L’aspetto visuale della musica pop

michael-jackson-moonwalker-film-1988Sono decenni che sento parlare della visionarietà di gruppi e cantanti come Pink Floyd, Queen, Michael Jackson e Peter Gabriel, tanto per dirne qualcuno, eppure nessuna delle opere filmiche associate ai miei beniamini musicali mi ha mai veramente esaltato. Escludendo infatti una manciata di videoclip, magari girati pure da illustri registi cinematografici, solitamente l’aspetto visuale della musica pop non mi ha mai convinto del tutto. Quando ad esempio esce un nuovo album, e l’edizione deluxe include semplicemente un divuddì, state pur certi che io vado a comprarmi l’edizione standard dell’album in questione, lasciando il divuddì al tempo che trova.

Certo, oltre a uno strabiliante quantitativo di pezzi strafamosi in tutto il mondo, uno come Michael Jackson ci ha lasciato anche tutta una serie di videoclip che hanno a dir poco lasciato il segno: pensiamo soltanto a Thriller e Black Or White, girati entrambi da John Landis, rispettivamente nel 1983 e nel 1991. Eppure, quella volta che si è cimentato con il cinema vero e proprio, col film “Moonwalker”, non ci ha lasciato niente di veramente memorabile, per non dire di fondamentale per la comprensione dell’artista. Così come Prince, il quale si è cimentato per ben tre volte con l’opera filmica in quanto tale: i suoi “Purple Rain” (1984), “Under The Cherry Moon” (1986) e “Graffiti Bridge” (1990) sono tutto fuorché memorabili pellicole da guardare e riguardare per la gioia degli occhi.

E che dire dei miei amati Queen? C’è chi sostiene che quello girato per Bohemian Rhapsody nel 1975 sia il primo videoclip della storia (anche se, secondo me, i Beatles hanno preceduto tutti con Strawberry Fields Forever e Penny Lane, se non già con Paperback Writer e Rain dell’anno prima, il 1966), ma ad ogni modo non fa che animare la copertina di “Queen II”, un album uscito l’anno prima. Insomma, per quanto possa essere considerato innovativo per l’epoca, un video come Bohemian Rhapsody sembrava più guardare al passato che annunciare il futuro. E in effetti, i videoclip dei Queen che gli sono susseguiti negli anni non sono particolarmente memorabili o quantomeno espressivamente rilevanti.

Ci sono stati casi di commistione disco/film più interessanti nel caso di Who e Pink Floyd: entrambi questi storici gruppi inglesi hanno prodotto delle opere che possiamo definire multimediali, come nel caso di “Tommy” (1975, diretto da Ken Russell) e “Quadrophenia” (1979, diretto da Franc Roddam) per i primi e “The Wall” (1982) per i secondi. Vi dirò la mia: pur avendo ascoltato (e in un caso comprato) i due classici degli Who, non ho mai sentito l’esigenza d’andarmi a vedere i loro film (li considero dei tipici film generazionali, buoni cioè per quella generazione che li ha visti al cinema, all’epoca), mentre “The Wall” di Alan Parker è tutto fuorché una visione piacevole. Musica a parte, è uno di quei film che puoi vedere una volta, anche due o tre, ma poi basta così, grazie.

Nel corso degli anni Ottanta, quando il videoclip iniziò a farsi inevitabilmente più spettacolare (anche e soprattutto per il fenomeno Jackson), molti musicisti provarono a dare uno sfogo più compiuto alla loro visionarietà. Ne ricordo alcuni tra quelli che ho visto o meno, da Matt Johnson, alias The The, che mise assieme i videoclip girati per ognuno dei brani dell’album “Infected” (1986), presentando il tutto come un mini film da un’ora di durata, a David Byrne che con “True Stories” (1986) realizzò un vero e proprio film, passando per “Hell W10” (1983) dei Clash e “JerUSAlem” (1987) degli Style Council, tanto sconosciuti al grande pubblico quanto ambìti dai cacciatori di rarità.

Sorvolando sui trascorsi cinematografici di MadonnaDavid Bowie e Sting (i quali hanno però preso parte a pellicole cinematografiche “pure”, per così dire, film realizzati a prescindere dai loro dischi e non necessariamente di tipo musicale), passo infine a Beyoncé, che dal 2013 ha iniziato a distribuire i suoi album sotto forma di veri e propri dischi audio/video, dove all’immagine è riservata la stessa importanza data alla musica. Tuttavia, per quanto io trovi mooooolto fisicamente attraente la bella Beyoncé, non ho finora sentito l’esigenza di procurarmi queste che, tutto sommato, dovrebbero essere pure delle prove creative degne di nota. Insomma, mi accontento di ammirare la sua avvenenza in quelle rare occasioni in cui sintonizzo la mia tivù su quale canale musicale.

E questo, per quanto mi riguarda, vale un po’ per tutti i nomi che ho citato e per quelli che, pur avendo visto, ho al momento dimenticato. Il mondo del pop, in definitiva, quando ha lasciato lo studio d’incisione per entrare in un set cinematografico non mi ha mai veramente colpito. Non so se resta soltanto una mia impressione.

-Mat

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Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

Genesis, “And Then There Were Three”, 1978

Genesis And Then There Were Three“Di tutti i nostri album, And Then There Were Three è senza dubbio il più debole”. Parola del bassista/chitarrista Mike Rutherford, che liquida così il primo album dei Genesis ridotti a trio, dopo le dipartite di Peter Gabriel e Steve Hackett tra il 1975 e il ’77. In realtà, riascoltandolo in questi giorni, devo dire di aver trovato “And Then There Were Three” più gradevole e interessante di quanto ricordassi.

Certo, ascoltando tutti gli album dei Genesis, si sente che questo è un disco di transizione, un lavoro che segna il momento decisivo in cui non soltanto la formazione assume il suo numero definitivo di componenti (il fatidico tre indicato anche dal titolo), ma anche il momento in cui si passa dal progressive col quale la band si era fatta apprezzare fin dai primi anni a quel pop d’alta classifica che caratterizzerà la successiva carriera dei nostri.

Accanto a brani come Burning Rope e Deep In The Motherlode, riconducibili allo stile che i Genesis avevano adottato fino all’album precedente, in “And Then” figura infatti il pezzo più smaccatamente pop mai proposto dai Genesis fino a quel momento, ovvero la celebre Follow You Follow Me, emblematicamente accreditata a tutti i tre i membri superstiti. Successo da Top Ten nella classifica britannica, l’irresistibile Follow You Follow Me trascinerà “And Then There Were Three” fino al terzo posto delle charts, risultato più alto mai raggiunto allora per un album dei Genesis in patria, nonostante la “nuova onda” del punk si fosse abbattuta proprio su queste band di capelloni primi anni Settanta.

