Jane’s Addiction, “Nothing’s Shocking”, 1988

janes-addiction-nothings-shocking-immagine-pubblica-blogAscrivibile alla categoria “alternative rock” quando il termine stesso non aveva ancora un senso (ammesso poi che l’abbia mai avuto), “Nothing’s Shocking” dei Jane’s Addiction è stato pubblicato in un periodo, la fine degli anni Ottanta, che non vedeva ancora l’esplosione a fenomeni di massa di gruppi come Red Hot Chili Peppers o Nirvana, mentre i Guns N’ Roses spadroneggiavano come gli ultimi eredi della grande tradizione delle rock band dure & pure. Una nuova scena musicale stava maturando in quei tardi anni Ottanta negli Stati Uniti, e i Jane’s Addiction con questo “Nothing’s Shocking” sono i principali protagonisti di quella rivoluzione sonora che tanto ha influito – nel bene e nel male – sulla musica del decennio successivo e anche oltre. Vediamo questo potente e vigoroso album più da vicino, canzone dopo canzone.

Grazie all’originale fusione di sonorità dark e psichedeliche, l’atmosferico Up The Beach, brano perlopiù strumentale, è un inizio da brividi: comincia il lento e solleticante basso di Eric Avery finché, quando la possente batteria di Stephen Perkins prende a marcare il ritmo, la chitarra di Dave Navarro ci trasporta in una dimensione sospesa nel tempo, con Perry Farrell che canta la parola ‘home’ a più riprese.

Segue Ocean Size, la canzone che qui preferisco: introdotta da un dolce arpeggiare di chitarra acustica, dopo qualche secondo si scatena il finimondo, col pezzo che si mostra per quello che è, vale a dire uno splendido hard rock, con la tagliente voce di Farrell in primo piano e i tormentati assoli di Navarro a scuotere il tutto. Segue a sua volta la nervosa e trascinante Had A Dad, caratterizzata da un’irrequieta ma compatta parte di batteria sulla quale si dimenano magnificamente il basso, la chitarra ritmica, la chitarra solista e la voce incattivita di Perry.

Il ritmo rallenta con Ted, Just Admit It… dove il Ted in questione è il serial killer Ted Bundy: l’inizio del brano è superbo, con quell’incedere di percussioni nel quale s’inserisce poco dopo il pulsante basso in stile dub di Avery; se la prima parte della canzone è alquanto distesa, a due minuti e mezzo dalla fine (coi suoi sette minuti e passa, Ted è il brano più lungo del disco) si metallizza di brutto, proponendoci quindi un finale infuocato dove Farrell urla più volte ‘sex is violent’ e la chitarra di Navarro è più tagliente che mai.

E se con Standing In The Shower… Thinking abbiamo una interessante e vivace fusione di rock & funk, con la seguente Summertime Rolls ci godiamo invece il momento più rilassato dell’album, grazie a una cullante melodia che ci estranea dalla realtà per ben sei minuti; belli & pigri i lunghi assoli di Dave, grandi inoltre i tocchi di Eric al suo basso, che contribuiscono enormemente al sound dei Jane’s Addiction. Ed è sempre il basso di Avery che c’introduce il pezzo successivo, Mountain Song, uno dei più celebri e rappresentativi della nostra band (ascolta QUI), caratterizzato da un coriaceo tempo medio dove il rock duro attraversa le atmosfere più rarefatte della psichedelia e la voce di Farrell è spettacolarmente carica d’eco. Segue la redchilipepperesca Idiots Rule – tanto che vi suona la tromba proprio un componente dei RHCP, ovvero Flea – una canzone vivace ma leggermente nervosa.

E’ quindi la volta della melodica Jane Says, la canzone che probabilmente resta ancora la più conosciuta dei Jane’s Addiction; grazie alle sue gentili parti di chitarra acustica (suonate sia da Avery che da Navarro) e all’assenza della batteria, Jane Says rappresenta il momento più gradevolmente pop dell’album. Chiude quindi Thank You Boys, un minuto esatto d’improvvisazione jazzistica strumentale dove Farrell ringrazia i ragazzi che alla fine applaudono. Questa la versione in elleppì di “Nothing’s Shocking”, mentre il ciddì include una canzone ulteriore, la dura Pig’s In Zen, altro brano dove al basso di Avery è riservato un ruolo da protagonista, lasciando però spazio alla chitarra di Navarro di prodigarsi in scintillanti assoli.

