In Disordine Sparso

federico-fellini-la-voce-della-lunaSono tempi duri, sono tempi strani. Queste scosse di terremoto che non ci danno più tregua stanno diventando una triste consuetudine, e così diventa difficile anche il solo aggiornare di tanto in tanto un modesto blog come questo.

C’erano argomenti dei quali volevo parlare con voi – il nuovo disco di Sting in arrivo, le ristampe cofanettate di due album storici dei Public Image Ltd, qualche considerazione sull’ultimo film di Federico Fellini (che, fra l’altro, proprio oggi segna l’anniversario della sua morte, nel 1993), ancora qualche post sui Queen e/o su Freddie Mercury, un post sul novantennale della nascita di Miles Davis – ma in queste condizioni tutto diventa più arduo, tutto diventa insignificante.

Trovare la motivazione è il vero problema, individuare quel qualcosa che spinga ad andare avanti, nonostante tutto, nonostante tutti, è quella la più grande difficoltà. Tornerò presto, comunque, e vedremo il da farsi. Se sarà ancora il caso di parlare di dischi, film e libri come mi auguro.

-Mat

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Red Hot Chili Peppers, “The Getaway”, 2016

red hot chili peppers the getawayOscure necessità mi hanno portato nelle ultime settimane ad ascoltare ripetitivamente e ossessivamente Dark Necessities, l’ultimo singolo dei Red Hot Chili Peppers, apripista dell’album “The Getaway”, fresco fresco d’uscita. Un’uscita che ho subito fatto mia, pur non essendo mai stato un fan dei Red Hot Chili Peppers. Sarà un caso ma ogni dieci anni, evidentemente, sento il bisogno d’andarmi a comprare il disco che i nostri hanno pubblicato al momento: nel 2006, a pochi giorni dall’uscita, andai infatti a prendermi “Stadium Arcadium”, così come l’altro ieri sono andato a procurarmi la mia bella copia di “The Getaway”.

Tra questi due album, usciti come s’è detto a un decennio esatto di distanza, le differenze sono notevoli: in quest’arco temporale i Red Hot Chili Peppers non solo hanno perso (di nuovo) il chitarrista John Frusciante ma hanno smesso anche di collaborare con quello che può essere considerato il loro produttore storico, Rick Rubin. Al loro posto troviamo, rispettivamente, Josh Klinghoffer (che mi sembra decisamente meno bravo di Frusciante) e Danger Mouse (che mi sembra decisamente più interessante di Rubin). Il risultato è un disco ben fatto, uno di quelli che probabilmente migliorano con gli ascolti, distante dalla produzione “classica” dei Red Hot Chili Peppers ma al tempo stesso inconfondibilmente peppersiano. Voglio dire, la voce di Anthony Kiedis e il basso di Flea, gli unici elementi sempre presenti in tutti gli album dal debutto ad oggi, sono due marchi di fabbrica riconoscibilissimi, per cui le eventuali varianti di volta in volta in gioco sono influenti fino a un certo punto.

E così in “The Getaway” i Red Hot Chili Peppers si sono dilettati a contaminare il loro caratteristico sound fatto di rock (a volte tendente all’hard) e funk con sonorità vicine al melodico, al soul, al reggae e all’elettronica. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, penso proprio che Danger Mouse abbia detto parecchio la sua, finendo con l’essere di fatto il quinto componente della band: la sua elettronica dal tocco morbido e saltellante, seppur sempre un po’ robotico (come non ricordare quel successone dei Gnarls Barkley chiamato Crazy?), è evidentissima in tutto l’album. L’iniziale The Getaway ha proprio questo taglio, ed è irresistibile fin dalle prime note; le segue la mia favorita, Dark Necessities, con quel suo basso carnoso, il ritornello d’ampio respiro e i coretti soul. La successiva We Turn Red ha un incedere pesante e minaccioso che mi ricorda un po’ i Public Image Ltd, tuttavia nei ritornelli si assiste a un totale cambio d’atmosfera, innegabilmente peppersiana.

“The Getaway” procede quindi con la contemplativa The Longest Wave, con la pulsante Goodbye Angels (che mi ricorda le sonorità del disco dei The Good, The Bad & The Queen, anch’essi prodotti a loro tempo da Danger Mouse), col soft rock di Sick Love (dove figura nientemeno che Elton John, seppure il suo contributo – al piano – non sembra così evidente in questa che è comunque una rivisitazione della sua Benny And The Jets) e con il coinvolgente elettrofunk di Go Robot, candidato a prossimo singolo.

E se i successivi Feasting On The Flowers, Detroit e This Ticonderoga sono tre brani in cui via via l’uso della chitarra si fa più pesante, ricollegandosi in qualche modo al sound più “abituale” dei nostri, la sognante Encore sembra provenire quasi da un’altra band, non soltanto per la sua melodicità ma anche per i suoi accenti reggae. Chiude il tutto il soul un po’ psichedelico di The Hunter, seguito infine dalla bluesy Dreams Of A Samurai, anch’essa vagamente psichedelica, lasciando forse intravedere una strada futura per quanto riguarda il sound dei nostri.

Ora, volendo chiudere con qualche considerazione finale, posso dire che “The Getaway” è un disco sicuramente interessante, a tratti decisamente bello, e comunque consistente, che si lascia ascoltare con piacere dalla prima all’ultima canzone. Potrà spiazzare molti fan storici, potrà conquistarne di nuovi o farne riavvicinare quelli mentalmente più aperti, ma sono certo che “The Getaway” non lascerà indifferente nessuno. Insomma, se assumendo Danger Mouse alla produzione i Red Hot Chili Peppers volevano stupire, con questo disco ci sono riusciti benissimo. Bella anche la copertina, dimenticavo!

-Mat

Public Image Ltd., “First Issue”, 1978

pil-public-image-ltd-first-issue-immagine-pubblica-blogLa recente notizia de il ritorno dei Public Image Ltd., prevista per il prossimo dicembre, ha risvegliato il mio interesse per la musica del gruppo inglese capeggiato da Johnny Rotten. Volevo parlare in particolare del primo album dei PiL, “First Issue”, soltanto che l’avevo già fatto in un altro post e l’avevo dimenticato. Mi limito allora a riproporre quel mio vecchio scritto con le dovute aggiunte del caso.

Nel gennaio del ’78, un Rotten disgustato dagli usi & costumi del rock ‘n’ roll decide di abbandonare la sua famigerata band, i Sex Pistols: tempo pochi mesi e il cantante mette in piedi una delle più formidabili formazioni inglesi, i Public Image Ltd. per l’appunto (peraltro abbastanza sconosciuti in Italia). Il loro primo disco, anticipato dal trascinante singolo Public Image, esce alla fine dell’anno: la copertina in stile magazine gli vale il soprannome di “First Issue” ma l’immagine d’un Rotten quasi imborghesito ne tradisce enormemente il contenuto. Le otto canzoni che compongono il debutto dei PiL sono infatti molto lontane dallo stile dei Pistols, inaugurando un percorso artistico per molti versi sorprendente. Se infatti “Never Mind The Bollocks” aveva suggellato il momento d’oro del punk, questo “First Issue” ne celebra già il funerale, dando quindi vita a quel genere che verrà definito post-punk e successivamente new wave.

Il debutto su album dei PiL – forte d’un sound che colpisce come un pugno allo stomaco anche oggi – è un album drammaticamente cupo, dissonante, intransigente, folle e a suo modo geniale & visionario. A detta di Rotten, tutte le canzoni sono state scritte da lui mentre girava l’America in bus durante l’ultimo tour dei Sex Pistols; tuttavia un album come “First Issue” non sarebbe mai nato senza l’inestimabile supporto che Johnny ha ricevuto dai tre musicisti che contribuirono a fondare i PiL: Jim Walker con la sua batteria secca e ossessiva, Jah Wobble col suo basso pulsante e prominente, ma soprattutto Keith Levene con la sua chitarra tagliente e intrusiva, qui in grande rivalsa dopo la sua breve militanza nei Clash.

