La musica del 2009 tra realtà e sogni

depeche modeEccoci così al 2009! Prima di cominciare, però, lasciatemi augurarvi buon anno, di cuore. Non possiamo dire come sarà l’ultimo anno di questo decennio, ovvio, ma possiamo già tracciare i contorni della musica che ascolteremo nei prossimi mesi. Ecco quindi una breve rassegna della musica che verrà…

Album
Per me il più atteso è il nuovo dei Depeche Mode, previsto in primavera e al momento ancora senza titolo: la band inglese (nella foto) ha anche girato il video di Wrong, il singolo apripista… sono molto curioso, non vedo l’ora di vederlo! Pare che questo nuovo capitolo depechiano dovrebbe recuperare delle sonorità retrò. Intanto usciranno anche i nuovi album di Bruce Springsteen (a giorni), Peter Murphy (il cantante dei Bauhaus), Prince, David Sylvian, Morrissey, Neil Young, Megadeth, P.J. Harvey, Green Day, Devo, Roxy Music, U2, No Doubt e Robin Gibb. Forse anche il nuovo di Michael Jackson e forse – udite udite – anche il secondo album dei redivivi Sex Pistols, che darebbero quindi un seguito al celeberrimo “Never Mind The Bollocks” del 1977.

Concerti
Per quanto riguarda gli appuntamenti live previsti nel nostro paese, per ora segnalo solo i Depeche Mode, gli Eagles, i Metallica, gli Ac/Dc, i Judas Priest, i Megadeth, i Lynyrd Skynyrd e gli odiosi Oasis. Mi piacerebbe tantissimo vedere il concerto degli Eagles… ma suoneranno a Milano… per me sarà difficile starci. Spero anche che i Verve recuperino l’unica tappa del loro tour del 2008 – quello che segnava la reunion dopo quasi dieci anni dallo scioglimento – che avevano programmato in Italia: dovevano suonare a Livorno ma la loro esibizione saltò perché Richard Ashcroft aveva la laringite.

Reunion
Dopo le innumerevoli reunion degli ultimi anni, nel 2009 si attendono i ritorni – sul palco e/o in studio – di Blur (nella originale formazione a quattro), Magazine, Ultravox (nella formazione condotta da Midge Ure), The Specials, The Faces (sì, proprio il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood, scioltosi nei primi anni Settanta!) e forse anche Faith No More, Smiths (ma qui ci credo poco… sarebbe un miracolo!), Stone Roses e Spandau Ballet. Voci incontrollate parlano anche dei Jackson 5

Ristampe
“Odessa” dei Bee Gees uscirà fra pochi giorni, il 12, in un bel cofanetto con tanto di rarità & inediti (… e io ho già la bava alla bocca!) in occasione del quarantennale della sua edizione. A marzo sarà invece la volta di “Ten”, il classico dei Pearl Jam. Dovrebbero uscire anche gli ultimi capitoli della bella serie di remaster dei Cure, in particolare dell’album “Disintegration” che nel 2009 compie ventanni. In autunno, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero uscire anche i ciddì rimasterizzati di tutti gli album dei Beatles… chissà, io lo spero vivamente, a patto, cazzo, che vi siano inclusi degli inediti!

Film
In questo 2009 dovremmo vedere il benedetto film sulla vita di Bob Marley, in cantiere almeno dal 2003. Pare che quest’anno sia la volta buona, chissà, certo è che al momento non se ne conoscono molti particolari. Don Cheadle dovrebbe dar vita al suo film sull’immenso Miles Davis, in attesa almeno dal 2007. Si attendono anche film biografici su Freddie Mercury e Kurt Cobain, annunciati anch’essi alcuni anni fa. Correrei subito al cinema per vedermi quello su Mercury, si era parlato di Johnny Depp per la sua interpretazione, chissà.

Questo quello che è stato confermato, in maniera più o meno ufficiale da parte dei diretti interessati o da chi per loro. Ora passo brevemente alle mie aspettative per quest’anno:

  • spero in un ritorno sulle scene del grande David Bowie, magari anche solo per dei concerti, ovviamente con transito obbligatorio in Italia;
  • una cazzutissima ristampa di “The Wall” dei Pink Floyd in occasione del trentennale di quello che resta il mio album rock preferito;
  • un nuovo album da studio di Sting che, a parte la divagazione medievale di “Songs From The Labyrinth”, non mi pubblica un album con canzoni sue dal 2003;
  • un nuovo album e/o tour per i Tears For Fears con tassativo passaggio live in Italia;
  • la pubblicazione d’un cofanetto di Miles Davis con le sue collaborazioni con Prince (si parla comunque d’un nuovo cofanetto davisiano della sua discussa produzione anni Ottanta);
  • almeno un concerto in terra italiana per Paul McCartney;
  • un nuovo album per Roger Waters, che non pubblica un disco d’inediti dai tempi di “Amused To Death”.

Questo è quel che le mie antenne sono riuscite a captare nell’aria; se non altro si prefigura un 2009 abbastanza interessante sotto il profilo musicale. Per tutto il resto, come sempre, staremo a vedere!

– Matteo Aceto

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I concerti più memorabili

Paul McCartney live roma 2003Se in questo 2008 che ormai volge alla fine ho stabilito il mio record personale di dischi acquistati, non ho però assistito a nessun concerto di particolare rilevanza. Un po’ per mancanza di soldi, un altro po’ per pigrizia e molto per via del fatto che i miei artisti preferiti non hanno dato concerti in Italia. E così, sia come augurio per l’anno che verrà e sia per guardarmi indietro con piacevole nostalgia, ecco una breve lista dei concerti che più mi hanno emozionato negli ultimi anni, con qualche sintetico commento da parte del sottoscritto.

Eric Clapton: dal vivo a Pesaro nel marzo del 2001 con una band cazzutissima. Anche se ora ritengo il buon Eric un sopravvalutato, questo fu un concerto bellissimo e senza nessun calo di forma e/o stile.

The Cure: dal vivo a Roma nell’estate del 2002, per quasi tre ore di musica dove la band di Robert Smith ha spaziato senza risparmiarsi dalle canzoni di “Three Imaginary Boys” ai brani più recenti (per l’epoca) di “Bloodflowers”. Grandissimi!

Depeche Mode: dal vivo a Bologna nell’ottobre 2001, in un concerto esaltante del tour di “Exciter” che la sera prima aveva fatto tappa a Milano. Una band in formissima alle prese con un repertorio che ho cantato dalla prima all’ultima canzone. Apprezzai anche l’esibizione del gruppo di supporto, i Fad Gadget.

Genesis: dal vivo a Roma nell’estate 2007, in occasione del Telecomcerto gratuito del 14 luglio che ha attirato ben 500mila persone. La formazione includeva tre membri originali – Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford – più due storici collaboratori, Daryl Stuermer (chitarra) e Chester Thompson (batteria). Uno dei più maestosi spettacoli che ho avuto il privilegio di gustare.