Pubblicato dalla Warner Bros e prodotto da Dave Jerden, “Nothing’s Shocking” ha tuttora un suono incredibile sia per potenza che per modernità, frutto della miscela esplosiva di tre eccezionali musicisti e di un cantante sempre un po’ fuori dalle righe ma forte di una voce più unica che rara. Una miscela esplosiva che si rivelò letale per gli stessi Jane’s Addiction già all’indomani della pubblicazione dell’atteso seguito di “Nothing’s Shocking”, ovvero quell’altro capolavoro irrinunciabile dell’alternative rock chiamato “Ritual De Lo Habitual” (1990), del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un apposito post.

Lo scioglimento della band e gli immancabili problemi di droga dei suoi componenti spazzarono ingiustamente il nome Jane’s Addiction dal campo dei protagonisti del rock anni Novanta, spianando forse la strada a gruppi come Nirvana e Pearl Jam. Di recente, con la band nuovamente attiva e in giro per concerti in America, Perry Farrell si è concesso il lusso di farsi intervistare nientemeno che dal Wall Street Journal: se non si fossero sciolti una prima volta in quell’esaltante ma funereo 1991, i Jane’s Addiction avrebbero potuto vendere più dischi dei Guns N’ Roses. E’ il parere di Farrell dopo oltre un quarto di secolo dal fattaccio, e io nel mio piccolo lo sottoscrivo in pieno.

-Mat (giugno 2007 / febbraio 2017)

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Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

La musica del 2009 tra realtà e sogni

depeche modeEccoci così al 2009! Prima di cominciare, però, lasciatemi augurarvi buon anno, di cuore. Non possiamo dire come sarà l’ultimo anno di questo decennio, ovvio, ma possiamo già tracciare i contorni della musica che ascolteremo nei prossimi mesi. Ecco quindi una breve rassegna della musica che verrà…

Album
Per me il più atteso è il nuovo dei Depeche Mode, previsto in primavera e al momento ancora senza titolo: la band inglese (nella foto) ha anche girato il video di Wrong, il singolo apripista… sono molto curioso, non vedo l’ora di vederlo! Pare che questo nuovo capitolo depechiano dovrebbe recuperare delle sonorità retrò. Intanto usciranno anche i nuovi album di Bruce Springsteen (a giorni), Peter Murphy (il cantante dei Bauhaus), Prince, David Sylvian, Morrissey, Neil Young, Megadeth, P.J. Harvey, Green Day, Devo, Roxy Music, U2, No Doubt e Robin Gibb. Forse anche il nuovo di Michael Jackson e forse – udite udite – anche il secondo album dei redivivi Sex Pistols, che darebbero quindi un seguito al celeberrimo “Never Mind The Bollocks” del 1977.

Concerti
Per quanto riguarda gli appuntamenti live previsti nel nostro paese, per ora segnalo solo i Depeche Mode, gli Eagles, i Metallica, gli Ac/Dc, i Judas Priest, i Megadeth, i Lynyrd Skynyrd e gli odiosi Oasis. Mi piacerebbe tantissimo vedere il concerto degli Eagles… ma suoneranno a Milano… per me sarà difficile starci. Spero anche che i Verve recuperino l’unica tappa del loro tour del 2008 – quello che segnava la reunion dopo quasi dieci anni dallo scioglimento – che avevano programmato in Italia: dovevano suonare a Livorno ma la loro esibizione saltò perché Richard Ashcroft aveva la laringite.