“First Issue” comincia con la disturbata & disturbante Theme, nove minuti nei quali dobbiamo fare i conti col muro chitarristico che Levene ci oppone, il lugubre basso di Wobble, i poderosi colpi di Walker e soprattutto la voce straziata di Johnny. Probabilmente, all’epoca non s’era mai sentito nulla di simile: lontane influenze dub, noise a non finire, atmosfera desolante e dark, testo nichilista. Religion I è invece l’asciutta recitazione da parte di Johnny di quello che costituisce il testo del brano seguente, Religion II; e così, dopo un minuto e mezzo di sola voce, ecco cinque minuti buoni di pesante dub-rock, resi ancor più insofferenti da un’infelice distribuzione spaziale nel canale stereo (basso e batteria compressi sul destro, volume che in alcuni punti tende ad abbassarsi, eccetera).

Annalisa presenta invece sonorità più ortodosse, tanto che si può tranquillamente affermare che la canzone – il cui testo parla della vera storia di una ragazzina che è stata fatta morire di fame perché la si credeva posseduta dal demonio – è un duro pezzo punk. La successiva Public Image, unico singolo estratto dall’album, è la canzone più orecchiabile e melodica: davvero una bella prova grazie al basso poderoso, al coinvolgente riff chitarristico e all’inconfondibile canto di Rotten (che sembra riferirsi direttamente alla sua esperienza nei Pistols), il tutto sorretto da un’ottima batteria. Simile nel ritmo e nella struttura melodica, è la seguente Low Life, sebbene abbia un’indole più selvaggia.

L’aspra Attack sembra quasi uno scarto di “Never Mind The Bollocks”, se non fossero per le sue prominenti linee di basso così tipicamente piliane, mentre la conclusiva Fodderstompf è un delirante punk-funk della durata di quasi otto minuti. Qui, su una ripetitiva drum machine, Wobble tesse un movimentato giro di basso, mentre Rotten e lo stesso Wobble urlano in falsetto ‘volevamo solo essere amati’, oltre che una lunga serie d’improvvisazioni gridate e/o parlate su tutto quello che passava loro per la mente.

In definitiva, “First Issue” è un debutto strabiliante & insolito che si ritaglia uno spazio tutto suo nella discografia inglese. Non esistono altri lavori, neppure gli album a venire dei PiL, che suonano come questo.

– Mat

Public Image Ltd: ritorno e discografia

public-image-ltd-2009Il sospetto che, dopo aver rimesso insieme i Sex Pistols, quel soggettone di John Lydon tornasse ad incarnare anche l’anima dei Public Image Ltd. era nell’aria già da qualche anno. Il fatto di leggere, poche ore fa, che questa reunion è stata ufficialmente annunciata mi ha però riempito di stupore & contentezza.

E allora eccola, la grande notizia: i PiL torneranno insieme a dicembre, quando s’esibiranno fra il giorno 15 e il 21 per cinque concerti nella nativa Gran Bretagna. I biglietti saranno già in vendita da venerdì prossimo.

La formazione del gruppo è così composta: John Lydon (o Johnny Rotten che dir si voglia) alla voce, Lu Edmonds alla chitarra e alle tastiere, Bruce Smith alla batteria, e il nuovo acquisto, Scott Firth, al basso. Se per me il buon Firth è un totale sconosciuto, Smith ed Edmonds erano stati componenti dei PiL nella seconda metà degli anni Ottanta. Stupisce che al basso non vi sia più Allan Dias, mentre il chitarrista John McGeoch è purtroppo morto qualche anno fa.

Sono molto contento di questa reunion, la prima dal 1992, anche se – data la ‘scusa’ ufficiale dell’evento, il trentennale d’un album fenomenale come il “Metal Box” – avrei gradito un ritorno sulle scene al fianco di Lydon di Keith Levene e di Jah Wobble, rispettivamente il più geniale chitarrista e il più inventivo bassista coi quali Johhny abbia mai lavorato. Io mi accontento, per carità – e spero tantissimo che nel 2010 i PiL possano intraprendere un tour vero e proprio, magari pure con puntatina tutta italiana – ma per una reunion Lydon-Levene-Wobble avrei prenotato il volo per Londra oggi stesso!

– Mat

DISCOGRAFIA

First Issue (1978)

Metal Box / Second Edition (1979)

Flowers Of Romance (1981)

This Is What You Want… This Is What You Get (1984)

Album (1986)

Happy? (1987)

9 (1989)

That What Is Not (1992)

This Is PiL (2012)

What The World Needs Now (2015)

Public Image Ltd., “Flowers Of Romance”, 1981

pil-flowers-of-romance-immagine-pubblica-blogAssieme a “First Issue” e al celeberrimo “Metal Box”, con “Flowers Of Romance” i Public Image Ltd. realizzarono una trilogia di album dark-punk davvero innovativa, anticonformista e totalmente anticommerciale. Il tutto fu una delle vette più alte di quella new wave inglese che gli stessi PiL avevano contribuito a far nascere.

“Flowers Of Romance” – che prende il nome da una fantomatica banda punk nella quale, fra il 1976 e il ’77, avevano militato Sid Vicious e lo stesso Keith Levene – fu al contempo un punto d’arrivo e un punto di partenza nella storia dei PiL: primo album senza il fantasioso Jah Wobble (il bassista lasciò il gruppo nell’estate 1980), che tanto aveva contribuito alla definizione del sound di questo gruppo, e ultimo realizzato con Keith Levene nei ranghi. E così – con un Martin Atkins che suona la batteria in soli tre brani (Four Enclosed Walls, Under The House e Banging The Door) in quanto preferiva dedicarsi maggiormente ai suoi Brian Brain – tutto il resto è stato eseguito dai soli John Lydon e Keith Levene. E che resto! Non solo quel genio incompreso di Levene mollò la chitarra per passare alla batteria, alle percussioni e a tutto quello che gli capitava a tiro per creare effetti sonori d’ogni sorta, ma lo stesso Lydon abbracciò per la prima volta degli strumenti che non aveva mai toccato prima, come il violino e il sax.

Registrato nell’autunno 1980, “Flowers Of Romance” venne pubblicato solo nell’aprile seguente, dato che la casa discografica lo riteneva troppo poco appetibile commercialmente: ironia della sorte, il disco si piazzò all’11° posto della classifica inglese, risultato migliore per un album dei PiL. In effetti è un album dal suono inconsueto, molto distante dai precedenti “First Issue” e “Metal Box”, peraltro non facili anche quelli: la struttura delle nove canzoni incluse è alquanto scarna e basata sulla batteria e le percussioni come strumenti portanti. Insomma, ciò che maggiormente viene esaltato in “Flowers Of Romance” sono la voce di John Lydon (più irrequieta & inquietante che mai) e i tamburi. Il risultato è inevitabilmente tribale, con alcuni richiami alle atmosfere mediorientali… un disco unico nel suo genere, penso che fu uno shock quando uscì, nel lontano 1981.

Questa la scaletta: 1) Four Enclosed Walls / 2) Track 8 / 3) Phenagen / Flowers Of Romance (pubblicata come singolo apripista, in forma di leggero remix) / 5) Under The House / 6) Hymie’s Him (strumentale) / 7) Banging The Door / 8) Go Back / 9) Francis Massacre.

La mia edizione in ciddì del 1990 include tre brani in più: 10) Flowers Of Romance (Instrumental) / 11) Home Is Where The Heart Is / 12) Another.

