jr. e in You Can Call Me Al di Paul Simon
  • Sacha Baron Cohen: in Music di Madonna
  • Sofia Coppola: in Deeper And Deeper di Madonna
  • Macaulay Culkin: in Black Or White di Michael Jackson
  • Robert Downey Jr: in I Want Love di Elton John
  • Peter Falk: in Ghostbusters di Ray Parker Jr.
  • Irene Ferri: in Siamo Soli di Vasco Rossi
  • Claudia Gerini: in Amore Impossibile dei Tiromancino
  • Whoopi Goldberg: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Steve Guttenberg: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Daryl Hannah: in Feel di Robbie Williams
  • Rutger Hauer: in On A Night Like This di Kylie Minogue
  • Nicole Kidman: in Somethin’ Stupid di Robbie Williams, dove la bella Nicole duetta con lo stesso Robbie
  • Udo Kier: in Deeper And Deeper di Madonna e in Make Me Bad dei Korn
  • Christopher Lambert: in Princes Of The Universe dei Queen
  • Michael Madsen: in You Rock My World di Michael Jackson
  • Steve Martin: in un video di Paul Simon
  • Debi Mazar: in diversi video di Madonna, fra cui Music
  • Brittany Murphy: in Closest Thing To Heaven dei Tears For Fears
  • Eddie Murphy: in Remember The Time di Michael Jackson
  • Bill Murray: in Ghostbusters di Ray Parker Jr.
  • Mike Myers: in Beautiful Stranger di Madonna
  • Francesca Neri: in Un’Altra Te di Eros Ramazzotti
  • Brigitte Nielsen: in Make Me Bad dei Korn
  • Gary Oldman: in Love Kills di Joe Strummer
  • Natalie Portman: in Dance Tonight di Paul McCartney
  • Dennis Quaid: in Thing Called Love di Bonnie Raitt
  • Harold Ramis: in Ghostbusters di Ray Parker Jr.
  • Eric Roberts: in We Belong Together di Mariah Carey
  • Riccardo Scamarcio: in Meraviglioso dei Negramaro
  • Arnold Schwarzenegger: in You Could Be Mine dei Guns N’ Roses
  • Emmanuelle Seigner: in Hands Around My Throat dei Death In Vegas
  • John Travolta: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Carlo Verdone: in Meraviglioso dei Negramaro
  • Christopher Walken: in Weapon Of Choice di Fatboy Slim
  • Carl Weathers: ancora in Liberian Girl
  • Bruce Willis: in Stylo dei Gorillaz

Infine, gli attori protagonisti del film “La Famiglia Addams”, fra cui Anjelica Houston, Raul Julia e Christina Riccci, in Addams Family Groove di M.C. Hammer.

Per quanto riguarda i registi, abbiamo invece…

  • Michael Bay: per Love Thing di Tina Turner, Do It To Me di Lionel Richie, e altri
  • Jonathan Demme: per The Perfect Kiss dei New Order
  • David Fincher: per… un sacco di gente! Qui mi limito a ricordare Englishman In New York di Sting, Freedom ’90 di George Michael, Vogue di Madonna, Cradle Of Love di Billy Idol, e Love Is Strong dei Rolling Stones
  • John Landis: per Thriller e per Black Or White di Michael Jackson
  • Spike Lee: per Cose Della Vita di Eros Ramazzotti
  • Russell Mulcahy: per alcuni video dei Duran Duran, dei Queen e di Elton John
  • Roman Polanski: per Gli Angeli di Vasco Rossi
  • Martin Scorsese: per Bad di Michael Jackson
  • Julien Temple: per diversi video di David Bowie
  • Gus Van Sant: per Fame ’90 di David Bowie.

Ne conoscete/ricordate degli altri?

– Mat, con la preziosa collaborazione di Liar e Marckuck

(aggiornato il 20 marzo 2010)

Perry Farrell’s Satellite Party “Ultra Payloaded”, 2007

perry-farrell-satellite-party-ultra-payloadedA parte tutta la roba di Miles Davis che ho comprato negli ultimi tempi, il disco che più sto ascoltando in queste settimane è “Ultra Payloaded”, ultimo album da studio di Perry Farrell, la voce storica dei Jane’s Addiction.

