Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

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Pink Floyd, “Wish You Were Here”, 1975

pink-floyd-wish-you-were-hereEdito su Parliamo di Musica il 16 maggio 2007, ripubblicato il 21 febbraio successivo quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica e infine revisionato il 19 settembre 2008, il post che segue narra d’un disco che mi affascina da molto tempo prima, diciamo pure da quel giorno dell’estate 1992 in cui l’ascolto della copia in ciddì che mi aveva prestato lo zio paterno mi fece restare a bocca aperta per la sorpresa ma anche per lo smarrimento. Non avevo mai ascoltato nulla di simile!

Sofisticato, cervellotico, malinconico, eppure sognante e decisamente indimenticabile, “Wish You Were Here” è l’album dei Pink Floyd che più amo. Formato da soli cinque lunghi brani, è il disco che segna lo spartiacque nella storia dei nostri, ponendosi a metà tra tutto ciò che aveva portato al successo planetario di “Dark Side Of The Moon” del 1973 e i controversi anni dominati dalla figura di Roger Waters, che seguiranno con l’album “Animals” del 1977 fino all’abbandono del gruppo da parte dello stesso, nel 1985.

“Wish You Were Here” comincia subito alla grande, con quello che è in assoluto uno dei brani migliori dei Pink Floyd, Shine On You Crazy Diamond: dura tredici minuti & mezzo eppure me ne basterebbero anche i primi quattro, cioè tutta quella parte strumentale che sembra accompagnare le fasi d’un allunaggio e dove i magnifici strati di tastiere di Richard Wright fanno da sfondo al malinconico ma brillante assolo di chitarra di David Gilmour. Ecco, mi bastano questi quattro minuti di musica per classificare questo disco come uno dei più belli che io abbia mai ascoltato. Shine On You Crazy Diamond procede però in tutto il suo splendore, passando per altri due memorabili assoli di chitarra, una toccante parte cantata da Waters e due assoli di sax suonati da Dick Parry in rapida successione.

Il tutto sfuma nell’inquietante introduzione del brano successivo, Welcome To The Machine, dove un pulsante rumore di macchine industriali ci dà il benvenuto ad una canzone tanto triste quanto bella, lunga oltre sette minuti e cantata da Gilmour. Lo strumento maggiormente in rilievo è il sintetizzatore (e qui bisogna dar atto ai Pink Floyd di essere fra i precursori della musica elettronica), accompagnato dal fantastico arpeggio di due chitarre all’unisono. Infine, un rumore di portelli che si chiudono e un elevatore che ci conduce rapido al piano superiore, dove i portelli si aprono nel bel mezzo d’una festa.

Con Have A Cigar siamo invece alle prese con un robusto rock-blues, il cui testo è una stoccata al mondo del music business. In Have A Cigar è riposta tutta la disillusione di Waters (è lui, il bassista, a scrivere i testi di questo disco) verso i lustrini dello star-system, un tema che verrà ulteriormente approfondito negli album successivi del gruppo, “Animals” (1977) e soprattutto “The Wall” (1979). Da segnalare la bella prova vocale di Roy Harper, mentre nel 2011 è stata distribuita anche un’inedita versione del pezzo in cui Harper si alterna al microfono con lo stesso Waters.

Una volta passato il momento di rabbia e sarcasmo, subentra così la struggente nostalgia di Wish You Were Here, una superlativa ballata che di sicuro è una delle canzoni pop rock più conosciute e amate di sempre. Da antologia le due chitarre – una arpeggiata e suonata come se stesse provenendo da una radio, e una impegnata col dolce assolo – che si incrociano nella parte iniziale del brano, prima che entri la voce solista di Gilmour, alle prese con un testo assai poetico e carico d’immagini memorabili (un testo che in verità meriterebbe un post tutto suo).

La sognante melodia di Wish You Were Here svanisce infine nel vento, sostituita dalla tetra prima parte della ripresa di Shine On You Crazy Diamond. Lunga dodici minuti & mezzo, tale ripresa esplora le possibilità sonore introdotte dal brano iniziale, con un intermezzo rock più veloce (prima comunque della parte cantata, sempre ad opera di Waters) e una successiva sequenza decisamente blues, il tutto sorretto dall’ottima batteria di Nick Mason. Il lungo finale, che inizia a tre minuti e venti dal termine del brano, è un dolente blues condotto dalla tastiera di Wright.

Con tutta la sua tematica dell’assenza (non solo quella di Syd Barrett, il “crazy diamond” del brano in questione, ma anche l’assenza di umanità – o di anima, se si preferisce – nei rapporti interpersonali), assenza simboleggiata anche nelle suggestive immagini realizzate da Storm Thorgerson per la grafica dell’album, “Wish You Were Here” è uno dei dischi più belli di sempre. E forse è anche il più bel disco dei Pink Floyd.

-Mat

Pink Floyd, “The Division Bell”, 1994

Pink Floyd The Division BellDi recente ho avuto modo di riascoltare più volte “The Division Bell”, l’album che nel 1994 segnò il ritorno dei Pink Floyd dopo un’assenza discografica di ben sei anni. E’ uno di quei rari dischi che migliorano con il passare degli anni, che diventano più belli e interessanti mentre anche noi cresciamo con loro.

Mi è così venuto in mente qualche spunto per scrivere un nuovo post, soltanto che in seguito mi sono ricordato di aver già scritto qualcosa al riguardo. Curiosando nei miei “archivi”, infatti, ho ritrovato un post su “The Division Bell” datato 18 settembre 2008. Lo ripropongo qui, con le dovute aggiunte e considerazioni dell’ultim’ora.

“The Division Bell” è sostanzialmente una riflessione sul tempo che passa e, a tal proposito, ricordo benissimo quando il disco arrivò nei negozi, in quell’ormai lontana primavera del ’94: si piazzò subito in vetta alla classifica italiana e fu forse l’ultimo grande album rock da studio a raggiungere una tale posizione privilegiata. Un album che comprai subito con grande emozione ma che non mi conquistò ai primi ascolti: erano troppo recenti le mie scoperte dei grandi capolavori floydiani degli anni Settanta – “Dark Side Of The Moon” (1973), “Wish You Were Here” (1975) e “The Wall” (1979) – per lasciarmi ammaliare da un album di maturo pop-rock, anche un po’ dimesso, dove non c’era traccia del mio idolo floydiano più grande, Roger Waters.