Ed è proprio con una risentita risposta alla new wave che “And Then” si apre, con la coriacea Down And Out, una canzone dove la voce urlante di Phil Collins e il maggior peso acquisito dal sound della sua batteria sembrano prefigurare brani quali In The Air Tonight (1981, del solo Collins) e Mama (1983, degli stessi Genesis). Non mancano comunque momenti più intimisti, rappresentati da due splendide ballate come Undertow e Many Too Many. Tuttavia è proprio ascoltando il lavoro alla chitarra di Rutherford in quest’ultima canzone che forse si avverte di più la mancanza d’un chitarrista solista del calibro di Steve Hackett.

La formazione a tre, se non altro, trarrà beneficio della dipartita di Hackett in fatto di concisione delle canzoni e in una maggior strutturazione delle parti strumentali. Parti più concise, per l’appunto, più immediate e più attinenti alla narrazione delle canzoni, la quale affronta soprattutto relazioni sentimentali e interpersonali, lasciandosi indietro i riferimenti alla narrativa fantastica tipo Tolkien che aveva caratterizzato le liriche dei nostri fino a poco tempo prima.

I “nuovi” Genesis, tuttavia, ci misero un po’ ad ingranare la marcia giusta: sempre secondo Mike Rutherford, l’album “era nato mettendo insieme i brani che Tony e io avevamo composto essenzialmente ognuno per conto proprio, mentre i Genesis erano partiti come un progetto collettivo”, ritenendo infine che tale album “avesse sofferto proprio della carenza di brani scritti insieme”. Su undici pezzi, infatti, quattro sono accreditati al solo Tony Banks (e sono i migliori dell’album) e tre al solo Rutherford, mentre Phil Collins ha collaborato collettivamente ai restanti quattro brani, tra cui la già citata Down And Out.

Non è probabilmente un caso che nel 1979 non uscì nessun nuovo album dei Genesis, con i tre impegnati in progetti solistici o paralleli al gruppo; il successo inaspettato del singolo Follow You Follow Me prima e dello stesso album dopo, evidentemente, hanno fatto capire ai nostri che se non altro avevano imboccato la strada giusta. Si trattava solo di affinare lo stile. Uno stile che si dimostrerà vincente per tutti gli anni Ottanta e per gran parte dei Novanta, con una sfilza di album da primo posto in classifica. Ma questa è già un’altra storia.

-Mat

(le dichiarazioni di Mike Rutherford sono tratte dal libro “Genesis Revelations”, la storia del gruppo narrata dai suoi stessi membri e curata da Philip Dodd)

Sting, “Brand New Day”, 1999

Sting Brand New DayNonostante i vari “Sacred Love”, “Songs From The Labyrinth”, “If On A Winter’s Night…”, “Symphonicities” e anche il più recente “The Last Ship”, “Brand New Day” resta l’ultimo album di Sting che mi sia piaciuto davvero. Tutti quelli che gli sono succeduti – i titoli che ho appena nominato – non mi hanno entusiasmato particolarmente, e li ho comprati più che altro per abitudine & affetto verso un artista, Sting per l’appunto, che da sempre è uno dei miei preferiti.

Quando all’epoca ascoltai “Brand New Day” mi sorprese l’abilità dimostrata dal suo autore di sapersi rinnovare nel sound pur restando inconfondibilmente sé stesso. Sicuramente gli giovò la collaborazione con un produttore col quale non aveva mai lavorato prima, il tastierista Kipper, che ha saputo dosare l’elettronica con maestria all’interno del tradizionale campo espressivo di Sting. In effetti, “Brand New Day” è l’album più elettronico del cantante, ma il tutto è perfettamente calibrato con la presenza dei grandi musicisti in carne e ossa che, come sempre, accompagnano i suoi lavori: i chitarristi Dominic Miller e B. J. Cole, il clarinettista Branford Marsalis, il trombettista Chris Botti, i batteristi Manu Katché e Vinnie Colaiuta, il percussionista Mino Cinelu, ma anche i ben più noti Stevie Wonder e James Taylor.

Le nove canzoni di “Brand New Day” offrono una felice fusione tra pop e sonorità mediorientali & terzomondiste, ma anche interessanti mescolanze con gli stilemi sonori più disparati: jazz, country, gospel, soul e perfino hip-hop. Già l’iniziale A Thousand Years, una ballata d’amore dai toni malinconici intrisa da una calda atmosfera arabeggiante, si rivela una partenza emozionante. Un’escursione mediorientale che diventa ancor più evidente con la successiva Desert Rose, edita anche come singolo e di certo una delle canzoni più famose di Sting (forse la sua ultima canzone famosa…); è un pezzo molto bello, mi mette la pelle d’oca ogni volta che lo sento, forte anche dello scambio vocale fra il nostro e l’algerino Cheb Mami.

E se la quasi sussurrata Big Lie, Small World ci regala una quieta samba spruzzata d’elettronica, la seguente After The Rain Has Fallen ci riconduce a formule stinghiane più ortodosse. Con Perfect Love… Gone Wrong abbiamo invece un’interessante commistione fra generi musicali e linguaggi: fra jazz e hip-hop, il canto in inglese di Sting (che in certi punti sembra riprendere When We Dance, una sua ballata del 1994) divide il microfono col rap in francese di Ste.

Tomorrow We’ll See, altra mia favorita di questo disco, sembra il luogo d’incontro ideale fra i personaggi di Roxanne e di Moon Over Bourbon Street, in una canzone notturna di grande atmosfera. La successiva Fill Her Up è un curioso esercizio in chiave country che mescola James Taylor (duetta col nostro nella prima parte) ai cori gospel. Ma la vera gemma di “Brand New Day”, a mio modesto parere, resta una malinconica ballata chiamata Ghost Story: l’inverno è alle porte, uno Sting pensoso e umbratile osserva la natura che cambia davanti ai suoi occhi, mentre il ricordo d’una vecchia storia d’amore alimenta i suoi sensi di colpa. E’ una canzone di grande suggestione, Ghost Story, che metto senz’altro fra le cose migliori mai proposte dallo Sting solista.

