George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Mat

John Lennon, “Imagine”, 1971

john-lennon-imagine-album-immagine-pubblicaForse “Imagine” non sarà l’album più bello di John Lennon – io gli ho sempre preferito il precedente “John Lennon/Plastic Ono Band” – ma solo per il fatto di contenere la celeberrima Imagine, di sicuro la sua canzone più popolare e una delle più conosciute al mondo, rende di fatto quest’album almeno il più famoso nella discografia solista del Beatle.

Come in “John Lennon/Plastic Ono Band”, anche in “Imagine” il nostro si fece aiutare da un ex collega: se nell’album precedente figurava Ringo Starr, in questo è presente George Harrison, segno che John non riusciva ancora a staccarsi da un certo ambiente a da un certo tipo di suono. C’è da dire, tuttavia, che “Imagine” fu l’ultimo album registrato da Lennon nella nativa Inghilterra, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti: lo stesso video di Imagine ce lo mostra al pianoforte a coda bianco, nella sua immensa magione di Tittenhurst Park. Da questo punto di vista, “Imagine” può considerarsi un album che chiude un ciclo iniziato nove anni prima coi Beatles.

Ora passiamo alle singole canzoni contenute nell’album, dieci in tutto, esaminandole brevemente una dopo l’altra…

1) Si comincia subito alla grande, con la stessa Imagine, un brano tanto semplice quanto emozionante che non ha certo bisogno di presentazioni. Credo che possa rientrare fra le dieci canzoni più famose al mondo… è anche una delle più reinterpretate dagli altri artisti e, molto probabilmente, una delle canzoni più amate dalla gente. Più che altro, Imagine è ormai un autentico pezzo di storia della musica.

2) Crippled Inside, che figura George Harrison al dobro, suona come uno scanzonato brano country, non troppo in linea con lo stile lennoniano. Resta comunque un piacevolissimo esercizio di stile che non guasta dopo le atmosfere tese (e a tratti lugubri) di “John Lennon/Plastic Ono Band”.

3) Jealous Guy, terzo brano in programma, è secondo me una delle più belle creature lennoniane mai messe su nastro, con o senza i Beatles. Risale comunque all’era dei Fab Four, giacché venne provinata diverse volte fra il maggio ’68 e il gennaio ’69, quando ancora si chiamava Child Of Nature. Ad un testo molto personale si unisce una musica dolce & malinconica, che fa di questa Jealous Guy una ballata indimenticabile e una delle cose più belle che io abbia mai sentito.

4-5) It’s So Hard è un aspro e monotono blues, appena appena ingentilito dal sax di King Curtis, mentre coi suoi sei minuti eppassa di durata, I Don’t Want To Be A Soldier è il brano più lungo dell’album. Veramente un po’ troppo lungo, dato che il pezzo – dall’arrangiamento caldo e pastoso, anch’esso arricchito dal sax di Curtis – è alquanto ripetitivo. Come s’intuisce fin dal suo titolo, questa canzone è antimilitarista, e vi partecipa nuovamente George Harrison, stavolta alla chitarra slide.

6) Sempre con George alla chitarra (la solista in questo caso), la dimessa e aspra Give Me Some Truth ci riporta alle sonorità scarne e disincantate dell’album precedente, quel “John Lennon/Plastic Ono Band” già citato più volte. Anni dopo, verso la fine del decennio, i Generation X di Billy Idol ne faranno una cover punkeggiante, ma questa è un’altra storia.

7) Oh My Love è invece una delicatissima ballata guidata dal piano, un pezzo davvero molto dolce, unica canzone di questo disco accreditata anche a Yoko Ono (per quanto pare che anche la stessa Imagine sia basata su una poesia giovanile scritta da Yoko…). In Oh My Love figura anche George Harrison, che tocca lievemente le corde di una chitarra acustica.

8) Lo strisciante e lamentoso rock di How Do You Sleep? è uno dei pezzi più dolorosi scritti da Lennon: è una dura frecciata contro Paul McCartney, in risposta alla sua Dear Friend (inclusa nell’album dei Wings “Wild Life”), accusandolo di non aver imparato nulla in questi anni e di aver fatto soltanto una cosa buona, cioè l’aver fatto Yesterday. In definitiva, John chiede a Paul come faccia a dormire la notte, e il tutto è forse ancora più significativo se si pensa che al brano partecipi anche George. Tuttavia, in seguito, Lennon avrà modo di ritrattare le sue accuse e di ricucire un rapporto decente con l’ex partner musicale.