Come accennavo sopra, tuttavia, il trascorrere degli anni, ma anche lo smaliziarsi dei miei gusti musicali, hanno fatto sì che apprezzassi “The Division Bell” per quel che è, un ottimo disco realizzato da grandi musicisti, e che lo inquadrassi nella giusta prospettiva storica: il secondo album del post-Waters, oltre che il primo album dei Pink Floyd con un’effettiva partecipazione di Richard Wright dai tempi di “Animals” (1977), per cui l’equazione alla fine regge. Di fatto, un lavoro nel quale s’avverte maggiormente l’apporto creativo d’un vero gruppo, a differenza del precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987), buono ma in pratica un disco solista di David Gilmour.

“The Division Bell” inizia pigramente con Cluster One, uno strumentale dai suggestivi rimandi al glorioso passato dei nostri; è un brano di classe scritto da Wright e Gilmour che ben introduce tutto il lavoro e ci dà l’indizio che se i nostri non hanno ritrovato la vera creatività hanno almeno recuperato l’ispirazione migliore. Figlio degli episodi più ruggenti di “The Wall”, ecco l’epico hard blues di What Do You Want From Me?, mentre Poles Apart è un brano più leggero ma dall’ampia struttura progressiva che, grazie ad un immaginifico interludio (un po’ tetro, c’è da dire), ci presenta appropriatamente il brano in due versioni diverse, una in forma di ballata e una più veloce. Bellissima, bisogna aggiungere, tutta la parte vocale di Dave.

Seconda collaborazione Wright-Gilmour per un altro strumentale di classe, Marooned è senza dubbio fra le perle di quest’album: un rock lento, sofferto e dolente, che regalò ai Pink Floyd un Grammy come miglior pezzo strumentale dell’anno; sempre molto emozionante, per me, resta l’ingresso della batteria di Nick Mason a due minuti e ventisei dall’inizio, quando mi viene una voglia incontrollabile di alzare il volume. Ispirata alla caduta del muro di Berlino del 1989, ecco invece la melodia struggente di A Great Day For Freedom, una ballata dal ritornello solenne guidata principalmente dal piano. Tra gli undici brani di “The Division Bell”, quest’ultimo resta però quello che preferisco di meno e in tutti questi anni non sono riuscito a cambiare idea.

Discorso inverso per la successiva Wearing The Inside Out, una morbida ballata dai toni chiaroscurali, un brano molto elegante cantato da Richard Wright e abbellito dal sax, che con gli anni ho imparato ad apprezzare sempre più. L’irresistibile carica pop-rock di Take It Back resta invece il momento più leggero del disco, giustamente pubblicato anche su singolo. Gli fa immediato seguito – grazie ad un mix d’incroci e dissolvenze di grande effetto – Coming Back To Life, un’altra delle perle di quest’album. Due brani carichi di eco che posti così in sequenza rappresentano uno degli episodi più melodici e accattivanti dell’intera discografia dei nostri.

Ancora qualche reminiscenza da “The Wall” con l’intensa Keep Talking, una canzone dall’atmosfera più dark edita anche su singolo. Molto bella la prestazione vocale di Gilmour (in grande spolvero anche sulle chitarre), soprattutto quando s’incrocia con le parti delle coriste. Dal sapore country (country inglese, non americano…), ecco Lost For Words, forse il pezzo qui presente che suona più come una canzone solista di David Gilmour che un’opera dei Pink Floyd. Una buona canzone comunque, molto gradevole.

La conclusiva High Hopes è senza dubbio la canzone migliore di “The Division Bell”, oltre che la più lunga, coi suoi quasi otto minuti di durata. Brano meditabondo, oscuro, imponente, pieno di nostalgia per un passato più puro che ora non c’è più, High Hopes è anche il brano che cita il titolo dell’album (un riferimento a certe sedute del parlamento inglese scandite dal suono di una campana) ma pure di quello che sarà il suo seguito vent’anni dopo, “The Endless River“. Molto belle sono anche tutte le parti di chitarra in High Hopes, di grande impatto sull’ascoltatore come in ogni album dei nostri, per non dire della voce di Gilmour, mai così cavernosa. Più la ascolto, più ci penso e più mi convinco che sia proprio questa la canzone più bella in assoluto dei Pink Floyd, con buona pace di Comfortably Numb e Wish You Were Here.

Da menzionare, infine, la presenza di alcuni degli elementi che hanno aiutato i signori Gilmour, Mason e Wright a realizzare “The Division Bell”, fra ritorni e nuove collaborazioni: la produzione di Bob Ezrin, le orchestrazioni di Michael Kamen, il basso di Guy Pratt, il sax di Dick Parry e una buona dose di parole scritte dalla giornalista Polly Samson (attuale signora Gilmour).

-Mat

Pink Floyd, “The Endless River”, 2014

Pink Floyd The Endless RiverOltre al recente “Blackstar” di David Bowie, c’è stata un’altra importante uscita discografica, del novembre 2014, che mi ha fatto rimpiangere di non avere più un blog: “The Endless River”, l’album pubblicato dai Pink Floyd a venti anni dal precedente “The Division Bell”. Mi sarebbe piaciuto farne una recensione a caldo, all’indomani del primo ascolto, tanto che meditai di aprire un nuovo blog e di chiamarlo The Endless Fever. Una febbre infinita la mia per i Pink Floyd, oltre che per la musica in generale, e forse per la stessa voglia di starne a raccontare le impressioni su un sito personale. La pigrizia però ha avuto la meglio. Ancora una volta.

Ad ogni modo, in quel novembre del 2014 ero molto emozionato all’idea di poter assistere all’uscita d’un nuovo disco dei Floyd – del resto m’era capitato un’altra volta soltanto nella vita, quando uscì “The Division Bell” (1994), mentre per quanto riguarda il precedente “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) ero troppo piccolo per ricordarmene. Però pensai anche che i Pink Floyd – o i due soli superstiti della band, ovvero David Gilmour e Nick Mason – avessero fatto un po’ i furbi. Mi spiego meglio.

In quel 2014 venne pubblicato un sontuoso cofanetto celebrativo per l’album “The Division Bell”, per l’appunto in occasione del suo ventennale. Riscoprendo gli archivi storici del periodo, tuttavia, i signori Gilmour e Mason devono essersi resi conto che il materiale inedito poteva essere buono come base di partenza per un nuovo album: ecco perché il cofanetto di “The Division Bell” non contiene nemmeno una nota inedita (e perché io, seppur tentatissimo, non mi sono concesso il dispendioso acquisto), mentre “The Endless River” costituisce una sorta di bonus disc delle “The Division Bell Sessions 1993-94” (mi piace questa definizione) con tutto – o quasi – il materiale scartato all’epoca e qui sapientemente rimaneggiato e pubblicato come opera autonoma.

