Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life That We Really Want?”. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat

Annunci

Lucio Battisti, “Una Donna Per Amico”, 1978

lucio battisti una donna per amicoPuò una sola canzone giustificare l’acquisto d’un intero disco? Certamente. E può l’introduzione di quella sola canzone assolvere tutta un’opera d’arte? Ma sicuramente, se quella canzone si chiama Prendila Così e l’artista è Lucio Battisti. Una perla di canzone prossima agli otto minuti, impreziosita dagli assoli di sassofono di Derek Grossmith, pubblicata nel 1978 ma già proiettata stilisticamente negli anni Ottanta e forte d’una introduzione avvolgente, crepuscolare, pulsante, epica e drammatica. Quando dopo quarantasei secondi entra la voce di Lucio Battisti, sembra di entrare in un’altra dimensione, nella quale si viene spinti ancora più in là a venti secondi dal primo minuto, quando entrano pure gli archi sintetizzati. Ecco, basta questo minuto & mezzo d’un pezzo come Prendila Così per inserire l’album “Una Donna Per Amico” tra i più belli dell’intera produzione battistiana.

Ma un album è un album, e di belle canzoni ce ne sono anche altre, in questo “Una Donna Per Amico” che sto cercando di descrivere mentre le sue note in cuffia mi distraggono e mi confonde piacevolmente il corso dei pensieri. C’è Una Donna Per Amico, ovviamente, una delle canzoni italiane più famose di sempre, che unisce un ritmo disco a un testo nel quale ogni ascoltatore di sesso maschile potrebbe benissimo riconoscersi; c’è Donna Selvaggia Donna, dall’atmosfera morbidamente soffusa eppure vibrante come un carillon; c’è la deliziosa scenetta sentimentalquotidiana di Perché No; c’è Aver Paura d’Innamorarsi Troppo, a metà strada tra la classica melodia all’italiana e la musica caraibica, con tutta una parte corale che resta davvero da antologia.

C’è quindi un altro pezzo molto famoso chiamato Nessun Dolore, vagamente disco ma più elaborata rispetto a Una Donna Per Amico, c’è l’interessante pop-rock di Maledetto Gatto con tanto di talk-box applicato alla chitarra (un effetto utilizzato con efficacia anche dagli Eagles in Those Shoes del ’79, oltre che dai Pink Floyd in Keep Talking del ’94, ma ci sono anche altri esempi che ora non mi sovvengono… forse un pezzo di Bon Jovi?) e infine Al Cinema, il brano di chiusura dell’album – un po’ truce, a dire il vero – dove alcune situazioni cinematografiche sono messe a confronto con gli alti e i bassi d’una relazione sentimentale.

Registrato in Inghilterra col supporto di musicisti inglesi, d’un produttore inglese (Geoff Westley), d’un tecnico del suono inglese (quel Greg Walsh a sua volta promosso a produttore nei successivi progetti battistiani), un lavoro come “Una Donna Per Amico” rientra nella grossolana definizione di “album di musica italiana” soltanto perché i testi di Mogol, ovviamente scritti in italiano, sono cantati da Lucio Battisti in italiano. Perfino la foto di copertina – che a me è sempre piaciuta molto – è stata scattata in terra inglese.

-Mat

Pink Floyd, “The Final Cut”, 1983

pink floyd the final cut immagine pubblicaDa molti anni volevo scrivere un post su “The Final Cut”, l’ultimo album dei Pink Floyd con Roger Waters ancora in formazione, ma non ho mai trovato lo spunto adatto, nonostante si tratti d’un disco che possiedo e ascolto almeno dal 1995. In quella metà degli anni Novanta mi meravigliavo di come un disco come “The Final Cut” fosse pressoché sconosciuto non solo tra gli appassionati del rock ma anche tra gli appassionati degli stessi Pink Floyd. Eppure mi sembrava un gradissimo disco, degno seguito di “The Wall” (1979), o se non altro molto ma molto superiore ai due album che i Pink Floyd avevano realizzato in seguito, vale a dire “A Momentary Lapse Of Reason” (1987) e “The Division Bell” (1994).

Non è certamente un lavoro facile, “The Final Cut”, così decisamente poco pop, al quale certamente non giovò né l’assenza d’un singolo trainante (Not Now John, per quanto magnifica, non ha certamente lo stesso appeal di Another Brick In The Wall Pt. 2) e né la sofferta decisione in seno alla band di non intraprendere il consueto tour internazionale di concerti di supporto all’album. Nonostante tutto ciò, in quel lontano 1983, “The Final Cut” volò al primo posto della classifica degli album più venduti in molti Paesi, tra cui l’Italia; dieci anni dopo e dell’album sembrava non ricordarsene più nessuno.

Sulla scia dell’enorme successo di “The Division Bell” e della relativa tournée, la EMI tuttavia provvide a ridistribuire nel corso del 1994 tutti gli album dei Pink Floyd con audio remasterizzato e con grafica riveduta ed ampliata. Tra questi titoli figurava anche “The Final Cut”, ovviamente, e così io ne approfittai qualche tempo dopo per portarmene a casa una copia dopo che dell’album ne avevo sentito parlare in modo fantomatico nei primi anni Novanta, quando scoprii il fenomeno “The Wall” (disco e film) e mi appassionai così definitivamente ai Pink Floyd.