9) La delicata e toccante How? è uno dei brani di quest’album che preferisco: piano, basso e batteria, il tutto abbellito da linee orchestrali, per un altro pezzo semplice e diretto, tipico dello stile più intimista di John Lennon.

10) La conclusiva Oh Yoko! è chiaramente un omaggio di John alla propria moglie, creando per l’occasione una dolce e ritmata melodia in chiave country. E’ una canzoncina facile facile ma suonata con gusto, perfetta per chiudere l’album su note di leggerezza.

Prodotto dallo stesso John Lennon con la moglie Yoko e il celeberrimo Phil Spector, “Imagine” riscosse subito un grande successo di pubblico (tanto per dire, si piazzò al primo posto della classifica americana…) e critica, quantomeno per essere l’album più accessibile e omogeneo nell’intera discografia solista del nostro. Un disco forse non perfetto ma memorabile. Questo sì.

– Mat

The Beatles, “Let It Be”, 1970

the-beatles-let-it-be-album-immagine-pubblicaQuando si parla degli album dei Beatles, si citano quasi sempre capolavori come “Revolver” e l’album bianco, per non dire di “Sgt. Pepper” e “Abbey Road”. Anche la prima produzione del gruppo, quella del periodo 1962-65 (in particolare l’album “Rubber Soul”), è sempre molto considerata. Un po’ meno il disco conclusivo dei Beatles, “Let It Be”, certamente un album non all’altezza di quelli che l’avevano preceduto fino a pochi anni prima ma non per questo un disco minore. Anzi.

Sarà perché contiene due fra le più belle & toccanti canzoni dei Beatles (e pure del mondo…), vale a dire le maccartiane Let It Be (anche se la versione che preferisco è quella edita su singolo) e The Long And Winding Road, questo “Let It Be” resta pur sempre uno dei miei dischi preferiti, uno degli intoccabili nella mia collezione.

La storia di quest’ultimo album dei Fab Four è arcinota agli appassionati: prevalentemente inciso in caotiche sessioni nel gennaio del 1969, prima ai Twickenham Studios e in seguito agli Apple Studios degli stessi Beatles, l’album era allora chiamato “Get Back” e doveva servire da colonna sonora per un docufilm omonimo diretto da Michael Lindsay-Hogg. Ma gli scazzi crescenti fra i quattro, nonché pressioni finanziarie e – cosa da non sottovalutare – generale stanchezza fecero sì che il progetto venisse accantonato per oltre un anno, durante il quale i Beatles ebbero modo d’incidere un altro album, quello sì l’ultimo, il superbo “Abbey Road”.

Ripescato nella primavera del 1970, dopo i vani tentativi del produttore Glyn Johns di mettere insieme una sequenza di brani che soddisfacesse i Beatles, il materiale venne infine affidato al più noto dei produttori, l’americano Phil Spector che – probabilmente ad insaputa di Paul McCartney – applicò il suo caratteristico ‘wall of sound’ alle canzoni dei nostri, editando le tracce dove secondo lui era necessario. Raddoppiò così la durata di I Me Mine, sovraincise l’orchestra alla stessa I Me Mine, a The Long And Winding Road e ad Across The Universe e fece piccole operazioni di edit e di riverbero sonoro dove ancora secondo lui era necessario.

A quel punto, però, i Beatles erano davvero finiti: scoperto il lavoro di Spector e l’imminenza della pubblicazione dell’album (prevista per l’8 maggio 1970) che a quel punto venne chiamato “Let It Be”, Paul fece sapere a tutto il mondo di aver lasciato il gruppo. Fu così che “Let It Be”, anticipato dai singoli Get Back dell’aprile ’69 e dalla stessa Let It Be del marzo ’70, uscì praticamente postumo, coi quattro componenti del gruppo già avviati sulle rispettive strade solistiche.