Su questo, almeno, i Pink Floyd non avevano fatto mistero: “The Endless River” non è un disco nuovo in quanto tale, bensì una collezione di brani strumentali registrati parallelamente a High Hopes (la frase “the endless river” viene proprio dal suo testo), Coming Back To Life, Keep Talking e agli atri pezzi originali editi nell’ormai lontano 1994. Fu Polly Samson, la signora Gilmour, ad annunciare in anteprima – e decisamente a sorpresa – l’uscita del “nuovo” album, che avrebbe rappresentato inoltre un omaggio all’arte di Richard Wright, tastierista dei Floyd, morto nel 2008 dopo una lunga malattia.

Bene, questi i fatti precedenti all’uscita dell’album, ma il disco com’è? Dico subito che non si tratta d’un capolavoro; è sì piacevole – inconfondibilmente floydiano, senza dubbio – ma non si può certo annoverare tra i dischi più memorabili dei nostri. Si tratta insomma di un’appendice gradevole & interessante alla vicenda discografica dei Pink Floyd ma che – resto dell’idea che già mi ero formato nel 2014 – era meglio se veniva pubblicata come bonus nell’edizione deluxe 20th Anniversary Edition di “The Division Bell”.

Si parte con la contemplativa Things Left Unsaid – il classico brano dall’atmosfera onirica che spesso apre un album dei nostri – che quindi confluisce in It’s What We Do, una sorta di variazione sul tema di Shine On You Crazy Diamond. Qui non c’è ombra di dubbio: stiamo ascoltando i Pink Floyd, non può essere nessun’altra band al mondo, eppure sembra di ascoltare il soundcheck propedeutico a un concerto, un’improvvisazione che scaturisce da un’esecuzione libera di Shine On You Crazy Diamond, più che una musica imparentata con Marooned, Take It Back o qualsiasi altro pezzo di “The Division Bell”.

Non mancano comunque quei pezzi che sembrano effettivamente dei brani esclusi dalla scaletta definitiva di “The Division Bell”: ora non ricordo tutti i titoli, ma c’è un pezzo che inizia come Poles Apart, salvo prendere poi tutt’altra direzione, mentre un altro ancora condivide con Keep Talking il contributo vocale dello scienziato Stephen Hawking. Una menzione a parte merita Autumn ’68 che, come indica il titolo stesso, ci riporta ancora più indietro negli anni, grazie a un frammento recuperato da un’esibizione dei Floyd alla Royal Albert Hall: un minuto e mezzo di Richard Wright alle prese con l’organo a canne della celebre sala da concerto londinese, sorretta dal gong di Nick Mason. Interessante ma a che pro?

“The Endless River” è tutto così, un’alternanza di contributi musicali sparsi, più o meno compiuti ed elaborati, alcuni dei quali ripetuti più volte con piccole variazioni, che si intersecano l’un l’altro come se si ascoltasse un’unica suite. Conclude il tutto Louder Than Words, una ballad melodica e sentimentale, unico brano cantato di tutto il disco, pubblicato poco prima dell’album come singolo apripista.

Il mondo aveva bisogno di un album del genere? Evidentemente sì, visto l’enorme successo commerciale che ha ottenuto un po’ ovunque. I fan dei Pink Floyd in senso stretto avrebbero forse meritato un’opzione più mirata, magari rilasciandone una doppia versione: una così com’è stata effettivamente editata, per un pubblico più generalista, una inserita in una versione ampliata di “The Division Bell” che avesse una documentazione filologicamente sensata del lavoro comune che Gilmour, Wright e Mason svolsero tra il 1993 e il 1994. Forse si tratterà di aspettare il trentennale di “The Division Bell”.

-Mat

Diamo un voto ai dischi dei Pink Floyd

pink-floyd-classifica-immagine-pubblica-blogSul bel blog dell’amico Silvano ho trovato – QUI – un interessante sondaggio sui Pink Floyd: si tratta di dare un voto da 1 a 10 per ogni album da studio e dal vivo pubblicato ufficialmente dal celeberrimo gruppo inglese fra il 1967 e il 2000 (sono escluse le raccolte e la colonna sonora del film “Zabriskie Point”). Il post di Silvano ha risvegliato la mia voglia di parlare di musica e così, invece di lasciare un semplice commento, ho pensato di provare a dire la mia con questo post. Premetto che da sempre i Pink Floyd sono uno dei miei gruppi preferiti, perciò è difficile da parte mia dare giudizi spassionati sui loro dischi: come per la lista delle canzoni dei Beatles, non sono sempre sicurissimo delle mie valutazioni. Questo post è un modo, più che altro, di fissare certi punti e di tentare di razionalizzare (anche col vostro aiuto, se vorrete) certe preferenze. Tutti i dischi sono presentati di seguito in rigoroso ordine cronologico.

“The Piper At The Gates Of Dawn” (1967)
Brani celebri: Astronomy Domine, Interstellar Overdrive
Formazione: Syd Barrett, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un lavoro segnato dallo stile di Syd, diverso da tutto ciò che i nostri hanno realizzato in seguito (ma anche diverso dal materiale solista barrettiano). Un debutto coi fiocchi in piena era psichedelica, fra tanti altri eccitanti debutti discografici. 8/10.

“A Saucerful Of Secrets” (1968)
Brani celebri: Set The Controls For The Heart Of The Sun, A Saucerful Of Secrets
Formazione: Syd Barrett, David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un album di transizione, con Syd presente solo in alcuni brani e Dave non ancora ben integrato nel gruppo. Non mancano però le belle canzoni. 7/10

“Music From The Film More” (1969)
Brani celebri: Green Is The Colour, The Nile Song
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: colonna sonora d’un oscuro film psichedelico, interessante per certe anticipazioni sulla musica futura della band. Tuttavia non risulta un ascolto particolarmente esaltante. 6/10

“Ummagumma” (1969)
Brani celebri: Grantchester Meadows, Sysyphus, più selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: il primo doppio album dei Pink Floyd, un elleppì di materiale dal vivo e un elleppì con inediti da studio. Tanto bello il primo disco quanto discutibile il secondo (non ho mai capito se sia una genialata o una porcheria, mi piacerebbe dedicargli un post prima o poi). Nel dubbio, complessivamente… 7/10.

“Atom Heart Mother” (1970)
Brani celebri: Atom Heart Mother, If
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: il primo grande capolavoro floydiano. Ne ho ampiamente parlato in un post. 10/10.

“Meddle” (1971)
Brani celebri: One Of These Days, Echoes
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matovoto: contiene alcuni degli episodi più salienti della discografia floydiana ma le buone idee non sono equamente ripartite fra le canzoni. 8/10.

