Freddie Mercury, Montserrat Caballé, “Barcelona”, 1988

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-1988Vorrei concludere la mia serie di post dedicata al mai-dimenticato & sempre-più-rimpianto Freddie Mercury recuperando e ampliando un post che pubblicai il 24 novembre 2009, a proposito dell’album “Barcelona”. Famoso disco di duetti tra il nostro e la regina spagnola della lirica, Montserrat Caballé, “Barcelona” è un album tanto apprezzato dai fan dei Queen quanto ridicolizzato dai detrattori di Mercury & soci. Essendo io un fan duro & puro dei Queen, non posso che apprezzare un disco del genere, un disco che con gli anni, per giunta, ho finito con l’amare. Ora è chiaro che tutto si riduce a una questione di gusti: potremmo pontificare in eterno su quale sia l’album più bello del mondo, o se un artista valga più dell’altro, rafforzando magari le nostre ragioni coi pareri critici degli esperti musicali di turno. Per quanto mi riguarda, ciò che conta davvero è l’emozione: se un disco ci emoziona, e soprattutto se continua a farlo anche dopo decenni, ebbene quello è un gran disco. Non ci sarebbe altro da aggiungere. La maniera migliore per giudicare se un album (o una canzone, o anche un film o un libro) sia “bello” è se ci fa venire la pelle d’oca, se ci mette i brividi, se ci commuove. Insomma, se ci trasmette un’emozione. Nel mio personalissimo caso, “Barcelona” fa proprio questo, e quelle che seguono sono le mie personalissime impressioni. Chiunque, fra i commenti, può esternare le sue (e un blog serve anche a questo).

Spettacolare, raffinato e tuttora unico nel suo genere, “Barcelona” fonde con originalità l’universo sonoro di Freddie Mercury con gli stilemi della musica lirica, in una resa sonora che in fondo non lascia né sorpresi e né perplessi: la musica di Mercury è stata sempre melodrammatica, teatrale, epica e potente. Approntando un album come “Barcelona”, il nostro non deve aver fatto una gran fatica, o addirittura una violenza a sé stesso. Anzi, si è proprio divertito, si è appassionato e ci ha messo l’anima, come ha scritto in proposito Peter Freestone, assistente personale di Freddie, nel suo ormai noto libro di memorie: “Barcelona era la sua essenza. Siccome era un disco che voleva fare a tutti i costi, aveva deciso che avrebbe dovuto contenere il meglio che Freddie Mercury potesse offrire. Dopo tutto, avrebbe potuto essere il suo memoriale”. Freestone, nel rievocare la gestazione d’un disco tanto originale, non nasconde infatti la possibilità che Freddie già allora sapeva di essersi seriamente ammalato. Non bisogna dimenticare, tuttavia, il fondamentale contributo creativo e strumentale del pianista, tastierista e arrangiatore Mike Moran, coautore di tutte le canzoni di “Barcelona” e produttore, assieme a David Richards e allo stesso Mercury, di questo autentico capolavoro.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-recensioneFreestone ricorda inoltre il primo incontro Mercury-Caballé, che si svolse al Ritz Hotel di Barcellona nel marzo ’87: “questa collaborazione iniziale con Mike [Moran, già al fianco del nostro per il singolo The Great Pretender / Exercises In Free Love edito a febbraio] produsse una cassetta di tre brani di base. Uno di questi diventò Exercises In Free Love che poi diventò Ensueno nell’album Barcelona. Gli altri due erano il formato di base di The Fallen Priest e Guide Me Home che Mike aveva messo insieme con Freddie usando una voce in falsetto per approssimare la parte di Montserrat”. E infatti possiamo ascoltare alcuni di questi provini fra le numerose rarità presenti in “The Solo Collection”, un monumentale cofanetto di 12 dischi dedicato a Mercury e pubblicato dalla EMI nel 2000. In quelle rivelatorie sedute di registrazione – provini casalinghi con la stessa Caballé e registrazioni di studio vere & proprie nelle quali ascoltiamo la voce del solo Freddie – possiamo così ammirare tutto il talento (e la passione) di Mercury alle prese con uno dei suoi dischi più significativi. Ma è un altro libro di memorie, scritto da Jim Hutton, l’ultimo compagno di vita di Freddie, ad offrirci un’interessante testimonianza di quelle sedute: “Qualche giorno più tardi, quella stessa settimana [della primavera ’87], quando Montsy arriviò in studio di registrazione per lavorare con Freddie, le cose non andarono precisamente come lei si aspettava. Lei pensava che per registrare con Freddie le sarebbe bastato arrivare, cantare qualche canzone seguendo lo spartito e andarsene; ma non aveva idea della singolarità del metodo di lavoro di Freddie. Lui non aveva preparato in anticipo nessuna musica per Montsy, ma invece intendeva chiederle di provare qualcosa di improvvisato e poi cominciare a lavorarci sopra fino a trovare insieme il miglior risultato. […] E così, lei accettò il suo particolare metodo di lavoro. Freddie si dimostrò un maestro esigente. In seguito, Montsy ammise che in quelle sedute di registrazione Freddie era riuscito a ottenere dalla sua voce più di quanto lei stessa riteneva di poter dare”.