E l’album? Originariamente doveva rappresentare il suono dei Beatles ‘secondo natura’, senza gli abili e ormai celeberrimi stratagemmi produttivi messi in atto dai Beatles e dal loro geniale produttore George Martin negli anni precedenti. In realtà, già durante le fasi di assemblaggio di quello che doveva chiamarsi “Get Back”, le canzoni subirono diverse sovraincisioni e accorgimenti postproduttivi, che divennero la norma con la partecipazione di Phil Spector al progetto. Insomma, le dodici canzoni contenute in “Let It Be” sono sì più grezze ed essenziali di quelle registrate prima (ma anche dopo, vedi la splendida resa sonora di “Abbey Road”) ma nemmeno tanto se paragonate ad alcune di quelle contenute nell’album bianco (The Continuing Story Of Bungalow Bill, Birthday, Helter Skelter o Yer Blues, solo per fare alcuni esempi).

Dodici canzoni, dicevo, fra le quali le magnifiche ballate maccartiane di Let It Be e The Long And Winding Road, ma anche il serrato country-rock di Get Back (altra creazione di Paul), la poetica Across The Universe (in realtà incisa nel febbraio ’68 e qui riprodotta dall’immarcescibile Spector) che resta una delle più sognanti creazioni di John Lennon, la ruggente I’ve Got A Feeling, il dolce country d’apertura di Two Of Us e l’appassionata Dig A Pony. In mezzo due gradevoli composizioni di George Harrison come I Me Mine e For You Blue, il ripescaggio dall’era beat di One After 909 (incisa ad Abbey Road nel 1963 ma rimasta inedita in quella forma fino al progetto “Anthology” di metà anni Novanta) e le certamente inutili ma divertite Dig It (in realtà pochi secondi estratti da un’esibizione piuttosto lunga – dodici minuti – anche se evidentemente monotona) e Maggie Mae (breve improvvisazione basata su una canzonaccia popolare di Liverpool). Molto più defilato il buon Ringo Starr, che né presenta una sua composizione e né canta alcuna canzone; evidentemente si sentiva molto a disagio in quelle sedute e così s’è limitato ad eseguire gli ordini, tuttavia è ottima la sua prestazione batteristica in tutto l’album, soprattutto per quanto riguarda il sound compatto di Get Back.

Nonostante i ritardi di pubblicazione, le controversie legali e artistiche fra i Beatles e l’annuncio di Paul, l’album “Let It Be” riscosse comunque un grande successo commerciale, come voleva la tradizione discografica beatlesiana. E così, quello che è l’unico album dei nostri pubblicato negli anni Settanta, resta anche uno dei dischi più belli editi in quel decennio. La prima tiratura di “Let It Be” figurava una lussuosa edizione (vedi foto sopra) contenente, oltre all’elleppì, un libro fotografico con scatti tratti dal film e dalle prove in studio.

Il resto delle numerose canzoni (originali e cover di altri artisti) provinate nel corso di quelle turbolenti e caotiche sedute del gennaio 1969 hanno fatto la fortuna di numerose edizioni pirata: alcune registrazioni come la maccartiana Teddy Boy e la cover di Mailman, Bring Me No More Blues sono state ripulite ed incluse in “Anthology 3” (1996) e altre su “Let It Be… Naked” (2003, una versione rivista dell’album che meriterebbe un post a sé) ma la maggior parte del materiale (qui ricordo le cover di Save The Last Dance For Me e The Walk ma anche una primordiale versione di Isn’t It A Pity di George Harrison) resta tuttora ufficialmente inedito. Sarebbe utile la pubblicazione futura d’un cofanetto intitolato “The Complete Get Back/Let It Be Sessions”. Ma magaaaari!

– Mat

John Lennon, “John Lennon/Plastic Ono Band”, 1970

john-lennon-plastic-ono-band-album-1970Spesso anche i fan beatlesiani più convinti hanno criticato a Paul McCartney l’incostanza di alcuni suoi dischi, cioè il fatto che accanto a grandi canzoni nello stesso album figurassero brani minori del tutto trascurabili. A mio modesto avviso non è che il ben più quotato John Lennon abbia fatto molto di meglio; tuttavia c’è almeno un album lennoniano che considero consistente nel vero senso del termine: “John Lennon/Plastic Ono Band”.