“Obscured By Clouds” (1972)
Brani celebri: Free Four, Stay
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: colonna sonora del film “La Vallée”, seguito filmico di “More”. Un lavoro deboluccio, eppure anticipatore anch’esso dei futuri percorsi floydiani. 5/10.

“Dark Side Of The Moon” (1973)
Brani celebri: Money, Time, Breathe, The Great Gig In The Sky, Us And Them
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: anche in questo caso ne ho già parlato. Un capolavoro, senza dubbio. Il mio voto non è il massimo solo perché – secondo me – pecca un po’ d’artificiosità. 9/10.

“Wish You Were Here” (1975)
Brani celebri: Shine On You Crazy Diamond, Wish You Were Here
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: ho già parlato anche di quest’altro capolavoro. 10/10.

“Animals” (1977)
Brani celebri: Sheep, Dogs
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un ottimo album che ha avuto la sfortuna, se così si può dire, di essere stato pubblicato fra due capolavori più grandi di esso. Cercherò di parlarne più dettagliatamente in futuro. 8/10

“The Wall” (1979)
Brani celebri: Another Brick In The Wall, Comfortably Numb, Run Like Hell, Mother
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: se mi costringessero a valutare una sola opera dei Pink Floyd col termine di capolavoro non avrei dubbi: è questo. 10/10.

“The Final Cut” (1983)
Brani celebri: Not Now John, The Final Cut, The Gunner’s Dream
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters
Matvoto: un album sottovalutato (perché molto più watersiano che floydiano… e non mi sembra manco questo gran difetto…), in realtà uno dei dischi più belli, potenti e toccanti e io possa vantare nella mia collezione di dischi. Ne parlerò più dettagliatamente in futuro. 9/10

“A Momentary Lapse Of Reason” (1987)
Brani celebri: Learning To Fly, On The Turning Away
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: il primo capitolo della storia floydiana del post-Waters. Ne ho già parlato. 7/10

“Delicate Sound Of Thunder” (1988)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: primo vero album dal vivo nella discografia floydiana (ma Roger non c’è più e si sente). Preso per quello che è, questo live doppio non è certamente cattivo però, nella grande discografia del gruppo, è totalmente trascurabile. 6/10

“The Division Bell” (1994)
Brani celebri: High Hopes, Keep Talking, Coming Back To Life
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: un disco di alto livello del quale, anche in questo caso, ci siamo già occupati. 8/10.

“Pulse” (1995)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Richard Wright
Matvoto: eccellente sintesi dal vivo del tour floydiano da supporto a “The Division Bell”. Ottima l’idea d’includere l’esecuzione integrale di “Dark Side Of The Moon” che la band effettuava in quei concerti. 8/10

“Is There Anybody Out There?: The Wall Live 1980-1981” (2000)
Brani celebri: selezione dal vivo
Formazione: David Gilmour, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright
Matvoto: un doppio ciddì da urlo, ampiamente discusso qualche tempo fa. 10/10.

– Mat

Roger Waters, “Amused To Death”, 1992

roger-waters-amused-to-death-immagine-pubblica-blogTutte le recensioni che nel corso degli anni ho letto di “Amused To Death” concordano almeno su un punto: si tratta del miglior lavoro solista di Roger Waters. Anch’io la penso così, per quanto abbia un debole per il primo album in solitaria del bassista dei Pink Floyd, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” (1984).

“Amused To Death”, terzo album solo per Waters, è in realtà uno dei migliori dischi rock che siano mai stati distribuiti, un lavoro costato cinque anni tra concepimento e realizzazione che, nella sua critica sociale all’uso degenerato dei mass media e alla spettacolarizzazione della guerra resta tuttora attualissimo. Un album di grande lirismo, sorretto da una musica eccezionale e immerso – come tipico nei dischi floydiani – da tutta una serie di grandiosi effetti sonori, anche di raccordo fra un brano e l’altro. Per non parlare poi dei musicisti coinvolti, fra cui i chitarristi Jeff Beck, Tim Pierce, Steve Lukather e B.J. Cole, il bassista Randy Jackson, i batteristi Jeff Porcaro e Graham Broad, il percussionista Luis Conte, il tastierista Patrick Leonard (produttore con lo stesso Waters di questo disco) e la National Philarmonic Orchestra condotta da Michael Kamen.

Le prime canzoni di “Amused To Death” nacquero nelle pause del tour che Roger intraprese per promuovere l’album “Radio K.A.O.S.” (1987), poi fra il 1988 e l’89 pare che il nuovo album – già intitolato “Amused To Death” – fosse finalmente pronto per la pubblicazione. La copertina originale mostrava tre yuppie – dai tratti molto somiglianti a David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright – che annegavano in un cocktail. Poi il progetto fu rimandato a causa d’un cambio d’etichetta discografica e poi ancora Waters fu impegnato con la riproposizione dal vivo dello spettacolo di “The Wall” a Berlino, per festeggiare la caduta del famigerato muro che aveva diviso la città per quasi 30 anni.

Finalmente nel ’91 Waters tornò ad occuparsi di “Amused To Death”: la prima guerra del Golfo che scoppiò fra l’Iraq e il Kuwait (supportato dagli USA) fornì ulteriore ispirazione creativa a Roger, tanto che l’album arrivò alla durata di oltre settanta minuti (un doppio elleppì, quindi, come non si vedeva proprio dai tempi di “The Wall”…). L’album, pubblicato infine nell’estate del 1992, si piazzò nella Top Ten inglese e fu salutato come un capolavoro dalla critica.
In definitiva, concordo con quel discografico della Sony che disse che se avessero potuto scrivere ‘pink floyd’ su quest’album, esso avrebbe venduto venti milioni di copie. Vediamolo un po’ più da vicino…

1) Un album magnifico, “Amused To Death”, che inizia in modo magnifico, con la grande atmosfera di The Ballad Of Bill Hubbard, vagamente reminiscente (nella parte iniziale) di Shine On You Crazy Diamond e superbamente arricchita dalla chitarra di Jeff Beck. Sostanzialmente si tratta d’un brano strumentale ma viene scandito dalla voce d’un reduce della Prima guerra mondiale, Alf Razzell, che parla d’un soldato morto in quel conflitto, Bill Hubbard, al quale questa canzone e tutto l’album sono dedicati.

2) Edita come primo singolo estratto dall’album, What God Wants, Part I è uno dei pezzi forti di “Amused To Death”, grazie al suo accattivante rock-blues. E’ in realtà una delle canzoni più coinvolgenti del Waters solista e parla di come tutte le cose che ci sono in questo mondo, buone o cattive che siano, sono sempre dovute al volere di Dio.