montserrat-caballe-freddie-mercury-barcelona-sessionsEpica ed emozionante ballata pianistica dove la potenza delle due voci viene espressa ai massimi livelli, Barcelona, edita su singolo già nell’ottobre ’87, è di certo la canzone più famosa del disco. Il testo stesso della canzone narra delle emozioni scaturite in Freddie da questa sua agognata collaborazione. Barcelona è senza dubbio uno dei vertici artistici di Mercury, una delle canzoni più rappresentative del suo stile barocco e melodrammatico. La Japonaise è invece un brano più d’atmosfera, con Freddie che canta diverse parti in giapponese, mentre la musica – mescolando elementi della tradizione sacra con sonorità tipicamente orientali – ci accompagna in un viaggio suggestivo e suadente. Pezzo decisamente operistico, il successivo The Fallen Priest non sfigurerebbe affatto in una qualsiasi compilation di lirica: un brano di assoluta potenza e drammaticità che rappresenta uno dei duetti più riusciti della coppia Mercury-Caballé. La lenta e malinconica Ensueno (basata come sappiamo su Exercises In Free Love) è un incredibile duetto in spagnolo dove Freddie si esprime come mai si era espresso prima grazie all’uso del suo timbro naturale, ovvero un caldo baritono. Ensueno è l’unico numero in “Barcelona” dove Mercury e la Caballé hanno cantato fianco a fianco, dato che, per via dei numerosi impegni della soprano, Freddie si vide costretto ad operare da solo in studio e poi a far sovraincidere la voce alla sua partner.

The Golden Boy – pubblicata anche su singolo, in un’orrenda versione editata – figura un’interessante fusione di stili: lirica, pop e gospel, con Mercury sempre protagonista a discapito della Caballé, maggiormente a suo agio nella prima parte e nel finale della canzone, entrambe sezioni di vera musica lirica che testimoniano, inoltre, la grande versatilità della voce di Freddie. Delicata e commovente ballata sulla fragilità della condizione umana, Guide Me Home è una canzone semplicissima eppure molto emozionante, quieta e potente al tempo stesso; il finale è collegato alla successiva How Can I Go On?, il brano dall’arrangiamento più convenzionalmente pop di questo disco, tanto che al basso figura un altro componente dei Queen, John Deacon. Anche in questo caso siamo alle prese con uno dei vertici artistici di Freddie Mercury, con quell’intreccio tra la sua voce e quella della Caballé che, soprattutto nel finale, è davvero da pelle d’oca. La conclusiva Ouverture Piccante non è una canzone vera e propria, bensì un lungo mix fra alcuni degli altri brani presenti sul disco, anche se include una veloce sezione di piano del tutto inedita. Pur non memorabile, Ouverture Piccante resta se non altro un ascolto interessante: ci permette di apprezzare maggiormente l’elaborato uso delle voci sovrapposte da parte dello stesso Freddie, alcune delle quali scorrono al contrario.