Durante le sedute d’incisione di “Flowers Of Romance” vennero messi su nastro almeno altri tre brani: Vampire, Woodnymphs e 1981. I primi due restano tuttora inediti mentre il terzo è stato inserito sull’album successivo dei PiL, “This Is What You Want…” (1984), seguito naturale di “Flowers Of Romance” che, molto probabilmente, verrà trattato la prossima volta che in questo blog si tornerà a parlare dei PiL.

Infine, qualche considerazione sulla copertina: ritrae un’affascinante (ma anche un po’ minacciosa) Jeannette Lee, una componente dei PiL che appariva solo nelle attività promozionali del gruppo o legate a certi aspetti manageriali.

– Mat

Autoreferenze musicali: accuse, rimorsi e nostalgia

George Harrison All Those Years AgoUn altro aspetto della musica che mi ha sempre affascinato riguarda i riferimenti – espliciti o meno – di un artista verso uno o più componenti della sua stessa band. La storia del pop-rock è piena d’esempi, con testi che, da semplici sentimenti di nostalgia per qualcuno che purtroppo non c’è più, vanno ad accuse al vetriolo verso chi non s’è comportato bene per i motivi più disparati. Di seguito riporto quelli che per primi mi sono venuti in mente, riservandomi il diritto d’aggiornare il post in seguito, magari anche col contributo dei lettori.

Partiamo come sempre dai Beatles: già con You Never Give Me Your Money, Paul McCartney si lamentava delle beghe finanziare dell’ultima fase del celebre quartetto. In Two Of Us, invece, Paul ripensa malinconicamente a John Lennon e alla tanta strada che i due hanno fatto insieme. McCartney riuscì comunque a trovare sollievo nella consolatoria Let It Be, dopo i suoi ‘times of trouble’. I riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono aumentati dopo lo scioglimento del gruppo: e così abbiamo Ringo Starr che in Early 1970 commenta l’amara fine dei Beatles, George Harrison che sfoga un suo litigio con Paul in Wah Wah, mentre McCartney e Lennon si scambiano accuse, rispettivamente, con Dear Friend e How Do You Sleep?. Altre frecciate da parte di George, verso Paul ma anche John, si trovanon in Living In The Material World. Altre beghe contrattuali e giudiziare in Sue Me Sue You Blues, ancora con Harrison, che tuttavia è l’autore della prima canzone-omaggio a Lennon, All Those Years Ago (nella foto, la copertina del singolo), cosa che anche McCartney farà con la sua Here Today. Invece la morte prematura dello stesso George sarà ricordata da Ringo in Never Without You. Altri riferimenti espliciti ai Beatles in quanto tali si trovano in God di John, in I’m The Greatest di Ringo e in When We Was Fab di George.

In realtà i riferimenti all’uno o all’altro Beatle sono molti di più: ricordo la tesi d’uno studente australiano che affermava come la maggior parte delle canzoni dei Beatles scritte da John e Paul fosse un continuo botta & risposta fra i due: e così, per esempio, se John sceglieva di cimentarsi con la cover di Money (That’s What I Want), Paul rispondeva con la sua Can’t Buy Me Love. Altri riferimenti a McCartney si trovano in You Can’t Do That e Glass Onion, mentre pare che il bassista fosse anche il destinatario di Back Off Boogaloo, uno dei primi pezzi solisti di Ringo, e nella conciliatoria I Know (I Know) di John. E’ un aspetto molto interessante nel canzoniere dei Beatles che meriterebbe un post tutto per sé… per ora andiamo avanti, con esempi presi da altre discografie.

Passando ai Pink Floyd, abbiamo l’arcinota Shine On You Crazy Diamond che ci ricorda Syd Barrett con struggente nostalgia, così come Wish You Were Here e Nobody Home. Ma è dopo la dolorosa defezione di Roger Waters che i componenti dei Floyd iniziano a battersi con le canzoni: e così per un David Gilmour che, rivolgendosi al burbero bassista, canta You Know I’m Right, abbiamo un Waters che replica in Towers Of Faith… ‘questa band è la mia band’. In seguito Gilmour cercherà di essere più conciliante ma Waters seppe solo mandarlo affanculo… è quanto sembra emergere fra le righe di Lost For Words. Altri riferimenti a Barrett e allo stesso Waters si ritrovano in Signs Of Life, brano d’apertura di “A Momentary Lapse Of Reason”.

Risentimenti vari anche in casa Rolling Stones: Mick Jagger e Keith Richards se li sono scambiati a vicenda negli anni Ottanta con, rispettivamente, Shoot Off Your Mouth e You Don’t Move Me. Rabbia verso altri (ex) partner musicali si trovano anche in F.F.F. dei PiL (indirizzata a Keith Levene, solo pochi anni prima affettuosamente ritratto in Bad Baby), in This Corrosion dei Sisters Of Mercy (l’indirizzo è quello di Wayne Hussey), in Fish Out Of Water dei Tears For Fears di Roland Orzabal (il destinatario è ovviamente Curt Smith) e sopratutto in Liar dei Megadeth, ovvero una scarica di pesanti insulti verso l’ex chitarrista Chris Poland.

In casa Queen siamo invece addolorati per la morte di Freddie Mercury: ce lo cantano Brian May con la sua Nothin’ But Blue (alla quale partecipa pure John Deacon) e Roger Taylor con Old Frieds. Ma trasudano tristezza anche Wish You Were Here dei Bee Gees e Knock Me Down dei Red Hot Chili Peppers: nella prima si piange la morte prematura di Andy Gibb, fratello più giovane di Barry, Robin e Maurice, nella seconda si piange invece quella del chitarrista Hillel Slovak. Ancora in casa Chili Peppers, fra l’altro, in Around The World del 1999 viene citato anche il sostituto di Slovak, il più noto John Frusciante.

Sentimenti di rivalsa invece con Don’t Forget To Remember dei Bee Gees, Solsbury Hill di Peter Gabriel, We Are The Clash dei Clash, Why? di Annie Lennox e No Regrets di Robbie Williams: la prima è un monito a Robin Gibb (in quel momento fuori dai Bee Gees), la seconda parla del perché Peter ha deciso di mollare i Genesis, la terza è rivolta da Joe Strummer contro Mick Jones, la quarta è indirizzata a Dave Stewart, partner della Lennox negli Eurythmics, mentre la quinta è rivolta al resto dei Take That, per i quali Robbie non prova ‘nessun rimorso’.

Altri riferimenti più o meno velati ai propri (ex) compagni di gruppo si trovano in Dum Dum Boys di Iggy Pop, Public Image dei PiL, The Winner Takes It All degli Abba, Should I Stay Or Should I Go? dei Clash, The Bitterest Pill dei Jam, In My Darkest Hour dei Megadeth. Ne conoscete degli altri? Sono sicuro che ce ne sono molti ma molti di più!

– Mat

(ultimo aggiornamento il 2 marzo 2009)

Siouxsie & The Banshees, “Once Upon A Time/The Singles”, 1981

siouxsie-and-the-banshees-once-upon-a-timeDa tempo volevo parlare d’un altro gruppo new wave inglese che apprezzo particolarmente pur senza esserne un fan: Siouxsie And The Banshees, una band capitanata dalla inquietante ma eccentrica & sensuale Siouxsie Sioux.

Cercherò di descrivere la storia di questo gruppo basandomi sulle due raccolte pubblicate nel 1981 e nel 1992, vale a dire “Once Upon A Time/The Singles” e “Twice Upon A Time/The Singles”, contenenti, per l’appunto, i singoli pubblicati dai Siouxsie And The Banshees dall’agosto ’78 al luglio ’92.

