Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

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Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare.

– Mat

(ultimo aggiornamento il 7 aprile 2017)

Pet Shop Boys, “Behaviour”, 1990

pet-shop-boys-behaviour-immagine-pubblicaQuarto album da studio dei Pet Shop Boys, “Behaviour” è il disco più raffinato e forse più memorabile del celebre duo elettropop inglese. E’ anche l’album (ma questo è il meno importante dei dati) che più apprezzo fra quelli incisi dalla premiata ditta Neil Tennant & Chris Lowe. Nel complesso, “Behaviour” presenta un sound molto meno danzereccio del solito ed è caratterizzato da un’atmosfera più riflessiva ed intimista.

Si parte con la dance malinconica di Being Boring, uno dei quattro singoli estratti da quest’album. Un ritmo morbidamente avvolgente, cantato da un Tennant rilassato e a suo agio su una base di elegante pop d’autore. Being Boring è una di quelle canzoni che forse non colpiscono all’istante, pur rivelandosi fin da subito interessante: ascolti successivi dovrebbero però renderla molto piacevole all’ascoltatore.

Segue quella che per me è la canzone più bella del disco, This Must Be The Place I Waited Years To Leave, dalla melodia tanto malinconica quanto epica. Con Johnny Marr degli Smiths alla chitarra, Angelo Badalamenti alla conduzione dell’orchestra e Chris Lowe alle prese con delle ottime parti di tastiera, This Must Be The Place è un ascolto molto emozionante e assolutamente coinvolgente, fra le migliori cose mai registrate dai Pet Shop Boys.

Poi è la volta della lenta e romantica To Face The Truth: l’inizio mi piace tantissimo, con quel breve coretto seguìto da spezzate ma morbide percussioni elettroniche. Su tutto la voce in falsetto di Neil, forse la cosa più evidente se volessimo descrivere un ‘pet shop boys sound’. Complessivamente, To Face The Truth resta una magistrale ballata d’atmosfera.

Segue un altro singolo, How Can You Expect To Be Taken Seriously?, dalla ritmica ben più imponente del brano precedente e vagamente rockeggiante. E’ un sound che si discosta leggermente dalla tipica musica petshopboysiana eppure è molto caratterista di questa band ed è perfettamente risconoscibile già al primo ascolto.

Con la riflessiva Only The Wind ritroviamo un’atmosfera più quieta e introspettiva ma anche la conduzione orchestrale di Badalamenti. L’elegante Only The Wind è un’autentica perla: non solo si pone come fra i pezzi migliori di questo album ma, a mio avviso, resta una delle canzoni migliori dei Pet Shop Boys.

My October Symphony è una lieve e delicata cavalcata pop, dove ritroviamo Johnny Marr alla chitarra. Sarà la suggestione del titolo ma in effetti siamo alle prese con un brano piacevolmente autunnale, quasi un accompagnamento allo scorrere del tempo che volge verso l’inverno. Bello l’accompagnamento orchestrale dell’Alex Balanescu Quartet, che si ritaglia uno spazio tutto suo in coda alla canzone.

So Hard, primo singolo tratto da “Behaviour”, presenta invece un arrangiamento più tipico dei Pet Shop Boys, a metà fra il pop d’autore e le atmosfere più marcatamente dance. Per certi aspetti, un pezzo come So Hard stona un po’ con gli altri, tuttavia la sua bella esecuzione – sia strumentale che vocale – fa di questa canzone una delle più coinvolgenti mai realizzate dai nostri.

Il lento pulsare di Nervously ci introduce quella che è una ballata elettronica di grande atmosfera, un brano molto intenso che ci regala un’indimenticabile parte vocale di Neil. Segue The End Of The World, un altro brano dagli accenti più danzerecci, ma pur sempre in linea col sound complessivo di “Behaviour”. E’ una canzone gradevolmente coinvolgente che avrei forse preferito ascoltare per ultima nel disco in questione.

La conclusiva Jealousy, anch’essa estratta come singolo, è un’altra ballata elettronica, decisamente più epica (soprattutto nel maestoso finale) di quelle finora incontrate. Apparsa per la prima volta su “Behaviour” nel 1990, Jealousy è però una delle prime canzoni scritte dai Pet Shop Boys, risalente, se non erro, al 1983. Pare che il nostro duo voleva interpretarla con Ennio Morricone ma che infine la collaborazione è saltata per impegni da parte del leggendario compositore italiano. La collaborazione sarà tuttavia soltanto rimandata, al 1987, per un brano dell’album “Actually”… ma questa è già un’altra storia.