In verità l’album è accreditato a Perry Farrell’s Satellite Party, un supergruppo composto da Nuno Bettencourt – già chitarrista degli Extreme – dal batterista Kevin Figueiredo, dallo stesso Farrell e da sua moglie Etty Lou, più una schiera notevole di ospiti, fra cui Flea e John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers e il bassista dei New Order, Peter Hook.

Avevo già avuto modo d’ascoltare questo “Ultra Payloaded” l’anno scorso, fresco fresco di pubblicazione, ma non m’andava di sborsare diciannoveureccinquanta per un ciddì! Ho atteso quindi che fosse inserito nella ghiotta categoria dei ‘nice price’ e così anche “Ultra Payloaded” ha fatto il suo ingresso trionfale nella mia collezione di dischi.

Per molti aspetti, “Ultra Payloaded” è il disco più orecchiabile mai prodotto da Perry Farrell, anche il suo più commerciale se vogliamo, ma senza dubbio è un album che riflette la sua maturità raggiunta come compositore, come arrangiatore, come produttore, come leader di una band di grandi musicisti e soprattutto come cantante. Sì, perché in “Ultra Payloaded” Perry canta come non ha mai cantato prima: non solo la sua inconfondibile voce – alta e roca al tempo stesso – ma anche un tono più basso che mai s’era sentito nei suoi precedenti lavori discografici.

E poi ci sono le canzoni, undici pezzi davvero molto divertenti & coinvolgenti, dal suono pulito ma non freddo com’è avvenuto per tanti dischi pubblicati negli ultimi anni. Merito anche del celebre Steve Lillywhite – noto soprattutto per i suoi lavori con Simple Minds e U2 – qui in veste di co-produttore del disco.

1) La prima canzone in programma, la danzereccia Wish Upon A Dog Star, è stata anche pubblicata come singolo apripista e figura l’inconfondibile suono di basso di Peter Hook, al quale viene anche accreditata parte della musica. Non mancano altri ospiti illustri, come Peter DiStefano – chitarrista dei Porno For Pyros, la formazione fondata da Perry Farrell dopo il primo scioglimento dei Jane’s Addiction – e la bella Fergie dei Black Eyed Peas, qui in veste di corista. E’ un pezzo molto orecchiabile questo Wish Upon A Dog Star, subito accattivante per via della sua base funk-rock e del suo cantabilissimo ritornello.

2-3) Elementi funky accentuati nella successiva Only Love, Let’s Celebrate, altro brano molto coinvolgente e facilmente canticchiabile. Gli fa seguito Hard Life Easy, uno dei pezzi forti di quest’album, arricchito dall’avvolgente parte di basso di Flea.

4) Con Kinky ritroviamo Peter Hook al basso, in quello che è un bel pezzo arrembante & avvolgente, appena appena più aggressivo di quanto ascoltato finora.

5) The Solutionists è semplicemente una delle mie canzoni preferite di questo lavoro: il brano altro non è che Revolution Solution, una collaborazione fra il gruppo elettronico dei Thievery Corporation e lo stesso Perry Farrell, soltanto che in questo caso la base elettronica è stata quasi completamente rimpiazzata dalla classica strumentazione rock (basso, batteria e chitarra) e arricchita da sequenze orchestrali di grande effetto. Mi capita spesso di ascoltarmi una seconda volta questa The Solutionists prima di passare alla canzone successiva…

6) … finalmente una lenta, chiamata Awesome. Scandita dalla chitarra acustica di Peter DiStefano, la dolce melodia di Awesome ci regala una prestazione vocale da parte di Perry davvero inedita – incentrata sul suo registro più basso – e a suo modo struggente. Davvero una perla, questa Awesome, una delle cose migliori mai realizzate dal nostro, secondo me.

7-8) Seppur più ritmata, la successiva Mr. Sunshine è un pezzo più meditabondo e dall’atmosfera fumosa, in parte basata su Lonely Days, il primo grande successo statunitense per i mitici Bee Gees. Gli fa seguito il brano più metallaro dell’album, Insanity Rains, che ci riporta immediatamente alle atmosfere più ruggenti dei Jane’s Addiction.