Da quel che ho capito, i Siouxsie And The Banshees nascono nel 1976 come accolita di fan degli impetuosamente nascenti Sex Pistols, tanto che il primo batterista dei Banshees era il famigerato Sid Vicious, di lì a poco nuovo bassista (più scenico che effettivo) degli stessi Pistols. Ma oltre alla Sioux, a Vicious, e a qualcun altro che ora non ricordo, i Banshees vantavano già il bassista Steven Severin, probabilmente il vero motore musicale del gruppo.

I Siouxsie And The Banshees entrano quindi in contatto con la cricca punk più in vista di quel periodo, vale a dire i Sex Pistols, i Clash, i Damned (un altro gruppo che meriterebbe un post tutto suo…) e i Generation X, e se non ricordo male partecipano pure al famigerato Anarchy Tour del dicembre ’76.

Tutto ciò più l’impossibilità di non accorgersi del fascino sconcertante della Sioux, evidentemente, bastarono ai nostri per attirare le attenzioni della Polydor che il 18 agosto 1978 pubblica il singolo Honk Kong Garden. Prodotta dal celebre Steve Lillywhite, la saltellante & ovviamente orientaleggiante Honk Kong Garden mise subito in luce la peculiarità dei Siouxsie And The Banshees e il loro innegabile appeal artistico. Di recente, questo pezzo è stato inserito nel film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola: lo si ascolta durante uno degli sfrenati party ai quali partecipa la volubile regina francese.

Tratto dal primo album della band, “The Scream”, ecco invece il secondo singolo, l’arrembante Mirage, pubblicato il 13 novembre; è una canzone che vede già la partecipazione della stessa band alla produzione, sempre con Steve Lillywhite.

Pubblicata il 23 marzo 1979, ecco quindi la viscerale The Staircase (Mystery), una bella canzone che risalta le doti più teatrali & drammatiche dei nostri. Segue l’altrettanto visceralteatrale ma più gotica Playground Twist, edita il 28 luglio e caratterizzata da una superba prova vocale di Siouxsie Sioux, nonché dall’uso del sassofono. Playground Twist è inoltre l’ultimo singolo della band a figurare la formazione Siouxsie Sioux/Steven Severin/John McKay/Kenny Morris.

Accreditata a Siouxsie Sioux/Steve Severin/Kenny Morris/Peter Fenton ecco quindi a settembre la martellante & irresistibile Love In A Void. Accreditata invece ai soli Sioux & Severin, ecco invece Happy House, pubblicata il 7 marzo 1980 e prodotta dai nostri con Nigel Gray, già al lavoro coi Police. È una bella canzone, Happy House, un pop molto artistico che a mio avviso marca l’inizio della fase più convincente della lunga carriera discografica dei Siouxsie And The Banshees.

Il 30 maggio è la volta d’una seconda composizione Sioux/Severin, un’altra bella canzone chiamata Christine, mentre il 28 novembre la Polydor pubblica la distesamente pulsante Israel, che secondo me è una delle dieci canzoni migliori mai registrate dai nostri. Da Israel in poi tutte le canzoni originali dei Sioxusie And The Banshees saranno accreditate secondo questa firma collettiva, mentre la formazione alternerà una schiera notevole di musicisti stabili e ospiti da qui agli anni seguenti, fra i quali Steve Jones dei Sex Pistols, John McGeoch dei Magazine (poi coi Public Image Ltd. di Johnny Rotten) ma soprattutto Robert Smith dei Cure.

Ancora con Nigel Gray alla console, il 22 maggio 1981 segna l’uscita della bella Spellbound, seguita il 24 luglio da un pezzo ancora migliore, Arabian Knights. È proprio sulle note di Arabian Knights, ultimo pezzo contenuto nella raccolta “Once Upon A Time”, che chiudiamo questo primo post dedicato ai singoli dei Siouxie And The Banshees del periodo 1978-1992. Un secondo post arriverà fra qualche giorno.

– Mat

Public Image Ltd., “Second Edition”, 1979

pil-second-edition-metal-boxNoto ai più come “Metal Box” per una ragione che vedremo fra poco, “Second Edition” è il secondo album dei Public Image Ltd., la suprema formazione dark-punk cui Johnny Rotten (o John Lydon che dir si voglia) ha dato vita assieme a Keith Levene all’indomani del suo abbandono ai Sex Pistols.

Probabilmente il miglior album dei PiL e uno dei dischi più intransigenti & anticonformisti che la storia del rock annoveri, “Second Edition” è purtroppo l’ultimo album della band inglese ad avvalersi delle eccezionali linee di basso di Jah Wobble; si tratta comunque d’un lavoro discografico incredibile, un’autentica prova di forza lunga un’ora nella quale troviamo abilmente fuse sonorità dub, reggae, funk, dark, punk, noise ed elettroniche.

“Second Edition” è un grandioso calderone di stili che pone i PiL come una delle band più originali – e purtroppo misconosciute – fra quelle della scena new wave (diciamo gli anni 1978-1982). Fatta questa breve premesssa passiamo all’analisi delle dodici tracce che compongono l’album.

La prima volta che ascoltai Albatross rimasi fin dai primissimi secondi incantato dal sound che le mie orecchie stavano percependo: un tempo medio molto groovy – caratterizzato dal pronunciato & pulsante basso di Wobble e dalla secca & puntuale batteria – sul quale s’innestano la tagliente chitarra di Levene e il canto insolitamente baritonale (e distante) di Lydon. Albatross si fa carico di tutto questo per l’epica lunghezza di dieci minuti e mezzo, ma sono dieci minuti e mezzo assolutamente coinvolgenti dove i PiL ci portano molto lontano, più lontano di quanto si siano mai spostate le band coeve di questa.

Segue il trascinante dub-rock di Memories, uno dei singoli estratti da “Second Edition”: vi ritroviamo il canto stralunato del più tipico John Lydon, mentre la base strumentale è ancora una volta molto groovy ed eccezionalmente compatta. Grazie ad alcune cadenze mediorientali (che i Pil proporranno con più vigore nel successivo “Flowers Of Romance”), Memories è una canzone trascinante e piacevolmente alienante.

Con Swan Lake siamo in presenza di uno dei pezzi più memorabili dei PiL, un’eccezionale fusione fra attitudine punk, testo darkeggiante e musica dance/funk. Straordinario all’inizio l’effetto chitarristico che Levene infonde alla sua chitarra (una sorta di avvitamento), seguìto dal geniale ed avvolgente giro di basso che s’inventa Wobble. Ottima tutta la parte di batteria, così come il canto stravolto di Lydon, impegnato in una delle sue performance più memorabili (e appassionate). Leggermente remixata, Swan Lake è stata anche pubblicata come singolo e per l’occasione reintitolata Death Disco.

Se con Poptones siamo alle prese con una disturbata & disturbante deriva dub-noise lunga oltre sette minuti e mezzo, con Careering troviamo invece una canzone che sfugge a qualsiasi catalogazione… forse un primordiale esempio di musica industrial, forse ancora un originale precursore del genere techno, Careering (edita pure su singolo!) rappresenta un interessantissimo esperimento sonoro elettro-dub/funk (uso questi termini per dare un’idea…) che solo un gruppo come i PiL poteva concepire nel ’79. Aggiungo solo che per me Careering è uno dei brani più rappresentativi mai registrati dai nostri.

A seguire troviamo due tracce strumentali: prima la vivace ma nervosa Socialist (con Levene che poggia la chitarra per dilettarsi ai sintetizzatori) e poi il coinvolgente noise-funk di Graveyard. Quest’ultima è in realtà la semplice base strumentale di Another, uno dei vari B-side.

Con la notturna The Suit ritroviamo il canto (piuttosto distaccato) di Lydon, adagiato su un’impassibile parte di batteria (molto probabilmente suonata da Levene) e su una morbida ma vivace parte di basso eseguita da Wobble.

