Siouxsie & The Banshees, “Once Upon A Time/The Singles”, 1981

siouxsie-and-the-banshees-once-upon-a-timeDa tempo volevo parlare d’un altro gruppo new wave inglese che apprezzo particolarmente pur senza esserne un fan: Siouxsie And The Banshees, una band capitanata dalla inquietante ma eccentrica & sensuale Siouxsie Sioux.

Cercherò di descrivere la storia di questo gruppo basandomi sulle due raccolte pubblicate nel 1981 e nel 1992, vale a dire “Once Upon A Time/The Singles” e “Twice Upon A Time/The Singles”, contenenti, per l’appunto, i singoli pubblicati dai Siouxsie And The Banshees dall’agosto ’78 al luglio ’92.

Da quel che ho capito, i Siouxsie And The Banshees nascono nel 1976 come accolita di fan degli impetuosamente nascenti Sex Pistols, tanto che il primo batterista dei Banshees era il famigerato Sid Vicious, di lì a poco nuovo bassista (più scenico che effettivo) degli stessi Pistols. Ma oltre alla Sioux, a Vicious, e a qualcun altro che ora non ricordo, i Banshees vantavano già il bassista Steven Severin, probabilmente il vero motore musicale del gruppo.

I Siouxsie And The Banshees entrano quindi in contatto con la cricca punk più in vista di quel periodo, vale a dire i Sex Pistols, i Clash, i Damned (un altro gruppo che meriterebbe un post tutto suo…) e i Generation X, e se non ricordo male partecipano pure al famigerato Anarchy Tour del dicembre ’76.

Tutto ciò più l’impossibilità di non accorgersi del fascino sconcertante della Sioux, evidentemente, bastarono ai nostri per attirare le attenzioni della Polydor che il 18 agosto 1978 pubblica il singolo Honk Kong Garden. Prodotta dal celebre Steve Lillywhite, la saltellante & ovviamente orientaleggiante Honk Kong Garden mise subito in luce la peculiarità dei Siouxsie And The Banshees e il loro innegabile appeal artistico. Di recente, questo pezzo è stato inserito nel film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola: lo si ascolta durante uno degli sfrenati party ai quali partecipa la volubile regina francese.

Tratto dal primo album della band, “The Scream”, ecco invece il secondo singolo, l’arrembante Mirage, pubblicato il 13 novembre; è una canzone che vede già la partecipazione della stessa band alla produzione, sempre con Steve Lillywhite.

Pubblicata il 23 marzo 1979, ecco quindi la viscerale The Staircase (Mystery), una bella canzone che risalta le doti più teatrali & drammatiche dei nostri. Segue l’altrettanto visceralteatrale ma più gotica Playground Twist, edita il 28 luglio e caratterizzata da una superba prova vocale di Siouxsie Sioux, nonché dall’uso del sassofono. Playground Twist è inoltre l’ultimo singolo della band a figurare la formazione Siouxsie Sioux/Steven Severin/John McKay/Kenny Morris.

Accreditata a Siouxsie Sioux/Steve Severin/Kenny Morris/Peter Fenton ecco quindi a settembre la martellante & irresistibile Love In A Void. Accreditata invece ai soli Sioux & Severin, ecco invece Happy House, pubblicata il 7 marzo 1980 e prodotta dai nostri con Nigel Gray, già al lavoro coi Police. È una bella canzone, Happy House, un pop molto artistico che a mio avviso marca l’inizio della fase più convincente della lunga carriera discografica dei Siouxsie And The Banshees.

Il 30 maggio è la volta d’una seconda composizione Sioux/Severin, un’altra bella canzone chiamata Christine, mentre il 28 novembre la Polydor pubblica la distesamente pulsante Israel, che secondo me è una delle dieci canzoni migliori mai registrate dai nostri. Da Israel in poi tutte le canzoni originali dei Sioxusie And The Banshees saranno accreditate secondo questa firma collettiva, mentre la formazione alternerà una schiera notevole di musicisti stabili e ospiti da qui agli anni seguenti, fra i quali Steve Jones dei Sex Pistols, John McGeoch dei Magazine (poi coi Public Image Ltd. di Johnny Rotten) ma soprattutto Robert Smith dei Cure.

Ancora con Nigel Gray alla console, il 22 maggio 1981 segna l’uscita della bella Spellbound, seguita il 24 luglio da un pezzo ancora migliore, Arabian Knights. È proprio sulle note di Arabian Knights, ultimo pezzo contenuto nella raccolta “Once Upon A Time”, che chiudiamo questo primo post dedicato ai singoli dei Siouxie And The Banshees del periodo 1978-1992. Un secondo post arriverà fra qualche giorno.

