David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri, Mick Karn, “Rain Tree Crow”, 1991

rain-tree-crow-david-sylvian-steve-jansen-richard-barbieri-mick-karnIl periodo storico: a cavallo tra il 1989 e il 1990. I paesi dove sono avvenute le registrazioni: l’Inghilterra, l’Irlanda, la Francia, e anche la nostra Italia. I musicisti coinvolti: David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri, Mick Karn. L’obiettivo: la reunion dei Japan dopo il clamoroso scioglimento seguìto agli album “Tin Drum” e “Oil On Canvas” dei primi anni Ottanta. Il metodo: una serie di sedute dove la musica improvvisata la fa da padrona. Il risultato finale: un disco notevole pubblicato dalla Virgin dopo molti contrattempi, una reunion mancata, il mix finale di David Sylvian che scontenta gli altri, una crepa nei rapporti interpersonali che durerà anni.

Insomma, il disco che doveva segnare un nuovo inizio per i Japan viene invece ricordato per essere il loro testamento artistico, e per giunta sulla lapide non c’è scritto nemmeno Japan, bensì Rain Tree Crow. E’ con questo enigmatico nome, infatti, che Sylvian, Jansen, Barbieri e Karn rinnovarono il contratto con la Virgin, proponendo così una nuova edizione dei Japan che potesse rinascere negli anni Novanta, e chissà, magari anche oltre. E invece no, niente da fare. Potevano anche vantare un nuovo nome, eppure i nostri quattro protagonisti ricorsero alle vecchie, deleterie dinamiche di gruppo. I soldini, inoltre, finirono prima del previsto, e la Virgin acconsentì a finanziare ulteriormente il progetto a patto che la band tornasse a farsi chiamare Japan. Tutti d’accordo. Tutti tranne uno, David Sylvian. Il quale sborsò di tasca propria i soldi necessari alla conclusione dei lavori ma che, inevitabilmente, finì con l’impossessarsi del progetto, e col dare la veste definitiva all’album, che quindi fu chiamato “Rain Tree Crow”, come il nome stesso della “nuova” band.

Questa la storia dei musicisti coinvolti, altra è comunque la resa finale del cosiddetto prodotto finito. Un prodotto che a me è sempre piaciuto, con buona pace delle intenzioni originarie di chi l’ha concepito. “Rain Tree Crow” è un album alternativo, un ibrido pop-rock che spesso & volentieri sfocia nello sperimentalismo e nella cosiddetta musica ambient, dove i brani cantanti si alternano ad altri completamente strumentali. Eppure è un disco molto dinamico, anche nei momenti più quieti, grazie alla grande varietà di strumenti musicali e alle tecniche da sala d’incisione impiegati che lo rendono ricco di sfumature, le quali possono continuare a cogliersi ascolto dopo ascolto, anche col passare degli anni. Di “Rain Tree Crow” ne comprai una copia usata sul finire degli anni Novanta, quando stavo iniziando a interessarmi definitivamente all’arte di un musicista, David Sylvian, che ho sempre apprezzato: da lui sono passato ai Japan e quindi, inevitabilmente, a questa inconsueta e sfortunata (?) reunion a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Mi è piaciuto così tanto, questo “Rain Tree Crow”, che non soltanto continuo ad ascoltarlo con immutato interesse anche oggi, ma che addirittura sono andato a comprarmene una seconda copia, un’edizione giapponese della prima ora, con tanto di libretto dei testi e confezione a mo’ di cofanetto. Ci ho speso un po’ ma ne è valsa la pena. Brani come Every Colour You Are, come Red Earth (con la chitarra di Phil Palmer a fare la differenza, come sempre), come Pocket Full Of Change, come Blackwater (il brano più convenzionalmente pop in scaletta, opportunamente edito anche su singolo, in quel lontano 1991), come Cries And Whispers sono da molti anni tra i miei favoriti nell’intero catalogo sylvianiano, tutti felicemente amalgamati in un disco che trovo piacevole all’ascolto anche mentre sono alla guida.