Pubblicato alla fine di quel fatidico 1970 che vide la conclusione della parabola artistica dei Beatles, “John Lennon/Plastic Ono Band” segna per il nostro un punto d’arrivo e un punto di partenza al contempo: la fine del periodo beatlesiano e degli ideali del 1967-68, l’inizio della sua carriera solista e la parallela presa di coscienza come artista impegnato per i diritti civili. Il John Lennon che il pubblico conoscerà negli anni Settanta sarà molto diverso dal gioviale componente dei Beatles negli anni Sessanta e la sua musica finirà col risentirne parecchio.

Questo è un album piuttosto scarno, dai testi duri, disillusi, molto autobiografici, per quello che è uno dei lavori più crudi e sinceri mai proposti da un musicista pop-rock. John Lennon non si fece infatti scrupoli ad esternare i suoi demoni e i suoi tormenti esistenziali, anche all’indomani della fine del mito Beatles: dopo che lui e Yoko Ono si sottoposero ad alcuni mesi di terapia primal scream condotta dal medico Arthur Janov, in modo da affrontare vecchi traumi infantili (soprattutto la prematura morte della madre, un tema che ricorre nel disco in questione), John tornò negli studi di Abbey Road nel settembre ’70 con pochi ma fidati amici – Ringo Starr (batteria), Klaus Voormann (basso), Billy Preston (piano) e la stessa Yoko – per produrre, assieme al celeberrimo Phil Spector, quello che ritengo essere il suo miglior album da solista.

Le undici canzoni contenute qui sono state messe su nastro in poche take, alcune praticamente in presa diretta, probabilmente come reazione da parte di Lennon all’esasperante perfezionismo dei grandi capolavori beatlesiani del periodo 1966-69. S’inizia in modo alquanto tetro, con delle campane che suonano a morto: poi entra l’aspro canto di John e l’implacabile e monotona batteria di Ringo per quella che è una rabbiosa e indimenticabile ballata, Mother. La ben più mite Hold On è invece una ballata dove John infonde coraggio a se stesso – ma anche a Yoko e al mondo intero – nel tenere duro e nel cercare di andare avanti; nonostante tutto, il tipico ottimismo beatlesiano sembra ancora intatto.

I Foud Out, dal ritmo più serrato e secco, figura un altro cantato aspro da parte di John, il quale annuncia che finalmente ha aperto gli occhi sulla realtà che lo circonda, citando anche un certo Paul. La nota Working Class Hero è una canzone acustica che figura il solo Lennon con la sua chitarra: su ipnotici accordi, John canta un testo duro e disincantato, memore dello stile di Bob Dylan ma al contempo così tipicamente lennoniano. Con Isolation ritroviamo un po’ di dolcezza in quella che è una canzone davvero memorabile, una delle mie preferite nel catalogo di John: una ballata pianistica, anch’essa così tipicamente lennoniana, forte di una bella melodia e d’un indimenticabile bridge (‘I don’t expect you / to understand’ / ecc…) che poi sarà ripreso per vari provini di Real Life.

Caratterizzata da un incalzante pianoforte quale principale strumento ritmico, Remember si segnala soprattutto per la bella prova vocale da parte del nostro. Le fa seguito la famosa Love, un brano tanto semplice quanto bellissimo, fra i pezzi lennoniani più amati di sempre, dolcissimo in tutta la sua delicatezza acustica. Da segnalare, in Love, l’unico contributo strumentale di Phil Spector a questo disco, accompagnando al piano John che suona la chitarra acustica.

La minacciosa Well Well Well è altro pezzo caratterizzato dal tono aspro e rabbioso della voce di John (sul finale diventa urlata, in una sorta di esercizio primal scream), col tutto sorretto abilmente dalla pestante batteria di Ringo e dal cupo basso di Klaus. Ritroviamo un altro momento di dolcezza con la placida Look At Me, sorella di Julia, brano dei Beatles datato 1968: scritte praticamente insieme, qui Lennon propone per la prima volta questa delicata e sentimentale ballata acustica.

Ed eccoci infine a God, della quale ho già parlato… per non ripetermi rimando a quel vecchio post… però questa è una signora canzone, come si può non parlarne?! Straordinaria, che altro dire… se amate i Beatles e non avete mai sentito God correte ad ascoltarla… vi sorprenderà!