Un grandissimo disco, come ho già scritto sopra, un requiem per il sogno del dopoguerra, come lo indicò Roger Waters – l’autore di tutti i brani – nei crediti stessi dell’album, un requiem ad opera di Roger Waters ed eseguito dai Pink Floyd. Ecco un’importante distinzione: un’opera d’un solista eseguita da un gruppo. Gruppo che a quel punto aveva già perso un pezzo importante, vale a dire Richard Wright, fatto fuori da Waters col tacito consenso degli altri praticamente già durante la registrazione di “The Wall”. A questo punto si può obiettare che “The Final Cut” non sia un disco dei Pink Floyd ma piuttosto il primo vero album solista di Roger Waters. Io non la penso (più) così: ora che la vicenda umana & artistica di questa illustre band inglese è stata ampiamente storicizzata – e basta pensare che il suo primo album, “The Piper At The Gates Of Dawn”, è stato pubblicato la bellezza di cinquanta anni fa – un disco come “The Final Cut” E’ un disco dei Pink Floyd allo stesso modo in cui “The Piper” (scritto al novanta per cento da Syd Barrett) e “Momentary Lapse” (scritto al novanta per cento da David Gilmour) SONO dischi dei Pink Floyd. Tre lavori enormemente differenti, “The Piper At The Gates Of Dawn”, “The Final Cut” e “A Momentary Lapse Of Reason”, registrati in tre differenti epoche storiche da tre diverse incarnazioni della stessa band. Un’unica grande, irripetibile storia per uno dei pochi, veri, grandi gruppi musicali capaci di andare a fondo nei nostri sentimenti di ascoltatori e appassionati.

Per quanto riguarda il contenuto più strettamente musicale di “The Final Cut”, questo disco sofferto, solenne, sinfonico (le orchestrazioni sono ad opera del compianto Michael Kamen, accreditato inoltre alla produzione al fianco di Waters, con Gilmour fuori dai giochi per la prima e unica volta nella storia floydiana) eppure toccante e realmente da brividi, vanta alcune delle canzoni più belle del repertorio dei Pink Floyd, gemme come The Gunner’s Dream, come The Fletcher Memorial Home e come la stessa The Final Cut. Personalmente ho sempre amato molto anche l’iniziale The Post War Dream, la successiva Your Possible Pasts (anche per via del modo in cui i due brani sono collegati tra loro tramite i caratteristici effetti sonori ambientali così tanto cari ai Pink Floyd e ai loro ascoltatori) e la già citata Not Now John, l’unica canzone movimentata dell’album, oltre che l’unica a riservare una parte cantata anche per Gilmour.

Mi rendo ben conto che ci sarebbero tante altre cose da dire su “The Final Cut”, eppure sono già contento di quel poco che ho scritto finora; se non altro ho finalmente colmato una lacuna in questo modesto blog: un disco così non potrebbe mai mancare nella mia collezione, e parlarne qui mi sembrava un dovere.

-Mat

L’aspetto visuale della musica pop

michael-jackson-moonwalker-film-1988Sono decenni che sento parlare della visionarietà di gruppi e cantanti come Pink Floyd, Queen, Michael Jackson e Peter Gabriel, tanto per dirne qualcuno, eppure nessuna delle opere filmiche associate ai miei beniamini musicali mi ha mai veramente esaltato. Escludendo infatti una manciata di videoclip, magari girati pure da illustri registi cinematografici, solitamente l’aspetto visuale della musica pop non mi ha mai convinto del tutto. Quando ad esempio esce un nuovo album, e l’edizione deluxe include semplicemente un divuddì, state pur certi che io vado a comprarmi l’edizione standard dell’album in questione, lasciando il divuddì al tempo che trova.

Certo, oltre a uno strabiliante quantitativo di pezzi strafamosi in tutto il mondo, uno come Michael Jackson ci ha lasciato anche tutta una serie di videoclip che hanno a dir poco lasciato il segno: pensiamo soltanto a Thriller e Black Or White, girati entrambi da John Landis, rispettivamente nel 1983 e nel 1991. Eppure, quella volta che si è cimentato con il cinema vero e proprio, col film “Moonwalker”, non ci ha lasciato niente di veramente memorabile, per non dire di fondamentale per la comprensione dell’artista. Così come Prince, il quale si è cimentato per ben tre volte con l’opera filmica in quanto tale: i suoi “Purple Rain” (1984), “Under The Cherry Moon” (1986) e “Graffiti Bridge” (1990) sono tutto fuorché memorabili pellicole da guardare e riguardare per la gioia degli occhi.

E che dire dei miei amati Queen? C’è chi sostiene che quello girato per Bohemian Rhapsody nel 1975 sia il primo videoclip della storia (anche se, secondo me, i Beatles hanno preceduto tutti con Strawberry Fields Forever e Penny Lane, se non già con Paperback Writer e Rain dell’anno prima, il 1966), ma ad ogni modo non fa che animare la copertina di “Queen II”, un album uscito l’anno prima. Insomma, per quanto possa essere considerato innovativo per l’epoca, un video come Bohemian Rhapsody sembrava più guardare al passato che annunciare il futuro. E in effetti, i videoclip dei Queen che gli sono susseguiti negli anni non sono particolarmente memorabili o quantomeno espressivamente rilevanti.