– Mat

Pet Shop Boys

pet-shop-boys-immagine-pubblicaFin da bambino, diciamo da quando guardavo un programma chiamato “Dee Jay Television” su Italia 1, conosco questo nome, Pet Shop Boys, ricordandomi perfettamente alcuni loro successi degli anni Ottanta (It’s A Sin, West End Girls, la cover di Always On My Mind e Domino Dancing). Devo dire che mi sono sempre piaciuti i Pet Shop Boys, apprezzavo molto quelle epiche sonorità elettroniche unite a quella voce leggermente nasale ma assolutamente inconfondibile. I loro album di quegli anni li ho tutti, quelli successivi mi mancano perché le mie orecchie hanno prestato interesse ad altre sonorità. Tuttavia, una parte del mio cuore è stata sempre riservata ai Pet Shop Boys, perciò ora mi preme di scrivere le loro gesta in questo blog.

Dunque, la band, un duo inglese composto dal tastierista Chris Lowe e dal cantante Neil Tennant, si forma al principio degli anni Ottanta: i due si erano conosciuti in un negozio di materiale elettronico, forse perché lo stesso Lowe ne era il commesso (di quest’ultimo dettaglio non ne sono certissimo, comunque). Adottano il nome Pet Shop Boys anche perché, a detta loro, aveva un che di rap… ed è proprio una sorta di rap (su una irresistibile base elettronica) il loro primo singolo, West End Girls, brano che è ormai diventato un classico degli anni Ottanta. West End Girls uscì per la prima volta nel 1984 ma non ottenne il risultato sperato, mentre una successiva rielaborazione, pubblicata nel corso del 1985, lo proiettò al 1° posto della classifica inglese. Il debutto su album dei nostri, tuttavia, avvenne l’anno dopo, con l’album “Please”, al quale fece seguito qualche mese dopo un album di remix, “Disco”. Oltre al rifacimento di successo di West End Girls, “Please” contiene altri tre singoli memorabili quali Suburbia, Opportunities (Let’s Make Lots Of Money) e Love Comes Quickly.

I successi dei Pet Shop Boys nelle due classifiche riservate ai singoli e agli album vengono replicati nel 1987, con la superba It’s A Sin e l’album “Actually”, che la contiene. Questo secondo album dei Pet Shop Boys include pure i singoli Rent, What Have I Done To Deserve This? (un duetto con Dusty Springfield) e Heart, oltre a It Couldn’t Happen Here, una collaborazione dei nostri con Ennio Morricone.

Nel 1988 i Pet Shop Boys, sempre all’avanguardia in fatto di sonorità, abbracciano la nascente scena house e pubblicano un album di gran classe a dir poco sbalorditivo, “Introspective”, mentre nel lavoro successivo, “Behaviour” (1990), introducono degli arrangiamenti per vere orchestre, percussioni e chitarre (gli ospiti più illustri sono il compositore Angelo Badalamenti e l’ex Smiths Johnny Marr).

Nel 1991 esce una bellissima raccolta antologica, “Discography”, contenente i diciotto singoli inglesi pubblicati fra il 1985 e il ’91, mentre nel 1993 i Boys tornano alla grande con l’album “Very”, quello contenente il famoso rifacimento dei Village People, Go West. Nel 1994 esce un secondo capitolo dedicato ai remix, vale a dire “Disco 2”, mentre nel ’95 è la volta di “Alternative”, un’interessante doppia raccolta dedicata ai lati B dei singoli e agli inediti.

Nel 1996 esce quindi il sesto album dei nostri, “Bilingual”, anticipato dal singolo Before. “Bilingual” è un disco assai gradevole che strizza l’occhio al nascente revival (almeno in Europa) della musica latina ma è anche l’ultimo album dei Pet Shop Boys a destare curiosità anche fra i non appassionati al genere. Da questo punto in poi, infatti, la carriera dei Pet Shop Boys (che non conoscerà mai momenti bassi, questo è da dire) sarà un po’ più ‘sotterranea’ e dedicata ad un pubblico più ristretto. Il seguito di “Bilingual” vede la luce nel 1999, ovvero “Nightlife”, quello contenente la malinconica ma bellissima I Don’t Know What You Want But I Can’t Give It Anymore e l’allegra e villagepeoplesca New York City Boy.

Nel 2002 è la volta di “Release”, un album che esplora territori più acustici, mentre nel 2005 esce la colonna sonora curata dagli stessi Pet Shop Boys per lo storico film muto “La corazzata Potemkin”. Il nuovo album da studio dei nostri, “Fundamental”, esce invece nel 2006, un disco che ci riporta a sonorità volutamente più retrò. Negli ultimi anni, tuttavia, sono uscite diverse compilation interessanti, fra le quali la stupenda doppia raccolta antologica “PopArt” (2003), il terzo album di remix “Disco 3” (2003) e il live “Concrete” (2006).

C’è da segnalare, infine, la carriera parallela dei Pet Shop Boys, vale a dire quella di scrittori, produttori e remixer di canzoni per altri artisti: qui mi limito a citare gli Eighth Wonder di Patsy Kensit (quelli di I’m Not Scared), Tina Turner, Liza Minnelli, Boy George, David Bowie e Robbie Williams.