Steve Hackett: dal vivo a Pescara nel marzo 2007, fu un graditissimo aperitivo acustico prima del grande concerto romano dei Genesis. Ne ho parlato QUI.

Scott Henderson: dal vivo a Orsogna (Chieti) nell’agosto del 2006 vidi in azione uno dei più abili e impressionanti chitarristi che io abbia mai avuto il piacere d’ascoltare. Eccezionalmente bravi anche i due musicisti che quella sera accompagnarono Scott sul palco: Kirk Covington alla batteria e John Humphrey al basso.

Paul McCartney: dal vivo a Roma, lungo il suggestivo sfondo dei Fori Imperiali, nel maggio del 2003, in occasione del primo Telecomcerto gratuito (nella foto sopra). Questo è stato forse il concerto più emozionante della mia vita, se la batte alla pari con un altro che vedremo fra poco…

The Mission: dal vivo a Roma nell’autunno del 2005, in una formazione che purtroppo includeva il solo Wayne Hussey fra i componenti storici della band inglese; la scelta dei pezzi e la loro esecuzione furono comunque memorabili.

Peter Murphy: dal vivo a Roma nell’estate 2005, in uno dei posti peggiori che io abbia mai visitato per ascoltare della musica dal vivo. Ma l’emozione di aver visto cantare a un metro da me il leader dei Bauhaus, il piacere di avergli stretto la mano, e i suoi autografi sulle copertine dei miei dischi hanno ben ripagato i soldi spesi per il biglietto e il viaggio.

The Police: dal vivo a Torino nell’ottobre del 2007… strepitosissimi! Ne ho parlato abbondantemente QUI.

Prince: dal vivo a Milano il 31 ottobre 2002 per un concertone che riportava il folletto di Minneapolis in terra italiana dopo dieci anni buoni d’assenza, stavolta per promuovere l’album “The Rainbow Children”. Ci andai da solo, contro tutti & tutto, e ne valse la pena alla grandissima, fosse solo per il fatto di averlo visto suonare e cantare Purple Rain a pochi metri da me!

David Sylvian: dal vivo a Roma nel settembre 2007 in uno dei posti più splendidi dove ho potuto ascoltare della musica live, l’Auditorium della Conciliazione, a pochi passi dal Cupolone. Tanti i pezzi tratti dal recente “Snow Borne Sorrow” (2005) ma anche tante piacevoli escursioni nel suo passato solista. Ospite d’eccezione, alla batteria, il fratello Steve Jansen.

Roger Waters: dal vivo a Roma nel giugno 2002 con una band grandissima di musicisti e coriste. Tre ore in compagnia di una leggenda alle prese con delle canzoni che sono entrate nella storia. Ho detto tutto. Permettetemi di chiudere questo post su toni di nostalgia dolceamara… mi sento fortunatissimo ad aver avuto l’opportunità di applaudire da vicino tutti questi grossi calibri, rimpiango però di non aver mai visto dal vivo Miles Davis, Freddie Mercury e i Clash.

– Matteo Aceto

Altre canzoni, altre citazioni musicali

Stevie Wonder Sir Duke immagine pubblicaDopo un post che riportava alcune autoreferenze musicali fra (ex) componenti d’una stessa band, ora vediamo quali brani si riferiscono – più o meno direttamente – a cantanti, gruppi o componenti di band esterne all’artista che canta e/o scrive la canzone.

Citazioni che esplicitano i Beatles si trovano in All The Young Dudes dei Mott The Hoople, Born In The 50’s dei Police, in Ready Steady Go dei Generation X e in Encore dei Red Hot Chili Peppers, mentre i Clash sfottono la beatlemania in un verso dell’ormai classica London Calling. In realtà, nel periodo in cui i Beatles erano attivi e famosi in tutto il mondo, comparvero diverse canzoni di artisti meteore che citavano i quattro per i motivi più disparati: ricordo, ad esempio, una canzone rivolta a Maureen Starkey, prima moglie di Ringo Starr, che doveva ‘trattare bene’ il batterista, ma anche una rivolta a John Lennon, che, secondo il suo autore, s’era spinto troppo oltre con la celebre sparata dei ‘Beatles più famosi di Cristo’. Anche noti artisti italiani hanno citato i Beatles, come Gianni Morandi in C’era Un Ragazzo Che Come Me… e gli Stadio in Chiedi Chi Erano i Beatles.

Alla prematura & sconvolgente morte di Lennon fanno invece riferimento Empty Garden di Elton John, Life Is Real (Song For Lennon) e Put Out The Fire dei Queen, Murder di David Gilmour, ma anche la famosa Moonlight Shadow di Mike Oldfield. John vivo & vegeto viene invece citato da David Bowie nella sua celebre Life On Mars? del 1971… Bowie che a sua volta viene citato – con Iggy Pop – in Trans Europe Express dai Kraftwerk. Esiste tuttavia una canzone chiamata proprio David Bowie, pubblicata dai Phish… che poi, a dire il vero, le citazioni riguardanti Bowie sono molte di più: uno dei più acclamati biografi di David, Nicholas Pegg, dedica alla questione un intero paragrafo nella sua notevole enciclopedia.

Anche i Rolling Stones sono stati oggetto di diverse citazioni, fra le quali le stesse C’era Un Ragazzo Che Come Me…, All The Young Dudes e Ready Steady Go viste sopra, ma anche I Go Crazy dei Queen e She’s Only 18 dei Red Hot Chili Peppers. Il solo Mick Jagger viene invece citato da David Bowie nella sua Drive In Saturday e ritratto in altre canzoni del suo “Aladdin Sane” (1973), mentre i Maroon 5 hanno addirittura creato una Moves Like Jagger.

Billy Squier ci ricorda Freddie Mercury con I Have Watched You Fly, così come ha fatto anche il nostro Peppino Di Capri in La Voce Delle Stelle, mentre a commemorare Kurt Cobain ci hanno pensato Patti Smith in About A Boy e i Cult con Sacred Life. Riferimenti a Elvis Presley si trovano in diverse canzoni di Nick Cave, così come in Angel degli Eurythmics, mentre i Dire Straits lo invocano in Calling Elvis. Nella sua God, John Lennon dice invece di non crederci più, in Elvis, così come in Bob Dylan. Dylan che viene esplicitamente citato in Song For Bob Dylan di Bowie e in Bob Dylan Blues di Syd Barrett ma che tuttavia viene sbeffeggiato in alcuni inediti lennoniani come Serve Yourself.