Ci sono stati casi di commistione disco/film più interessanti nel caso di Who e Pink Floyd: entrambi questi storici gruppi inglesi hanno prodotto delle opere che possiamo definire multimediali, come nel caso di “Tommy” (1975, diretto da Ken Russell) e “Quadrophenia” (1979, diretto da Franc Roddam) per i primi e “The Wall” (1982) per i secondi. Vi dirò la mia: pur avendo ascoltato (e in un caso comprato) i due classici degli Who, non ho mai sentito l’esigenza d’andarmi a vedere i loro film (li considero dei tipici film generazionali, buoni cioè per quella generazione che li ha visti al cinema, all’epoca), mentre “The Wall” di Alan Parker è tutto fuorché una visione piacevole. Musica a parte, è uno di quei film che puoi vedere una volta, anche due o tre, ma poi basta così, grazie.

Nel corso degli anni Ottanta, quando il videoclip iniziò a farsi inevitabilmente più spettacolare (anche e soprattutto per il fenomeno Jackson), molti musicisti provarono a dare uno sfogo più compiuto alla loro visionarietà. Ne ricordo alcuni tra quelli che ho visto o meno, da Matt Johnson, alias The The, che mise assieme i videoclip girati per ognuno dei brani dell’album “Infected” (1986), presentando il tutto come un mini film da un’ora di durata, a David Byrne che con “True Stories” (1986) realizzò un vero e proprio film, passando per “Hell W10” (1983) dei Clash e “JerUSAlem” (1987) degli Style Council, tanto sconosciuti al grande pubblico quanto ambìti dai cacciatori di rarità.

Sorvolando sui trascorsi cinematografici di MadonnaDavid Bowie e Sting (i quali hanno però preso parte a pellicole cinematografiche “pure”, per così dire, film realizzati a prescindere dai loro dischi e non necessariamente di tipo musicale), passo infine a Beyoncé, che dal 2013 ha iniziato a distribuire i suoi album sotto forma di veri e propri dischi audio/video, dove all’immagine è riservata la stessa importanza data alla musica. Tuttavia, per quanto io trovi mooooolto fisicamente attraente la bella Beyoncé, non ho finora sentito l’esigenza di procurarmi queste che, tutto sommato, dovrebbero essere pure delle prove creative degne di nota. Insomma, mi accontento di ammirare la sua avvenenza in quelle rare occasioni in cui sintonizzo la mia tivù su quale canale musicale.

E questo, per quanto mi riguarda, vale un po’ per tutti i nomi che ho citato e per quelli che, pur avendo visto, ho al momento dimenticato. Il mondo del pop, in definitiva, quando ha lasciato lo studio d’incisione per entrare in un set cinematografico non mi ha mai veramente colpito. Non so se resta soltanto una mia impressione.

-Mat

Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

Pink Floyd, “A Momentary Lapse Of Reason”, 1987

pink-floyd-a-momentary-lapse-of-reason-immagine-pubblica-blogDedicandogli un post una decina di anni fa, rivalutai un disco che altrimenti avevo considerato decisamente trascurabile. Si tratta di “A Momentary Lapse Of Reason”, l’album che resuscitò i Pink Floyd dopo il sofferto abbandono di Roger Waters nel 1985.

Contestualizzato nella gloriosa storia della band inglese, “Momentary Lapse” è certamente un lavoro minore, tuttavia, preso per quello che è, cioè un album di professionale pop-rock di fine anni Ottanta, risulta essere un ascolto molto godibile. C’è da dire che il nome Pink Floyd è in questo caso un semplice marchio: ridotta ufficialmente a duo – David Gilmour e Nick Mason – ma praticamente un trio col ritrovato Richard Wright (cacciato durante la lavorazione di “The Wall”), la formazione è qui composta da Gilmour con una bella schiera di preziosi collaboratori, con Mason e Wright che hanno suonato qua e là dove più serviva il loro tocco (e serviva poco, a quanto pare).

Da questo punto di vista si dovrebbe considerare “A Momentary Lapse Of Reason” un disco solista di David Gilmour e non un’opera dei Pink Floyd. Detto fra noi, dopo anni di discussioni con fan e ammiratori floydiani, tutto ciò è un discorso che non mi riguarda più. Voglio dire, Pink Floyd o David Gilmour, quello che ormai m’interessa è soltanto la musica; ed è di quella che parleremo vedendo questo “Momentary Lapse” più da vicino.

L’inizio dell’album, affidato allo strumentale Signs Of Life, è molto sorprendente: siamo su una barca al largo d’un fiume, sentiamo gli scricchiolii del legno e i remi che si tuffano in acqua e poi si sollevano. Ricordo che all’epoca, quando sentii per la prima volta questo suono, in macchina di mio zio con lo stereo a tutto volume, anche se ero un bambino rimasi incantato! Poi il brano prosegue con un scambio di fraseggi fra chitarra elettrica (così tipicamente gilmouriana) e sintetizzatore, in un’atmosfera sonora che ricorda vagamente la prima parte di Shine On You Crazy Diamond.

La successiva Learning To Fly, primo singolo estratto, è un gradevole ma robusto pop-rock, scandito dalla calda voce di Dave, dai cori femminili e dai placidi assoli di chitarra, con un bell’interludio in cui par di viaggiare fra le nuvole. Un’ottima canzone da ascoltare mentre si è alla guida… forse ancora meglio se si è in volo. Le voci che si sentono a metà del pezzo sono infatti gli istruttori che conversano con Mason e Gilmour, all’epoca alle prese con vere lezioni di pilotaggio aereo.

Mentre Learning To Fly sfuma, ecco subentrare il minaccioso ringhiare (elettronico) d’un cane, che ci porta all’ancora più minacciosa introduzione del terzo brano, The Dogs Of War. Se il testo di questa canzone è un maldestro tentativo di Gilmour d’eguagliare i temi antiguerra che Waters ha espresso tanto bene in opere come “The Wall” (1979) e “The Final Cut” (1983), la musica è davvero coinvolgente: un possente rock-blues con tanto di voce cattiva & graffiante, cori femminili in bella mostra, assoli di sax e batteria pestante.