The Smiths

the-smithsE’ il caso di parlare degli Smiths, lo devo a Lois Lane che me li ha citati più d’una volta. Premetto che nei primi anni Novanta, quando inizio ad appassionarmi di rock, leggo dappertutto critiche positive nei confronti di questa band a me sconosciuta, una band alla quale viene riconosciuto il merito d’aver pubblicato un capolavoro, tale “The Queen Is Dead”.

Passano gli anni e degli Smiths non ascolto praticamente nulla, forse soltanto un loro brano in uno spot televisivo, finché m’imbatto nell’elleppì “Bona Drag” (1990) di Morrissey. Scopro che si tratta dìuna raccolta e, visto il prezzo basso, decido di comprarmi quell’elleppì: rimango incantato dalla voce suadente di questo cantante, la musica mi piace molto e quindi mi decido a scoprire la band nella quale militava in precedenza, The Smiths per l’appunto.

Scopro così che gli Smiths si formano a Manchester, città inglese che dà i natali a tanti altri celebri gruppi (Joy Division, New Order, Simply Red, Happy Mondays, The Stones Roses, ecc.) e che le menti creative al loro interno sono due, Morrissey (che scrive i testi) e il chitarrista Johnny Marr (autore delle musiche). Gli altri due sono Andy Rourke e Mike Joyce, rispettivamente bassista e batterista. L’album omonimo degli Smiths esce nel 1984 ma è con il successivo “Meat Is Murder” che gli Smiths raggiungono il 1° posto della classifica inglese. In quello stesso anno, il 1985, esce anche “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, una band che assieme agli Smiths contribuisce a riportare il suono della chitarra in un territorio più quieto, lontano dalla furia del punk e dei suoi derivati degli anni ’77-’83.

E’ “Meat Is Murder” il primo disco degli Smiths che ascolto: mi piace tutto, tranne l’ultima canzone, la title-track che si erge a portabandiera dei vegetariani (non ce l’ho coi vegetariani, è la struttura del brano che non mi piace) ma soprattutto ascolto a ripetizione How Soon Is Now?, che canta ‘sono un umano e ho bisogno d’essere amato’; non so come procedono le parole del testo ma l’effetto, unito alla tremolante chitarra di Marr, è assolutamente fantastico. Tuttavia mi rivendo il disco di lì a poco perché volevo comprarmi un ciddì di Billy Idol: senza rinnegare il buon Billy, oggi mi pento amaramente d’aver dato via “Meat Is Murder”, prometto che appena vedrò l’elleppì in un mercatino lo acquisterò di nuovo.

Tornando alla storia del gruppo, nel 1986 esce il tanto acclamato “The Queen Is Dead” e anche questo, un paio di anni fa, lo trovo in forma d’elleppì e lo faccio mio. La copertina è stupenda, nelle note interne scopro che si tratta d’un fotogramma preso da un film con Alain Delon, ma la musica, seppur grande, non m’impressiona più di tanto. Ma come, ne parlano tutti come d’un capolavoro?! Lo ascolto un paio di volte e lo metto via, senza però fare il madornale errore di rivendermelo. E, puntualmente, una sera del maggio scorso, mentre stavo pulendo la mia stanza dallo schifo che vi s’era accumulato dopo giorni e giorni di disordine, decido di mettere “The Queen Is Dead” sul piatto come sottofondo. Il lato A scorre tranquillamente…beh, certo, la prima canzone è potente e fantastica e mi fermo a sentirla per bene, poi procedo con le pulizie. Scorre il lato B e m’incanto: ma queste canzoni sono stupende, mi dico, come ho fatto a non capirle prima! Ce n’è una, There Is A Light That Never Goes Out, che è eccezionale, ha una coda strumentale bellissima. Finisce il disco ma le pulizie no, sono rimandate al giorno dopo…

Dopo “The Queen Is Dead” gli Smiths pubblicano un altro paio di album fra dischi dal vivo e raccolte ma nel 1988 già esce “Viva Hate!”, primo disco di Morrissey, avviato verso una brillante carriera solista che dura tuttora. La band si scioglie, di Joyce e Rourke non so nulla, invece Johnny Marr me lo ritrovo, più in forma che mai, nello spettacolrare “Mind Bomb”, l’album dei The The datato 1989. Marr figura anche in diversi album dei Pet Shop Boys (fra cui il bellissimo “Behaviour” del 1990) e mi pare di riconoscerlo anche in The Crying Game, un bel singolo di Boy George prodotto dagli stessi Boys. So inoltre che, verso il 1989, Marr mette su una band chiamata Electronic con Bernard Sumner, il cantante dei New Order.

Insomma, una storia breve, quella degli Smiths, nata e conclusasi negli anni Ottanta. Tuttavia una storia intensa, che ha creato album e singoli memorabili che in un prossimo futuro, ne sono sicuro, entreranno in diverse copie a casa mia!

– Mat

(ultima revisione: 22 settembre 2008)