Citazione-omaggio per Brian Wilson dei Beach Boys da parte dei Tears For Fears in Brian Wilson Said, dove la band inglese rifà anche il verso ad alcuni tipici effetti corali dell’indimenticata surf band americana. Invece al celebre tenore Enrico Caruso hanno reso omaggio, oltre a Lucio Dalla con la struggente Caruso, anche gli inglesi Everything But The Girl con The Night I Heard Caruso Sing. Il grande Duke Ellington ci viene ricordato da Stevie Wonder con la famosa Sir Duke (nella foto in alto, la copertina del singolo), ma il pezzo più impressionante dedicato al duca è di Miles Davis che, con He Loved Him Madly, realizza uno straordinario requiem in stile fusion per il suo idolo musicale. Un altro grande artista nero, Marvin Gaye, ci viene invece malinconicamente ricordato in un successo dei Commodores, Nightshift, mentre trent’anni dopo il giovane Charlie Puth si è fatto notare con una canzone chiamata proprio Marvin Gaye.

A Jonathan Melvoin, tastierista degli Smashing Pumpkins morto d’overdose nel ’96, Prince ha dedicato la bellissima The Love We Make (Jonathan era amico di Prince, giacché questi era stato fidanzato a lungo con sua sorella, Susannah Melvoin). Invece il truce rapper The Notorius B.I.G. è stato omaggiato dalla fortunata I’ll Be Missing You, un duetto fra Puff Daddy e Faith Evans basato sulle note di Every Breath You Take dei Police.

Oltre ai ricordi dolorosi, però, ci sono anche sentimenti d’amicizia e di stima, simpatie, accuse e sfottò… ecco quindi i Police che si fanno beffe di Rod Stewart in Peanuts e i Sex Pistols che, in New York, deridono tutta la scena punk americana che sembra averli preceduti. La scena punk inglese viene invece omaggiata da Bob Marley in Punky Reggae Party, dove il grande artista giamaicano cita i Clash, i Jam e i Damned. I Pink Floyd rimpiangono invece Vera Lynn in Vera, tratta dal loro monumentale “The Wall”. In She’s Madonna, Robbie Williams, oltre a farsi accompagnare dai Pet Shop Boys (citati anch’essi in un altro pezzo di Robbie), esprime il suo apprezzamento per… Madonna. E se Wayne Hussey dei Mission canta la sua vicinanza a Ian Astbury dei Cult in Blood Brother, gli Exploited urlano l’innocenza di Sid Vicious in, appunto, Sid Vicious Was Innocent. Altri riferimenti alla parabola di Sid (e della compagna Nancy Spungen) li possiamo trovare in I Don’t Want To Live This Life dei Ramones e in Love Kills di Joe Strummer. I Sex Pistols in quanto tali sono invece citati in una canzone dei Tin Machine, così come in un’altra di quel gruppo capeggiato da David Bowie viene citata Madonna.

Non è mai stato chiarito da Michael Jackson se la sua Dirty Diana si riferisca all’amica Diana Ross o meno, ma per completezza ci mettiamo anche questa, così come non è chiaro il destinatario di You’re So Vain, il più grande successo di Carly Simon (secondo i più è indirizzata a Mick Jagger che, in realtà, contribuisce ai cori della canzone stessa). Di certo una curiosa immagine di Yoko Ono ci viene invece offerta da Roger Waters nella sua The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

Per quanto riguarda gli italiani, mi vengono in mente La Grande Assente di Renato Zero (un omaggio all’amica Mia Martini), No Vasco di Jovanotti (non so se il titolo è esatto, comunque il riferimento è Vasco Rossi) e quella buffa canzone di Simone Cristicchi che cita di continuo Biagio Antonacci.

Quali altri esempi conoscete? Di certo, oltre a quelli che non conosco io, ce ne sono molti altri che ho dimenticato di citare [ultimo aggiornamento, 7 aprile 2011].

Nina Simone

nina-simone-immagine-pubblica-blogIn questi giorni ho ascoltato così tanto Nina Simone che infine ho deciso di fare una piccola follia: oggi pomeriggio sono andato a comprarmi a scatola chiusa “To Be Free: The Nina Simone Story”, un cofanetto di tre ciddì e un divudì! E ne sono rimasto così entusiasta che ora provo a scrivere alcune mie impressioni su questa grandissima protagonista della canzone americana del ‘900.

Molto probabilmente, la prima volta che ho sentito parlare di Nina Simone è stata per via di David Bowie, quando in una sua intervista disse che la sua cover di Wild Is The Wind non era altro che una pallida rivisitazione d’una grande ballata interpretata diversi anni prima dalla Simone. Qualche anno fa, invece, e precisamente nell’estate del 2003, ho ritagliato e conservato degli articoli sulla morte di questa grande cantante… non so, intuivo che in un certo qual modo, prima o poi, sarei arrivato alla sua musica. E ora eccomi qui!

Non conosco (ancora) molto della vita artistica e privata di Nina Simone, so che ha dato comunque vita, fra gli anni Cinquanta e Settanta, ad una sfilza notevole di canzoni famose: I Loves You Porgy, My Baby Just Cares For Me, I Want A Little Sugar In My Bowl, I Put A Spell On You, Don’t Let Me Be Misunderstood, Ain’t Got No – I Got Life, la stessa Wild Is The Wind e altre ancora. Pur partendo da un repertorio jazzistico – tanto che pure oggi Nina Simone continua ad essere classificata come un’artista jazz – la nostra si è anche destreggiata abilmente con il soul, il blues, il rhythm & blues, il folk, il funk, il reggae, il pop e la canzone d’autore europea (davvero impressionante, in quest’ultimo caso, la sua versione di Ne Me Quitte Pas di Jacques Brel). Nel repertorio di Nina Simone si trovano altresì grandi cover di artisti del calibro di George Gershwin, Kurt Weill, Duke Ellington, Miles Davis, The Beatles, PrinceBee Gees, Bob Dylan, Leonard Cohen, Tina Turner e Aretha Franklin.

Posso tranquillamente affermare che Nina Simone, classe 1933, diva irrequieta e sempre orgogliosa del colore della sua pelle, è stata una delle più brave, appassionate e impressionanti interpreti della musica del secondo dopoguerra, un’artista la cui musica dovrebbe trovare posto in ogni seria collezione di dischi.

Quando il cinema entra nei videoclip

michael-jackson-liberian-girl-immagine-pubblicaMi fa sempre un certo effetto vedere qualche attore famoso, o ancor meglio qualche divo di Hollywood, recitare una parte nei videoclip musicali. In questo caso credo che il record spetti a Michael Jackson: diversi suoi video hanno ospitato celebri attori americani, in particolare nel video di Liberian Girl (nella foto, la copertina del singolo), brano tratto del celebre album “Bad” (1987), dove c’è una parata di stelle dall’inizio alla fine davvero da antologia.

Anche il video di Ghostbusters, il celebre hit-single di Ray Parker Jr., tema della colonna sonora del film omonimo, vantava un bel cast: oltre al balletto con i quattro acchiappafantasmi originali, vale a dire Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson e Harold Ramis, il video figura infatti anche i vari John Candy, Chevy Chase, Danny DeVito e Peter Falk. Pure il nostro Renato Zero s’è però difeso bene: nel suo video di Ancora Qui, datato 2009, figurano infatti Manuela Arcuri, Asia Argento, Paola Cortellesi, Massimo Ghini, Leo Gullotta, Alessandro Haber, Rodolfo Laganà, Giorgio Panariello, Rocco Papaleo, Giorgio Pasotti, Vittoria Puccini, Elena Sofia Ricci ed Emilio Solfrizzi.