Da qualche parte ho letto che il testo di Bad Baby, la canzone seguente, è uno scherzoso riferimento allo stesso Keith Levene. Dal canto suo, Levene molla ancora una volta la chitarra per dedicarsi al sintetizzatore, mentre una squadrata batteria, sorretta dal solido basso di Wobble, conduce il tempo in una sorta di marcia.

In No Birds ritroviamo pure la tagliente chitarra di Levene in quello che è forse il brano meno definito in questo disco (una sorta di veloce ma non troppo noise-rock). Tuttavia i quasi cinque minuti di No Birds si amalgamano bene nei sessanta totali per cui veniamo piacevolmente condotti al brano seguente.

L’implacabile e martellante marcia di Chant è la canzone più punk fra quelle contenute in questo disco, anche se in “Second Edition” (e in gran parte pure nel precedente “First Issue”) i PiL sono andati ben oltre i rigidi (e facili) schemi del pezzo punk.

Radio 4, suonato interamente da Keith Levene, è uno strumentale d’atmosfera, elettronico e quasi ambient, che poco somiglia a quanto abbiamo ascoltato finora. Rappresenta comunque una splendida chiusura per un album eccezionale quale è questo “Second Edition”.

Qualcuno avrà forse notato che non ho menzionato il nome del batterista: il motivo è che si alternano ai tamburi ben sei musicisti diversi, nessuno accreditato nelle scarne note interne dell’album, fra i quali troviamo però gli stessi Levene e Wobble. Altri due sono sicuramente Richard Dudanski (già con The 101ers, la band pre-Clash di Joe Strummer) e Martin Atkins, quest’ultimo di lì a poco un membro permanente in seno ai PiL.

Infine, impossibili da ignorare in questo caso, alcune cose sulla veste grafica e il formato dell’album che abbiamo appena visto: originariamente pubblicato come triplo 12” (dodici pollici o elleppì da quarantacinque giri per i non avvezzi al gergo discografico) in una confezione metallica simile a quella usata per le vecchie bobine dei film (da qui il titolo di “Metal Box”), nel corso del 1980, su pressioni della casa discografica, l’album è stato ristampato come doppio elleppì (la cui copertina è raffigurata nella foto sopra) e col titolo cambiato in, per l’appunto, “Second Edition”.

Anche la scaletta dei brani è stata leggermente modificata per adattarsi al nuovo formato ma il contenuto di “Metal Box” è identico a quello di “Second Edition”: un’ora buona di musica originale, sfrontata, assolutamente anticommerciale ma tecnicamente ineccepibile. Un album che valuterei con un bel undiciellode!

– Mat

Ryuichi Sakamoto

ryuichi-sakamoto-immagine-pubblicaHo conosciuto quel geniale ed eclettico artista giapponese che risponde al nome di Ryuichi Sakamoto grazie ai dishi di David Sylvian, dato che il cantante inglese s’è avvalso spesso e volentieri del talento creativo di Sakamoto. A dire il vero, fino ad una decina d’anni fa, ignoravo bellamente che Forbidden Colours, il pezzo più famoso di Sylvian e uno dei brani che amo di più, fosse in realtà una canzone di Sakamoto cantata da David.

Ryuichi Sakamoto, classe 1952, è probabilmente la più grande star musicale del Giappone e uno dei migliori compositori di colonne sonore. Numerose le sue collaborazioni con famosi artisti internazionali, fra i quali, oltre al già citato David Sylvian (e ai suoi progetti quali Japan e Nine Horses), troviamo Iggy Pop, i PiL, Caetano Veloso, Youssou N’Dour, Arto Lindsay e gli Aztec Camera.

Mago del pianoforte e delle tastiere, Ryuichi Sakamoto ha debuttato discograficamente nel 1978 con gli Yellow Magic Orchestra, un trio techno-pop giapponese del quale ha fatto parte fino allo scioglimento del gruppo stesso, nei primi anni Novanta. Nel frattempo, oltre ad aver realizzato diversi e celebrati album solisti (qui cito la trilogia composta da “Neo Geo” del 1987, “Beauty” del 1989 e “Heartbeat” del 1991), ha musicato numerose e fortunate colonne sonore, fra le quali “Furyo” (la sopracitata Forbidden Colours è parte di questa colonna sonora), “L’Ultimo Imperatore”, “Un Té nel Deserto” e “Femme Fatale”. Ha anche recitato da attore, sia in alcuni degli stessi film che ha musicato (in “Furyo” è accanto a David Bowie) e sia in parti minori, quali il video di Rain, una canzone di Madonna datata 1992.

Insomma, davvero un artista – un artista nel vero senso della parola – completo, questo Ryuichi Sakamoto, un personaggio in continuo fermento creativo che non ha mai rinunciato a sperimentare con i suoni e le immagini.

The Professionals, “I Didn’t See It Coming”, 1981

the-professionals-immagine-pubblica-steve-jones-paul-cookThe Professionals è il nome del gruppo che Steve Jones e Paul Cook, rispettivamente chitarra e batteria dei Sex Pistols, hanno formato dopo la fine ufficiale dell’irriverente banda punk inglese. Reclutato il bassista Andy Allen, i Professionals fanno il loro debutto discografico nel luglio 1980, col bel singolo Just Another Dream, mentre sono impegnati in studio per la registrazione del primo album. In realtà, a parte la pubblicazione ad ottobre d’un secondo singolo, 1-2-3, i Professionals subiscono un imprevisto stop, con Allen che molla il gruppo e cita Jones e Cook in giudizio per mancati pagamenti. Inoltre, i crescenti problemi di droga di Steve non aiutavano certo a rasserenare l’atmosfera complessiva. Comunque, a fine anno, i Professionals raggiungono una formazione stabile con l’ingresso del bassista Paul Meyers (già coi Subway Sect) e del secondo chitarrista Ray McVeigh e riprendono le incisioni dell’album. Pure in questo caso le cose vanno per le lunghe e una nuova pubblicazione dei Professionals vede la luce solo nel luglio ’81, il singolo Join The Professionals, con la band che fino a quel punto non s’è mai esibita dal vivo. Finalmente, dopo ritardi e smentite, la Virgin pubblica a novembre il primo (e unico) album dei Professionals, “I Didn’t See It Coming”, anticipato dal singolo The Magnificent.

1-2) Composto da dieci canzoni, questo vigoroso album inizia proprio col pulsante The Magnificent, potente e irresistibile punk-rock eseguito con notevole grinta; il riff principale è però un’imitazione bellebbuona di Public Image, primo singolo dei PiL, la band dell’ex collega John Lydon. Segue un brano ancora più tirato, Payola, altro grande esempio di punk-rock di classe.

3) In Northern Slide la voce da hooligan di Steve Jones lascia il posto a quella di Paul Cook per la sua seconda prova come cantante solista (la prima era stata Silly Thing, nel delirante “The Great Rock ‘N’ Roll Swindle” dei Pistols): il brano è meno nervoso e si avvale di alcuni fraseggi di sax, comunque lo stile dei Professionals non viene smentito e anche qui sentiamo un deciso punk-rock.

4-5) Come suggerisce il titolo, la successiva Friday Night Square è una canzone alquanto notturna e meditabonda, la più lenta del disco, per quanto non sia certo una ballata. Segue Kick Down The Doors, uno dei momenti migliori del disco: una strumentazione tipicamente punk-rock ma priva dell’urgenza più sfrenata del genere… anzi, qui la fusione fra punk e rock è pressoché perfetta (molto corale il ritornello, lo si impara subito e – almeno personalmente – non si riesce a fare a meno di canticchiarlo quando lo si ascolta) e la prestazione vocale di Jones è una delle migliori della sua carriera.