“Ci furono un paio di altre idee – scrive ancora Peter Freestone nel suo libro – che a Freddie sarebbe piaciuto provare con Montserrat in quel periodo, una delle quali era l’incisione di La Barcarole tratta da The Tales Of Hoffman di Offenbach, ma a causa della limitata disponibilità di tempo di Montserrat, la cosa fu tralasciata, forse per una data successiva”. L’altra idea era invece Africa By Night, grande inedito mercuryano che non abbiamo ancora avuto il piacere d’ascoltare nella versione originaria, successivamente recuperata per quella All God’s People inserita in “Innuendo” (1991).

freddie-mercury-montserrat-caballe-barcelona-2012-cofanettoAggiungo, per finire, che nel 2012, in occasione del venticinquennale della collaborazione Mercury-Caballé, la Universal ha distribuito una interessante (anche perché piuttosto economica) edizione deluxe dell’album “Barcelona” comprendente 4 dischi: accanto all’inevitabile divuddì contenente video e interviste, troviamo infatti un compendio delle “Barcelona Sessions” apparso nel 2000 nel ben più dispendioso “The Solo Collection” (il cofanettone monografico dedicato a Mercury che abbiamo già citato sopra) e un completo remix dell’album originale a base di vera orchestra curato da Stuart Morley (in uno dei 3 ciddì se ne può ascoltare la sola versione strumentale).

Per quanto possa risultare affascinante, l’ascolto delle parti vocali che Freddie e Montserrat hanno messo su nastro tra l’87 e l’88, sovrapposte a un lavoro orchestrale del tutto nuovo ma che ricalca fedelmente la musica originale, non si traduce – almeno nel mio caso – in un valore aggiunto. E’ stato un esperimento lecito, che prima o poi andava anche fatto, ma che tuttavia non ha aggiunto niente di che al valore complessivo dell’opera, il cui vero spettacolo resta l’intreccio tra le bellissime voci dei due veri protagonisti del disco.

– Mat

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Michael Jackson & Freddie Mercury: una storia

michael-jackson-con-freddie-mercuryC’è un capitolo molto affascinante della storia dei Queen che riguarda l’amicizia tra la band inglese e Michael Jackson, nata al principio degli anni Ottanta da una reciproca stima.

Ho letto/ascoltato almeno due interviste – una di Freddie Mercury e una, ben più recente, di Brian May – nelle quali i due componenti dei Queen rievocavano quel periodo, anche se non ho mai letto/ascoltato un’omologa intervista a Michael Jackson. Ad ogni modo, in quella prima metà degli anni Ottanta, Freddie ebbe modo di parlare della sua frequentazione del Re del Pop, una frequentazione che si interruppe qualche anno dopo la pubblicazione del celeberrimo “Thriller” (1982), quando cioè Michael Jackson prese definitivamente il volo grazie a quel fenomeno planetario che tuttora resta l’album più venduto di sempre.

A quanto pare, Michael Jackson si interessò alla musica dei Queen e alla potenza dei loro concerti proprio nel 1980, l’anno in cui un album dei Queen – “The Game” – raggiungeva per la prima volta la vetta della classifica statunitense. Fu lui a consigliare alla band di far pubblicare su singolo quel pezzo-bomba che effettivamente si è rivelato Another One Bites The Dust. Michael, in sostanza, si stava interessando alle sonorità rock (vedi Beat It su “Thriller”) mentre i Queen si stavano interessando a quelle funk (vedi la già citata Another One Bites The Dust, ovviamente). E data la reciproca ammirazione, le due strade non potevano che confluire.