9) Tuttavia il pezzo incluso in “Ultra Payloaded” che più amo è Milky Avenue, una malinconica & sognante ballata, perfetta se ascoltata a tutto volume mentre si guida in macchina con l’aria fra i capelli. E’ una canzone magnifica che mi arricchisce tutto il disco, dove Perry torna ad usare il suo inedito tono basso della voce.

10) Con la successiva Ultra-Payloaded Satellite Party ci ricolleghiamo all’atmosfera festaiola da rock danzereccio delle prime quattro canzoni del disco, anche se il risultato complessivo non m’impressiona più di tanto. E’ comunque un pezzo interessante per i suoi repentini cambi di tempo e per l’uso congiunto di cori e campionamenti.

11) La conclusiva Woman In The Window dovrebbe essere una sorpresa per tutti i fan dei Doors: si tratta infatti d’una cazone perduta di Jim Morrison, una sorta di filastrocca, attorno alla quale Perry ha ricostruito un’atmosfera vagamente hip-hop. Non un capolavoro ma certamente una conclusione inedita per un disco assai interessante che ho avuto modo di apprezzare sempre di più ascolto dopo ascolto.

C’è da dire che questo “Ultra Payloaded” è passato quasi inosservato da parte del grande pubblico: negli Stati Uniti ha raggiunto un miserissimo novantunesimo posto in classifica e la grande distribuzione non l’ha manco cagato. Ciò non toglie che si tratta dell’album più godibile mai realizzato da Perry Farrell (il mio preferito dopo il classicone dei Jane’s Addiction, il grandioso “Nothing’s Shocking”), un album che piacerà sicuramente a tutti gli ammiratori di questo originale ed eccentrico artista.

– Mat

The Glove, “Blue Sunshine”, 1983

the-glove-blue-sunshine-the-cure-siouxsie-and-the-bansheesE’ stata davvero una bella sorpresa, per me, l’ascolto di “Blue Sunshine”, l’unico album accreditato a The Glove, una sigla che cela i nomi di Robert Smith dei Cure e Steven Severin dei Siouxsie And The Banshees. Semplicemente non credevo che fosse così bello, ecco!

Sapevo da anni di questo disco, un album più sperimentale e dal sapore psichedelico, ma è solo dopo la sua recente ristampa in formato deluxe che ho deciso di comprarmene una copia, sul finire dell’anno scorso.

La storia di quest’inedito progetto musicale dovrebbe essere nota ai fan dei Cure – ne ho già parlato nel post biografico sui Cure e in questa recensione – tuttavia qualche breve cenno di riepilogo ci sta bene: nel corso del 1983 i Cure non se la passavano affatto bene e Robert Smith – voce, chitarra e mente creativa del noto gruppo inglese – tentò di formare una nuova band, stavolta un duo, con un musicista che apprezzava anche umanamente e che aveva gusti artistici in comune, Steven Severin, per l’appunto, bassista dei Banshees nonché componente centrale dell’altro noto gruppo inglese. L’idea però non piaceva a Chris Parry, manager dei Cure verso il quale il buon Robert aveva ancora degli stretti obblighi contrattuali: e così il perfido Parry proibì a Smith di cantare più di due canzoni che avrebbero formato il primo album dei Glove.

Fu così che Severin & Smith, per ridurre al minimo le influenze altrui sul proprio lavoro, ricorsero per il ruolo di cantante ad una totale sconosciuta, tale Jeannette Landray, all’epoca ragazza di Budgie, il batterista dei Banshees. Jeannette cantò quindi in ben sei delle dieci composizioni Severin/Smith, dato che due restavano strumentali e altre due venivano cantate da Smith. In realtà nelle versioni dimostrative delle canzoni, messe su nastro ad uso privato, la voce di Robert Smith si sente forte & chiara non solo nei brani successivamente affidati a Landray ma anche in quei due che infine sono stati editi come strumentali. Questo materiale, più qualche altra ghiotta chicca, è stato inserito nel ciddì aggiuntivo alla recente riedizione di “Blue Sunshine”: insomma, dal 2006 è finalmente possibile non soltanto ascoltare la versione rimasterizzata di “Blue Sunshine” con tanto dei brani che apparivano solo sui lati B dei singoli, ma anche di avere un’idea precisa di quello che sarebbe stato l’album con Smith come unico cantante. Ora torniamo però al disco così come venne inteso per la pubblicazione nel lontano 1983…

Col minimo supporto di qualche musicista esterno – fra cui Andy Anderson, all’epoca batterista dei Cure – il duo Severin/Smith scrisse, arrangiò, suonò e produsse quest’album tanto peculiare che è “Blue Sunshine” e che adesso vedremo brano dopo brano.