– Mat

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David Sylvian, “Secrets Of The Beehive”, 1987

david-sylvian-secrets-of-the-beehive-immagine-pubblica‘Settembre è di nuovo qui’ canta serenamente David Sylvian nel brano che apre quello che molto probabilmente è il suo album da studio più bello ed emozionante, “Secrets Of The Beehive”, pubblicato dalla Virgin nel 1987.

Un album che oggi, primo settembre, sono andato a riascoltarmi subito con grande piacere: questo è uno dei miei dischi preferiti e settembre è uno dei miei mesi preferiti. Una combinazione pressoché perfetta, anche se il disco non è di facile recensione. Posso solo dire d’averci provato, ecco.

Il brano che abbiamo appena citato è, appunto, September, poco più d’un minuto per piano e voce, quella calda e bellissima di David. L’orchestrazione discreta è invece opera di quel mago degli arrangiamenti e delle ambientazioni sonore che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto. Anzi, il riuscito connubio Sylvian-Sakamoto si ripete per tutte le altre tracce di “Secrets”.

Dopo la poesia minimale di September, troviamo The Boy With The Gun, un grande brano melodico che mette in risalto il nuovo approccio voluto da Sylvian per la sua musica dell’epoca: un sound più acustico, più suonato e pulito ma al tempo stesso più lieve, quasi minimale.

La successiva Maria è un pezzo decisamente dark, quasi gotico: la voce profonda di Sylvian – in alcuni casi raddoppiata – e la tetra atmosfera sonora resa da Sakamoto creano uno dei brani più suggestivi dell’intera discografia di David. Segue la splendida ed elegante Orpheus, semplicemente una delle canzoni più belle di Sylvian e, di fatto, uno dei vertici espressivi di quest’album. E’ un brano di gran classe, all’epoca edito anche su singolo, che forse giustifica da solo l’acquisto di “Secrets Of The Beehive”.

Poi è la volta d’un altro brano d’atmosfera, The Devil’s Own, una lenta filastrocca scandita dal piano. Anche qui siamo in presenza di una delle canzoni più suggestive del nostro, una canzone dalla quale è difficile non farsi ammaliare. La successiva When Poets Dreamed Of Angels è un pezzo d’immensa classe che unisce gli umori intimisti, comuni a tutto il disco, col flamenco, la cui chitarra è qui affidata al bravissimo Phil Palmer (è quello che suona quegli strabilianti assoli nella Con il nastro rosa di Lucio Battisti, per capirci).

Se con Mother And Child siamo ancora in presenza d’una filastrocca – principalmente acustica – con la successiva Let The Happiness In troviamo un lungo brano meditabondo, caldo e disteso, dall’effetto cullante con l’impiego in bella mostra delle percusioni di Steve Jansen (il fratello di David, già nei Japan e presente anche in altri brani di “Secrets”). La conclusiva Waterfront è una struggente & indimenticabile canzone per voce – David – e piano – Ryuichi – sostenuta dal sapiente e mai invadente uso dell’orchestra, sempre a cura di Ryuichi.

Fin qui, la splendida versione su elleppì di “Secrets Of The Beehive”, mentre in ciddì (negli anni Ottanta, per lanciare il nuovo supporto, vi s’inserivano brani aggiuntivi) è inclusa un’ulteriore perla: la rilettura di Forbidden Colours, brano che il duo Sylvian-Sakamoto aveva già realizzato nel 1983. Forbidden Colours è in assoluto una delle mie canzoni preferite e la versione originale non si tocca: tuttavia, questa del 1987, col suono minimale ricreato dal trio Sylvian-Sakamoto-Jansen è, come dicevo, un’autentica perla.

Se volete procurarvi il ciddì di “Secrets Of The Beehive” con Forbidden Colours state però attenti alla ristampa: in quella recente del 2003 non è inclusa; al suo posto figura l’ugualmente bella Promise (The Cult Of Eurydice), un B-side tratto da uno dei singoli. Mi chiedo perché la casa discografica non abbia incluso entrambe le canzoni, dato che ce n’era tutto lo spazio… mah, misteri insondabili del marketing discografico.