Il seguito di “The Game”, quel disco che i Queen hanno intitolato “Hot Space” (1982), sembra in effetti anticipare certe sonorità di “Thriller” (uscito sul finire di quello stesso 1982), sebbene all’epoca sia stato considerato un flop, mentre tutt’altra gloria (e più che meritata) è toccata a “Thriller”. A quello stesso “Thriller”, addirittura, avrebbe dovuto partecipare pure Freddie Mercury, il quale se ne rammaricò in seguito scherzando sul fatto di aver perso così un sacco di soldi.

Sfumata la collaborazione su “Thriller”, almeno un incontro di lavoro tra Michael Jackson e Freddie Mercury avvenne già nell’estate del 1983. E’ un resoconto abbastanza dettagliato che ci ha fornito Peter Freestone, assistente di lunga data di Freddie, narrato nel suo libro di memorie relativo proprio a quella sua esperienza più che decennale al fianco del cantante dei Queen. Siamo a Los Angeles, quando i tutti e quatto i membri della band inglese si erano temporaneamente trasferiti nella metropoli californiana per iniziare le sedute dell’album “The Works” (1984). Freestone accompagna il solo Mercury fino ad Encino, la tenuta dove Jackson viveva allora, con tanto di studio di registrazione annesso. Qui sono presenti i soli Michael e Freddie, più un tecnico dello studio e quindi lo stesso Peter: è proprio quest’ultimo a sbattere la porta del bagno adiacente allo studio in un brano chiamato Victory, giacché Michael non è soddisfatto degli effetti prodotti dalla drum-machine.

I due cantanti lavorano anche a State Of Shock e a There Must Be More To Life Than This, per un intero pomeriggio di registrazioni durato quasi sei ore. I due, stando sempre a quanto riferito dall’assistente di Mercury, sembrano anche prendersi le misure artisticamente, cercando evidentemente di imparare il più possibile l’uno dall’altro. Purtroppo, a causa degli impegni di Freddie coi Queen (c’era un nuovo album da fare, al quale sarebbe seguito l’inevitabile tour mondiale), i nostri due protagonisti non ebbero più l’occasione di tornare su quei tre brani incisi a casa Jackson in quel pomeriggio d’estate. Tre preziosi brani inediti che offrono a loro volta tre interessanti storie parallele. Vediamole una alla volta.

Victory: il più misterioso dei pezzi nati dalla collaborazione Jackson-Mercury, dato che finora non è mai stato ascoltato, nemmeno attraverso i canali piratati. Secondo Peter Freestone, il brano è dovuto all’ispirazione di Michael, sebbene alcune fonti sostengono che sia stato inizialmente concepito come un pezzo dei Queen. E’ pur vero che, nel 1984, Michael e i suoi cinque fratelli hanno fatto uscire sotto il nome collettivo di The Jacksons un album chiamato “Victory”, ma è altrettanto vero che in quel disco non c’è traccia d’un brano chiamato così.

State Of Shock: nell’album “Victory” c’è però quest’altra collaborazione Jackson-Mercury, sebbene la parte vocale di Freddie venga sostituita da quella di Mick Jagger. Scritta da Michael Jackson col chitarrista Randy Hansen, State Of Shock è stata quindi provinata con Freddie Mercury in quel fatidico giorno d’estate 1983, ri-registrata con Mick Jagger, inclusa in un album intitolato ai Jacksons come gruppo, e infine eseguita dal vivo allo storico Live Aid del 1985 da Mick Jagger con… Tina Turner! Insomma, ma di chi è questa State Of Shock?!

There Must Be More To Life Than This: come abbiamo già detto QUI, questo brano scritto da Freddie Mercury è nato durante le sedute di registrazione dei Queen per l’album “Hot Space”; scartato dall’album, è stato evidentemente offerto dal suo autore a Michael Jackson in quell’ormai famoso incontro ad Encino, dove per l’appunto Freddie accompagna al piano Michael che canta da solo. Arenatasi così la collaborazione, Freddie ha infine recuperato il brano per il suo primo album da solista, “Mr. Bad Guy” (1985).