Si comincia con Like An Animal (scelta anche come primo singolo), una delle sei canzoni cantate dall’impassibile e bassa voce della Landray: ritmo veloce, musica molto percussiva e strumentazione avvolgente in quella che è una sorta d’anticipazione più elettronica di In Between Days, il brano d’apertura del curiano “The Head On The Door”. Al termine di Like An Animal possiamo ascoltare alcuni secondi di The Man From Nowhere, brano strumentale non accreditato che ricompare in altri punti dell’album come breve raccordo fra le canzoni.

Decisamente più rilassata è la successiva Looking Glass Girl, una canzone dalle atmosfere sognanti ed epiche; a mio avviso è uno dei momenti più belli di questo disco. Un andamento più sensuale ci viene invece offerto da Sex-Eye-Make-Up, un brano che sarebbe stato perfetto in un album di Siouxsie And The Banshees, così come la seguente Mr. Alphabet Says sarebbe stata perfetta in un album dei Cure di quel periodo: quest’ultimo infatti è uno dei due brani qui presenti affidati alla voce più unica che rara di Robert Smith; la musica è alquanto tetrale, una sorta di piccola marcia dove a farla da padrone sono il piano, i violini e la viola.

La riflessiva ma calda sonorità di A Blues In Drag rappresenta invece il primo dei due momenti strumentali inclusi in “Blue Sunshine”; una bella prova A Blues In Drag, ricorda un po’ alcune sonorità del bowiano “Low” ma dal retrogusto più ottimista. Con Punish Me With Kisses, edita come secondo singolo, ritroviamo la voce della Landray in quella che pare una versione più lenta e sognante di Ceremony dei Joy Division; in effetti la somiglianza è più evidente nella seconda parte della canzone e sul finale… a ben guardare (o meglio, sentire…) la musica di Robert Smith è molto debitrice nei confronti del sound dei Joy Division e della sua successiva incarnazione, i New Order

This Green City è una sognante ma propulsiva composizione, molto adatta mentre si guida in un paesaggio d’aperta campagna avvolto dalla foschia. Questo è uno dei brani in cui si avverte maggiormente la nostalgia della voce di Smith… con lui This Green City avrebbe guadagnato cento punti! Segue Orgy, un brano più tribale, anzi dalle sonorità alquanto orientaleggianti. Non è una cattiva canzone, tuttavia è quella che meno apprezzo in quest’album.

Con l’etnico e sinuoso techno-pop di Perfect Murder ritroviamo il buon Robert alla voce in quello che è un pezzo molto rappresentativo del sound complessivo dell’album: orientamento pop, attenzione alle melodie, uso di strumenti poco convenzionali, commistione di stili sonori e un vivace spruzzo di psichedelia. La strumentale e conclusiva Relax può suggerire tutto fuorché il significato del suo titolo: il suo sovrapporsi di strumenti, vocii & effetti d’ogni sorta in sequenza circolare e vagamente minacciosa (una specie di Revolution 9 dei Beatles mi viene da pensare) sembra più che altro la musica d’un vecchio film dell’orrore.

A chi fosse interessato all’acquisto di “Blue Sunshine”, consiglio caldamente la ristampa in doppio ciddì del 2006, che oltre a contenere (come già detto) una versione demo dell’intero disco cantato da Robert Smith, include anche altri inediti interessanti, i lati B dei singoli – fra i quali l’avvolgente Mouth To Mouth, presente anche nella versione cantata da Smith – e alcune versioni estese e/o remixate degli stessi singoli. Insomma, per una volta tanto un lavoro veramente completo a proposito d’un disco che non dispiacerà affatto ai veri fan dei Cure e dei Banshees.