Chiude il tutto l’omonima Brand New Day, pubblicata anche come singolo apripista in una versione editata per esigenze radiofoniche: è una trascinante melodia pop dal tempo medio-veloce, impreziosita dall’inconfondibile armonica a bocca del grande Stevie Wonder, un altro dei miei preferiti da sempre.

Godibilissimo album di moderno pop-rock, “Brand New Day” chiude l’epoca d’oro della carriera di Sting al di fuori dei Police; dopo un album non proprio memorabile come “Sacred Love” (2003), il nostro è tornato in attività proprio come membro dei Police, col gruppo impegnato tra il 2007 e il 2008 in un fortunatissimo tour mondiale che ha toccato anche l’Italia (e io c’ero!). Tornato in attività come solista, tuttavia, Sting sembra aver perso lo smalto dei giorni migliori: dischi passabili ma anch’essi mai esattamente memorabili, seppur accompagnati da tournée di successo in ogni parte del mondo, anche in coppia con Paul Simon (come qualche anno fa) e con Peter Gabriel (attualmente).

A quanto pare, Sting è anche impegnato in studio per un progetto discografico di cui per ora non si conoscono i dettagli. Si tratta, probabilmente, del suo nuovo album solista, un lavoro che – io mi auguro caldamente – possa eguagliare i risultati di quel “Brand New Day” che abbiamo riascoltato oggi.

-Mat

(rielaborando un post pubblicato il 16 novembre 2009)

C’erano cose che volevo dire…

federico-fellini-immagine-pubblica-blogAspettando l’ispirazione necessaria a completare un terzetto di post che giace fra le bozze di Immagine Pubblica da fin troppo tempo, ecco un po’ di cose che volevo dire (beh, vabbè, scrivere…) senza occupare molto spazio per ognuna di esse. L’ordine è del tutto casuale & opinabile, i vari punti che seguono non hanno nessuna precisa connessione fra di loro… in generale si parla di musica, film & libri… ma tu guarda un po’!

I Genesis sono entrati nella Rock and Roll Hall of Fame… e ‘sti cazzi, potrebbe dire qualcuno. In effetti, anche a me, queste cerimonie, queste parate oserei dire, mi lasciano sempre abbastanza indifferente. Tuttavia, mi ha fatto piacere rivedere Steve Hackett assieme ai vecchi colleghi Tony Banks, Phil Collins e Mike Rutherford. Mancava il solito Peter Gabriel, impegnato coi preparativi del suo tour, così s’è detto… certo che una serata a mangiare & bere in un albergo di New York non è che lo avrebbe intralciato più di tanto. Un po’ stronzo, dài. A parte tutto, comunque, mi piacerebbe proprio sentire un nuovo disco realizzato dalla combinazione (chi c’è c’è, non me ne importa nulla) di questi signori.

Ho visto il tanto atteso “Alice In Wonderland” di Tim Burton, ovviamente in 3D… che dire… un po’ deludente. A volte manca proprio ritmo & tensione narrativa, il 3D non è che qui compie chissà quali prodigi, il tutto è un po’ troppo colorato per un film di Burton. Ok, è una produzione Disney, ma resta pur sempre un film di Tim Burton. Insomma, sì, mi aspettavo di più.

Dopo aver visto l’episodio Agenzia matrimoniale tratto dal film “L’amore in città”, ho finalmente visto TUTTE le opere filmiche girate da Federico Fellini! Mi ero promesso di approfondire alcune di queste singole visioni in specifici post ma ammetto di non averlo ancora fatto. E’ che, vedendo & rivedendo le opere di Fellini, scopro ogni volta qualcosa in più, per cui correrei il rischio di scrivere qualcosa che poi andrebbe corretto di lì a poco. Ci proverò comunque, probabilmente mi serve più tempo.

Ovviamente sono felicissimo per la doppietta Ferrari allo scorso GP del Bahrain, il primo della stagione. La prima vitttoria di Fernando Alonso, al debutto in Ferrari. Sono soddisfazioni (soprattutto dopo un’annata deludente come quella del 2009)!

Ho sentito l’ultimo disco dei Gorillaz, “Plastic Beach”… non male… sono rimasto particolarmente colpito da Stylo, edito come primo singolo. Stavo addirittura per comprarmelo, “Plastic Beach”, l’avevo già preso e mi stavo perfino dirigendo alla cassa per pagare. Poi ho pensato ai quindici euro & novanta necessari all’acquisto e ho pensato subito dopo che erano troppi per un disco del genere. Ci ripenserò non appena lo metteranno nella categoria ‘nice price’.

La Beggars Banquet ha da poco ristampato alcuni suoi titoli in formato deluxe; le nuove edizioni si chiamano ‘Omnibus Edition’ e, fra quelle che ho potuto vedere nelle rivendite, vi sono alcuni dischi dei Bauhaus e alcuni dei Cult. In particolare, di questi ultimi è stata riproposta una versione di “Love” comprendente ben quattro ciddì: uno con l’album originale, uno coi brani aggiunti, uno con demo & rarità e infine un altro con un concerto dell’epoca. E il prezzo era molto interessante, ventitrè euro per quattro dischi… pur avendo già il ciddì standard di “Love” ci farò un pensierino.

Sto faticosamente leggendo “Scritti corsari” di Pier Paolo Pasolini: allora, il libro – che è una raccolta di articoli che il nostro scrisse fra il 1973 e il ’75 per varie testate editoriali – è assai illuminante e profetico. Una lettura piuttosto amara, avara però d’ironia e di leggerezza che mi ha fatto rallentare di molto lo scorrere dei miei occhi sulle pagine di “Scritti corsari”. Ho però l’intenzione di finirlo a breve.

Sono arrivato all’inquietante peso degli ottanta chilogrammi, un record per me. Mi sa che un ritorno in palestra (l’ultima volta risale al 2006) mi farebbe un gran bene…

Infine, per concludere, sono sicuro che non pubblicherò un altro post prima di Pasqua, per cui… ne approfitto ora per augurare buona Pasqua a tutti quelli che mi hanno seguito fin qui. Alla prossima, ciao! 🙂

– Mat

Ristampe, ristampe, ristampe!!!

Michael Jackson Off The Wall immagine pubblicaDa una decina d’anni a questa parte, s’è definitivamente consolidata fra le case discografiche – major o meno che siano – l’abitudine di ristampare il vecchio catalogo in riedizioni più o meno meritevoli di tornare a far capolino nelle vetrine dei negozi accanto alle ultime novità.