6-8) Segue la mia canzone preferita di tutto il disco, la veloce e trascinante Little Boys In Blue: l’arrangiamento è tagliente e tirato, Steve esegue una parte vocale mozzafiato, i riff di chitarra sono epici e memorabili… insomma, una stupenda canzone punk (una delle mie preferite del genere), non c’è che dire! Il successivo All The Way è un altro pezzo tirato e robusto, nel quale si risente l’impiego del sax, seguìto dalla distesa e saltellante Crescendo.

9-10) I ritmi più serrati (e tipici) del punk-rock tornano quindi con la movimentata Madhouse, uno dei brani più riusciti del disco, forte d’un bel ritornello, mentre la conclusiva Too Far Too Fall, con tanto di lungo assolo centrale di sax, non smentisce il sound complessivo dell’album, regalandoci un’ultima corsa di sano ‘Jones & Cook sound’.

Nonostante “I Didn’t See It Coming” sia uno dei dischi più consistenti usciti dalla scena punk inglese, il grande pubblico finisce con l’ignorarlo bellamente, minando l’esistenza stessa dei Professionals. Dopo il madornale errore di rifiutare un tour in USA di supporto ai Clash (che in quel periodo stavano ottenendo una clamorosa accoglienza in America), la band subisce il colpo di grazia definitivo poco dopo l’uscita dell’album, quando Cook, Meyers e McVeigh restano feriti in un incidente stradale. Di lì a pochi mesi, col tour americano che va in malora e l’album che praticamente segna un flop, la breve e sfortunata avventura dei Professionals giunge a conclusione.

In quanto a “I Didn’t See It Coming”, l’album è stato ristampato dalla EMI nel 2001 con ben otto canzoni aggiunte, due delle quali inedite. Le preziose aggiunte sono i tre singoli Just Another Dream (una delle canzoni migliori dei Professionals), 1-2-3 e Join The Professionals, i relativi lati B, cioé Has Anybody Got An Alibi, la cover di White Light/White Heat dei Velvet Underground e la cover di Baby I Don’t Care di Gene Pitney; le inedite sono invece Kamikaze e Mods, Skins, Punks, due belle canzoni, potenti e corali, che avrebbero potuto trovare felicemente posto sull’album originale ma che purtroppo sono rimaste in archivio per molti anni. Un disco, questo “I Didn’t See It Coming”, che consiglio a tutti i fan dei Sex Pistols ma anche a tutti gli appassionati del punk e dei suoi derivati musicali.

Keith Levene, la chitarra dei PiL

keith-levene-pil-immagine-pubblicaKeith Levene, inglese, classe 1957, è uno dei fondatori dei Clash ma, a pochi mesi dalla nascita della band, nel settembre del 1976 Keith era già fuori dal gruppo. Avrà modo di rifarsi con la sua militanza nei Public Image Ltd., uno dei gruppi più innovativi e misconosciuti del rock. E uno dei preferiti del vostro Mat. Fatta questa breve premessa, vediamo la storia di questo musicista.

Keith s’interessa alla musica fin da giovanissimo, preferendo marinare la scuola per seguire in tour i suoi beniamini, gli Yes, del quale diventa ben presto un aiutante tuttofare. A tempo perso picchia sulla batteria, ma la sua passione è la chitarra… e che passione! Con le sei corde è un autentico mago, ha uno stile tutto suo che riconoscerei tra mille: una specie d’effetto metallico che pare avvitarsi su se stesso… sarebbe meglio ascoltarsi l’introduzione di Death Disco dei PiL o la sua I’m Looking For Something per capire il senso della mie parole.

Tra il 1975 e il 1976, la formazione punk emergente dei London S.S., composta da Mick Jones e Tony James, effettua numerosi provini per reclutare nuovi membri: grazie alla sua abilità, Keith diventa uno di essi, con la band che (tolto di mezzo il povero Tony) assume il nome di The Young Colts. A Keith, inoltre, va il merito d’aver caldeggiato l’ingresso in formazione di Joe Strummer: mentre il maggio ’76 volgeva al termine, così come un concerto dei 101ers (band nella quale Joe militava), Keith e Bernie Rhodes, manager dei Young Colts, vanno a prendere Joe per fargli conoscere il resto del gruppo. Di lì a poco, Joe Strummer diventa un componente della band in pianta stabile, band che quindi adotta il nome di The Clash.

Seguono prove su prove, con i Clash che scrivono il loro primo materiale, la maggior parte del quale finì nel loro primo e omonimo album, “The Clash” (aprile 1977). Ma l’album non figura già più Keith Levene tra i ranghi, la sua unica traccia come Clash è un credito di coautore con Strummer e Jones del brano What’s My Name?. Anni dopo, Keith disse in una delle sue rare interviste che, per quanto trovasse complessivamente poco piacevole l’album “The Clash”, avrebbe dovuto spettargli un credito di coautorialità per ogni altro brano del disco. Certo è che nessun altro lavoro successivo dei Clash suona come questo primo album, ma è anche vero che suonano diversamente tutti gli altri dischi che hanno visto la partecipazione di Keith. La verità è che stiamo parlando, sia per il duo Strummer/Jones e sia per Levene, di incredibili talenti in continua evoluzione, per cui ogni nuovo disco è un passo stilistico in avanti (almeno fino al 1982).

Mentre era ancora nella band, Keith solidarizzò con Sid Vicious, tanto che, una volta espulso dai Clash (si disse perché consumava troppe amfetamine), si unì alla fantomatica banda punk di Sid chiamata The Flowers Of Romance. Di lì a poco, tuttavia, Sid diventò uno dei Sex Pistols, mentre Keith entrò in una sorta di limbo artistico; pare che comunque, così come i Clash, il nostro diede una mano al gruppo punk al femminile delle Slits. Grazie a Sid, però, Keith ebbe modo di fare amicizia col cantante dei Pistols, John Lydon (in arte Johnny Rotten), il quale si ricordò di Keith dopo aver abbandonato il gruppo nel gennaio ’78. Fu così che, come Public Image Ltd. ed in compagnia di altri talentuosi musicisti, John Lydon e Keith Levene diedero vita a una strepitosa trilogia di album dark-punk: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979, anche conosciuto come “Second Edition“) e “Flowers Of Romance” (1981). Nel 1982 avvenne un cordiale riavvicinamento tra Keith ed i Clash: in più occasioni, infatti, Levene e Lydon passarono a salutare i Clash nel backstage dei loro concerti durante il trionfale tour statunitense di questi con gli Who. Tuttavia, Keith e John non si capivano più e così nel 1983, durante le incisioni del quarto album dei PiL, Levene abbandonò il gruppo portandosi dietro i nastri con le nuove canzoni in fase di realizzazione.

Lydon proseguì comunque per la sua strada e così nel 1984 furono pubblicate due versioni dello stesso materiale: “Commercial Zone” per Levene e “This Is What You Want, This Is What You Get” per Lydon. Ma a quel punto, in fondo, la cosa non interessava più a Keith, ormai tossicodipendente, che decise di proseguire da solo: si trasferì in America, dove iniziò addirittura a creare programmi per computer. Partecipò saltuariamente a progetti musicali (qui ricordo una sua collaborazione del 1985 con i Dub Syndicate di Adrian Sherwood), per lo più componendo colonne sonore per dei serial televisivi e suonandovi abilmente un po’ tutto quello che gli capita fra le mani. Collaborò anche coi Red Hot Chili Peppers (anche se la sua produzione dell’album “The Uplift Mofo Party Plan” sfumò, a quanto pare, per le solite storie di droga) e con Jah Wobble (già insieme nei PiL), finché decise di raccogliere parte di questo suo materiale in un interessante album datato 1989, “Violent Opposition”.