Reunion
Dopo le innumerevoli reunion degli ultimi anni, nel 2009 si attendono i ritorni – sul palco e/o in studio – di Blur (nella originale formazione a quattro), Magazine, Ultravox (nella formazione condotta da Midge Ure), The Specials, The Faces (sì, proprio il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood, scioltosi nei primi anni Settanta!) e forse anche Faith No More, Smiths (ma qui ci credo poco… sarebbe un miracolo!), Stone Roses e Spandau Ballet. Voci incontrollate parlano anche dei Jackson 5

Ristampe
“Odessa” dei Bee Gees uscirà fra pochi giorni, il 12, in un bel cofanetto con tanto di rarità & inediti (… e io ho già la bava alla bocca!) in occasione del quarantennale della sua edizione. A marzo sarà invece la volta di “Ten”, il classico dei Pearl Jam. Dovrebbero uscire anche gli ultimi capitoli della bella serie di remaster dei Cure, in particolare dell’album “Disintegration” che nel 2009 compie ventanni. In autunno, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero uscire anche i ciddì rimasterizzati di tutti gli album dei Beatles… chissà, io lo spero vivamente, a patto, cazzo, che vi siano inclusi degli inediti!

Film
In questo 2009 dovremmo vedere il benedetto film sulla vita di Bob Marley, in cantiere almeno dal 2003. Pare che quest’anno sia la volta buona, chissà, certo è che al momento non se ne conoscono molti particolari. Don Cheadle dovrebbe dar vita al suo film sull’immenso Miles Davis, in attesa almeno dal 2007. Si attendono anche film biografici su Freddie Mercury e Kurt Cobain, annunciati anch’essi alcuni anni fa. Correrei subito al cinema per vedermi quello su Mercury, si era parlato di Johnny Depp per la sua interpretazione, chissà.

Questo quello che è stato confermato, in maniera più o meno ufficiale da parte dei diretti interessati o da chi per loro. Ora passo brevemente alle mie aspettative per quest’anno:

  • spero in un ritorno sulle scene del grande David Bowie, magari anche solo per dei concerti, ovviamente con transito obbligatorio in Italia;
  • una cazzutissima ristampa di “The Wall” dei Pink Floyd in occasione del trentennale di quello che resta il mio album rock preferito;
  • un nuovo album da studio di Sting che, a parte la divagazione medievale di “Songs From The Labyrinth”, non mi pubblica un album con canzoni sue dal 2003;
  • un nuovo album e/o tour per i Tears For Fears con tassativo passaggio live in Italia;
  • la pubblicazione d’un cofanetto di Miles Davis con le sue collaborazioni con Prince (si parla comunque d’un nuovo cofanetto davisiano della sua discussa produzione anni Ottanta);
  • almeno un concerto in terra italiana per Paul McCartney;
  • un nuovo album per Roger Waters, che non pubblica un disco d’inediti dai tempi di “Amused To Death”.

Questo è quel che le mie antenne sono riuscite a captare nell’aria; se non altro si prefigura un 2009 abbastanza interessante sotto il profilo musicale. Per tutto il resto, come sempre, staremo a vedere!

– Mat

Alice In Chains

alice-in-chains-immagine-pubblicaUn altro dei miei post-omaggio datato 2006… forse oggi la ascolto un po’ meno, questa band, ma la sostanza delle cose che scrissi non cambia…

Alice In Chains
… conosco questo nome fin dai primi anni Novanta, quando, da poco interessato al rock, leggevo sulle riviste di questa band assieme ad altre che in quegli anni calcavano le scene & dominavano le classifiche angloamericane: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Jane’s AddictionThe Stone Roses, Smashing Pumpkins, Red Hot Chili Peppers e altre ancora. Ne sentivo parlare sempre bene, di questi Alice In Chains, e per anni ho mantenuto l’intenzione di ascoltarmi la loro musica come si deve. Ma poi passa oggi e passa domani e così arriva il nuovo decennio, dove la band di Seattle non è più in attività. Acquisto allora la raccolta “Greatest Hits” (2001) che, seppur contenente solo dieci canzoni, mi fa innamorare di quelle sonorità: cupo hard rock, atmosfere tese e taglienti, un senso di rabbia e di desolazione che sembra trasudare da ogni brano. Le canzoni che mi colpiscono all’istante sono Man In The Box (formidabile!), Angry Chair (quasi gotica), Would? (bella potente), I Stay Away (magnifica) e Grind (sporca e tosta).

Il mio entusiasmo è così grande che qualche anno dopo vado anche a comprarmi “Unplugged” (1996), l’esibizione del ’96 che gli Alice In Chains realizzarono per la nota trasmissione di MTV. Bel disco pure questo, non c’è che dire. Nel frattempo, purtroppo, nell’aprile 2002 muore Layne Staley, il tormentato cantante della band (foto sopra), tossicodipendente cronico da anni. Una fine ingloriosa, della quale preferisco non parlare… mi dispiacque molto, davvero.