La successiva One Slip è una delle canzoni che più m’esaltano fra quelle contenute in questo disco, specie se mi trovo al volante su una strada ampia con vista spaziosa. Scritta da Gilmour con Phil Manzanera (chitarrista dei Roxy Music, che ha collaborato a più riprese con Dave nel corso degli ultimi trent’anni, fino al recente “Rattle That Lock“), One Slip presenta un ritmo medio-veloce scandito da una bella batteria e dalle inconfondibili linee di basso di Tony Levin, frequente collaboratore di Peter Gabriel (ascoltare le gabrieliane Red Rain o I Don’t Remember per gli opportuni confronti). Molto bella tutta la parte vocale di Gilmour, alle prese con un testo interessante.

Di bene in meglio con On The Turning Away, probabilmente la vetta artistico-espressiva raggiunta in “A Momentary Lapse Of Reason” e senza dubbio il pezzo più tipicamente floydiano offertoci qui. Siamo infatti alle prese con una calda ballatona rock (anche se l’atmosfera complessiva mi pare decisamente invernale, soprattutto nella prima parte) sullo stile di Comfortably Numb. Qui il buon Dave si prodiga nei suoi celeberrimi assoli e, se suonata ad alto volume, On The Turning Away è sempre portatrice di grandi emozioni.

A parte la sua rimbombante introduzione, un po’ prolissa, Yet Another Movie è un’altra delle mie favorite presenti qui. Un’atmosfera decisamente più dark delle precedenti, vagamente inquietante, anche nel testo: trovo molto suggestiva la frase ‘the vision of an empty bed’, dopo la quale Dave urla ed entra un placido ma sofferto assolo nelle nostre orecchie. A metà della sua durata, il pezzo si fa più imponente, la batteria assume un ritmo più veloce e l’assolo di Gilmour diventa inconfondibilmente straziante. Poi il tutto torna alla fase dark iniziale, come se avessimo assistito ad una reazione tanto violenta negli intenti quanto impotente nell’agire. Una gran bella atmosfera, fra le cose migliori mai create da David Gilmour, secondo me. La conclusione dell’intensa Yet Another Movie è affidata ad un breve strumentale per chitarra e sintetizzatore, Round And Round, per un’appendice forse inutile.

La successiva A New Machine è il pezzo in scaletta che meno amo: poco più d’un minuto dove ascoltiamo l’aggressiva voce di Gilmour distorta elettronicamente. Il tutto, più che altro, serve da introduzione al brano successivo, Terminal Frost, seguìto a sua volta da una ripresa della stessa A New Machine; infatti il brano in questione è diviso in Part 1 e Part 2 ed è appunto intervallato da Terminal Frost, il secondo e ultimo strumentale in programma. Suona quasi come una composizione di Vangelis in chiave rock, con tanto di assoli di chitarra e di sax; l’atmosfera complessiva è buona, forse avrebbe giovato di una durata inferiore.

Sorrow, brano conclusivo dell’album, è invece un massiccio e ombroso pezzo rock, con un memorabile assolo di chitarra introduttivo, dal tono decisamente cupo. Cantato da Dave con efficace impassibilità, Sorrow è diventato un classico negli ultimi due tour mondiali dei Pink Floyd, così come Learning To Fly, tuttavia la sua atmosfera epicamente sconsolata lo integra meglio nel repertorio storico del gruppo, mentre Learning To Fly suona come una mera divagazione pop.

Prodotto dallo stesso David Gilmour con Bob Ezrin, storico co-produttore di “The Wall”, come già detto “A Momentary Lapse Of Reason” si avvale di preziosi collaboratori, fra i quali troviamo il già citato Tony Levin (suona il basso nella maggior parte delle canzoni), i batteristi Jim Keltner e Carmine Appice, John Halliwell dei Supertramp al sax, il chitarrista Michael Landau, il tastierista Patrick Leonard (noto ai fan di Madonna per aver prodotto alcuni dei suoi album migliori) e lo stesso Bob Ezrin, sempre alle tastiere.

Di recente, quasi trent’anni dopo la sua prima edizione, “A Momentary Lapse Of Reason”, è stato ristampato in vinile dopo opportuna remasterizzazione. Non ho avuto modo di ascoltarlo, per cui non saprei dire quanto suoni meglio rispetto alla mia edizione in ciddì degli anni Ottanta. Sono però convinto che sia di una resa sonora superiore. Anche in questo caso, sono tentato dall’acquisto. Strano, nevvero?

-Mat (settembre 2007 / gennaio 2017)

Pink Floyd, “Wish You Were Here”, 1975

pink-floyd-wish-you-were-hereEdito su Parliamo di Musica il 16 maggio 2007, ripubblicato il 21 febbraio successivo quando il blog si chiamava già Immagine Pubblica e infine revisionato il 19 settembre 2008, il post che segue narra d’un disco che mi affascina da molto tempo prima, diciamo pure da quel giorno dell’estate 1992 in cui l’ascolto della copia in ciddì che mi aveva prestato lo zio paterno mi fece restare a bocca aperta per la sorpresa ma anche per lo smarrimento. Non avevo mai ascoltato nulla di simile!