Tuttavia la presenza di Keith Levene nel music-business continuò ad essere sporadica anche negli anni Novanta e così, dopo aver collaborato di nuovo coi Dub Syndicate nei primi anni del decennio e poi brevemente con Glen Matlock dei Sex Pistols in una primordiale versione dei Philistines, il nostro si ritirò praticamente dalle scene. Levene fece ritorno soltanto nel 2002, con un mini album chiamato “Murder Global”, mentre dieci anni dopo si ripresentò nuovamente accanto a Jah Wobble in un album comune intitolato “Yin & Yang”. Tra il 2013 e il ’14, infine, in occasione del trentennale del controverso progetto “Commercial Zone”, Keith lanciò tra i fan una campagna di autofinanziamento via web per ripubblicare in grande stile il materiale proveniente da quelle ormai storiche sedute. Da allora non ne ho più saputo niente, tuttavia. Notizie ne abbiamo?

(ultimo aggiornamento: 5 marzo 2017)

I supergruppi

Traveling Wilburys George Harrison Bob DylanIl termine non è forse molto simpatico ma per supergruppi s’intendono comunemente quelle band formate da almeno due componenti illustri provenienti da altre band. La storia del rock annovera diversi supergruppi ma la loro costituzione sembra aver preso piede soprattutto dagli anni Ottanta ad oggi. Vediamone alcuni, cercando di procedere in ordine cronologico.

Il titolo di primo supergruppo sembra spettare ai Blind Faith, composti da membri dei Cream (Eric Clapton e Ginger Baker) e dei Traffic (Steve Windood), formatisi e disciolti nel 1969 con un solo album all’attivo. Poi fu la volta della Plastic Ono Band, un gruppo che John Lennon e Yoko Ono formarono insieme a Eric Clapton e a George Harrison, sebbene svolgesse un’attività occasionale tra il 1969 e il 1970. Di supergruppi nati negli anni Settanta non me ne sovviene nessuno, credo che comunque non ve ne siano stati molti, per cui passo agli anni Ottanta.

Nel 1982 nascono i Lords Of The New Church (componenti dei Dead Boys e dei Damned), nel 1983 nascono invece i Glove (membri dei Cure e dei Siouxsie And The Banshees), nel 1984 debuttano i Dalis Car (componenti dei Japan e dei Bauhaus) e i Chequered Past (membri dei Sex Pistols e dei Blondie), nel 1985 fanno la loro comparsa i Power Station (voce di Robert Palmer e musicisti dei Duran Duran e degli Chic), mentre nel 1986 è la volta dei GTR (membri dei Genesis e degli Yes) e ancora nel 1989 degli Electronic (componenti dei New Order, degli Smiths e dei Pet Shop Boys).

Nel 1988 hanno fatto la loro prima comparsa, con l’album “The Traveling Wilburys, Vol. 1”, i Traveling Wilburys (nella foto sopra), un super-supergruppo direi, giacché formato da George Harrison dei Beatles con Bob Dylan, Roy Orbison, Tom Petty e Jeff Lynne della Electric Light Orchestra.

Passando agli anni Novanta, nel ’95 debuttano i Mad Season (formati da componenti di Alice In Chains e Pearl Jam), mentre l’anno dopo è la volta dei Neurotic Outsiders (membri dei Sex Pistols, dei Cult, dei Guns N’ Roses e dei Duran Duran). Di altri non ricordo…

Mi sembra più produttivo il decennio in corso: già nel 2000 debuttano i Damage Manual (componenti dei PiL, dei Killing Joke e dei Ministry), nel 2002 esordiscono con alcune canzoni distribuite in rete i Carbon/Silicon (componenti dei Clash e dei Sigue Sigue Sputnik) e con una distribuzione in grande stile, invece, debuttano gli Audioslave (musicisti dei Rage Against The Machine e voce dei Soundgarden). Nel 2004 è la volta dei Velvet Revolver (musicisti dei Guns N’ Roses e cantante degli Stone Temple Pilots), mentre il 2006 ha segnato il debutto ufficiale dei The Good, The Bad And The Queen (componenti dei Clash, dei Blur e dei Verve).

Nella storia della musica moderna si sono visti numerosi esempi di supergruppi costituiti apposta per un singolo evento o brano: è il caso dei Band Aid, che nel 1984 hanno pubblicato il singolo Do They Know It’s Christmas?, e degli U.S.A. For Africa, che l’anno dopo hanno pubblicato il singolo We Are The World. Entrambi nati per scopi benefici, i primi (di origine angloirlandese) sono nati dall’iniziativa di Bob Geldof e Midge Ure (che hanno coinvolto, tra i tanti, Sting, Phil Collins, Paul Weller, Paul Young, Boy George, i Duran Duran, gli U2 e George Michael), i secondi (americani) sono nati invece dall’iniziativa di Michael Jackson e Lionel Richie (coinvolgendo un cast stellare formato, fra i tanti, da Ray Charles, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Tina Turner, Paul Simon e Diana Ross).

Poi ci sono dei supergruppi a ritroso, nel senso che dal gruppo originario, magari anche di successo, siano usciti fuori dei componenti di altrettanto (se non maggior) successo: mi vengono in mente i Genesis (che hanno ‘generato’ Peter Gabriel, Phil Collins ma anche i Mike & The Mechanics) e i Faces (nei quali hanno militato Ron Wood, dal ’75 ad oggi con i Rolling Stones, e Rod Stewart). Ma se ci pensiamo bene anche i Beatles sono stati un supergruppo a ritroso… in quale altra band si trovano Paul McCartney e John Lennon sotto lo stesso tetto?!

Sex Pistols

sex-pistolsAmo i Queen, i Genesis, i Pink Floyd ma, evidentemente, i giovani inglesi della metà degli anni Settanta non la pensavano come me. Pareva che i campioni dell’art-rock, del progressive e dell’hard rock fossero troppo distanti dai comuni mortali, e così l’intraprendente Malcolm McLaren, proprietario d’un negozio di tendenza a Londra chiamato Sex, fiutò il cambiamento dei tempi e decise d’investire tempo & denaro per costituire una nuova band che rompesse coi cliché tipici delle rockstar del passato. Partì quindi da Glen Matlock (basso), commesso del Sex, e vi aggiunse due ragazzi di strada, abituali frequentatori del negozio: Steve Jones (chitarra) e Paul Cook (batteria). Mancava ancora un cantante ma McLaren non ebbe dubbi quando al Sex vide entrare un ragazzo dai capelli verdi e con una maglietta strappata dei Pink Floyd con la scritta ‘li odio’. Si chiama John Lydon ma a causa della sua dentatura compromessa venne soprannominato Johnny Rotten (‘Marcio’): la band è quindi completa, assumendo il nome Sex Pistols.

Nel corso del 1976, prima Londra e poi l’Inghilterra intera s’accorsero di questo nuovo fenomeno che stava scuotendo le fondamenta della musica. Anche le case discografiche fiutarono l’affare e si misero a caccia dei Pistols: la spuntò la EMI che pubblicò il loro primo singolo, Anarchy In The U.K., un titolo che è tutto un programma. I Sex Pistols erano però troppo oltraggiosi, estremi & volgari per i gusti del britannico medio e così la EMI stracciò il contratto. Subentra così la A&M ma anch’essa in poco tempo scarica la band che, nonostante tutto, beneficiò degli indennizzi per inadempienze contrattuali e soprattutto di pubblicità gratuita. Siamo intanto nel 1977, le punk band sono ormai una realtà in Inghilterra con gruppi quali Damned, Clash, Generation X, Siouxsie And The Banshees e altri, coi tempi che sono ormai maturi per l’esplosione del genere. I Sex Pistols firmano infine con la Virgin e pubblicano lo strepitoso singolo God Save The Queen per il giubileo della regina: il ritornello della canzone canta ‘no future’ ed è tutto dire in una nazione in piena recessione economica.

