Roger Waters, “Is This The Life We Really Want?”, 2017

Roger Waters is this the life we really want immagine pubblica blogNo, non ho comprato una copia di “Is This The Life We Really Want?”, il primo album di Roger Waters da venticinque anni a questa parte. Me l’ha prestata mia fratello e così, prima di restituirgliela, ho pensato di scriverne qualcosa per questo modesto blog. Prima di tutto, sono contento di non averne comprato anch’io una copia, nonostante ci fossi andato vicino in un paio d’occasioni. Mi sono risparmiato i soldi, oltre che uno spazietto – ormai sempre più prezioso – dove poter inserire i futuri titoli accanto a quelli che già ho, tra cui diversi altri firmati Roger Waters.

Detto molto chiaramente, “Is This The Life We Really Want?” non è il disco che mi aspettavo, soprattutto da un artista come Waters e ancor di più dopo un periodo di tempo tanto lungo (il precedente “Amused To Death” è infatti del 1992). Venticinque anni per dare alle stampe un lavoro che sarebbe potuto uscire così com’è anche nel 2007, o anche nel 1997, e perfino in quel 1987 che invece partorì “Radio K.A.O.S.”. Anzi, a giudicare dal suono complessivo dell’album, sembra proprio che Roger abbia pescato a piene mani da celebrati dischi floydiani come “Wish You Were Here” e “Animals”. Una roba anni Settanta, insomma. E non è che la cosa in sé dispiaccia. Dispiace ascoltare un disco che non aggiunge niente di nuovo a quella che altrimenti è stata una carriera illustre, di tutto rispetto anche per quanto riguarda il periodo da solista di Waters.

Non solo, alcune più o alcune meno, le canzoni mi sembrano inediti rimaneggiati degli anni Settanta ma sono inediti che non hanno alcuna parte memorabile, alcun guizzo, nemmeno uno di quei fenomenali assoli di chitarra che tanto hanno contribuito alla fama delle sonorità floydiane. E così, tanto per dire, se quando era un membro dei Pink Floyd, il nostro poteva contare su David Gilmour, in seguito si è avvalso di gente come Eric Clapton, Jeff Beck e Eddie Van Halen. Semplicemente, in “Is This The Life We Really Want?” non c’è un grande chitarrista perché non ci sono grandi parti di chitarra che Roger avrebbe potuto offrirgli. C’è almeno una grande produzione? Mah, il tutto è affidato al celebrato Nigel Godrich ma non mi sembra che il suo tocco abbia fatto poi chissà quale differenza.

E così, tra i consueti effetti e rumori ambientali presenti in ogni album di matrice floydiana che si rispetti, le dodici tracce di  “Is This The Life We Really Want?” (la prima, in realtà, chiamata When We Were Young, è tutta un effetto/rumore) scorrono via l’una dopo l’altra senza lasciare grande impressione. Alla fine del disco, non ho praticamente già più memoria della musica che ho appena finito di ascoltare. Ricordo appena che mi è abbastanza piaciuta Dejà Vu, una ballata pianistica che mi ricorda un po’ le atmosfere di “The Final Cut“, mentre mi pare d’aver ascoltato in più punti le stesse sonorità di “Animals”; in un’altra canzone, addirittura, mi sembrava che stesse per cominciare Welcome To The Machine. L’atmosfera complessiva di “Is This The Life We Really Want?” è più dolente che arrabbiata, e forse questa è la più grande novità rispetto ai precedenti album di Roger Waters. Pochino, per lasciarsene entusiasmare. Per il resto, che dire… un disco brutto? No, certamente no. Non proprio essenziale, beh… questo sì.

-Matteo Aceto