3-4) La musica e l’atmosfera complessiva di Perfect Sense, Part I sono assolutamente grandiose: un morbido tappeto percussivo, un sognante giro di piano, effetti d’ogni sorta e soprattutto un’emozionante staffetta vocale fra Roger Waters e P.P. Arnold, a lungo corista del nostro nei suoi tour. Segue la Part II della stessa canzone, un’epica ballata rock che si discosta molto dalla Part I ma che continua lo scambio vocale fra Waters e la Arnold.

5) The Bravery Of Being Out Of Range è un disteso ma a suo modo epico brano rock, fra le migliori canzoni mai proposte dal Waters solista; il testo è l’ennesima condanna del nostro alla stupidità della guerra.

6-7) Assolutamente magnifica la sequenza fra la Part I e la Part II di Late Home Tonight, un capolavoro dentro il capolavoro. Se la prima è un pezzo vivace che parte su toni country e conclude con un rocambolesco sound afro, la seconda è una dolente composizione dove la mesta voce di Roger si staglia sul solenne canto di una tromba.

8) Altro pezzo memorabile, Too Much Rope è in realtà uno dei brani più spettacolari che io abbia mai sentito! Pieno d’effetti sonori di grande atmosfera – i colpi di un taglialegna, una diligenza trainata tra gli scampanellii, l’ululato d’un lupo in lontananza, il rombo d’una Ferrari e altro ancora – Too Much Rope è una condanna all’umana avidità, con il tono che diventa più rabbioso mentre la canzone volge al termine.

9-10) Eccoci finalmente alla Part II di What God Wants, stilisticamente simile alla Part I ma meno rock e più meditabonda. Segue la Part III della stessa canzone, una stupenda ballata rock che musicalmente ha ben poco a che vedere le altre due parti: il canto di Waters alterna rabbia, cinismo, dolore e commozione, mentre a 1 minuto e 48 secondi dall’inizio parte un superbo assolo di Jeff Beck che contribuisce a rendere questa What God Wants, Part III una delle vette artistiche di Roger Waters, con o senza i Pink Floyd.

11) Cantata in duetto con Don Henley degli Eagles, Watching T.V. è una curiosa fusione fra il country e la musica orientale: l’impiego di strumenti tradizionali della musica cinese è più che appropriato in quanto il testo di questa canzone cita i tragici fatti di Tien An Men del 1989, tuttavia preferisco il country della parte iniziale, dove è un vero piacere sentire Don e Roger cantare nello stesso microfono.

12) Il cavernoso blues psichedelico di Three Wishes sembra rifarsi ad alcune sonorità di “Wish You Were Here” (1975) e “Animals” (1977). E’ un brano intenso, con un ritornello abbastanza orecchiabile, forse però tirato troppo per le lunghe… è stato comunque editato per la pubblicazione su singolo.

13) Anche la successiva It’s A Miracle pecca un po’ di prolissità ma la sua tetra atmosfera – a metà fra una processione e un epico brano ambient – la rende una delle canzoni più impressionanti di Roger Waters, anche grazie a Jeff Porcaro e Jeff Beck che sul finale scuotono i loro strumenti musicali con grande intensità.

14) La conclusiva Amused To Death è invece composta da due temi principali: dopo una prima parte più dolce – cantata in duetto fra Roger Waters e Rita Coolidge – segue a quasi 4 minuti e mezzo dall’inizio una sezione decisamente più rock. Il finale torna quindi alla placida atmosfera iniziale, con tanto di effetti sonori che concludono il disco su toni di malinconia e, forse, di rassegnazione.

– Mat

Syd Barrett, “The Madcap Laughs”, 1970

syd-barrett-the-madcap-laughs-immagine-pubblicaSono sempre stato un fan dei Pink Floyd e col tempo sono arrivato a ‘coprire’ anche i vari episodi solistici. Per quanto riguarda Syd Barrett ho voluto strafare: cinque/sei anni fa sono andato a comprarmi il cofanetto “Crazy Diamond” (1993), contenente i suoi due soli album da solista, “The Madcap Laughs” e “Barrett”, editi entrambi nel 1970, e “Opel” (1988), una raccolta d’inediti e versioni alternative. Qui vedremo nel dettaglio il primo album barrettiano, “The Madcap Laughs”, che secondo me è il più riuscito nella breve carriera discografica di Syd.

Dopo aver caldeggiato la sua dipartita dai Pink Floyd, il manager di Syd Barrett ne ha forzato pure il ritorno in sala d’incisione all’indomani del suo abbandono della celebre band inglese. Dato che aveva composto lui la maggior parte del primo album dei Pink Floyd, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), i boss della casa discografica credevano che l’unico vero talento nella band fosse Syd Barrett e non gli altri tre. E ciò nonostante i problemi mentali di Syd fossero evidenti & ben noti: mi sono sempre chiesto perché si è riportato Barrett in studio, per ben due album, nonostante quel ragazzo che all’epoca aveva ventidue anni non stesse affatto bene. Tuttavia, col senno di poi, ammetto che è stato un bene per noi appassionati di musica, è stato un piacere ascoltare anche quel poco che Syd Barrett ha prodotto al di fuori della sua già breve esperienza coi Pink Floyd.

E così, mentre gli stessi Pink Floyd – Roger Waters, Nick Mason, Richard Wright e il sostituto barrettiano David Gilmour – si trovavano alle prese col secondo album, “A Saucerful Of Secrets”, il nostro tornò ai celebri Abbey Road Studios della EMI il 13 maggio 1968, col manager Pete Jenner in qualità di produttore. Vennero messe su nastro Swan Lee e Late Night; poi il 14 fu la volta di Lanky (Part 1), Lanky (Part 2), Golden Hair (basata su un poema di James Joyce) e Rhamadan (tuttora ufficialmente inedita). Ma già a quel punto le sedute di registrazione di “The Madcap Laughs” mostrarono quel carattere sporadico che di fatto fece slittare la pubblicazione del disco ai primi del 1970.

E così dopo alcune sedute di sovraincisioni e rifacimenti fra maggio e giugno, il duo Barrett-Jenner tornò in studio solo il 20 luglio per incidere Clowns And Jugglers. Le sedute ripresero quindi solo nell’aprile 1969, con Malcolm Jones come produttore e sempre ad Abbey Road: l’11 vennero messe su nastro nuove versioni di alcuni dei brani già visti, ma soprattutto si incisero canzoni nuove, quali la splendida Opel (inspiegabilmente rimasta inedita per quasi ventanni), Love You, No Good Trying e Terrapin. Il 17 aprile Syd portò in studio il batterista degli Humble Pie, Jerry Shirley, e il bassista Willie Wilson (al fianco di Dave Gilmour nei Jokers Wild, prima che Dave sostituisse lo stesso Syd nei Pink Floyd) per registrare No Man’s Land e Here I Go.