Più tardi un mio amico mi prestò un mini album degli Alice In Chains, “Jar Of Flies” (1994), un EP contenente sette canzoni, perlopiù acustiche. Gran bel disco anch’esso che m’ispira un’idea diabolica: comprare tutti gli album degli Alice In Chains, che non sono poi molti… “Facelift” (1990), un altro mini chiamato “SAP” (1991), “Dirt” (1992) e l’omonimo “Alice In Chains” (1995). Ci sarebbe anche “Above”, un disco che lo sfortunato Staley ha realizzato come Mad Season in compagnia di altri musicisti della scena rock di Seattle, tra cui Mike McCready dei Pearl Jam.

Poi però scopro l’oggetto delle meraviglie: il cofanetto antologico degli Alice In Chains, “Music Bank” (1999), composto da tre CD e un DVD che ripercorre la carriera audiovisiva dei nostri. Prenderò questo, appena ne avrò la possibilità monetaria, si capisce…

Ora una breve biografia sugli Alice In Chains: la band si forma a Seattle sul finire degli anni Ottanta dall’incontro tra Layne Staley e Jerry Cantrell (chitarrista e principale autore delle canzoni), ai quali si aggiungono di lì a poco il bassista Mike Starr e il batterista Sean Kinney. Il debutto discografico degli Alice In Chains avviene nel 1990 con l’EP “We Die Young” ma nel corso del ’92 la band vede l’abbandono di Kinney, il quale verrà così rimpiazzato da Mike Inez. Gli Alice In Chains riscuoteranno un enorme successo nel corso degli anni Novanta, sia da parte del pubblico (soprattutto quello statunitense) che della critica, tuttavia la loro attività concertistica sarà sempre piuttosto limitata a causa delle precarie condizioni di salute di Layne Staley.

Dopo il fattaccio dell’aprile 2002, ovviamente la band si scioglie (anche se, in pratica, s’era già sciolta molto tempo prima) con Jerry che va avanti come solista. Qualche anno dopo, gli Alice In Chains, nella formazione Cantrell-Starr-Inez, effettueranno una performance per raccogliere fondi a favore delle vittime dell’uragano Katrina e successivamente, nel corso del 2006, daranno vita ad un breve tour con un nuovo cantante, William Duvall… sono stati anche a Milano, nell’estate 2006, in occasione del noto festival Gods Of Metal. Ora, per gli Alice In Chains, si prospetta un ritorno in grande stile per il 2009, con tanto di nuovo album, il primo da quello eponimo del 1995.

(ultimo aggiornamento il 19 settembre 2008)

Depeche Mode, “Songs Of Faith And Devotion”, 1993

depeche-mode-songs-of-faith-and-devotion“Songs Of Faith And Devotion” contende a “Violator” il titolo di miglior album dei Depeche Mode. Personalmente preferisco “Violator” ma questo “Songs” è un lavoro straordinario che segna il punto più alto dell’evoluzione stilistica raggiunto dalla celebre band inglese.

Nonostante tutte le canzoni portano la firma di Martin Gore, il sound complessivo di questo disco riflette il desiderio di Dave Gahan d’inserirsi nel filone dell’alternative rock, un genere che all’epoca stava segnando il culmine del suo successo critico/commerciale, sulla scia di band quali Nirvana, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction. Celebre la dichiarazione di Dave, in quel periodo, secondo la quale non avrebbe più interpretato brani danzerecci.

1) “Songs Of Faith And Devotion” inizia con quello che è il brano più potente dell’intero repertorio dei Depeche Mode, I Feel You: per quanto l’elettronica sia ben in vista, l’elemento dominante della struttura melodica di questa canzone è la chitarra ritmica, impegnata in un trascinante rock-blues. Con I Feel You i Depeche Mode fanno capire fin da subito che tipo di sonorità sono riusciti ad assimilare pur mantenendo intatto il loro personalissimo stile. Inoltre, nonostante la durezza della musica, I Feel You vanta uno dei testi più romantici mai proposti da Martin.