Infine ci sono dei grandi registi che hanno accettato di girare dei videoclip e anche in questo caso Michael Jackson ha parecchio da dire. Ecco quindi la lista di quei videoclip – che ho trovato o che ricordavo (non valgono le scene tratte dal film del quale il brano è l’eventuale colonna sonora) – che includono almeno un attore famoso o che sono stati girati da celebri registi. Ho aggiunto anche i nomi che alcuni miei lettori hanno riportato fra i commenti…

  • Lysette Anthony: in Run To You di Bryan Adams, in Looking For The Summer di Chris Rea e in I Feel You dei Depeche Mode.
  • Asia Argento: in (s)Aint di Marilyn Manson (anche in veste di regista)
  • Manuela Arcuri: in Somewhere Here On Earth di Prince
  • Dan Aykroyd: in Liberian Girl di Michael Jackson, in X Colpa Di Chi di Zucchero, e in We Are The World degli USA For Africa
  • Jim Belushi: in X Colpa Di Chi di Zucchero
  • Hugh Bonneville: in The Importance Of Being Idle degli Oasis
  • Peter Boyle: in Three Wishes di Roger Waters
  • Marlon Brando: in You Rock My World di Michael Jackson
  • Adrian Brody: in A Sorta Fairytale di Tori Amos
  • Robert Carlyle: in Little By Little degli Oasis
  • Chevy Chase: in You Can Call Me Al di Paul Simon
  • Sacha Baron Cohen: in Music di Madonna
  • Sofia Coppola: in Deeper And Deeper di Madonna
  • Geppi Cucciari: in Se Mi Ami Davvero di Mina & Adriano Celentano
  • Macaulay Culkin: in Black Or White di Michael Jackson
  • Robert Downey Jr: in I Want Love di Elton John
  • Irene Ferri: in Siamo Soli di Vasco Rossi
  • Claudia Gerini: in Amore Impossibile dei Tiromancino
  • Whoopi Goldberg: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Steve Guttenberg: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Daryl Hannah: in Feel di Robbie Williams
  • Rutger Hauer: in On A Night Like This di Kylie Minogue
  • Nicole Kidman: in Somethin’ Stupid di Robbie Williams, dove la bella Nicole duetta con lo stesso Robbie
  • Udo Kier: in Deeper And Deeper di Madonna e in Make Me Bad dei Korn
  • Christopher Lambert: in Princes Of The Universe dei Queen
  • Dolph Lundgren: in Believer degli Imagine Dragons
  • Michael Madsen: in You Rock My World di Michael Jackson
  • Debi Mazar: in diversi video di Madonna, fra cui Music
  • Brittany Murphy: in Closest Thing To Heaven dei Tears For Fears
  • Eddie Murphy: in Remember The Time di Michael Jackson
  • Mike Myers: in Beautiful Stranger di Madonna
  • Francesca Neri: in Un’Altra Te di Eros Ramazzotti
  • Brigitte Nielsen: in Make Me Bad dei Korn
  • Gary Oldman: in Love Kills di Joe Strummer
  • Natalie Portman: in Dance Tonight di Paul McCartney
  • Dennis Quaid: in Thing Called Love di Bonnie Raitt
  • Eric Roberts: in We Belong Together di Mariah Carey
  • Winona Ryder: in Here With Me dei Killers
  • Riccardo Scamarcio: in Meraviglioso dei Negramaro
  • Arnold Schwarzenegger: in You Could Be Mine dei Guns N’ Roses
  • Emmanuelle Seigner: in Hands Around My Throat dei Death In Vegas
  • John Travolta: in Liberian Girl di Michael Jackson
  • Carlo Verdone: in Meraviglioso dei Negramaro e nel già citato Se Mi Ami Davvero di Minacelentano.
  • Christopher Walken: in Weapon Of Choice di Fatboy Slim
  • Carl Weathers: ancora in Liberian Girl
  • Bruce Willis: in Stylo dei Gorillaz

Infine, gli attori protagonisti del film “La Famiglia Addams”, fra cui Anjelica Houston, Raul Julia e Christina Riccci, figurano tutti in Addams Family Groove di M.C. Hammer.

Per quanto riguarda i registi, abbiamo invece…

  • Michael Bay: per Love Thing di Tina Turner, Do It To Me di Lionel Richie, e altri
  • Tim Burton: per nel già citato Here With Me e per Bones, entrambi dei Killers
  • Jonathan Demme: per The Perfect Kiss dei New Order
  • David Fincher: per… un sacco di gente! Qui mi limito a ricordare Englishman In New York di Sting, Freedom ’90 di George Michael, Vogue di Madonna, Cradle Of Love di Billy Idol, e Love Is Strong dei Rolling Stones
  • John Landis: per Thriller e per Black Or White di Michael Jackson
  • Spike Lee: per Cose Della Vita di Eros Ramazzotti
  • Russell Mulcahy: per alcuni video dei Duran Duran, dei Queen e di Elton John
  • Roman Polanski: per Gli Angeli di Vasco Rossi
  • Martin Scorsese: per Bad di Michael Jackson
  • Julien Temple: per diversi video di David Bowie
  • Gus Van Sant: per Fame ’90 di David Bowie.

Se ne conoscete/ricordate degli altri potete scriverlo nei commenti, così come hanno fatto gli amici Liar e Marckuck, che ovviamente ringrazio [aggiornato il 21 ottobre 2018].

Prince, “The Rainbow Children”, 2001

prince-the-rainbow-children-immagine-pubblicaPiù lo ascolto e più ho modo d’apprezzarne le varie sfaccettature sonore e il suo irresistibile amalgama di funk e jazz. Sto parlando di “The Rainbow Children”, album di Prince datato 2001.

Non l’avevo comprato all’epoca, sebbene fossi andato a vedere Prince dal vivo, in tour proprio per supportare quella sua ultima avventura discografica, il 31 ottobre 2002 a Milano. “The Rainbow Children” era pure in vendita a prezzo speciale all’interno del Palasport ma anche in quel caso avevo resistito; l’ho finalmente comprato lo scorso lunedì di Pasqua, in una rilassatissima giornata di passeggiate fra amici, fidanzate e acquisti.

“The Rainbow Children” è una sorta di concept-album, i cui temi (e testi) riflettono la conversione di Prince alla dottrina dei testimoni di Geova. Ho letto quei testi e afferrato il messaggio in generale fino a un certo punto ma la cosa che più apprezzo, come già detto, è il suono complessivo di questo disco, una miscela degli stili più tipici affrontati da Prince – funk, rock, club, pop, ballate – spruzzata da un’eccentuata e gradevolissima aurea jazz. Accompagnato da John Blackwell alla batteria (davvero molto bello il tocco di questo musicista), da Najee al sax e al flauto, da alcuni coristi, da una schiera di altri musicisti ai fiati – gli Hornheadz – e dal basso di Larry Graham Jr. in un paio di brani, tutto il resto è cantato e suonato da Prince, veramente in splendida forma.