Nel 2014, all’interno della compilation intitolata “Queen Forever”, è finalmente stata ufficializzata una prima (e finora unica) collaborazione Mercury-Jackson: si tratta dell’ormai ben nota There Must Be More To Life Than This, sebbene si tratti d’un montaggio eseguito dall’ottimo William Orbit. La voce di Freddie datata 1985 duetta infatti con la voce di Michael datata 1983 (in una performance comunque informale, si tratta di un demo o provino che dir si voglia), mentre in “sottofondo” i Queen al gran completo suonano l’iniziale versione del 1981-82 opportunamente rimaneggiata per l’occasione. Insomma, quel brano registrato a casa Jackson nell’83 così com’era (Michael alla voce e Freddie al piano) resta tuttora ufficialmente inedito, così come quel primo duetto su State Of Shock e la fantomatica Victory (l’unica delle tre che, tanto per dirne una, non sia mai apparsa su Youtube o altrove tra i canali del file-sharing).

Questi i fatti. Ora vi dico la mia. Il brano Victory potrebbe non esistere, forse perché è poi diventato qualcos’altro, magari un pezzo di Jackson o dei Queen che conosciamo molto bene; altre fonti hanno inoltre parlato di due (2 di numero) canzoni incise da Michael Jackson con Freddie Mercury, e lo stesso Brian May ha più volte parlato di “a couple of tracks”. E a distanza di tanto tempo, e nonostante l’interesse commerciale che un pezzo Jackson-Mercury potrebbe suscitare a prescindere dal suo reale valore artistico, abbiamo effettivamente avuto la possibilità di ascoltare soltanto State Of Shock e There Must Be More To Life Than This. Di quest’ultima le versioni ormai si sprecano, spesso fatte dagli stessi fan montando con software audio le tracce vocali di Freddie e Michael che – ricordiamolo – sono state messe su nastro in due momenti diversi. L’originale, per così per dire, figura il solo Jackson alla voce, accompagnato quindi da Mercury al piano. O almeno questo è ciò che si sente da quel nastro che contiene anche State Of Shock, la quale è già molto vicina alla versione che poi comparirà sull’album “Victory” in compagnia di Mick Jagger. Si ha la sensazione, ascoltando State Of Shock, che all’inizio Michael resti un po’ sopraffatto dall’esuberanza di Freddie, e soprattutto dalla sua voce, ma che nel finale torni ad assumere il controllo, tanto che Freddie si unisce a lui all’esortazione di “everybody sing with me!”.

Impegni di Mercury con i Queen o meno, necessità dei fratelli Jackson di far uscire “Victory” in quel preciso momento piuttosto che in un altro, la mia impressione resta che Michael Jackson abbia ritenuto Freddie Mercury un partner fin troppo sopra le righe, tanto che un tipo come Mick Jagger deve essergli apparso più docile. Si è anche detto che l’amicizia tra Michael e Freddie sia stata compromessa dal fatto che il primo disapprovava l’uso di cocaina da parte del secondo. E poi, infine, come non pochi hanno speculato con malizia, i due potrebbero aver avuto una relazione sentimentale, oltre che professionale, finita la quale è anche finita la possibilità di cantare insieme. Da quel che mi risulta, nei primissimi anni Novanta, né Freddie e né Michael hanno mai rievocato pubblicamente la loro amicizia, né si conoscono i reali sentimenti provati da Michael all’annuncio della morte di Freddie, in quello straziante 24 novembre 1991.