Il 3 maggio altri musicisti entrarono in studio con Barrett, ovvero i tre componenti dei Soft Machine – il batterista Robert Wyatt, il bassista Hugh Hopper e il tastierista Mike Ratledge – per incidere sovraincisioni su alcuni brani già messi su nastro. Tuttavia, dopo un altro giorno di ritocchi, le sedute giunsero ad un altro stop.

A quel punto furono assunti come produttori addirittura due dei Pink Floyd, ovvero Gilmour e Waters: e così, in una manciata di sedute fra giugno e luglio, si rimise mano a Clowns And Jugglers che divenne Octopus e che venne pubblicata come primo singolo a dicembre, a Golden Hair e si registrarono nuove composizioni chiamate Wouldn’t You Miss Me (in seguito reintitolata Dark Globe), Long Gone, She Took A Long Cold Look At Me, Feel and If It’s In You.

E fu così che, a parte la pubblicazione del singolo Octopus (sul lato B c’era Golden Hair), la pubblicazione di “The Madcap Laughs” trovò finalmente soddisfazione nel gennaio 1970. Insomma, oltre un anno & mezzo dopo le prime sedute di registrazione del maggio 1968.

Quando m’apprestai ad ascoltare la musica di Syd Barrett per la prima volta mi aspettavo una roba molto psichedelica, un po’ come il materiale di “Piper At The Gates Of Dawn” dei Pink Floyd, invece scoprii con una certa sorpresa che si trattava d’uno stralunato & scheletrico blues, spesso eseguito in modo alquanto impassibile. Un blues alla Syd Barrett, oserei dire, un tipo di musica che in effetti può essere ascoltata solo nella produzione di questo eccentrico artista.

Comunque, delle tredici canzoni contenute in “Madcap Laughs”, le mie preferite restano l’iniziale Terrapin (adoro la sua sciatta semplicità acustica), la briosa Love You, la stradaiola No Man’s Land, la supplica acustica di Dark Globe, l’autoreferenziale Here I Go, l’arrembante Octopus, l’ipnotica ma consolatoria Golden Hair. Passabili il lieve rock di No Good Trying, la cupa Long Gone e la conclusiva & meditabonda Late Night, unica produzione presente in “Madcap” accreditata a Pete Jenner e unica registrazione inclusa risalente al 1968. Decisamente meno riuscite mi sembrano l’approssimativa She Took A Long Cold Look (ad un certo punto si sente Syd che gira il foglio sul quale erano scritte le parole che stava cantando!), Feel (che forse con qualche altro tentativo – quella qui inclusa è addirittura la prima take – poteva diventare una bella canzone) e If It’s In You (che presenta una falsa partenza stonata e prosegue poi con diversi errori d’esecuzione). Mi sorprende che queste ultime tre canzoni siano state prodotte in una sola giornata da due maniaci delle produzioni curate & raffinate, ovvero i colleghi Dave Gilmour e Roger Waters…

Su “Opel” si possono trovare anche tre canzoni scartate da “The Madcap Laughs” – Opel (11 aprile 1969), Swan Lee (28 maggio 1968) e Lanky (Part 1) (14 maggio 1968) – e alcune versioni alternative dei brani già visti. Ulteriori versioni alternative sono apparse nel 1993 nelle ristampe in ciddì di “Opel” e dello stesso “The Madcap Laughs”. Magari più in là dedicherò un apposito post ad “Opel”, così come al seguito dell’album che abbiamo visto qui, “Barrett”.

– Mat

Pink Floyd, “Dark Side Of The Moon”, 1973

pink-floyd-dark-side-of-the-moon-immagine-pubblicaChe può aggiungere questo modesto blog alla storia di “Dark Side Of The Moon”, il classicissimo dei Pink Floyd? Un disco del quale si è già detto tutto, che ha fruttato lodi sperticate ma soprattutto un quantitativo mostruoso di vendite: ininterrottamente fra i cento dischi più venduti d’America a partire dall’anno in cui è stato pubblicato, il 1973, fino al 1988, l’anno che ha segnato il culmine commerciale dei ritrovati Pink Floyd (soprattutto grazie ai concerti) nei tardi anni Ottanta. “Dark Side” è tornato successivamente alla carica a periodi, soprattutto nel ’92 (quando è stato rimasterizzato su ciddì) e nel 2003, quando è stato ristampato in occasione del suo trentennale, di solito piazzandosi allegramente nelle Top Ten internazionali.

Basta fare una piccola ricerca su internet, o un salto in libreria, per ottenere le informazioni più complete sulla genesi tecnico/creativa di “Dark Side Of The Moon” e dei suoi tanti aneddoti, sugli sbalorditivi effetti speciali, sulle sovraincisioni e sui musicisti turnisti che vi hanno suonato, nonché sui motivi ispiratori dei testi – tutti scritti dal bassista Roger Waters – e dall’idea concettuale del lavoro. Insomma, un altro disco coi controcazzi, uno di quelli che hanno fatto epoca, c’è poco da fare…

Eppure, se posso dir la mia, “Dark Side Of The Moon” non è mai stato fra i miei dischi preferiti… per carità è un gran disco, su questo non c’è dubbio, però mi sembra troppo levigato, troppo perfetto, troppo studiato, troppo artificiale per non farmelo preferire ad altri capolavori floydiani dei quali non potrei mai fare a meno come “Atom Heart Mother” (1970), “Wish You Were Here” (1975), “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983).

Certo è che “Dark Side Of The Moon” suona che è una bellezza: una sequenza musicale di quarantatrè minuti formata da grandi canzoni – su tutte metto Breathe, Time, The Great Gig In The Sky e Us And Them (sì, lo ammetto, Money non è fra le mie favorite…) – ed effetti stereofonici da paura che fanno sembrare ridicoli i moderni lettori mp3 & che fanno venir voglia d’andarsi a comprare un amplificatore serio da collegare a due robuste casse acustiche.

Quel che più m’affascina di “Dark Side Of The Moon” è che l’album rappresenta l’apice espressivo e commerciale al contempo di cinque anni di sperimentazioni sonore dove la band attraversò pure un fondamentale cambio d’organico: David Gilmour al posto di Syd Barrett, con Nick Mason e Richard Wright sempre più a loro agio nella compattezza dei suoni, e con un Roger Waters che già tirava il carro ma che tutto sommato qui si finge uno al pari degli altri. Dopo “Dark Side Of The Moon” i Pink Floyd non saranno più gli stessi dato che questo è l’ultimo loro album dove tutti e quattro i componenti vantano crediti autoriali ed è anche l’ultimo album nel quale sentiamo cantare Wright da solo. In seguito il marchio Pink Floyd, e quindi la musica prodotta sotto tale gloriosa insegna, sarà un affare privato fra i soli Waters e Gilmour, poi subito del solo Waters e infine del solo Gilmour.