– Mat

Anton Corbijn, “Control”, 2007

anton-corbijn-controlFinalmente ieri sera ho visto “Control”, l’atteso film di Anton Corbijn sulla vita di Ian Curtis, il tormentato leader dei Joy Division morto suicida nel 1980. Film che è uscito nelle sale sul finire del 2007, che sta continuando ad aggiudicarsi premi e riconoscimenti ma che da noi, nella comalsolito arretrata Italia, non è nemmeno stato distribuito. Me lo disse un negoziante di dischi in tempi non sospetti, ‘a Mattè, l’Italia è l’Africa dell’Europa!’. E come dargli torto? Ma vabbé, polemiche a parte, passiamo al film.

Un mio amico smanettone s’è scaricato “Control” nelle settimane scorse, dopodiché mio fratello s’è fatto fare una copia in divvuddì, copia che ieri sera, per l’appunto, è finita nel mio vecchio caro portatile. E così, imbacuccatissimo a letto per via dell’influenza che mi ha tormentato in questi ultimi giorni, mi sono sparato questo film tutto d’un fiato, nella versione originale, senza sottotitoli.

E’ un film magistralmente girato in bianco e nero, dove lo stile del regista, Anton Corbijn – uno dei più acclamati fotografi/scenografi rock (io ho imparato ad apprezzarlo negli anni per le sue tante collaborazioni coi Depeche Mode) – è perfettamente riconoscibile. Le ambientazioni – ovvero Manchester & sobborghi fra il 1973 e il 1980 – sono ben fatte, un po’ meno i costumi, soprattutto per quanto riguarda l’attore che impersona Peter Hook, il bassista dei Joy Division, che pare vestire come se fosse una delle solite band fintopunk di derivazione Green Day. Ma a proposito di attori, è stato veramente bravissimo il giovane Sam Riley, quello che impersona lo stesso Ian Curtis, bravissimo nell’interpretarlo in tutti i mutevoli stati emotivi dell’angustiato cantante, dalla presenza sul palco con la band alle improvvise crisi epilettiche, passando per gli sconfortanti momenti di solitudine. Per giunta gli somiglia pure fisicamente! Altrettanto bravissima – e in questo caso me l’aspettavo perché ho avuto modo d’apprezzarla in altri film – è Samantha Morton, che qui interpreta Deborah Curtis, la moglie di Ian, autrice del libro biografico “Touching From A Distance” dal quale Corbijn ha poi tratto la storia del film (per la gioia dei fan joydivisioniani questo libro è stato tradotto anche in italiano… almeno quello ce lo siamo cagati…). Incredibilmente somigliante all’originale è anche l’attore che interpreta Bernard Sumner, il chitarrista dei Joy Division, in seguito nei New Order con gli stessi Peter Hook e Stephen Morris. Ecco, l’attore che impersona quest’ultimo, il batterista del gruppo, è quello meno caratterizzato nel film, ma c’è da dire che gli stessi New Order sono (stati) persone molto poco appariscenti, per cui forse Corbijn non è riuscito a cavare molto dalla collaborazione effettiva della band (che ha anche composto dei brevi interludi strumentali come colonna sonora) e della stessa vedova Curtis.

La poca caratterizzazione dei personaggi è per me il vero punto debole di “Control”, film che gioca più sulle sensazioni scaturite dalle immagini (e il bianco & nero scelto per la pellicola è azzeccatissimo) che sulla psicologia dei protagonisti, per quanto (e lo ripeto) i due attori principali – la Morton e Riley – sono stati bravissimi. Un altro punto debole di “Control” è la lentezza della storia: mi aspettavo più dinamismo, confesso che a tratti la visione del film mi ha annoiato.

Altra cosa che mi ha convinto a metà è stata la colonna sonora: ottimo David Bowie – lo si ascolta un sacco nella prima parte del film e lo si vede molto come poster & ritagli & dischi nella cameretta di Ian – ma veramente non ho capito perché soltanto due sono le canzoni originali dei Joy Division che si ascoltano nel film, vale a dire le pur splendide Love Will Tear Us Apart e Atmosphere. Le altre sono infatti eseguite dagli stessi attori che interpretano i Joy Division: sono stati bravi anche in questo caso, per carità, ma io ho visto questo film principalmente per sentirmi i pezzi originali dei miei amati Joy Division! Eccheccazzo!