Spesso si festeggiano i ventennali, i venticinquennali, i trentennali o addirittura il mezzo secolo di dischi famosi, riproposti in appariscenti confezioni, con tanto di note biografiche e foto d’epoca, meglio ancora se con inediti e/o rarità (che poi, almeno per me, sono le uniche motivazioni nel comprarmi una riedizione d’un disco che magari già posseggo), a volte addirittura in formato cofanetto.

E’ notizia di oggi che entro l’anno verrà ristampato “Off The Wall”, uno dei classici di Michael Jackson, edito appunto trentanni fa. In base a un accordo fra la Sony, la EMI (che non ho capito che c’entra…), gli esecutori testamentari & gli eredi del grande cantante, da qui a dieci anni dovremmo avere altre ristampe (di sicuro “Bad”, probabilmente pure “Dangerous” e tutti gli altri) e altri dischi con brani inediti. Inediti che dovrebbero comunque figurare anche nella ristampa di “Off The Wall”, fra l’altro ripubblicato già nel 2001, così come gli stessi “Bad” e “Dangerous”.

C’è da dire che le ristampe, a volte, sembrano solo una scusa per propinarci un disco del passato alla cifra non proprio popolare dei diciotto/diciannove euro: penso alla riedizione di “Dark Side Of The Moon”, il classico dei Pink Floyd, uscita nel 2003 in occasione del trentennale dell’album. Si trattava d’un ciddì in SuperAudio, col suono distribuito in cinque canali per impianti surround… vabbene, moltobbello, ma le canzoni erano quelle, non c’era uno straccio di brano aggiuntivo, e il tutto si pagava a prezzo pieno.

Si tratta comunque d’una sgradita eccezione perché il più delle volte le ristampe sono ben meritevoli d’essere acquistate. Nel 2007, ad esempio, sono stati riproposti i tre album da studio dei Sisters Of Mercy con belle confezioni cartonate, note tecniche/critiche, foto & preziosi brani aggiuntivi. L’anno dopo, la stessa operazione è stata replicata (tranne per le confezioni, non di carta ma di plastica) per i dischi dei Mission, band nata da una costola degli stessi Sisters Of Mercy. Anche i dischi di David Sylvian usciti per la Virgin – compresi quelli a nome Japan e Rain Tree Crow – sono stati riproposti in lussuose confezioni cartonate, corredate di canzoni aggiunte; ne ho comprate diverse di queste ristampe sylvianiane, come “Tin Drum” dei Japan, pubblicato in uno stupendo cofanetto con disco aggiuntivo & libretto fotografico, un lavoro davvero ben fatto e pagato la modica cifra di sedici euro. Un altro lavoro lodevole che merita l’acquisto a scatola chiusa da parte dell’appassionato è la ristampa del 2004 di “London Calling” dei Clash, comprensiva di ciddì audio con interessante materiale aggiuntivo e divuddì con documentario & videoclip.

Recentemente, l’etichetta Legacy (di proprietà della Columbia, a sua volta controllata dalla Sony), ha riproposto il primo album di Whitney Houston, ovvero quel disco che portava il suo nome, pubblicato nel 1985 con grande successo in tutto il mondo. “Whitney Houston” è stato così ristampato per il suo venticinquennale con brani aggiuntivi e un divuddì contentene videoclip, apparizioni televisive e nuove interviste. Ancora la Legacy, ad aprile, immetterà sul mercato due interessanti ristampe: una per “This Is Big Audio Dynamite”, l’esordio di Mick Jones come leader dei B.A.D. (originariamente pubblicato anch’esso nell’85), e un’altra per il classico degli Stooges, “Raw Power”, che oltre a proporre esibizioni dell’epoca, inediti & rarità figurerà anche l’originale mix di David Bowie del 1973.

Negli ultimi anni s’è ristampato davvero di tutto, spaziando un po’ fra tutti i generi musicali: “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Tommy” degli Who, “Pet Sounds” dei Beach Boys (anche in cofanetto da tre ciddì), “Songs From The Big Chair” per i Tears For Fears, “All Mod Cons” per i Jam, “Our Favourite Shop” per gli Style Council, “Stanley Road” e “Wild Wood” di Paul Weller, “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, “Night and Day” di Joe Jackson, i primi quattro album dei Bee Gees, “Guilty” della Streisand, “Songs In The Key Of Life” di Stevie Wonder, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Ten” dei Pearl Jam (in un voluminoso cofanetto), l’intero catalogo per Bob Marley, i Doors, Siouxsie And The Banshees, Depeche Mode, Megadeth e Joy Division. E ancora: “Transformer” di Lou Reed, “All The Young Dudes” per Mott The Hoople, “A Night At The Opera” dei Queen, i quattro album da studio dei Magazine, gran parte dei dischi di Bowie, dei Genesis dei Cure e dei New Order, “The Final Cut” dei Pink Floyd, “A Love Supreme” di Coltrane e gran parte dei dischi di Miles Davis (spesso anche in lussuosi cofanetti da tre, quattro o più ciddì). Eppure si sono viste anche ristampe ben più povere, vale a dire senza brani extra e in confezioni standard, per Peter Gabriel, Roxy Music, Simple Minds, David Gilmour, Sting e The Police.

Riproposizione in grande stile, invece, per il catalogo dei Beatles: lo scorso 9 settembre, il fatidico 9/9/09, tutti gli album del gruppo originariamente pubblicati dalla EMI fra il 1963 e il 1970 sono stati ristampati (e remasterizzati) sia singolarmente che tutti insieme in costosi cofanetti (in formato stereo e mono), tuttavia nessun disco contemplava i succosi inediti ancora custoditi in archivio.

Per quanto riguarda i solisti, già nel 1993 la EMI ristampò tutto il catalogo di McCartney nella serie “The Paul McCartney Collection”, mentre fra il 2000 e il 2005 è toccato agli album di John Lennon. Spesso ognuno di questi album include i brani pubblicati all’epoca sui lati B dei singoli e alcune ghiotte rarità. Anche il catalogo di George Harrison è stato rilanciato di recente; qui ricordo in particolare la bella ristampa di “All Things Must Pass”, uscita nel 2001 e curata dallo stesso Harrison. Per quanto riguarda Ringo Starr, l’americana Rykodisc ha ristampato già nei primi anni Novanta i suoi album del periodo 1970-74 con diversi brani aggiuntivi, tuttavia l’operazione s’è conclusa lì e le copie a noi disponibili erano solo quelle d’importazione. Insomma, il catalogo solista di Starr meriterebbe anch’esso una riscoperta, almeno per quanto riguarda i suoi album più antichi.