Sofisticato, cervellotico, malinconico, eppure sognante e decisamente indimenticabile, “Wish You Were Here” è l’album dei Pink Floyd che più amo. Formato da soli cinque lunghi brani, è il disco che segna lo spartiacque nella storia dei nostri, ponendosi a metà tra tutto ciò che aveva portato al successo planetario di “Dark Side Of The Moon” del 1973 e i controversi anni dominati dalla figura di Roger Waters, che seguiranno con l’album “Animals” del 1977 fino all’abbandono del gruppo da parte dello stesso, nel 1985.

“Wish You Were Here” comincia subito alla grande, con quello che è in assoluto uno dei brani migliori dei Pink Floyd, Shine On You Crazy Diamond: dura tredici minuti & mezzo eppure me ne basterebbero anche i primi quattro, cioè tutta quella parte strumentale che sembra accompagnare le fasi d’un allunaggio e dove i magnifici strati di tastiere di Richard Wright fanno da sfondo al malinconico ma brillante assolo di chitarra di David Gilmour. Ecco, mi bastano questi quattro minuti di musica per classificare questo disco come uno dei più belli che io abbia mai ascoltato. Shine On You Crazy Diamond procede però in tutto il suo splendore, passando per altri due memorabili assoli di chitarra, una toccante parte cantata da Waters e due assoli di sax suonati da Dick Parry in rapida successione.

Il tutto sfuma nell’inquietante introduzione del brano successivo, Welcome To The Machine, dove un pulsante rumore di macchine industriali ci dà il benvenuto ad una canzone tanto triste quanto bella, lunga oltre sette minuti e cantata da Gilmour. Lo strumento maggiormente in rilievo è il sintetizzatore (e qui bisogna dar atto ai Pink Floyd di essere fra i precursori della musica elettronica), accompagnato dal fantastico arpeggio di due chitarre all’unisono. Infine, un rumore di portelli che si chiudono e un elevatore che ci conduce rapido al piano superiore, dove i portelli si aprono nel bel mezzo d’una festa.

Con Have A Cigar siamo invece alle prese con un robusto rock-blues, il cui testo è una stoccata al mondo del music business. In Have A Cigar è riposta tutta la disillusione di Waters (è lui, il bassista, a scrivere i testi di questo disco) verso i lustrini dello star-system, un tema che verrà ulteriormente approfondito negli album successivi del gruppo, “Animals” (1977) e soprattutto “The Wall” (1979). Da segnalare la bella prova vocale di Roy Harper, mentre nel 2011 è stata distribuita anche un’inedita versione del pezzo in cui Harper si alterna al microfono con lo stesso Waters.

Una volta passato il momento di rabbia e sarcasmo, subentra così la struggente nostalgia di Wish You Were Here, una superlativa ballata che di sicuro è una delle canzoni pop rock più conosciute e amate di sempre. Da antologia le due chitarre – una arpeggiata e suonata come se stesse provenendo da una radio, e una impegnata col dolce assolo – che si incrociano nella parte iniziale del brano, prima che entri la voce solista di Gilmour, alle prese con un testo assai poetico e carico d’immagini memorabili (un testo che in verità meriterebbe un post tutto suo).

La sognante melodia di Wish You Were Here svanisce infine nel vento, sostituita dalla tetra prima parte della ripresa di Shine On You Crazy Diamond. Lunga dodici minuti & mezzo, tale ripresa esplora le possibilità sonore introdotte dal brano iniziale, con un intermezzo rock più veloce (prima comunque della parte cantata, sempre ad opera di Waters) e una successiva sequenza decisamente blues, il tutto sorretto dall’ottima batteria di Nick Mason. Il lungo finale, che inizia a tre minuti e venti dal termine del brano, è un dolente blues condotto dalla tastiera di Wright.

Con tutta la sua tematica dell’assenza (non solo quella di Syd Barrett, il “crazy diamond” del brano in questione, ma anche l’assenza di umanità – o di anima, se si preferisce – nei rapporti interpersonali), assenza simboleggiata anche nelle suggestive immagini realizzate da Storm Thorgerson per la grafica dell’album, “Wish You Were Here” è uno dei dischi più belli di sempre. E forse è anche il più bel disco dei Pink Floyd.

-Mat

Pink Floyd, “Atom Heart Mother”, 1970

pink-floyd-atom-heart-mother-1970Come forse sanno tutti gli appassionati di musica, lo scorso novembre è uscito un sontuosissimo (e carissimo) cofanetto dei Pink Floyd chiamato “The Early Years” e comprendente tutta una serie di materiale audio/video d’archivio, più o meno inedito, risalente al periodo compreso tra il 1965 (anno della formazione della band) e il 1972 (quindi prima del successo planetario & eterno di “Dark Side Of The Moon”, che è del ’73). Pur amando enormemente i Pink Floyd, e comunque terrorizzato dal prezzo, ho deciso che per il momento posso benissimo fare a meno dei 27 (sì, ventisette!) dischi contenuti in “The Early Years”, anche perché molti di loro sono in realtà divuddì e bluray che io, conoscendomi, vedrei/ascolterei due volte al massimo.

Sono però rimasto con una certa voglia e così, visto che si parla degli anni 1965-72, sono andato a ricomprarmi – in un vinile fresco di ristampa – l’album di quel periodo che ho sempre preferito, ovvero “Atom Heart Mother”. Celebre per l’immagine bucolica della copertina, con la mucca al pascolo che si volta sospettosa verso il fotografo, questo disco ha una genesi curiosa che merita d’essere raccontata. Per farlo, parto da un mio vecchio post, originariamente apparso sul blog Parliamo di Musica il 28 giugno 2007.