2) Walking In My Shoes è una delle canzoni dei Depeche Mode che più amo in assoluto: questo non è pop, non è rock, è un sound che solo un gruppo come questo è in grado di generare, in perfetto equilibrio fra sensibilità per le belle melodie & atmosfere tanto oscure quanto epiche. Anche in questo caso, inoltre, siamo in presenza d’un bel testo, caratteristica comune a tutte le altre canzoni del disco, a dire il vero.

3) Segue l’emozionante gospel di Condemnation, dove Dave Gahan ci regala la sua miglior prova vocale fino a questo punto della sua luminosa carriera: si stenta un po’ a credere che questa sia la band di Just Can’t Get Enough ma con Condemnation (edita come terzo singolo, dopo le due canzoni precedenti), i Depeche Mode portano il pop su una vetta altissima.

4-5) Con Mercy In You siamo alle prese con un secondo ibrido rock, dove – così come per I Feel You – è la chitarra di Martin lo strumento portante; da urlo la prova vocale di Dave, che si sdoppia nei ritornelli. Segue Judas, cantato dal solo Gore, che riflette invece atmosfere più intimiste e composte, in un brano alquanto disteso e meditabondo.

6) Con In Your Room torniamo al cospetto d’un autentico brano dark, imponente per strumentazione impiegata, parte vocale e testo: sono quasi sette minuti nei quali i Depeche Mode ci accompagnano in una dimensione che soltanto loro sono in grado d’evocare. La versione di In Your Room pubblicata come singolo è però notevolmente diversa, presentando un efficace arrangiamento rock.

7-8) Get Right With Me è un altro magnifico gospel, seppur con un sound più metropolitano – con tanto di scratch del giradischi – rispetto a Condemnation: il testo è molto positivo e la voce di Dave è ancora una volta superlativa. Il veloce Rush è invece un altro brano ascrivibile ai canoni dell’alternative-rock, impreziosito – manco a dirlo – da una grandissima prestazione vocale di Gahan. In particolare, mi piace molto la parte in cui canta ‘I’m not proud of what I do / when I come up / when I rush / I rush for you’.

9) In One Caress ritroviamo Gore alla voce solista, per quella che è una sinfonica & crepuscolare melodia: sembra un brano di musica lirica, con Martin che – forse per non sfigurare nei confronti di Dave – ci regala una prova vocale da brividi, soprattutto nel finale, quando viene accompagnato da un emozionante crescendo orchestrale.

10) Higher Love è a mio avviso una delle migliori chiusure d’un album dei Depeche Mode: un brano intenso, oscuro, eppure carico di speranza, un originale inno all’amore che solo una band come questa avrebbe potuto concepire. Mi vengono i brividi quando Dave e Martin, all’unisono, cantano ‘heaven bounds on the wings of love, there’s so much that you can rise above’. Il finale, poi, con quelle voci distorte che s’incrociano, mi regala sempre grandi emozioni.

“Songs Of Faith And Devotion” è un disco imperdibile per gli appassionati dei Depeche Mode ma anche per chi apprezza l’affascinante scena dell’alternative-rock. All’epoca, l’album conquistò simultaneamente le vette della classifica britannica e statunitense, sugellando così l’apice commerciale dei Depeche Mode. Ignoro il reale contributo di Andy Fletcher a questo disco, ma la parte di Alan Wilder – il più efficace forgiatore musicale delle felici intuizioni autoriali di Martin Gore – è semplicemente da applausi. Purtroppo, “Songs Of Faith And Devotion” sarà per Alan l’ultimo album da studio come componente dei Depeche Mode.

Un album – infine – che è stato pubblicato anche in una potente versione dal vivo, al termine del 1993: se questo live è complessivamente inferiore alla versione da studio che abbiamo appena analizzato, la forza delle canzoni resta comunque intatta e in alcuni casi risplende con maggior vigore.

I supergruppi

Traveling Wilburys George Harrison Bob DylanIl termine non è forse molto simpatico ma per supergruppi s’intendono comunemente quelle band formate da almeno due componenti illustri provenienti da altre band. La storia del rock annovera diversi supergruppi ma la loro costituzione sembra aver preso piede soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Vediamone alcuni, cercando di procedere in ordine cronologico.