Quattordici brani – per un totale di quasi settanta minuti – spesso legati strumentalmente fra loro ma ancora più spesso raccordati da un vocione distorto di Prince (i fan più duri & puri del nostro riconosceranno la somiglianza con Bob George presente nel “Black Album“) che forse disturba un po’ ma in fondo è il solo ‘difetto’ di quest’album godibilissimo. Quattordici brani, si diceva, fra i quali spiccano l’iniziale Rainbow Children (lunga oltre dieci minuti e suddivisa in due tempi), il pop-jazz di Muse 2 The Pharaoh, la danza in chiave samba di Everywhere, la dolce ballata She Wants Me 4 Me, i trascinanti funk di 1+1+1 Is 3 (anche se ricorda un po’ un b-side datato 1984…) e The Everlasting Now e la conclusiva Last December, delicata ballata dalla ricca melodia corale.

Molto bello, infine, anche l’artwork complessivo dell’album, tutto cartonato, coloratissimo e dominato dai bei disegni di Cbabi Bayoc. Penso che la versione in vinile – probabilmente in doppio elleppì – debba essere ancora più spettacolare.

Insomma, non colpirà magari al primo ascolto, questo “The Rainbow Children”, ma non lascerà nemmeno indifferenti: più ascolti dovrebbero rivelarlo presto per quello che è, ovvero uno degli album più divertenti & coinvolgenti della sterminata discografia princiana.

– Matteo Aceto

Prince, “Sign ‘O’ The Times”, 1987

prince-sign-o-the-times-immagine-pubblicaFra i migliori album di Prince, fra i migliori dischi pubblicati negli anni Ottanta, fra i migliori lavori ascrivibili all’esaltante campo della musica nera… insomma, un capolavoro! Sto parlando di “Sign ‘O’ The Times”, nono album da studio del folletto di Minneapolis, uno di quegli album dai quali non potrei mai separarmi e che nel classico & un po’ idiota giochino dell’isola deserta mi porterei senz’altro appresso, assieme a una mole notevole di materiale beatlesiano e poco altro.

Pubblicato dalla Warner Bros nella primavera del 1987, “Sign ‘O’ The Times” vide nuovamente Prince proporsi come artista solista, dopo la parentesi di grosso successo riscossa dalla società Prince & The Revolution, quella degli album “Purple Rain” (1984), “Around The World In A Day” (1985) e “Parade” (1986). In realtà le cose nel 1986 non erano andate troppo bene per il nostro: l’album “Parade” era stato sì un successo – soprattutto grazie al noto singolo di Kiss – ma non il film del quale l’album era la colonna sonora, “Under A Cherry Moon”, che si rivelò il primo grande flop di Prince. Anche per questo motivo, la Warner non era disposta a pubblicare un triplo album al principio dell’87, un lavoro sperimentale dal titolo di “Crystal Ball”: e allora il folletto tagliò e ricucì il triplo album fino a farlo diventare un doppio, che prese quindi il nome di “Sign ‘O’ The Times”. Un po’ complicato? Beh, ma lo è la stessa vicenda artistica di Prince, tanto che alcuni suoi progetti irrealizzati sono diventati per giunta celebri.

Ciò che conta, tornando al tema di questo post, è che “Sign ‘O’ The Times” riportò in alto le quotazioni del nostro, anzi forse non raggiunsero mai una tale pressoché perfetta sintonia di riscontri fra gli acquirenti di dischi e i critici musicali. Ora però, dopo questi brevi cenni storici, passiamo all’aspetto più importante, la musica: abbiamo nove brani nel primo disco e sette nel secondo, per un totale di sedici canzoni piuttosto funky (Hot Thing, It, Forever In My Life, If I Was Your Girlfriend), dall’arrangiamento alquanto scarno e quasi tutte eseguite dal solo Prince. Non mancano canzoni più elaborate, di tutt’altro genere, che s’avvalgono dei preziosi collaboratori che incidevano col nostro in quegli anni: il sassofonista Eric Leeds, il trombettista Atlanta Bliss, la percussionista e vocalist Sheila E., il chitarrista Miko Weaver, il conduttore d’orchestra Claire Fischer, ma anche le stesse Wendy Melvoin e Lisa Coleman dei Revolution, di lì a poco in duo come Wendy & Lisa. Il brano più famoso è senzaltro l’omonima Sign ‘O’ The Times, non solo una delle canzoni più celebri di Prince ma anche una delle sue migliori: su una secca ma irresistibile base funk – preprogrammata elettronicamente – il nostro canta con voce impassibile un crudo testo metropolitano che introduce al grande pubblico anche l’emergente (per quegli anni) tema dell’AIDS. Una canzone Sign ‘O’ The Times che ci mostra un artista maturo, impegnato e in splendida forma artistico-espressiva (giustamente, il brano è stato scelto come singolo apripista, sebbene in una versione più corta). Altri brani degni di nota sono Play In The Sunshine, scanzonato brano rockabilly (genere non atipico nella produzione princiana), il sublime soul-funk di The Ballad Of Dorothy Parker, la stravaganza pop di Starfish And Coffee, la lenta e melodica Slow Love, il trascinante pop-rock di I Could Never Take The Place Of Your Man (pubblicata su singolo in una versione molto più breve), lo spiritual blueseggiante di The Cross e la splendida ballata soul di Adore (anch’essa editata su singolo). Discorso a parte per la lunga e divertente It’s Gonna Be A Beautiful Night, basata su un pezzo registrato dal vivo a Parigi assieme ai Revolution e ad alcuni dei partner musicali del nostro in quegli anni (la sexy Jill Jones, il simpatico Jerome Benton, la brava Sheila E.).

Altro discorso a parte per quattro canzoni qui incluse e provenienti da un altro progetto scartato, “Camille”, un album di otto pezzi funk dove la voce di Prince veniva accelerata per somigliare a quella di una donna: abbiamo quindi la festaiola Housequake, accattivante fusione fra sonorità rap e funky, la calda e coinvolgente U Got The Look (altro singolo), che è una collaborazione fra Prince e una delle sue tante protette, la bella scozzese Sheena Easton, il lento ma sofisticato funk di If I Was Your Girlfriend (altro singolo) e la saltellante & danzereccia Strange Relationship, tutte fra le più interessanti canzoni mai proposte dal nostro.

Ultime due parole per la già citata Adore, la splendida e romantica soul-ballad che chiude l’album: oltre ad offrirci un saggio della grande versatilità vocale di Prince (durante il pezzo passa con gran disinvoltura dal suo caratteristico falsetto a timbri più bassi), pare che a suonarvi la tromba non sia il buon Atlanta Bliss bensì il leggendario Miles Davis. In effetti il noto musicista jazz viene ringraziato nelle note di copertina come ‘Miles D.’ e in quel periodo i due artisti si erano incontrati più volte progettando di collaborare a del materiale inedito. Chissà… se un giorno dovessi intervistare Prince (ipotesi più fantascientifica che improbabile), gli chiederò sicuramente di sputare il rospo!