Siamo alla fine del 1969, quando un bel giorno David Gilmour se ne esce con una serie di accordi alla chitarra che poi annota come Theme For An Imaginary Western. Il brano piace ai due principali autori dei Pink Floyd dell’epoca, il bassista Roger Waters e il tastierista Richard Wright, che si mettono così ad espandere l’idea originale del collega; espansione che porta il brano a 20 minuti di durata e al nome cambiato in The Amazing Pudding. E’ con questo titolo che i Floyd lo eseguono live per la prima volta, durante un concerto parigino del gennaio 1970. Tuttavia, non sapendo bene che farne d’una lunga suite del genere, e con l’approssimarsi d’un tour in USA, i nostri commissionano a Ron Geesin delle partiture orchestrali da sovraincidere al loro nastro.

Musicista e compositore di stampo classico, Geesin aveva già lavorato con Waters per la bizzarra colonna sonora d’un documentario sul corpo umano. E così, giungendo sull’orlo dell’esaurimento nervoso, il buon Ron aggiunge archi, ottoni, cori e quant’altro a quest’insolito brano che assume infine il nome di Atom Heart Mother (nome che, a quanto pare, viene scelto da Roger dopo aver letto casualmente dell’applicazione d’un pacemaker). Per quanto fatto, a Ron spetta il credito di coautore di Atom Heart Mother coi quattro Floyd, ma pare che si sia risentito del fatto che il brano sia infine uscito come un pezzo dei Pink Floyd e non come una collaborazione paritaria Floyd-Geesin. Ciò nonostante, la band aveva pronta l’intera facciata A del suo prossimo album, così ora non restava che comporre le canzoni del lato B.

E così i tre autori del gruppo – Waters, Wright e Gilmour – creano rispettivamente If, Summer ’68 e Fat Old Sun, tre canzoni sognanti e melodiche. Viene anche ripescato e riadattato un singolare brano eseguito con strumentazione non convenzionale, primo capitolo d’un progetto abbandonato che doveva descrivere la giornata d’un hippy, “The Man”: essendo il primo brano, riguardava il momento del risveglio e della colazione, e da qui il titolo di Alan’s Psychedelic Breakfast che, forse per scherzo, viene posto a chiusura dell’album (credo proprio che altri brani di “The Man” siano stati inclusi nel cofanettone di cui sopra, magari avremo modo di parlarne in futuro).

Volendo descrivere brevemente la musica contenuta in “Atom Heart Mother”, iniziamo col dire che l’omonima suite che apre le danze è suddivisa in 6 parti. Con quel tema western alla Ennio MorriconeFather’s Shout è quella che preferisco, mentre Breast Milky è più quieta ma molto corale, con la musica che diventa più imponente quando entra la puntuale batteria di Nick Mason. La terza parte, Mother Fore, è invece un tipico blues floydiano (episodi simili li ritroveremo negli album “Meddle” e “Wish You Were Here”), mentre Funky Dung prima riprende il tema di Father’s Shout e poi diventa un alienante delirio psichedelico. E se Mind Your Throats Please conduce ancora al tema iniziale, la sesta ed ultima parte, Remergence, è puro rock floydiano con tanto di lungo assolo consolatorio da parte di Gilmour (col coro westerneggiante che entra a 2 minuti dalla fine).

Voltando lato troviamo il primo brano cantato da un componente del gruppo, Roger Waters, alle prese con la dolce If, una canzone meditabonda e di grande atmosfera, dal testo autobiografico poco più che sussurrato. Le fa seguito la ben più briosa Summer ’68, scritta e cantata da Richard Wright: inevitabilmente guidata dal piano e dalle tastiere, questa canzone ha delle reminescenze dei Beach Boys ed in un certo modo riporta il sound dei Pink Floyd ai primi anni del gruppo, quando era guidato dal genio visionario e fanciullesco di Syd Barrett. La successiva Fat Old Sun, ad opera di David Gilmour, è invece la canzone che meno preferisco di “Atom Heart Mother”; Gilmour stesso espresse in seguito la sua insoddisfazione per questa pigra ballata – perlopiù acustica – che, comunque, irrita più per la sua lunga durata che per la sua poca ispirazione.

Eccoci infine al brano conclusivo d’un album tanto peculiare, quell’Alan’s Psychedelic Breakfast che senza dubbio resta uno dei pezzi più curiosi mai proposti dai Pink Floyd. Suddivisa in tre parti – Rise And Shine, Sunny Side Up e Morning Glory – la colazione psichedelica di Alan, che sembra svolgersi a Los Angeles, figura degli autentici rumori di latte versato e poi bevuto, masticazione di cereali (un po’ animalesca, a dire il vero), pancetta che cuoce sui fornelli e un rubinetto che gocciola virtualmente all’infinito nel solco d’uscita dell’elleppì, il tutto accompagnato da compiaciute musichette eseguite dai nostri.

Che dire, io una roba del genere l’ho sentita solo dai Pink Floyd, e dopo tanti anni continua ancora a piacermi, tanto da averne acquistato una seconda copia. Avevo però una scusa: mia figlia, attratta dalla celebre mucca in copertina, mi aveva praticamente fatto fuori la mia vecchia copia in ciddì. Insomma, un disco così, con una copertina così, dovevo proprio ricomprarmelo. Con buona pace del cofanettone da 27 dischi che, almeno per ora, può decisamente aspettare.