Però, tuttosommato, ammetto che è stato piacevole vedere la storia di Ian Curtis e dei Joy Division in forma di film e mi dispiace davvero che “Control” non sia uscito nel circuito cinematografico italiano.

Ah, ultima cosa, mi sono emozionato quando scorrevano i titoli di coda (con Shadowplay rifatta dai Killers e non nella versione originale, sgrunt, ma lasciamo perdere…) e fra i ringraziamenti il buon Anton ha incluso Martin L. Gore dei Depeche Mode. Gli amici non si dimenticano mai!

– Mat

I supergruppi

Traveling Wilburys George Harrison Bob DylanIl termine non è forse molto simpatico ma per supergruppi s’intendono comunemente quelle band formate da almeno due componenti illustri provenienti da altre band. La storia del rock annovera diversi supergruppi ma la loro costituzione sembra aver preso piede soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Vediamone alcuni, cercando di procedere in ordine cronologico.

Il titolo di primo supergruppo sembra spettare ai Blind Faith, composti da membri dei Cream (Eric Clapton e Ginger Baker) e dei Traffic (Steve Windood), formatisi e disciolti nel 1969 con un solo album all’attivo. Poi fu la volta della Plastic Ono Band, un gruppo che John Lennon e Yoko Ono formarono insieme a Eric Clapton e a George Harrison, sebbene svolgesse un’attività occasionale tra il 1969 e il 1970. Di supergruppi nati negli anni Settanta non me ne sovviene nessuno, credo che comunque non ve ne siano stati molti, per cui passo agli anni Ottanta.

Nel 1982 nascono i Lords Of The New Church (componenti dei Dead Boys e dei Damned), nel 1983 nascono invece i Glove (membri dei Cure e dei Siouxsie And The Banshees), nel 1984 debuttano i Dalis Car (componenti dei Japan e dei Bauhaus) e i Chequered Past (membri dei Sex Pistols e dei Blondie), nel 1985 fanno la loro comparsa i Power Station (voce di Robert Palmer e musicisti dei Duran Duran e degli Chic), mentre nel 1986 è la volta dei GTR (membri dei Genesis e degli Yes) e ancora nel 1989 degli Electronic (componenti dei New Order, degli Smiths e dei Pet Shop Boys).

Nel 1988 hanno fatto la loro prima comparsa, con l’album “The Traveling Wilburys, Vol. 1”, i Traveling Wilburys (nella foto sopra), un super-supergruppo direi, giacché formato da George Harrison dei Beatles con Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne della Electric Light Orchestra.

Passando agli anni Novanta, nel ’95 debuttano i Mad Season (formati da componenti di Alice In Chains e Pearl Jam), mentre l’anno dopo è la volta dei Neurotic Outsiders (membri dei Sex Pistols, dei Cult, dei Guns N’ Roses e dei Duran Duran). Di altri non ricordo…

Mi sembra più produttivo il decennio in corso: già nel 2000 debuttano i Damage Manual (componenti dei PiL, dei Killing Joke e dei Ministry), nel 2002 esordiscono con alcune canzoni distribuite in rete i Carbon/Silicon (componenti dei Clash e dei Sigue Sigue Sputnik) e con una distribuzione in grande stile, invece, debuttano gli Audioslave (musicisti dei Rage Against The Machine e voce dei Soundgarden). Nel 2004 è la volta dei Velvet Revolver (musicisti dei Guns N’ Roses e cantante degli Stone Temple Pilots), mentre il 2006 ha segnato il debutto ufficiale dei The Good, The Bad And The Queen (componenti dei Clash, dei Blur e dei Verve).

Nella storia della musica moderna si sono visti numerosi esempi di supergruppi costituiti apposta per un singolo evento o brano: è il caso dei Band Aid, che nel 1984 hanno pubblicato il singolo Do They Know It’s Christmas?, e degli U.S.A. For Africa, che l’anno dopo hanno pubblicato il singolo We Are The World. Entrambi nati per scopi benefici, i primi (di origine angloirlandese) sono nati dall’iniziativa di Bob Geldof e Midge Ure (che hanno coinvolto, tra i tanti, Sting, Phil Collins, Paul Weller, Paul Young, Boy George, i Duran Duran, gli U2 e George Michael), i secondi (americani) sono nati invece dall’iniziativa di Michael Jackson e Lionel Richie (coinvolgendo un cast stellare formato, fra i tanti, da Ray Charles, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tina Turner, Paul Simon e Diana Ross).