Per concludere, “Sign ‘O’ The Times” è un album che – insieme a “Purple Rain”, “The Black Album”, “Lovesexy” e “Love Symbol” – reputo indispensabile per capire & apprezzare appieno l’arte di Prince. Resta comunque un doppio album godibilissimo di musica nera, che non scontenterà per nulla gli amanti del genere.

The Clash, “The Clash”, 1977

the-clash-primo-album-omonimoQuesto 2007 ha segnato importanti anniversari discografici, celebrati chi più chi meno dalla stampa specializzata (e con molta più umiltà & meno pretese dal sottoscritto): “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967) dei Beatles, “Velvet Underground & Nico” (1967) dei Velvet Underground, “The Doors” (1967) dei Doors, “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967) dei Pink Floyd, ma anche “Exodus” (1977) di Bob Marley & The Wailers, “Never Mind The Bollocks” (1977) dei Sex Pistols, la colonna sonora di “Saturday Night Fever” (1977, quella coi pezzi dei Bee Gees per intenderci), ma pure “Appetite For Destruction” (1987) dei Guns N’ Roses.

Io a questa lista aggiungerei anche “Low” e “Heroes” di David Bowie, “The Idiot” di Iggy Pop, “News Of The World” (1977) dei Queen (è quel disco che contiene We Are The Champions e We Will Rock You, avete presente?), “The Clash” (1977) dei Clash, “…Nothing Like The Sun” (1987) di Sting, “Sign ‘O’ The Times” (1987) di Prince, e “Bad” (1987) di Michael Jackson: alcuni di essi li ho già recensiti alla bellemmeglio su questo blog, di altri mi piacerebbe parlare in post futuri, mentre di “The Clash” parlerò subito, riciclando idee già scritte in un mio vecchio post.

“The Clash”, album di debutto dei Clash, fu il secondo grande album punk a vedere la luce in Gran Bretagna, nel corso del 1977, l’anno che sancì l’affermarsi nelle classifiche riservate al pop-rock di una nuova & ruvida sonorità, il punk per l’appunto. Iniziarono a febbraio i Damned di Brian James e Captain Sensible con l’album “Damned Damned Damned”, ad aprile seguirono i nostri con “The Clash” e completarono la trilogia di classici punk i Sex Pistols, col fondamentale “Never Mind The Bollocks”, pubblicato a novembre, anche se era pronto già da diversi mesi prima.

A partire dal 12 febbraio 1977, nel corso di tre lunghi weekend giovedì-domenica, i Clash e il produttore Mickey Foote (lo stesso tecnico del suono che accompagnava la band nei concerti) sono impegnati per l’incisione del loro album d’esordio agli studi londinesi della CBS . L’atteggiamento assunto dai Clash nei confronti del personale in studio è di aperta sfida: all’epoca la CBS era la casa discografica più grande al mondo e i Clash la vedevano come una sorta di multinazionale alla quale opporsi per non farsi fagocitare. Joe Strummer preferisce incidere le sue parti vocali quando il resto del gruppo non c’è: canta rivolto contro il muro e al contempo suona la sua chitarra ritmica. Evidentemente, secondo lui, ciò era il solo modo possibile per ricreare in studio una sua performance dal vivo; tuttavia la sua voce non è nelle condizioni ottimali, dato che Joe accusava dei noduli alla gola.

Pare, inoltre, che molto del suo contributo strumentale sia stato sostituito a sua insaputa dalla chitarra di Mick Jones, che è il componente dei Clash che, in fin dei conti, più si adatta all’ottica lavorativa in studio: utilizza tre diverse chitarre e collabora col fonico per la resa ottimale dei suoni. Mick dirige anche le operazioni dei compagni: in particolare, insegna a Paul Simonon quali parti di basso deve eseguire… Paul, infatti, aveva le note disegnate sulla tastiera del suo strumento! Contrariamente ad alcune dicerie, però, Simonon eseguì effettivamente le sue parti di basso. C’è da dire, comunque, che il suono di basso che si ascolta per tutto il disco è piuttosto pronunciato e contribuisce enormemente alla definizione del sound complessivo in “The Clash”.

Terry Chimes, già ufficialmente fuori dai Clash, è stato il membro della band meno collaborativo: s’è limitato ad eseguire le istruzioni impartite dagli altri & a suonare le sue parti di batteria correttamente. Si discute, invece, sull’effettivo ruolo del produttore Mickey Foote: anche se Mick Jones abbia potuto svolgere un ruolo di produttore di fatto, a Foote si deve riconoscere quantomeno l’importante ruolo da lui assunto di cuscinetto tra l’aggressività dei Clash in studio e i tecnici della casa discografica, per la prima volta alle prese con la musica punk e i suoi stilemi (ricordiamoci che a quei tempi la CBS andava forte con gente come gli ABBA…).

Per quanto riguarda le singole canzoni, invece…

1) L’iniziale Janie Jones è dedicata ad una nota ‘signora’ londinese: è un brano carico di ruvida urgenza, cantato perlopiù coralmente, mentre negli ultimi ventitré secondi esplode la sola voce di Mick.

2) Remote Control, un duetto tra Mick e Joe, è il brano più convenzionalmente rock dell’album: perciò è stato scelto come secondo singolo dalla CBS (ad insaputa dei Clash che s’incazzarono parecchio).

3) I’m So Bored With The U.S.A. parla dell’americanizzazione della Gran Bretagna e dei suoi costumi; originariamente la canzone era intitolata I’m So Bored With You ed in effetti è questa la frase che cantano Mick e Paul nei cori.

4) La versione di White Riot contenuta nel disco risulta più grezza all’ascolto rispetto a quella pubblicata su singolo qualche tempo prima: è diversa sia nella strumentazione e sia nel cantato, inoltre non prevede gli effetti (sirena, vetro infranto, allarme antincendio, ecc.) usati per il singolo.

5) Hate & War è un brano cantato perlopiù da Mick e cita l’opposto dell’ideale hippy di ‘peace & love’: la situazione non è certamente vista come positiva, bensì viene criticata come segno dei tempi che rende più difficile la vita dei ragazzi.

6) Tranne Police & Thieves (che vedremo fra poco), tutte le canzoni di questo disco sono accreditate alla coppia Strummer/Jones, mentre la breve & coinvolgente What’s My Name? reca un credito di composizione anche per Keith Levene, chitarrista nei Clash fino al settembre ’76. Intervistato in anni recenti, Levene ha affermato che, pur non piacendogli l’album, avrebbe dovuto spettargli lo status di coautore con Strummer & Jones in tutte le canzoni contenute in “The Clash”. Chissà…

7) Deny presenta una struttura più complessa: il tempo cambia più volte dopo il ritornello, mentre a poco più di un minuto dalla fine la voce di Mick s’intreccia al canto rabbioso di Joe.