In definitiva, povere o ricche che siano, tutte queste riedizioni stanno ad indicare che la musica incisa a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta fino ai primi Novanta è ormai giunta alla sua storicizzazione, forse perché si è ormai capito che, musicalmente parlando, quello è stato un periodo straordinario & irripetibile che evidentemente ha ancora molto da dire… e da far sentire!

– Mat

(ultimo aggiornamento: 18 marzo 2010)

Genesis

genesisC’è stato un periodo, tra gli ultimi anni Novanta & i primi di questo decennio, in cui ho avuto un bisogno bruciante d’andarmi a sentire e/o comprare quanti più dischi dei Genesis potevo, sia che fossero cantati da Peter Gabriel, sia da Phil Collins, sia che facessero a meno di tutteddue, e sia che l’album in questione fosse un’opera solista. In tempi più recenti, tuttavia, ammetto d’aver ascoltato sempre meno i Genesis, seppur si siano ormai conquistati un posto ben soleggiato fra le mie passioni. Insomma, anche se oggi non li sento più con lo stesso fervore d’una volta, ho pur sempre tutti gli album da studio dei Genesis, gran parte di quelli dal vivo, un cofanetto, tutti i dischi di Phil Collins, quasi tutti quelli di Peter Gabriel, la prima raccolta dei Mike & The Mechanics, l’album eponimo dei GTR, e “Still” di Tony Banks. Ho inoltre avuto modo di sentire “The Geese & The Ghost” di Anthony Phillips, ho assistito a un concerto solista di Steve Hackett, anche se non ho mai ascoltato i Brand X. Tutti questi nomi rappresentano personaggi & vicende legati alla straordinaria storia dei Genesis, una storia che cercherò di ripercorrere a grandi linee in questo post, basandomi su un mio scritto precedente.

Siamo in Inghilterra, nella seconda metà dei Sessanta, quando due band di studenti si fondono per dar vita a un nuovo gruppo, i Genesis per l’appunto. La formazione è un quintetto composto da Peter Gabriel (voce, flauto), Tony Banks (tastiere varie, chitarre), Mike Rutherford (basso, chitarre), Anthony Phillips (chitarre assortite) e un batterista vacante, in questo caso John Silver (tanto per dirne uno). I primi singoli dei Genesis, That’s Me e The Silent Sun, sono pubblicati tra il ’67 e il ’68 – quando l’età media dei componenti del gruppo s’aggira sui diciotto anni – ma già nel ’69 la Decca pubblica un primo album, “From Genesis To Revelation”. E’ un disco ispirato ai temi biblici della creazione, forse un intento più ambizioso delle reali capacità creative/espressive dei nostri, che riescono comunque a proporre un lavoro apprezzabile.

Tra il ’69 e il ’70 avvengono i primi dei numerosi cambiamenti importanti nella storia dei Genesis: John Mayhew diventa il nuovo batterista, e il gruppo firma per la Charisma (in seguito inglobata dalla Virgin), la casa discografica alla quale resterà legata per sempre. Con la formazione rinvigorita e forte d’un contratto discografico più concreto, i Genesis approntano così un nuovo album, “Trespass”, edito nel 1970. Pur non essendo un capolavoro, il disco segna un importante passo avanti nello stile artistico dei nostri, che riescono pure a circondarsi d’una piccola schiera di fedeli ammiratori. Gli evidenti passi in avanti non impediscono però a uno dei pilastri compositivi, Anthony Phillips, d’abbandonare la band, seguìto qualche tempo dopo anche da Mayhew. Pare proprio che il povero Phillips – a disagio coi meccanismi della discografia e con una pur minima popolarità – abbia lasciato un’impronta ben più grande di quanto gli sia stato riconosciuto in anni successivi. Di recente, comunque, l’ombrosa figura di Anthony è tornata al centro dell’attenzione degli studiosi. Io stesso vorrei saperne di più, sperando quindi di poter approfondire il discorso con un post futuro.

Sulle prime l’abbandono del chitarrista principale è sconfortante ma i Genesis riescono ad andare avanti (sarà una costante…) arruolando in pochi mesi due nuovi membri: il batterista Phil Collins e il chitarrista Steve Hackett. Finalmente si completa quella che viene ricordata come la formazione classica dei Genesis – il quintetto Banks, Collins, Gabriel, Hackett & Rutherford – una formazione che, secondo il parere di molti critici & appassionati, ha dato vita ai dischi migliori della band. Abbiamo in effetti un magnifico poker d’album di ‘rock progressive’ che – da “Nursery Cryme” del ’71 fino a “The Lamb Lies Down On Broadway” del ’74 – ha ridefinito i canoni della musica inglese degli anni Settanta. In particolare, gli album “Foxtrot” (1972) e “Selling England By The Pound” (1973), sono due dei dischi più belli che io possa vantare nella mia collezione.

Tuttavia, all’apice d’una ricerca artistica, creativa & espressiva assolutamente degna di nota, Peter Gabriel, l’uomo immagine dei Genesis, il leader carismatico, lascia il gruppo nel ’75 con grande costernazione dei fan sempre più numerosi. Peter covava l’ambizione della strada solista, seguendo tutt’altro tipo di sperimentazioni sonore, anche se la sua defezione dai Genesis sembrava più una crisi personale (forse pure un esaurimento nervoso) che un reale contrasto in seno al gruppo. Gabriel resterà infatti sempre legato ai suoi amici (in particolare a Collins) tanto da riapparire – per quanto solo episodicamente – nella storia dei Genesis già nel 1978, e poi nel 1982 e ancora nei Novanta.

L’abbandono di Peter non segnò la fine del gruppo, come molti paventavano, anzi, i Genesis raggiunsero senza di lui l’apice del successo & della popolarità, proprio a partire dall’album “A Trick Of The Tail”, registrato all’indomani della defezione di Gabriel e fermatosi al 3° posto della classifica inglese, ovvero il più alto piazzamento per un album dei nostri fino a quel momento. Edito al principio del ’76, “A Trick Of The Tail” è un disco bellissimo, cantato dall’uomo che fino a quel momento della storia del gruppo aveva profittato ben poco del microfono principale: il batterista. A breve, Phil Collins dimostrò un talento naturale per l’istrionismo tipico dei frontmen, anche perché aiutato dalle sue esperienze recitative in gioventù. Oltre che, va da sè, dotato d’una voce molto bella & particolare che è diventata un marchio di fabbrica, sia per i dischi dei Genesis e sia per quelli (baciatissimi dal successo per tutti gli Ottanta) che pubblicherà a proprio nome.