Poi ci sono dei supergruppi a ritroso, nel senso che dal gruppo originario, magari anche di successo, siano usciti fuori dei componenti di altrettanto (se non maggior) successo: mi vengono in mente i Genesis (che hanno ‘generato’ Peter Gabriel, Phil Collins ma anche i Mike & The Mechanics) e i Faces (nei quali hanno militato Ron Wood, dal ’75 ad oggi con i Rolling Stones, e Rod Stewart). Ma se ci pensiamo bene anche i Beatles sono stati un supergruppo a ritroso… in quale altra band si trovano Paul McCartney e John Lennon sotto lo stesso tetto?!

New Order

new-order-immagine-pubblicaLa storia dei New Order inizia a Manchester nella primavera del 1980, all’indomani del suicidio di Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Sì perché i New Order sono Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, rispettivamente chitarrista, bassista e batterista dei Joy Division, che, dopo il comprensibile smarrimento iniziale, decidono di darsi un nuovo nome e di continuare insieme.

I New Order debuttano quindi al principio del 1981 col singolo Ceremony / In A Lonely Place, entrambe canzoni dei Joy Division mai completate: la prima è un brano pop-punk formidabile (vale la pena di andarsi ad ascoltare anche la versione live dei Joy Division sull’album postumo “Still”) mentre la seconda è addirittura cantata da Ian Curtis, in quello che è uno dei pezzi più tenebrosi della band. In seguito, i New Order aggiungono stabilmente all’organico una tastierista, Gillian Gilbert (già ragazza di Stephen) con la quale reincidono completamente il singolo Ceremony / In A Lonely Place (il risultato, oltre che più pulito, è comunque migliore) e ritoccano alcune canzoni inedite dei Joy Division da inserire nel loro terzo ed ultimo album, “Still” (1981).

Sempre nel corso del 1981, inoltre, esce “Movement”, il primo album dei New Order: lo stile non si discosta poi molto da quello dei Joy Division (del resto i musicisti sono gli stessi…) ed il risultato è già strepitoso. Un disco della durata di appena 36 minuti per 8 brani che tuttavia è in perfetto equilibrio tra new-wave, punk, elettronica e dark. Due brani sono cantati da Peter, gli altri sei da Bernard: di lì a poco la band capisce che il ruolo di cantante spetta solo a quest’ultimo, il quale, pur non possedendo una gran voce ha tuttavia un timbro molto riconoscibile che ben s’incastra nel sound complessivo dei New Order. E la storia può riprendere il volo…

Nel 1983 esce il singolo Blue Monday ed è una rivoluzione: il suo ritmo disco-club sostenuto dalla drum machine, i suoi synth gelidi e la voce impassibile di Bernard che canta un testo di rivalsa ne fanno un classico istantaneo e una pietra miliare nella storia della musica. Blue Monday è il primo incrocio credibile tra rock e dance, una strada che in seguito verrà tentata da altri artisti, anche più famosi. Il brano, inoltre, può anche essere considerato un precursore di quel genere house che sarebbe esploso commercialmente sul finire del decennio.

Sempre nell’83 esce il secondo album dei New Order, “Power Corruption & Lies”, che si distacca dal suono dei Joy Division – puntando maggiormente sull’elettronica – senza però rinnegarne le origini. Davvero un gran disco, così come il successivo “Low-life” del 1985. I New Order sono sulla cresta dell’onda ed i vari manager ed intermediari vorrebbero farne delle star: i quattro di Manchester non ci stanno, l’unica concessione è l’inserimento delle loro foto (per la prima e ultima volta), in un loro disco, “Low-life” per l’appunto, distribuito in USA dall’etichetta di Quincy Jones, più noto come geniale produttore di Michael Jackson. Il fatto è che l’amarezza per la morte prematura di Curtis è un fantasma ancora molto ingombrante col quale i New Order riusciranno a convivere solo in anni recenti.