8) London’s Burning è uno dei pezzi più rappresentativi dell’album: la dichiarazione iniziale di Strummer che sembra asserire un dato di fatto (e il rullare dei tamburi rafforza il tutto), mentre il ritornello corale ad opera di Mick e Paul, l’assolo di chitarra supportato dalle frasi gridate di Joe, e il pestare della batteria di Terry rendono il finale di questa canzone davvero esplosivo.

9) Career Opportunities presenta una complessità atipica per gli standard punk: questo come altri brani dell’album fanno intendere chiaramente che i Clash hanno (e avranno) molto più da dire rispetto ai loro colleghi e rivali musicali.

10) Cheat, a mio parere, è il brano meno riuscito del disco: le idee ci sono (come l’effetto di phaser sul finale) ma evidentemente i tempi ristretti di lavoro e la difficoltà dei Clash ad ambientarsi in un ambiente non familiare come quello dei CBS Studios hanno fatto la loro parte.

11) Protex Blue è un puro brano punk, una canzone ricca di vitalità dove Mick canta uno dei primi testi che ha scritto.

12) Eccoci quindi alla cover di Police & Thieves, un pezzo reggae di Junior Marvin: seppur aggiunta per dare più corpo all’album (dura la bellezza di sei minuti), tutti i Clash si dimostrarono entusiasti del risultato finale, in particolare colpisce l’efficace arrangiamento per due chitarre che Mick s’è inventato.

13-14) 48 Hours presenta un grande coro a tre voci e un assolo di chitarra piuttosto rock ‘n’ roll, mentre Garageland è il malinconico brano di chiusura con tanto di armonica a bocca; il testo è una risposta al famigerato articolo di chi voleva rispedire i Clash al garage lasciando il motore acceso.
“The Clash” raggiunse piuttosto in fretta il 12° posto della classifica britannica: trattandosi d’un nuovo sound proposto da una nuova band, il risultato è sbalorditivo e la dice lunga sulla voglia di cambiamento che i giovani inglesi del tempo cercavano nel panorama musicale.

E per finire, alcune curiosità…
La strategia promozionale per “The Clash” era congiunta al magazine New Musical Express: le prime 10mila copie del disco contenevano un adesivo rosso da applicare a un tagliando pubblicato sul numero di aprile di NME, così da ottenere gratuitamente il singolo Capital Radio.
“The Clash” è stato pubblicato negli USA dalla Epic il 23 luglio 1979 con una scaletta differente: alle prime copie era anche allegato il singolo Gates Of The West / Groovy Times. Poche altre band sono state generose quanto i Clash.

– Matteo Aceto

Prince, “Emancipation”, 1996

prince-emancipation-immagine-pubblica“Emancipation” è l’incredibile triplo album che quel genio di Prince ha dato alle stampe nel 1996, quando rinnegava il suo nome e si faceva identificare da un fantasioso simbolo grafico. Ci vuole coraggio per pubblicare un disco doppio, figuriamoci un triplo, e in questo caso sono tre ciddì da sessanta minuti di durata ciascuno, per un totale di tre ore di musica.

Non recensirò ogni singola canzone dell’opera – ne sono trentasei – ma affronterò quelle che più mi sembrano valide. Prima però lasciatemi dire che “Emancipation” è l’album che segna una nuova fase artistica nella storia di Prince: dopo aver rotto con la Warner Bros, questo nuovo capitolo princiano è il solo pubblicato dalla Capitol-EMI ed è anche il primo album di Prince a figurare cover di canzoni di altri artisti.

Numerosi sono gli stili musicali racchiusi in “Emancipation”: funk, rock, jazz, soul, dance, elettronica, ballate, rap, hip-hop, ambient, il tutto però è stato confezionato con notevole amalgama. Insomma, nonostante le sue tre ore di durata, “Emancipation” è un lavoro straordinariamente organico, composto da un artista in piena libertà espressiva (le mani che spezzano le catene in copertina sono emblematiche). La canzone d’apertura è Jam Of The Year, elegante e caldo brano da club impreziosito da una vecchia conoscenza di Prince, la cantante soul Rosie Gaynes. Segue Right Back Here In My Arms, brano funk-rap che secondo me si pone fra i migliori mai proposti dal folletto di Minneapolis. Se la melodica Somebody’s Somebody è un’autentica perla, cantata dal nostro con intensità e passione, la breve Courtin’ Time è invece una veloce divagazione swing-jazz, seguìta a sua volta dalla dolcissima Betcha By Golly Wow!: cover d’un brano degli Stylistics, Betcha è una romantica canzone che Prince ha coraggiosamente scelto come primo singolo estratto da “Emancipation”. Straordinariamente atmosferica White Mansion, una notevole ballata che si pone fra le migliori canzoni del nostra. Altra deliziosa cover con la lenta e romantica I Can’t Make You Love Me, seguìta dai ritmi hip-hop di Mr. Happy, un brano che figura anche un bel rap ad opera di Scrap D.

Passando al secondo ciddì, troviamo un’altra dolce ed orecchiabile melodia con One Kiss At A Time. Se la gentile Curious Child sembra una ballata medievale (tanto atipica per lo stile di Prince quanto immediatamente riconoscibile come una sua canzone), la successiva Dreamin’ About U si rivela non solo come una delle canzoni più belle di “Emancipation” ma come una delle migliori di Prince: su una base irresistibilmente sognante e sensuale, la voce del nostro è poco più che un sussurro, mentre nel ritornello è ben più accentuata (da segnalare il grande assolo di basso eseguito da Rhonda Smith).
Con The Holy River siamo alle prese col secondo singolo: un soffice brano pop-rock, adattissimo all’ascolto in macchina, forte d’una melodia coinvolgente, d’un bel ritornello e d’un grandioso assolo finale di chitarra ad opera dello stesso Prince. Segue la delicata Let’s Have A Baby, brano soul cantato dal nostro col suo inconfondibile falsetto, la cui strumentazione è ridotta al solo piano accompagnato dal basso. Bella anche la successiva Saviour, elegante e rilassata, perfetta quando si guida al tramonto.

La percussiva e corale Slave c’introduce al terzo e ultimo ciddì di quest’autentica epopea princiana, inaugurato appunto da questo secco e trascinante pezzo funk. Ritmi marcatamente danzerecci per New World, una sonorità che mi ricorda i brani che Prince ha scritto per la colonna sonora del film “Batman” (1989). Altra cover di gran classe con la rilassata La, La, La Means I Love U, seguìta dalla calda atmosfera da club di Style, un brano decisamente funky impreziosito dal sax di Eric Leeds, collaboratore storico di Prince. Ancora funk (sebbene spruzzato di ritmi dance) con la successiva Sleep Around, così come My Computer, comunque più melodica e impreziosita dalla voce di Kate Bush. Con One Of Us siamo invece alle prese con l’ultima delle cover proposte nell’album: è una bella e famosa canzone d’una meteora degli anni Novanta, Joan Osborne, interpretata da Prince con estrema naturalezza e disinvoltura (sarò di parte, ma questa versione – decisamente rock – mi piace più dell’originale). Espressamente dedicata ad un ‘lost friend’, la successiva The Love We Make è invece una dolente ma imponente ballata, ennesimo grande numero dell’album in questione.