– Mat

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The Police, “Outlandos d’Amour”, 1978

the-police-outlandos-damour-immagine-pubblicaOggi è una data storica per il rock: gli infiniti Police intraprendono da Vancouver (Canada) la loro prima tournée mondiale dopo il Sinchronicity Tour del 1983-84. E quindi, nella sbavante attesa di averli in Italia, il prossimo 2 ottobre, ecco un post di riscaldamento, dedicato al loro album d’esordio, “Outlandos d’Amour”, l’unico fra i cinque album da studio dei Police a non aver conquistato il 1° posto della classifica inglese.

Si parte con la tambureggiante e casinara Next To You, una canzone d’amore travestita da pezzo punk… fa ancora una certa impressione sentire che Sting, autore di brani raffinati come Englishman In New York e Fragile, abbia esordito con delle sonorità tanto ruvide.

Dopo Next To You troviamo l’eccitante reggae-rock di So Lonely, una delle prime composizioni di Sting, risalente ai tempi della sua band amatoriale, i Last Exit: tipica del ‘Police sound’ di quel periodo, So Lonely è caratterizzata da una sequenza di strofe dal ritmo saltellante, mentre il ritornello è un veloce e ripetitivo rock; bello, inoltre, l’assolo di chitarra alquanto bluesy di Andy Summers.

Col terzo brano siamo in presenza d’un autentico classico, Roxanne: c’è qualcuno che non conosce questa bella canzone rock-reggae venata di tango che narra dell’amore per un prostituta? E’ un pezzo di storia, Roxanne, e non a caso è stata scelta dalla band per annunciare il proprio ritorno dal vivo, lo scorso febbraio a Los Angeles.

Tornando all’album in esame, fra le canzoni dei Police mai edite su singolo, Hole In My Life è fra le mie preferite, anche se dura un po’ troppo: un brano che canta dell’insicurezza della vita, del disagio e della vulnerabilità senza per questo risultare lagnoso, bensì presentando un arrangiamento reggae-rock a scatti assolutamente irresistibile.

Con la successiva Peanuts ritroviamo uno stile e una velocità più vicini al punk, anche se i Police sono troppo bravi tecnicamente e Sting è un autore troppo raffinato per adottare gli stilemi di quel genere. Forse vale la pena di sottolineare che il testo di Peanuts è una sarcastica stoccata contro Rod Stewart, mentre la musica è firmata da Sting con Stewart Copeland, per quello che è il solo contributo autoriale nel disco da parte del grande batterista.

Poi è la volta d’un’altra canzone famosa, Can’t Stand Losing You, edita anche su singolo: uno dei miei pezzi polizieschi preferiti, Can’t Stand è un altro mirabile esempio del Police sound di quel periodo, stavolta accentuando ancor più l’arrangiamento reggae; è uno di quei brani che non possono mancare assolutamente in una selezione seria dedicata alla musica dei Police.

Altra influenza punk ben in evidenza per la ruvida ma coinvolgente Truth Hits Everybody, ben più vicina al rock invece la sonorità di Born In The 50’s, brano nel quale Sting introduce elementi di politica in un testo cantato con rabbia.

Con Be My Girl-Sally siamo alle prese con una delle canzoni più curiose e divertenti dei Police: a un ripetitivo ritornello rock di Sting segue un intermezzo recitato da Andy sulle virtù ‘terapeutiche’ di una bambola gonfiabile, prima che torni il ritornello iniziale a concludere lo scanzonato numero.

Più che una canzone vera e propria, la conclusiva Masoko Tanga è una lunga improvvisazione reggae-rock, prossima ai sei minuti di lunghezza: chiaramente un riempitivo, Masoko Tanga è comunque gradevole e testimonia la grande compattezza sonora di questi tre biondi capelloni che, è importante sottolineare, all’epoca suonavano insieme da un solo anno.

Registrato in appena dieci giorni di lavoro in studio, coordinati da un produttore dilettante, Nigel Gray (in realtà un medico di professione con la passione per il rock!), e utilizzando nastri usati, “Outlandos d’Amour” si segnala come uno degli esordi discografici più esaltanti e convincenti del rock, restando tuttora un ascolto fresco e divertente.

Una curiosità: il buffo titolo del disco è stato scelto da Miles Copeland – fratello di Stewart e all’epoca manager del gruppo – e significa grossomodo ‘fuorilegge dell’amore’.