-Mat

Freddie Mercury, 25 anni dopo: un personale ricordo

freddie-mercury-25-anni-dopo-immagine-pubblicaSono passati 25 anni esatti da quel triste giorno di novembre che ci ha portato via Freddie Mercuy e stiamo ancora qui a parlarne, a rimpiangerlo, a rabbrividire per la sua voce che esce potente dalle casse dello stereo. In effetti è proprio andata così: dopo un quarto di secolo dalla morte dell’artista, la sua musica è più rilevante che mai, la sua figura nell’immaginario collettivo è sullo stesso piano dei Beatles, di Michael Jackson, di Elvis Presley e di pochi altri – veri – miti della cosiddetta musica popolare.

Ci sarebbero molti modi, almeno per me, di ricordare quello che da 25 anni a questa parte è uno dei miei beniamini preferiti; nelle varie incarnazioni di questo modesto blog ho infatti scritto spesso & volentieri di Freddie Mercury, non solo recensioni sui suoi dischi da solo o con i Queen (parte delle quali ho riproposto negli ultimi mesi, spesso riscritta e aggiornata, vedi QUI e QUI, per esempio), ma anche post di tipo biografico. Ieri, ad esempio, in vista dell’anniversario di oggi, ho “ritrovato” un mio post pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 5 settembre 2006, quando cadeva l’anniversario dei 60 anni della nascita di Farouk Bulsara, al secolo Freddie Mercury.

Ecco, avrei potuto ripubblicare oggi quella biografia con i dovuti aggiornamenti e considerazioni del caso, tuttavia ho pensato che fosse solo un esercizio fine a se stesso. Una biografia di Freddie Mercury, infatti, oggi potete trovarla un po’ dappertutto, oggi chiunque abbia la possibilità di scrivere di spettacolo e/o di cultura non mancherà di scrivere anche due sole righe sul venticinquennale della tragica morte del nostro. Anche la sua biografia su Wikipedia, alla quale credo di aver collaborato io stesso, tanti anni fa, è ben fatta e assolutamente degna di nota per chiunque voglia saperne di più su questo autentico mito contemporaneo che è diventato “il cantante dei Queen”. Se fate un salto in libreria, per dire, troverete tanti altri libri (più o meno interessanti, se volete ve ne consiglio io qualcuno) sulla vicenda artistica e umana di Freddie, forse più di quanti ne troverete dedicati ai Fab Four e a Michael.

E allora perché un altro post, perché anche Immagine Pubblica dovrebbe aggiungere qualcosa? Da un lato, infatti, non dovrei scrivere proprio niente, perché niente avrei da aggiungere a quanto ho scritto e/o detto su Freddie Mercury da 25 anni a questa parte, dall’altro tuttavia sento che non posso proprio far finta di niente. Scriverò allora qualche aneddoto personale, qualcosa che finora non ho mai scritto e che appartiene solo a me, perché sono le mie memorie su quegli ormai lontani eventi del 1991. Non dovrete necessariamente seguirmi (e comunque ringrazio chi lo farà), il mio è solo un piccolo omaggio a un grande personaggio. Ecco, fa pure rima.

Primavera 1991: una coppia di miei zii, di ritorno dal Brasile, ha riportato, tra i vari ciddì che aveva acquistato lì, una copia di “Innuendo”, l’album dei Queen fresco d’uscita. Io, che all’epoca avevo appena tredici anni, conoscevo già il nome del gruppo inglese: in quegli anni, la loro We Are The Champions faceva da trionfante sottofondo alla pubblicità della Lancia che celebrava i trionfali titoli mondiali rally vinti con la mitica (anch’essa…) HF Integrale. Un album dei Queen, però, non lo avevo mai avuto fra le mani, e quella copia di “Innuendo” era la prima che vidi in casa di qualcuno della mia famiglia (dove invece giravano spesso & volentieri copie dei dischi dei Pink Floyd, sia in vinile che in ciddì e cassetta). Sentendolo a casa dei miei zii, capii che “Innuendo” era un gran disco, pieno di canzoni belle & potenti, che a me mettevano la pelle d’oca.

Autunno 1991: sono davanti alla televisione, dopo aver finito i compiti per il giorno dopo, e la pubblicità trasmette con una certa frequenza lo spot di una nuova uscita discografica (sì, oggi sembra strano, ma all’epoca e almeno fino al 1996-97, le nuove uscite discografiche erano massicciamente pubblicizzate in tivù). Si trattava di “Greatest Hits II”, una raccolta che racchiudeva tutti i più grandi successi dei Queen degli ultimi dieci anni, e lo spot dai canonici trenta secondi di durata mi aveva fatto sentire frammenti di canzoni che conoscevo ma che non sapevo a chi attribuire, brani come Radio Ga-Ga e Under Pressure, la cui “pressure!” finale scandiva il termine esatto dello spot, con Freddie che faceva l’occhiolino alla telecamera. Ecco quello che voglio, mi sono detto, una bella cassetta di “Greatest Hits II” di questi Queen, che finalmente voglio sentire come si deve! A quel tempo avevo già un greatest hits in cassetta, quello dei Beatles, che avevo praticamente consumato; ebbene, quello dei Queen sarebbe stato il prossimo. Qualche settimana dopo, tornando da scuola e guardando il telegiornale mentre pranzavo, il Tg1 (o il Tg2, non ricordo bene, era comunque un tigì della Rai) dà una notizia: è morto Freddie Mercury, il trasgressivo cantante dei Queen, omosessuale, morto di AIDS a soli 45 anni dopo una vita piena di eccessi. Tra le immagini che scorrono alla tele, vedo un cantante sul palco con baffi neri, parrucca e tette finte. Il tutto, insomma, veniva rappresentato come una sorta di mostro. A tredici anni d’età ormai compiuti, una rappresentazione del genere mediata da mamma Rai aveva raffreddato abbastanza i miei entusiasmi verso la musica dei Queen. Insomma, non avevo più alcuna necessità di fare quello che stavo facendo, mettere da parte i soldi per comprarmi quella musicassetta.