Quelli che ho appena cercato di descrivere sono i brani di “Emancipation” che più ritengo validi, anche se devo ammettere che non c’è una canzone veramente brutta in questo monumentale album. Oggi “Emancipation” è venduto a prezzi stracciatissimi, rivelandosi come uno degli album più sottovalutati degli anni Novanta; se fosse uscito solo tre anni prima, sono sicuro che oggi se ne parlerebbe come di una pietra miliare.

– Matteo Aceto

Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, 1990

public-enemy-fear-of-a-black-planet-immagine-pubblicaIl capolavoro dei Public Enemy, “Fear Of A Black Planet”, è il solo album interamente rap che circola nella mia collezione di dischi. Non sono un appassionato del genere ma rispetto molto questa musica, è il punk dei neri, la loro musica di denuncia. Un genere, il rap, che oggi s’è commercializzato vergognosamente, c’è da dire, però negli anni Ottanta e Novanta rappresentava uno stile unico e rivoluzionario.

Concepito a cavallo tra i due decenni in questione, “Fear Of A Black Planet” è una pietra miliare del rap, portatore d’un suono che sconvolse gli ammiratori del genere e che aprì il rap a contaminazioni inaspettate. Tuttora un disco straordinariamente attuale, vediamo ora di scoprirlo brano dopo brano… ma preciso che si tratta di una piccola impresa perché bisogna districarsi tra venti tracce, quasi tutte collegate tra loro con brevi strumentali di raccordo.

Si parte con Contract On The World Love Jam, brano introduttivo contraddistinto da base hip-hop, scratch del giradischi, synth come sfondo e una serie di voci campionate (tra cui, riconoscibilissimo, l’urlo di James Brown in I Feel Good), ma il tutto dura poco più d’un minuto e mezzo, poi entra con prepotenza uno dei pezzi forti di questo disco, Brothers Gonna Work It Out. E’ un rap potente, con un ritmo travolgente e contaminatissimo nella struttura (in sottofondo mi sembra di riconoscere, campionata, la chitarra di Prince): un suono incredibile, non ho mai sentito nulla di simile, include pure degli elementi industrial.

La successiva 911 Is A Joke sembra più un funky, una musica da club… comunque l’atmosfera è quella; più volte si ascolta la diabolica risata dell’attore Vincent Price, campionata dal successo del 1982 di Michael Jackson, Thriller. Il pezzo seguente, Incident At 6.66 FM, è un altro breve brano (di raccordo) d’un minuto e mezzo, anche questo caratterizzato da base hip-hop e frammenti di voci radiofoniche. Il tutto introduce uno dei brani più famosi dei Public Enemy, ovvero Welcome To The Terrordome: rap duro, tirato, sempre su una base incredibilmente contaminata.

Segue un brano di appena cinquanta secondi, Meet The G That Killed Me, duro duetto rap con un sottofondo incredibile tra scampanellate natalizie, scratch e colpi di batteria sui piatti. Segue a sua volta la più distesa Pollywanacraka, dove il rapper di turno – i componenti dei Public Enemy presenti su questo disco sono otto, non so quale di loro stia cantando di volta in volta, comunque le voci soliste sono almeno tre, fra cui quelle dei due leader storici, Chuck D e Flavor Flav – canta estendendo la fine di ogni frase con un fare piacione/marpione. Gran bel pezzo, comunque.

Un mix confuso di voci, frammenti ed effetti vari introduce il pezzo successivo, Anti-Nigger Machine, ideale colonna sonora d’una qualsiasi storia criminale da ghetto con tanto di sirena della sbirranza campionata. Poi, con un mix improvviso, ci troviamo già alle prese con un altro brano, Burn Hollywood Burn, tiratissimo rap dove Chuck D divide il microfono con Ice Cube e Big Daddy Kane, altri campioni del rap di quel periodo.

La successiva Power To The People è ancora più tirata, un rap veloce e travolgente che nel testo guarda all’immediato futuro (ma un occhio al futuro lo getta tutto il disco). Who Stole The Soul?, caratterizzata da un’introduzione selvaggia di voci e grida, è un altro rap che strizza l’occhio a sonorità più funky e danzerecce, anche se l’atmosfera generale è piuttosto tirata (mi sembra un invito a lasciarsi andare, a fare casino).

L’omonima Fear Of A Black Planet rallenta un po’ il ritmo e ci presenta un’altra grandiosa base di hip-hop, scratch e campionamenti vari. Gran bel pezzo pure questo, impossibile da descrivere in tutti i suoi effetti sonori. Revolutionary Generation riaccelera invece il tempo col suono che diventa più underground, se vogliamo, una sonorità più notturna, non so come dire… addirittura nel finale sembra un brano house (è difficile descrivere a parole un’esperienza sonora unica come questo “Fear Of A Black Planet”, spero di risultare comprensibile anche a chi non ne conosce una sola nota).

Poi è la volta di Can’t Do Nuttin’ For Ya Man, dal ritmo sempre piuttosto veloce ma più morbido (influenze house anche in questo), e poi ancora di Reggie Jax, con un tempo medio-lento piuttosto diluito e carico di eco. Ancora un brano di raccordo, Leave This Off Your Fu*kin Charts, ancora una volta base hip-hop, scratch e campionamenti multipli in primo piano; la durata è però maggiore rispetto ai brani simili che abbiamo incontrato in precedenza, siamo sui due minuti e mezzo.

Le successive B Side Wins Again e War At 33 1/3 sono altri due rap dalla base contaminata ai massimi livelli (c’è un po’ di tutto, impossibile da descrivere appropriatamente)… comunque sono sonorità assai interessanti e uniche nel loro genere (ancora una volta).

Il brano che segue, Final Count Of The Collition Between Us And The Damned, uno strumentale dal gradevole ritmo funky, sembra messo lì un po’ a caso ma il tutto non dura nemmeno un minuto. Chiude questo capolavoro del rap che è “Fear Of A Black Planet” un altro brano famoso dei nostri, Fight The Power, pubblicato come singolo già nel 1989 e incluso pure nella colonna sonora del film di Spike Lee, “Fa’ La Cosa Giusta”.

“Fear Of A Black Planet” è un album tosto, martellante, tiratissimo ma incredibilmente innovativo per i suoi tempi, consigliato a chi vuole avere un disco serio di rap serio ma anche a chi vuole avvicinarsi per la prima volta alle sonorità più dure & urbane della musica nera.