Sempre nel ’76, il redivivo quartetto dei Genesis pubblica persino un nuovo album, “Wind & Wuthering”, un disco tanto malinconico quanto complesso (‘il nostro disco più complesso’ affermerà Collins), seguìto qualche tempo dopo da un ottimo doppio elleppì dal vivo, “Seconds Out” (1977). Tuttavia il quartetto ha una vita ancor più breve del quintetto, dato che il ’77 segna anche l’abbandono di Steve Hackett, che già nel ’75 – con l’album “Voyage Of The Acolyte” – aveva tentato un primo discorso solista, seppur coadiuvato da Rutherford e Collins (i quali, fra l’altro, suoneranno pure nell’ammirevole e già menzionato “The Geese & The Ghost” di Phillips). Per quanto il buon Steve sia sempre stato un ottimo chitarrista, il suo abbandono fu ancora meno sofferto di quello di Peter, tanto che il gruppo ci scherzò sopra: “And Then There Were Three”, e alla fine rimasero in tre, si chiama quel bel disco di transizione pubblicato in un anno, il 1978, in cui i vecchi eroi del rock inglese avevano dovuto reinventarsi in seguito all’esplosione del fenomeno punk che metteva proprio i ‘dinosauri’ della musica al centro delle sue critiche. Nonostante i cambiamenti interni & esterni, “And Then There Were Three” – spinto dall’irresistibile singolo Follow You, Follow Me – conquistò comunque piazzamenti importanti in Top Ten. E il meglio, dal punto di vista del successo, deveva ancora arrivare!

Nel 1980 esce il decimo album da studio dei Genesis, “Duke”, che vola al 1° posto della classifica inglese, così come fanno i successivi “Abacab” (1981), “Genesis” (1983), “Invisible Touch” (1986) e “We Can’t Dance” (1991). E tutto ciò mentre in quegli stessi anni Phil Collins riscuote un enorme successo da solista e Peter Gabriel diventa ormai un punto fermo per tutti gli appassionati di musica contemporanea. Il record arriva nell’86, in un momento in cui ben cinque dischi piazzati nella Top Ten inglese sono di derivazione genesisiana: “No Jacket Required” di Collins, l’eponimo primo album dei Mike & The Mechanics (band formata da Rutherford col bravissimo Paul Carrack), l’eponimo dei GTR (supergruppo costituito da Hackett con Steve Howe), “So” di Gabriel e, ovviamente, “Invisible Touch” al 1° posto.

Il resto è storia abbastanza recente: Phil annuncia nel ’95 d’aver lasciato i Genesis per mutuo consenso & senza rancore, mentre il gruppo – rivitalizzato da un nuovo, giovante cantante, lo scozzese Ray Wilson – pubblica nel ’97 l’album “Calling All Stations” (2° posto della classifica inglese). Nel ’99 esce l’antologia “Turn It On Again/The Hits”, dove Peter e Phil duettano in una nuova versione di Carpet Crawlers, mentre ai primi del 2007 viene annunciato con grande enfasi un tour mondiale che segna il ritorno del trio storico dei Genesis – Banks, Collins & Rutherford. Il tour ha grande successo, il gruppo non solo si toglie lo sfizio di partecipare al Live Earth ma si concede la bella soddisfazione di suonare al Circo Massimo di Roma al cospetto di cinquecentomila entusiastici appassionati, fra cui il sottoscritto.

Dal 2008, complice pure una grande operazione di riproposizione del catalogo storico della band, si torna a parlare con una certa insistenza d’una reunion dei Genesis che coinvolga anche Peter Gabriel e Steve Hackett. Per me i tempi sono ormai maturi e, sempre che la questione abbia un vero fondamento, ne vedremo/sentiremo presto delle belle!

– Matteo Aceto

Autoreferenze musicali: accuse, rimorsi e nostalgia

George Harrison All Those Years AgoUn altro aspetto della musica che mi ha sempre affascinato riguarda i riferimenti – espliciti o meno – di un artista verso uno o più componenti della sua stessa band. La storia del pop-rock è piena d’esempi, con testi che, da semplici sentimenti di nostalgia per qualcuno che purtroppo non c’è più, vanno ad accuse al vetriolo verso chi non s’è comportato bene per i motivi più disparati. Di seguito riporto quelli che per primi mi sono venuti in mente, riservandomi il diritto d’aggiornare il post in seguito, magari anche col contributo dei lettori.

Partiamo come sempre dai Beatles: già con You Never Give Me Your Money, Paul McCartney si lamentava delle beghe finanziare dell’ultima fase del celebre quartetto. In Two Of Us, invece, Paul ripensa malinconicamente a John Lennon e alla tanta strada che i due hanno fatto insieme. McCartney riuscì comunque a trovare sollievo nella consolatoria Let It Be, dopo i suoi ‘times of trouble’. I riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono aumentati dopo lo scioglimento del gruppo: e così abbiamo Ringo Starr che in Early 1970 commenta l’amara fine dei Beatles, George Harrison che sfoga un suo litigio con Paul in Wah Wah, mentre McCartney e Lennon si scambiano accuse, rispettivamente, con Dear Friend e How Do You Sleep?. Altre frecciate da parte di George, verso Paul ma anche John, si trovanon in Living In The Material World. Altre beghe contrattuali e giudiziare in Sue Me Sue You Blues, ancora con Harrison, che tuttavia è l’autore della prima canzone-omaggio a Lennon, All Those Years Ago (nella foto, la copertina del singolo), cosa che anche McCartney farà con la sua Here Today. Invece la morte prematura dello stesso George sarà ricordata da Ringo in Never Without You. Altri riferimenti espliciti ai Beatles in quanto tali si trovano in God di John, in I’m The Greatest di Ringo e in When We Was Fab di George.

In realtà i riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono molti di più: ricordo la tesi d’uno studente australiano che affermava come la maggior parte delle canzoni dei Beatles scritte da John e Paul fosse un continuo botta & risposta fra i due: e così, per esempio, se John sceglieva di cimentarsi con la cover di Money (That’s What I Want), Paul rispondeva con la sua Can’t Buy Me Love. Altri riferimenti a McCartney si trovano in You Can’t Do That e Glass Onion, mentre pare che il bassista fosse anche il destinatario di Back Off Boogaloo, uno dei primi pezzi solisti di Ringo, e nella conciliatoria I Know (I Know) di John. E’ un aspetto molto interessante nel canzoniere dei Beatles che meriterebbe un post tutto per sé… per ora andiamo avanti, con esempi presi da altre discografie.