Che altro dire… il pezzo che più amo fra quelli contenuti in “Dark Side Of The Moon” è Time, quello che meno apprezzo è On The Run, la prima volta che consapevolmente ho ascoltato l’album avevo quattordici anni, mio zio mi prestò la sua copia nuova di zecca su ciddì e io lo registrai sul lato A di una cassetta TDK da novanta minuti (sul lato B registrai “Wish You Were Here”, sempre preso da un ciddì del filantropico zio). Poche cose da dire, lo so, eppure giuro che se dovessi salvare un solo disco dei Pink Floyd perché la mia collezione sta andando a fuoco prenderei “The Wall”.

E questo per me è quanto… voi, se ne avrete voglia, potrete lasciarmi le vostre impressioni & i vostri ricordi su “Dark Side Of The Moon” fra i commenti. Ve ne sarò grato.

– Mat

Roger Waters

roger-waters-the-wall-immagine-pubblica-blogNato nel settembre ’43, Roger Waters è stato fra i membri fondatori, insieme con Syd Barrett, dei Pink Floyd. Dopo la fuoriuscita di Syd dalla band e l’ingresso di David Gilmour in formazione, i Pink Floyd sono ascesi ad una popolarità mondiale grazie a dischi indimenticabili come “Atom Heart Mother“, “Dark Side Of The Moon“, “Wish You Were Here” e “The Wall“. Roger Waters è stato il vero motore del gruppo: in apparenza era semplicemente il bassista, in realtà era il principale (e, col tempo, l’unico) autore dei testi e l’ideologo della band, la coscienza civile e politica del quartetto. Tuttavia, dopo la realizzazione dei progetti dedicati a “The Wall” (album, tour biennale, film, seguito discografico con “The Final Cut“), il nostro decide di mollare la band nel 1985. Di lì a qualche anno, Waters sarà impegnato in una lunga e controversa causa legale contro Gilmour per il controllo del marchio Pink Floyd. L’avrà vinta Gilmour che, a nome Pink Floyd, realizzerà due album fra il 1987 e il 1994, mentre il nostro procederà da solo con un’interessante e coraggiosa carriera solista.

In realtà un primo progetto solista di Roger Waters, “The Body”, esce già nel 1970, in coppia col musicista scozzese Ron Geesin, per la colonna sonora dell’omonimo film-documentario sull’anatomia umana. Il primo album solista vero e proprio del nostro, comunque, esce nel 1984: intitolato “The Pros And Cons Of Hitch Hiking“, la stesura originale del disco venne creata dal nostro parallelamente a “The Wall”, nel biennio 1977-78. La realizzazione finale su album è davvero bellissima: suonato da musicisti di gran classe (fra i quali spicca Eric Clapton), “The Pros And Cons” è un lavoro perfettamente in linea con album floydiani come “The Wall” e “The Final Cut”.

Il disco successivo di Waters esce nel 1987, “Radio K.A.O.S.”: condizionato da arrangiamenti volutamente pre-programmati ed elettronici, l’album non riesce ad oscurare il coevo “A Momentary Lapse Of Reason“, dei redivivi Pink Floyd. Roger Waters avrà comunque modo di rifarsi alla grande tre anni dopo, quando realizza un’imponente riproposizione dello show di “The Wall” in occasione della caduta del muro di Berlino. Lo storico concerto, arricchito da nomi quali Van Morrison, Bryan Adams, Sinéad O’Connor, Cyndi Lauper e Scorpions, si tiene nel luglio 1990 nella Potsdamer Platz, nel cuore dell’ex capitale del Reich. Dallo show verranno tratti anche un video e un doppio elleppì.

Il terzo album di Roger Waters, “Amused To Death“, probabilmente il suo lavoro migliore in veste solista, giunge nel 1992, impreziosito da ospiti stellari come Jeff Beck, Don Henley degli Eagles e membri dei Toto. Per dargli un seguito, tuttavia, il nostro impiegherà ben venticinque anni, con il non troppo convincente “Is This The Life We Really Want?“, pubblicato nella primavera 2017.

In questi venticinque anni, Roger Waters non se n’è certo stato con le mani in mano, dedicandosi prevalentemente all’attività concertistica. Anzi, già a partire dal 1999, ha iniziato a riproporre dal vivo il repertorio floydiano più amato e celebrato, prima negli USA e poi nel resto del mondo, Italia compresa, dove il sottoscritto era presente, nel 2002 allo stadio Flaminio di Roma. Waters ha anche preso parte al Live Earth organizzato da Al Gore nel 2007, mentre nello stesso periodo ha dato vita ad una serie di concerti che vedevano l’esecuzione integrale di “Dark Side Of The Moon”. Un’operazione analoga coinvolgerà anche “The Wall”, portato integralmente in tour tra il 2010 e il 2012 con tanto di relativa uscita disco-cinematografica.

Nel frattempo, inoltre, Roger Waters ha avuto anche il tempo e il modo di riallacciare i contatti con la sua vecchia band: tutti ricordiamo infatti la trionfale esibizione londinese dei Pink Floyd finalmente riuniti nel corso del Live 8, mentre in alcune tappe delle sue successive tournée da solista ha avuto modo di ospitare sia Nick Mason che David Gilmour.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 26 ottobre 2017)

Pink Floyd, “The Wall”: i mattoni sparsi

pink-floyd-the-wall-film-alan-parker-immagine-pubblicaEccomi qui alle prese con l’ultimo post dedicato a “The Wall” dei Pink Floyd, una pietra miliare del rock… o meglio, un muro miliare del rock!

Dunque, tra il dicembre ’79 e il gennaio ’80, l’album volò al vertice della classifica in molti Paesi, tra i quali la nativa Gran Bretagna e gli Stati Uniti: oggi, coi suoi venticinque milioni di copie vendute, “The Wall” è il disco degli anni Settanta più venduto al mondo, una cifra ancora più straordinaria se si pensa che si tratta d’un doppio. Ora però procediamo con la storia, che i record e i numeri non mi hanno mai affascinato troppo.