Primavera 1992: gita scolastica, l’ultima che faccio con i compagni delle medie, prima di affrontare a settembre un primo anno di superiori, a Chieti, che francamente non vedevo l’ora di cominciare. Non ricordo molto di quella gita scolastica, ricordo solo che in sottofondo, sull’autobus, girava insistentemente la cassetta di “Greatest Hits II” dei Queen. Vabbene, quel tale, quel Freddie Mercury avrà anche condotto una vita spericolata, ma a me le sue canzoni piacciono da impazzire. Poco tempo dopo faccio la cresima, il mio regalo è – finalmente! – il mio primo stero. Il primo ciddì della mia vita che vado ad acquistare – accompagnato da mia madre, in un negozio di Chieti Scalo chiamato Happy Music – è “Greatest Hits II” dei Queen, per la non modicissima cifra di trentaduemila lire. In più prendiamo anche una copia in vinile di “Benvenuti In Paradiso”, l’album più recente di Antonello Venditti. Ma questa è già un’altra storia.

-Mat

David Gilmour, “Rattle That Lock”, 2015

David Gilmour Rattle That LockRestando ancora nell’orbita Pink Floyd, oggi vorrei occuparmi d’un disco recente del quale volevo parlare già da qualche mese. Si tratta di “Rattle That Lock” di David Gilmour, pubblicato dalla Columbia nello scorso settembre. E’ un album del quale il nostro sta ancora curando la promozione con l’inevitabile tournée internazionale, visto che ha già annunciato nuove date italiane (tra cui un paio nella storica location degli scavi di Pompei) per quest’estate.

Devo però ammettere di non essere stato particolarmente impressionato da questo “Rattle That Lock”, già a partire da questo titolo abbastanza impronunciabile per chiunque non sia di madrelingua inglese. Il primo singolo estratto, inoltre, chiamato proprio Rattle That Lock, non mi sembra nemmeno un pezzo riconducibile a David Gilmour: la prima volta che l’ascoltai, in radio, senza nemmeno sapere chi ne fosse l’interprete, pensai che stessi sentendo qualche canzone anni Ottanta a me sconosciuta, qualcosa che avesse a che fare col sound dei Roxy Music. E in effetti è proprio uno dei Roxy Music, il chitarrista Phil Manzanera, il collaboratore principale di Gilmour in questa sua ultima fatica discografica, per cui le mie prime impressioni non erano del tutto infondate. Inoltre nel pulsante brano Rattle That Lock, un pop-rock piacevolmente stradaiolo, più che in ogni altro pezzo dell’album, la voce del nostro appare decisamente più spenta (un po’ “sfiatata”, se vogliamo); ecco perché a un primo ascolto non riuscii a ricondurre a David Gilmour la canzone che stavo ascoltando.

Il resto del disco, tuttavia, presenta a mio avviso episodi ben più significativi di Rattle That Lock, come le tre ballate A Boat Lies Waiting (memore di alcuni dei momenti più quieti di “The Division Bell”), Faces Of Stone (più dolente) e In Any Tongue (forse il pezzo più floydiano di tutti e forse, non a caso, il pezzo migliore del disco). Ma è tutto ciò che “Rattle That Lock” ha di buono da offrire, secondo la mia modestissima opinione, con il resto dell’album che ci offre canzoni in cui il nostro prova a mischiare goffamente il suo caratteristico sound con sonorità più jazzate (Dancing In Front Of Me e soprattutto The Girl In The Yellow Dress), oltre a strumentali che non suonano propriamente compiuti (il roxymusichesco Beauty e l’iniziale e placido 5 A.M., il cui tema viene poi ripreso nel conclusivo And Then…). Non si distingue particolarmente neanche Today, un robusto pop-rock venato di reggae edito come secondo singolo estratto dall’album, anch’esso con qualche eco di troppo proveniente dalla musica da classifica degli anni Ottanta.

Devo tuttavia ammettere che forse questo “Rattle That Lock” è uno di quei rari dischi che migliorano ascolto dopo ascolto, magari anche anno dopo anno, per cui devo dirvi che riascoltato oggi – in occasione di tale recensione – mi è sembrato migliore di quanto l’avessi trovato all’indomani del mio acquisto nel giorno della sua uscita. Fra vent’anni, del resto, un disco come “Rattle That Lock” potrebbe benissimo essere considerato un classico e noi avremo modo di riparlarne sotto tutt’altra luce.

Menzione finale, prima di terminare il post, per i musicisti che hanno suonato nell’album: sono per lo più “vecchie” conoscenze nell’opera gilmouriana, come il già citato Phil Manzanera (produzione, chitarra e tastiere varie), Guy Pratt (basso), Andy Newmark (batteria), Jon Carin e Jools Holland (pianoforti), Polly Samson (testi e voce), Robert Wyatt (corno), David Crosby & Graham Nash (voci… sì, proprio quelli di C. S. N. & Y.) e Zbigniew Preisner (orchestrazioni).

-Mat