Passando ai Pink Floyd, abbiamo l’arcinota Shine On You Crazy Diamond che ci ricorda Syd Barrett con struggente nostalgia, così come Wish You Were Here e Nobody Home. Ma è dopo la dolorosa defezione di Roger Waters che i componenti dei Floyd iniziano a battersi con le canzoni: e così per un David Gilmour che, rivolgendosi al burbero bassista, canta You Know I’m Right, abbiamo un Waters che replica in Towers Of Faith… ‘questa band è la mia band’. In seguito Gilmour cercherà di essere più conciliante ma Waters seppe solo mandarlo affanculo… è quanto sembra emergere fra le righe di Lost For Words. Altri riferimenti a Barrett e allo stesso Waters si ritrovano in Signs Of Life, brano d’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Risentimenti vari anche in casa Rolling Stones: Mick Jagger e Keith Richards se li sono scambiati a vicenda negli anni Ottanta con, rispettivamente, Shoot Off Your Mouth e You Don’t Move Me. Rabbia verso altri (ex) partner musicali si trovano anche in F.F.F. dei PiL (indirizzata a Keith Levene, solo pochi anni prima affettuosamente ritratto in Bad Baby), in This Corrosion dei Sisters Of Mercy (l’indirizzo è quello di Wayne Hussey), in Fish Out Of Water dei Tears For Fears di Roland Orzabal (il destinatario è ovviamente Curt Smith) e sopratutto in Liar dei Megadeth, ovvero una scarica di pesanti insulti verso l’ex chitarrista Chris Poland.

In casa Queen siamo invece addolorati per la morte di Freddie Mercury: ce lo cantano Brian May con la sua Nothin’ But Blue (alla quale partecipa pure John Deacon) e Roger Taylor con Old Frieds. Ma trasudano tristezza anche Wish You Were Here dei Bee Gees e Knock Me Down dei Red Hot Chili Peppers: nella prima si piange la morte prematura di Andy Gibb, fratello più giovane di Barry, Robin e Maurice, nella seconda si piange invece quella del chitarrista Hillel Slovak. Ancora in casa Chili Peppers, fra l’altro, in Around The World del 1999 viene citato anche il sostituto di Slovak, il più noto John Frusciante.

Sentimenti di rivalsa invece con Don’t Forget To Remember dei Bee Gees, Solsbury Hill di Peter Gabriel, We Are The Clash dei Clash, Why? di Annie Lennox e No Regrets di Robbie Williams: la prima è un monito a Robin Gibb (in quel momento fuori dai Bee Gees), la seconda parla del perché Peter ha deciso di mollare i Genesis, la terza è rivolta da Joe Strummer contro Mick Jones, la quarta è indirizzata a Dave Stewart, partner della Lennox negli Eurythmics, mentre la quinta è rivolta al resto dei Take That, per i quali Robbie non prova ‘nessun rimorso’.

Altri riferimenti più o meno velati ai propri (ex) compagni di gruppo si trovano in Dum Dum Boys di Iggy Pop, Public Image dei PiL, The Winner Takes It All degli Abba, Should I Stay Or Should I Go? dei Clash, The Bitterest Pill dei Jam, In My Darkest Hour dei Megadeth. Ne conoscete degli altri? Sono sicuro che ce ne sono molti ma molti di più!

– Mat

(ultimo aggiornamento il 2 marzo 2009)

Simple Minds, “Street Fighting Years”, 1989

simple-minds-street-fighting-years-immagine-pubblica“Street Fighting Years” dei Simple Minds è uno di quei dischi dei quali volevo parlare fin da quando ho iniziato a scrivere sul blog. Solo che passa oggi & passa domani, cita quel disco & recensisci quell’altro, sono in debito con esso da due anni. Spero ora di rimediare dedicandogli un post decente… in caso contrario, ed è una eventualità del tutto possibile, avrò almeno colmato qui una mia lacuna.

Allora, detto in confidenza fra noi, cari affezionati lettori, “Street Fighting Years” è il miglior album dei Simple Minds, l’album che, giunto a dieci anni esatti dal debutto della band scozzese con “Life In A Day” (1979), segna la maturazione definitiva del gruppo di Jim Kerr e compagni. Dopo “Street Fighting Years” i Simple Minds continueranno a realizzare grandi canzoni (See The Lights, She’s A River, fino alla più recente Home, tanto per fare degli esempi) ma nessun album valevole quanto questo. E forse non è un caso che “Street Fighting Years” sia l’ultimo album dei nostri col tastierista Michael McNeil ancora nei ranghi. Cosa che mi fa pensare che, senza nulla togliere al talento del cantante Jim Kerr e del chitarrista Charlie Burchill, il vero motore del gruppo era proprio il buon Michael.

E’ anche un lavoro che si discosta parecchio da quello che i Simple Minds ci avevano fatto sentire fra il 1979 e il 1985: “Street Fighting Years” è un album privo dell’energia positiva dei primi album del gruppo, ma non per questo privo di vitalità. E’ invece l’album più epico e solenne mai pubblicato dai nostri, costato un anno di lavoro e composto perlopiù da imponenti ballate acustiche, ricche di poesia e di arrangiamenti grandiosi. Uno dei dischi più belli usciti negli anni Ottanta, uno di quei dischi dove la classificazione pop-rock sta davvero troppo stretta.

Basterebbe la sola sequenza dei primi quattro brani – la progressiva Street Fighting Years, scritta in memoria di Victor Jara, la mistica Soul Crying Out, la potente Wall Of Love e la sinuosa This Is Your Land – per giustificare la presenza di questo lavoro nella collezione di ogni amante di musica. Se poi aggiungiamo che l’album contiene quella che forse è la canzone migliore dei Simple Minds, vale a dire la famosa & profetica Mandela Day (scritta e pubblicata quando Nelson Mandela era ancora imprigionato), beh, verrebbe quasi da dire che questo album è un must per gli appassionati di musica leggera.

All’epoca Mandela Day – accoppiata all’epica Belfast Child, altra perla tratta da questo “Street Fighting Years” – venne pubblicata in un singolo intitolato “Ballads Of The Streets”, un singolo che volò al primo posto della classifica inglese. Il che è tutto dire per due canzoni non certamente facilotte e di rapida presa. Ah, dimenticavo, ciò vale anche per l’album nella sua totalità, dato che anch’esso raggiunse la prima posizione delle charts britanniche.