Il titolo di primo supergruppo sembra spettare ai Blind Faith, composti da membri dei Cream (Eric Clapton e Ginger Baker) e dei Traffic (Steve Windood), formatisi e disciolti nel 1969 con un solo album all’attivo. Poi fu la volta della Plastic Ono Band, un gruppo che John Lennon e Yoko Ono formarono insieme a Eric Clapton e a George Harrison, sebbene svolgesse un’attività occasionale tra il 1969 e il 1970. Di supergruppi nati negli anni Settanta non me ne sovviene nessuno, credo che comunque non ve ne siano stati molti, per cui passo agli anni Ottanta.

Nel 1982 nascono i Lords Of The New Church (componenti dei Dead Boys e dei Damned), nel 1983 nascono invece i Glove (membri dei Cure e dei Siouxsie And The Banshees), nel 1984 debuttano i Dalis Car (componenti dei Japan e dei Bauhaus) e i Chequered Past (membri dei Sex Pistols e dei Blondie), nel 1985 fanno la loro comparsa i Power Station (voce di Robert Palmer e musicisti dei Duran Duran e degli Chic), mentre nel 1986 è la volta dei GTR (membri dei Genesis e degli Yes) e ancora nel 1989 degli Electronic (componenti dei New Order, degli Smiths e dei Pet Shop Boys).

Nel 1988 hanno fatto la loro prima comparsa, con l’album “The Traveling Wilburys, Vol. 1”, i Traveling Wilburys (nella foto sopra), un super-supergruppo direi, giacché formato da George Harrison dei Beatles con Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne della Electric Light Orchestra.

Passando agli anni Novanta, nel ’95 debuttano i Mad Season (formati da componenti di Alice In Chains e Pearl Jam), mentre l’anno dopo è la volta dei Neurotic Outsiders (membri dei Sex Pistols, dei Cult, dei Guns N’ Roses e dei Duran Duran). Di altri non ricordo…

Mi sembra più produttivo il decennio in corso: già nel 2000 debuttano i Damage Manual (componenti dei PiL, dei Killing Joke e dei Ministry), nel 2002 esordiscono con alcune canzoni distribuite in rete i Carbon/Silicon (componenti dei Clash e dei Sigue Sigue Sputnik) e con una distribuzione in grande stile, invece, debuttano gli Audioslave (musicisti dei Rage Against The Machine e voce dei Soundgarden). Nel 2004 è la volta dei Velvet Revolver (musicisti dei Guns N’ Roses e cantante degli Stone Temple Pilots), mentre il 2006 ha segnato il debutto ufficiale dei The Good, The Bad And The Queen (componenti dei Clash, dei Blur e dei Verve).

Nella storia della musica moderna si sono visti numerosi esempi di supergruppi costituiti apposta per un singolo evento o brano: è il caso dei Band Aid, che nel 1984 hanno pubblicato il singolo Do They Know It’s Christmas?, e degli U.S.A. For Africa, che l’anno dopo hanno pubblicato il singolo We Are The World. Entrambi nati per scopi benefici, i primi (di origine angloirlandese) sono nati dall’iniziativa di Bob Geldof e Midge Ure (che hanno coinvolto, tra i tanti, Sting, Phil Collins, Paul Weller, Paul Young, Boy George, i Duran Duran, gli U2 e George Michael), i secondi (americani) sono nati invece dall’iniziativa di Michael Jackson e Lionel Richie (coinvolgendo un cast stellare formato, fra i tanti, da Ray Charles, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tina Turner, Paul Simon e Diana Ross).

Poi ci sono dei supergruppi a ritroso, nel senso che dal gruppo originario, magari anche di successo, siano usciti fuori dei componenti di altrettanto (se non maggior) successo: mi vengono in mente i Genesis (che hanno ‘generato’ Peter Gabriel, Phil Collins ma anche i Mike & The Mechanics) e i Faces (nei quali hanno militato Ron Wood, dal ’75 ad oggi con i Rolling Stones, e Rod Stewart). Ma se ci pensiamo bene anche i Beatles sono stati un supergruppo a ritroso… in quale altra band si trovano Paul McCartney e John Lennon sotto lo stesso tetto?!