La conclusione di “John Lennon/Plastic Ono Band” è però affidata alla breve ma triste My Mummy’s Dead, una lenta filastrocca acustica che suona lontana e gracchiante, come se fosse filtrata da una radio. Mi ha sempre colpito il fatto psicologico che il dolore assorbito da piccoli e rimosso dalla spensieratezza giovanile prima o poi torna dal fondo della coscienza per chiedere il conto, anche ad uno come John Lennon, che all’epoca aveva trentanni, aveva appena messo fine alla storia più bella dell’arte del Ventesimo secolo, i Beatles, era fresco sposo ed era ricchissimo.

– Mat

George Harrison, “Living In The Material World”, 1973

george harrison living in the material world immagine pubblicaAssieme al monumentale “All Things Must Pass” (1970), il più sentimentale “Living In The Material World” è il mio album preferito fra quelli del compianto George Harrison. Registrato dopo lo storico concerto per il Bangladesh, organizzato dallo stesso Harrison nell’estate ’71, “Living In The Material World” è il secondo album post-Beatles per George ed è quello che lo consacrò una volta per tutte come solista di successo. Vediamo uno ad uno gli undici brani che formano il disco originale.

Si comincia con la dolce ed indimenticabile Give Me Love (Give Me Peace On Earth), semplicemente una delle canzoni più belle di George; pubblicata come singolo apripista, Give Me Love volò meritatamente al 1° posto della classifica americana. Segue la dolente ma sarcastica Sue Me Sue You Blues, una stoccata sulle cause legali in corso a quel tempo fra i Beatles, in particolare fra Paul McCartney (forse il principale bersaglio della canzone) ed il resto del gruppo; caratteristica saliente di questo blues è l’uso della chitarra slide, suonata dallo stesso George.

Ma l’amarezza lascia di nuovo posto alla dolcezza e al sentimentalismo (caratteristiche salienti di questo lavoro), con la successiva The Light That Has Lighted The World, una delle canzoni più tenere del nostro; davvero magnifica, nient’altro da aggiungere. Segue la più ritmata Don’t Make Me Wait Too Long, forse il brano più beatlesiano del disco, che non avrebbe sfigurato affatto in un album come “Abbey Road” (1969). La canzone successiva, Who Can See It, è invece una delle più commoventi mai incise da George, romantica e appassionata, con un morbido & avvolgente suono di chitarra.

Con l’omonima Living In The Material World ritroviamo un ritmo più movimentato (e somigliante a Lucy In The Sky With Diamonds, sebbene accelerata): il brano è assai interessante per i suoi cambiamenti di tempo (più disteso nel ritornello, dove ricorda pure Within You Without You grazie al medesimo impiego di strumenti indiani), per l’arrangiamento (bello lo scambio di frasi tra sax e chitarra solista) e per la citazione nel testo della frase ‘John and Paul in the material world’, altra frecciata verso i suoi ex colleghi.

La successiva The Lord Loves The One (That Loves The Lord) è la canzone (un pop-blues piuttosto monotono) che amo meno di questo disco, seguìta però da una di quelle che amo di più, la meditabonda Be Here Now. Brano perlopiù acustico, Be Here Now è una delle cose più toccanti mai proposte da un Beatle, una gemma preziosa che forse da sola vale l’acquisto di tutto il disco. Try Some Buy Some è invece una collaborazione di George Harrison con Phil Spector, il più blasonato dei produttori, iniziata nel 1971: se l’ingombrante arrangiamento orchestrale ci riporta alle atmosfere del beatlesiano “Let It Be” (album prodotto dallo stesso Spector, così come “All Things Must Pass”), il brano in sé è un’altra dolce ed indimenticabile melodia offerta dal nostro.

La delicata The Day The World Gets ‘Round è un altro pezzo che ricalca alcune sonorità tipiche dei Beatles: l’orchestrazione, in particolare, ricorda Across The Universe, ma non manca un pizzico di The Long And Winding Road. Appropriatamente conclude il tutto la lieve e malinconica That Is All, un’altra grande canzone, splendida per sentimento, per un grande album.

Da segnalare, infine, alcuni musicisti che hanno contribuito ad arricchire questo lavoro autoprodotto dallo stesso George: il mitico Ringo Starr, il pianista/tastierista Nicky Hopkins, il batterista Jim Keltner e il bassista Klaus Voormann, amico dei Beatles fin dai tempi di Amburgo e frequente collaboratore anche di John Lennon.