Uno dei temi portanti di “The Wall” è la dimensione alienante tra artista ed audience sperimentata in prima persona col tour “In The Flesh” del 1977: Roger Waters è assolutamente contrario a portare lo spettacolo di “The Wall” negli stadi. Sono così previsti degli show in arene con un massimo di 15mila posti, dove tutti possano godersi la musica e gli straordinari effetti visivi appositamente preparati: la costruzione effettiva da parte d’una squadra di operai d’un muro di cartone alto oltre quattro metri e lungo oltre i dieci; dei montacarichi per permettere agli operai di muoversi ma anche alla band di seguire alcune ambientazioni della storia; il classico schermo circolare tipico dei concerti dei Pink Floyd dove proiettare gli incredibili cartoni animati realizzati dalla squadra di Gerald Scarfe; ultimi ma non ultimi, gli effetti scenici degli enormi pupazzi gonfiabili, con tanto di luci accessorie, che rappresentano i vari protagonisti della storia narrata in “The Wall”.

Mentre la band ed i propri collaboratori progettavano questo nuovo spettacolo si era pensato anche di creare di volta in volta una speciale arena da montare in ogni città attraversata dal tour. La struttura era caratterizzata esteriormente da una forma a lumaca nuda che infine, per complicanze logistiche, si decise di accantonare: si scelsero invece quattro arene dove replicare più volte lo stesso spettacolo. E così, partita dalla Los Angeles Sports Arena nel febbraio ’80, la rappresentazione dal vivo di “The Wall” continuò per un anno per poi concludersi alla Wastfallenhande di Dortmund (Germania) nel febbraio ’81. Le altre due arene ‘intermedie’ erano il Greater Nassau Coliseum di New York (febbraio ’80) e la celebre Earl’s Court di Londra (agosto ’80 e giugno ’81).

Un’eccellente sintesi di queste quattro lunghe performance nelle quali i Pink Floyd eseguivano per intero “The Wall” costituisce l’album “Is There Anybody Out There?/The Wall Live“, pubblicato nel 2000. In due CD viene così riproposto lo spettacolo completo (solo audio però) della rappresentazione di “The Wall” da parte dei nostri: molte delle canzoni acquisiscono più spessore dal vivo, alcune sono invece estese per permettere nel frattempo agli operai di completare la costruzione effettiva del muro (l’ultimo mattone veniva posto appena Roger finiva di cantare Goodbye Cruel World, terminando la prima parte dello spettacolo). La cosa più interessante è però l’inclusione di parti che per ragioni di tempo e di sintesi narrativa erano state escluse dall’album in studio (il produttore Bob Ezrin convinse Waters a realizzare due LP da quaranta minuti l’uno): e così possiamo ascoltare canzoni escluse (la potente What Shall We Do Now? ma anche un grandioso medley strumentale chiamato The Last Few Bricks) o nella loro forma originaria (Empty Spaces e The Show Must Go On, entrambe più lunghe e con testi diversi). Da segnalare che in questi incredibili spettacoli dal vivo i Pink Floyd erano ben otto (!) più quattro coristi: otto perché Roger Waters (voce, basso, chitarra), David Gilmour (voce, chitarra, basso), Nick Mason (batteria) e il povero Rick Wright (tastiere) erano supportati dal bravissimo Snowy White (chitarra, già coi nostri dal vivo prima e dopo “The Wall”), da Peter Woods (tastiere), da Andy Bown (basso), da Willie Wilson (batteria) e da Andy Roberts (che sostituì White alla chitarra negli spettacoli del 1981). Tutte le altre informazioni su “The Wall Live”, comprese le note tecniche & i disegni & le foto del progetto & le interviste & tutto quello che più desiderate sapere su quest’affascinante rappresentazione rockteatrale lo trovate nel cofanetto di “Is There Anybody Out There?” (2000), un disco che consiglio a tutti gli amanti sfrenati dei Pink Floyd come me.

Dopo i concerti, si passò all’ultima fase della multimedialità insita in “The Wall”, ovvero la realizzazione del film vero e proprio. Qui le cose si fecero notevolmente più complicate e, in definitiva, più stressanti: il film, chiamato semplicemente “Pink Floyd The Wall”, uscì nel corso del 1982 riscuotendo comunque un grosso successo. Diretto da Alan Parker (più volte in rotta di collisione con Waters, che scrisse la sceneggiatura), il film figura un giovane Bob Geldof – allora leader dei Boomtown Rats – nella parte principale, quella di Pink. C’è anche il bravissimo attore Bob Hoskins ma le cose che personalmente apprezzo di più in questo film sono le bellissime sequenze animate: davvero un’arte sopraffina, molto immaginifica e coinvolgente. E poi la musica… anche qui sono state incluse alcune canzoni che non avevano trovato spazio nell’album del 1979, ovvero What Shall We Do Now? e la versione lunga di Empty Spaces. Manca Hey You ma c’è una nuova composizione watersiana, When The Tigers Broke Free (pubblicata come singolo nell’aprile ’82), ci sono alcune riesecuzioni, come le nuove versioni di Mother, Bring The Boys Back Home e In The Flesh (quest’ultima gridata più che cantata da Bob Geldof), una In The Flesh? e una Stop! cantate ancora da Geldof, un breve interludio strumentale che anticipa Your Possible Pasts (completa nel prossimo album dei Pink Floyd, “The Final Cut“). Anche Outside The Wall, che accompagna i titoli di coda, è notevolmente diversa: oltre ad essere necessariamente più lunga, include anch’essa parti musicali che Roger Waters stava orchestrando con Michael Kamen e che vedranno la luce sul successivo “The Final Cut”.

Ora, questo legame tra “The Wall” e “The Final Cut” è molto stretto: inizialmente, Waters pensava di pubblicare gli scarti di “The Wall” (What Shall We Do Now?, Your Possible Pasts, The Hero’s Return, ma anche la nuova When The Tigers Broke Free) su un album dei Floyd chiamato “Spare Bricks”. Poi il nome cambiò in “The Final Cut”, tanto che quando uscì il singolo di When The Tigers Broke Free, sul retro copertina veniva chiaramente indicato questo titolo. Il nome alla fine restò quello ma il contenuto cambiò notevolmente: in quei giorni l’Inghilterra imperialista di Margaret Thatcher aveva dichiarato guerra all’Argentina di Leopoldo Gualtieri per quattro isolotti chiamati Falklands. Quest’inutile guerra suscitò la profonda indignazione di Roger Waters, tanto da spingerlo a scrivere del nuovo materiale e a far pubblicare il suo ultimo album con i Pink Floyd nell’aprile 1983… una commovente critica alla guerra dedicata al suo papà morto ad Anzio nel ’44. Ma questa è un’altra storia che sicuramente meriterà di essere raccontata in un altro post.

– Mat