Purtroppo, come tutti sappiamo, anche Michael Jackson non è più di questo mondo, perciò se c’è stato qualche segreto che avrebbe potuto rivelarci su Freddie Mercury, beh quel segreto è morto con lui in quel maledetto 25 giugno 2009. A noi fan, orfani di questi due autentici giganti della canzone del Novecento, non resta che affidarci al gossip, alle rivelazioni che verranno (se verranno) e soprattutto a quelle registrazioni effettuate tra i due negli anni Ottanta. Una volta che le rispettive eredità avranno trovato accordi commercialmente soddisfacenti per tutte le parti in causa.

– Mat

Un post a ruota libera

fellini autoritratto immagine pubblicaUn post nuovo, più per la voglia di scrivere che per il bisogno di dire chissà che cosa. E poi è una così bella sensazione quella di cliccare l’opzione per creare un nuovo post e iniziare a digitare le prime, difficili righe, come in questo caso, del resto. Tanto per non tradire lo spirito originario di Immagine Pubblica, ecco una serie di associazioni (senza capo né coda, temo) su visioni, ascolti & letture. Passati, presenti & futuri.

La musica di Nina Simone è fantastica, nient’altro da aggiungere da pare mia. Non vedo l’ora di potermi vedere al cinema “Alice nel paese delle meraviglie” di Tim Burton, in lavorazione da oltre un anno ma programmato per la primavera del 2010. A proposito, come suona bene quest’anno, il 2010… speriamo che ci offra dodici mesi di gran lunga migliori di quelli proposti finora da quest’orribile 2009 (che spero passi al più presto, come vorrei che oggi fosse già la vigilia di Natale, tanto per dire). Sul comodino ho piazzato “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati, un libro che devo leggere da anni ma che – per motivo o per l’altro – ho sempre trascurato. In effetti al momento sto leggendo tutt’altro ma, come ho detto, il classico di Buzzati è in pole position sul mio comodino per cui non dovrebbe sfuggirmi ulteriormente. Se il libro dovesse piacermi, vedrò di procurarmi anche il film che ne è stato tratto: se non ricordo male uscì negli anni Settanta, con Vittorio Gassman come attore protagonista.

Sempre restando in tema di letture (ma anche di musica), ultimamente ho avuto il bisogno d’andarmi a rileggere due biografie che avevo comprato & letto diversi anni fa: si tratta della storia di Freddie Mercury raccontata dal suo amante Jim Hutton in “I miei anni con Freddie Mercury” (edito dalla Mondadori) e dal suo assistente personale Peter Freestone in “Freddie Mercury… adesso svela ogni segreto” (edito dalla Lo Vecchio ma di recente riedito dall’Arcana). Entrambe le storie – piuttosto intime, soprattutto quella di Hutton – partono negli anni Ottanta e si concludono con la triste morte del celeberrimo cantante dei Queen, nel novembre del 1991. Non so perché sono andato a rileggermi in sequenza questi due libri, non è che ultimamente ho ascoltato chissà quanto la musica di Mercury.

In fatto di ascolti, ultimamente ho invece sentito parecchio i Beatles, Miles Davis, i Depeche Mode e i Cure. Mi piacerebbe scrivere altri post su di loro in questo blog, così come di Nina Simone, citata sopra. Spesso mi manca però l’ispirazione. A proposito di Miles Davis, avrei voglia anche di rileggermi lo splendido “Lo sciamano elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito da Stampa Alternativa), di sicuro fra i migliori libri dedicati all’arte & alla figura del leggendario trombettista americano. Uhm, mi sa che il buon Buzzati slitterà ulteriormente…

Tornando a parlare di film: ho un bisogno sfrenato di vedermi & rivedermi le opere di Federico Fellini [sopra, in un autoritratto], sembra che di questi tempi mi bastino solo quelle per soddisfare le mie curiosità cinematografiche. Avevo iniziato a scrivere un nuovo post sui film di Fellini, qualche giorno fa, ma l’ispirazione latitava in modo imbarazzante. In fondo, a volte, non c’è proprio niente da dire (e da scrivere): certi capolavori vanno forse soltanto ammirati per quelli che sono, in rigoroso silenzio da parte nostra.

– Mat