Nel 1986 esce un altro bel disco, “Brotherhood” (uno dei miei preferiti), contenente la celebre Bizarre Love Triangle (ma a me fa impazzire Angel Dust…). L’anno dopo è la volta di “Substance 1987”, una strepitosa doppia raccolta contenente lati A e B dei singoli, molti dei quali non presenti sugli album, più due inediti, le stupende 1963 e True Faith (probabilmente quest’ultima è, con Blue Monday, il brano più famoso dei New Order).

Nel gennaio ’89 i New Order volano al 1° posto della classifica inglese con l’indimenticabile album “Technique”, il mio album preferito tra quelli della banda di Manchester, lanciato da singoli innovativi come Fine Time, Run e Round And Round. Il momento di gloria si ripete l’anno dopo, con l’uscita del singolo World In Motion: scritto come inno della nazionale inglese per i mondiali di calcio, World In Motion è stata votata di recente come miglior inno scritto da un gruppo inglese per la propria nazionale calcistica.

Ma la solidità dei New Order inizia a dare i primi segni di cedimento: tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, i membri della band formano diversi gruppi paralleli (gli Electronic per Sumner, che si unisce a Johnny Marr degli Smiths, i Revenge prima e i Monaco dopo per Hook, e gli Other Two per il duo – ormai sposato – Morris-Gilbert), mentre la casa discografica storica, la Factory Records (già distributrice dei Joy Division e in seguito di Happy Mondays e Stone Roses) è in grave crisi finanziaria. E’ proprio per tentare di salvare la Factory che dei riluttanti New Order tornano in studio per dar vita ad un nuovo album: “Republic”, che vede la luce nel ’93, quando la Factory è ormai spacciata, è forse il peggior album della band (ma non è brutto, state tranquilli…) anche se c’è la splendida Regret, con un video molto bello girato a Roma. Résisi forse conto di aver fatto un mezzo passo falso, i New Order sembrano guardare al passato: reincidono alcuni vecchi brani e li pubblicano con altri hits nella raccolta “(The Best Of) NewOrder” del 1994, poi, praticamente, la band si scioglie.

Lo scioglimento dei New Order, mai ufficializzato, termina sul finire degli anni Novanta: nel 1999 esce un brano nuovo, Brutal, per la colonna sonora del film “The Beach”, mentre la band è al lavoro sul nuovo album, che vede quindi la luce nel 2001. Così, il settimo album da studio dei New Order s’intitola “Get Ready” e con mio sommo piacere scopro che è uno dei migliori dischi del gruppo. Intanto, i New Order sono in grado di eseguire senza problemi concerti di due ore, mentre una nuova generazione di musicisti, in primis i Chemical Brothers, li inneggia come propri padri musicali.

Negli ultimi anni, una figlia della coppia Morris-Gilbert è stata gravemente malata: la mamma, per prendersene cura, ha abbandonato l’attività dei New Order, mettendo a rischio la vita stessa della band. Tuttavia, su insistenza della stessa Gilbert, i New Order sono tornati in pista con un nuovo tastierista/chitarrista, Phil Cunningham, un nuovo album, “Waiting For The Siren’s Call” (2005), e un nuovo tour.

Recentemente, dopo aver dato alle stampe un paio di raccolte, i New Order sono stati impegnati con la colonna sonora del film “Control”: girato da Anton Corbijn (storico fotografo e videomaker dei Depeche Mode), ripercorre la vita di Ian Curtis, voce dei Joy Division, e la parabola del gruppo stesso. Tuttavia quest’altro ritorno al passato non s’è tradotto nella nostalgia per il lavoro comune: nel corso del 2007 il bassista Peter Hook ha annunciato infatti la sua dipartita dai New Order e la formazione d’una nuova band, i Freebass, in compagnia di componenti degli Smiths e degli Stone Roses.

Ufficialmente i New Order non sono finiti e il sottoscritto crede che il buon Peter tornerà sui propri passi dopo essersi tolto lo sfizio di pubblicare un disco a nome Freebass. Staremo a vedere, per il momento ci possiamo accontentare delle ristampe degli album dei New Order pubblicati negli anni Ottanta, con disco aggiuntivo di materiale bonus per ogni titolo.

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