Gli altri brani presenti in “Street Fighting Years” non sono comunque da meno: abbiamo il trascinante rock di Take A Step Back, l’aggressivo pulsare di Kick It In, la consolatoria Let It All Come Down e una grande reinterpretazione di Biko, una delle canzoni più memorabili di Peter Gabriel. Nella versione in ciddì dell’album è inclusa un’undicesima composizione, When Spirits Rise, un bel brano strumentale di musica celtica, con tanto di cornamuse in bella mostra.

Grande pure dal punto di vista dei musicisti coinvolti, questo “Street Fighting Years”: vi troviamo, fra gli altri, il batterista Manu Katché, il bassista Stephen Lipson (qui anche in veste di produttore, assieme a Trevor Horn), Lou Reed in un breve ma memorabile cameo vocale, e Stewart Copeland, il mitico batterista dei Police.

Insomma, un disco grande sotto ogni punto di vista, “Street Fighting Years”, il capolavoro assoluto dei Simple Minds. Peccato solo che, sotto certi aspetti, sia anche stato il canto del cigno della band scozzese. Forse però, a ben pensarci, un tale stato di grazia si raggiunge una sola volta in carriera. Chissà.

– Mat

Peter Gabriel, 1980

hs_PG3_UMGI_Vinyl-12_Gatefold_6mmSpine_OUT_RI_AUG10.inddNel corso del weekend ho avuto modo di riascoltarmi con gran piacere i tre album di Peter Gabriel che più amo: gli omonimi del 1980 e del 1982, e “So” del 1986. Il ‘ripasso’ m’è sembrato così un’ottima occasione per scrivere un post su uno di questi dischi, in tal caso l’album “Peter Gabriel” del 1980, celebre per i singoli I Don’t Remember, Games Without Frontiers e la magnifica Biko.

Dopo i suoi primi due album solisti, pubblicati nel 1977 e nel ’78, l’ex cantante dei Genesis si ripresentò nell’80 con quello che fino ad allora era il suo lavoro più organico, coraggioso e in definitiva dal maggior riscontro commerciale. Insomma, l’album dove Peter Gabriel gettò le fondamenta del suo tipico stile musicale, divenendo in pochi anni quell’artista carismatico e dalle sonorità peculiari che tutti gli appassionati conoscono, famosissimo tuttora. Vediamo quindi questo lavoro traccia dopo traccia, per un totale di dieci pezzi.

1) Scandita dalla secca batteria di Phil Collins in tempo medio, l’iniziale Intruder ci svela già le principali caratteristiche dell’album: grande enfasi su tamburi e percussioni, scarni arrangiamenti dove la versatile voce del nostro si staglia su una base di piano o più frequentemente di sintetizzatore, chitarre taglienti (quasi sempre in sottofondo) e atmosfera complessiva piuttosto dark.

2) La ritmata No Self Control si segnala soprattutto per la grande prova vocale di Peter: in effetti, per chi ama quest’artista, la canzone suona inconfondibilmente gabrieliana. La chitarra, qui suonata da uno dei più assidui collaboratori del nostro, David Rhodes, è più evidente così come la batteria di Phil, mentre alla voce di Kate Bush sono affidati alcuni cori.

3-4) Start è un breve brano sintetizzato arricchito dal sassofono di Dick Morissey; in realtà siamo alle prese con l’introduzione della canzone successiva, la potente I Don’t Remember, che resta una delle mie preferite nel repertorio di Peter Gabriel. Molto coinvolgente e potente la batteria di Jerry Marotta, con le parti di basso (grandiose) affidate ad un altro collaboratore di lunga data, Tony Levin. Tre i chitarristi presenti in I Don’t Remember (e si sente!): il già citato Rhodes, Dave Gregory degli XTC e l’inconfondibile Robert Fripp. Da segnalare, infine, la grande prova vocale di Peter.

5) Family Snapshot è il brano dell’album che più ricorda i trascorsi di Peter nei Genesis: basata su un vero fatto di cronaca, la canzone inizia lenta per solo piano (suonato dallo stesso Gabriel) & voce; in seguito l’arrangiamento s’arricchisce col basso di John Giblin, gli effetti tastieristici di Larry Fast e il sax di Morissey, mentre in sottofondo batteria & percussioni iniziano a scaldarsi; il tutto poi esplode in una sorta d’arrembante corsa per poi stemperarsi sul finale in una sequenza davvero molto emozionante. Anche in questo caso mi sembra che si possa parlare senz’ombra di dubbio di una delle migliori canzoni di Gabriel.

6) La successiva And Through The Wire è la canzone che più s’avvicina ad una classica performance pop-rock e forse per questo motivo suona come il brano meno riuscito dell’album. Da segnalare, comunque, la partecipazione alla chitarra del grande Paul Weller, all’epoca ancora nei Jam.

7) Games Without Frontiers è un’altra delle mie canzoni preferite fra quelle del Gabriel solista. In questo caso la parte chitarristica e quella percussiva sono magistralmente concatenate, con tutti gli effetti sovraincisi a rendere questo pezzo ancora più interessante, compresa un’altra partecipazione vocale della Bush e il coro fischiettato da Peter stesso con Steve Lillywhite e Hugh Padgham, rispettivamente produttore e tecnico del suono di questo disco.

8-9) Not One Of Us è forse l’unico punto debole del lavoro che stiamo esaminando: non una brutta canzone ma forse un pezzo un po’ sfocato, salvato più che altro da un vigoroso arrangiamento. Molto più interessante mi sembra la successiva Lead A Normal Life, un brano minimale di grande suggestione atmosferica: perlopiù strumentale, l’uso del piano circondato da lievi effetti percussivi ricorda un po’ le colonne sonore create da Vangelis.

10) La conclusiva Biko è invece una delle pietre miliari nella discografia gabrieliana: un omaggio al leader antiapartheid Stephen Biko – ucciso dalla corrotta polizia sudafricana nel settembre 1977 – ma anche uno straordinario canto di protesta, scandito da un lento ma minaccioso schema percussivo, da lontane & lancinanti tessiture di chitarra e da un emozionante & coinvolgente coro finale. Un brano indimenticabile, Biko, imponente & solenne, di certo uno dei vertici creativo-espressivi della musica degli anni Ottanta.

– Mat