Intanto Malcolm McLaren pensò bene di sostituire il musicista più dotato, Glen Matlock, con Sid Vicious, un fan della prima ora dei Pistols che nel corso dei loro concerti aveva inventato il pogo; in precedenza, Sid aveva militato nei Banshees e nei fantomatici Flowers Of Romance. A fine anno, dopo diverse polemiche e boicottaggi, uscì finalmente “Never Mind The Bollocks“, album straordinario (nel vero senso della parola) che volò al primo posto della classifica inglese. Alcune parti di basso sono suonate da Glen Matlock (riassunto, pare, per completare il lavoro in studio) e altre da Steve Jones ché Vicious non ne era capace, anche se dal vivo la cosa non aveva alcuna importanza. Ormai tutti parlavano di questa nuova band che sapeva suonare a malapena (così si diceva), che cantava di aborto, di precariato, di mancanza d’ideali e d’anarchia, che insultava tutti, compresi pubblico e manager. Il gioco dura poco, però: nel gennaio ’78, mentre la band si trovava in tour negli USA, Rotten pensò d’averne avuto abbastanza e mollò malamente i Pistols, mentre Vicious era ormai un tossicodipendente che correva a folle velocità sulla strada per l’autodistruzione.

Per un po’ la band fu data per spacciata – Johnny nel frattempo fondò i mitici PiL con Keith Levene – ma nel corso dell’anno riuscì a risorgere in un modo o nell’altro: iniziarono le audizioni per un nuovo cantante e McLaren trovò addirittura i fondi per realizzare un film con & sui Sex Pistols. Steve Jones e Paul Cook, i due elementi più legati nel gruppo, si assunsero il compito di scrivere nuovi brani, molti dei quali cantati dallo stesso Jones. Incisero un paio di canzoni pure con Ronnie Biggs, un fuorilegge inglese rifugiato in Brasile. Sid Vicious partecipò cantando in due cover, My Way e Somethin’ Else, per il resto era diventato un solista che a quanto pare andava avanti solo per procurarsi i soldi necessari per la droga. La grandiosa e delirante colonna sonora del film “The Great Rock ‘N’ Roll Swindle” uscì nel 1979, quando ormai Sid era già morto per overdose, mentre il film vero e proprio uscì nelle sale nei primi mesi del 1980, quando Jones e Cook ne avevano avuto abbastanza anche loro dei Sex Pistols e di Malcolm McLaren.

Intanto, se nel ’78 Rotten recuperò il suo vero nome, John Lydon – e come già detto diede vita ai Public Image Ltd. – Sid Vicious diventò un cantante solista, facendosi accompagnare dal vivo dalle stelle più in vista del punk rock: il suo collega nei Pistols Glen Matlock, poi Steve New, Mick Jones dei Clash, Rat Scabies dei Damned, e altri. Ma il suo gioco durò poco perché una fatale overdose lo stroncò nel febbraio ’79, dopo essere finito in galera per il suo presunto omicidio di Nancy Spungen, la sua discussa fidanzata. Sid ci ha lasciato parecchi bootleg (le incisioni illegali) e un solo disco ufficiale, il trascurabile “Sid Sings”, registrato dal vivo.

Glen Matlock fondò un gruppo con Steve New alla chitarra e un emergente Midge Ure al microfono: sono i Rich Kids, che pubblicarono però un solo album, “Ghosts Of Princes In Towers”. Poi Ure si unirà prima ai Visage e poi definitivamente agli Ultravox, mentre Matlock entrò nella band del grande Iggy Pop, accompagnandolo sia sul palco che nelle sessioni in studio. Nel corso degli anni Ottanta, Glen darà vita ad altre band, suonando con numerosi altri artisti, prima di pubblicare il suo primo album solista nel 1996, “Who He Thinks He Is When He’s At Home”.

Steve Jones e Paul Cook, invece, decisero di restare uniti, del resto la band originale era nata attorno a loro due: nel 1980 formarono così un nuovo gruppo, The Professionals, che, nonostante il grande album “I Didn’t See It Coming” (1981), giunse al prematuro scioglimento nel 1982, con Jones che ormai era entrato nel tunnel della tossicodipendenza. Ma i due sono tosti e non si arresero: entrambi suonarono con The Avengers, Sham 69, Thin Lizzy, Joan Jett, Johnny Thunders, mentre Cook produsse le Bananarama e, in seguito, suonò per diversi altri artisti (soprattutto Edwin Collins). Jones, nonostante i suoi problemi, fu però più attivo: prima fondò i Chequered Past (che pubblicarono un solo album nel 1984), poi suonò per Iggy Pop (a più riprese), per i Megadeth, per Andy Taylor dei Duran Duran e negli anni Novanta fondò i Neurotic Outsiders con membri dei Duran Duran, dei Guns N’ Roses e dei Cult. Nella seconda metà degli anni Ottanta, comunque, Jones si ripulì e pubblicò due album solisti: il primo, “Mercy” (1987), è un disco caldo e melodico, sembra incredibile che sia dello stesso uomo che solo dieci anni prima suonava la chitarra nei Pistols; l’altro è “Fire And Gasoline” (1989), più tosto, che si avvale di musicisti d’eccezione come Axl Rose, i Cult e Nikki Sixx dei Motley Crue.

Siamo ormai negli anni Novanta, John Lydon scioglie i PiL nel ’93 e tre anni dopo accetta di riunirsi ai Sex Pistols per una serie di concerti. Sì, perché nel 1996 Matlock, Jones, Cook e quindi Lydon suonano in giro per il mondo nel corso del “Filthy Lucre Tour”, riportando in auge il nome dei Sex Pistols. La reunion si ripete nel 2002, in occasione del secondo giubileo della regina d’Inghilterra e per il 25° anniversario del punk. Per l’occasione, la Virgin pubblica un cofanetto di tre ciddì che ripercorre la storia dei Pistols, mentre il regista Julien Temple celebra la band col film “The Filth And The Fury”.

Beh, ormai avrete capito tutti che, piacciano o no, questi Sex Pistols si sono conquistati un posto nella storia della musica e che la loro, a ben vedere, è una vicenda molto più lunga ed influente di ciò che la loro esigua discografia lascia supporre.

John Lydon, in arte Johnny Rotten

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsForse l’essere troppo schietti & diretti non paga sempre, ma se c’è un campione di anticonformismo che, come John Lennon, ha trasferito pienamente la sua personalità nella propria arte, questo è John Lydon.

Classe 1956, Lydon nasce a Londra da genitori d’origini irlandesi e vent’anni dopo è già un’icona inconfondibile nel panorama musicale: si fa chiamare Johnny Rotten e fronteggia la band più strafottente del mondo, i Sex Pistols. Con loro pubblica un solo disco, il fondamentale “Never Mind The Bollocks“, poi se ne va nel gennaio ’78 mentre i Pistols sono in tour negli USA. John entra subito in causa con Malcolm McLaren, il manager-mentore-ideatore dei Pistols, una causa che durerà per tutti gli anni Ottanta, visto che McLaren si rifiuta di dargli i soldi che gli spettano e gli proibisce l’uso del nome Rotten, in quanto un marchio di fabbrica all’interno dei Pistols, secondo McLaren ed i suoi legali.

Il nostro, con grande dignità, recupera allora il suo nome originale, si unisce ad un autentico genio della chitarra – quel Keith Levene scacciato dai Clash – e fonda così i Public Image Ltd. Questa formidabile accoppiata realizza nel giro di soli tre anni alcuni dei dischi più immaginifici e senza compromessi che io abbia mai sentito: “First Issue” (1978), “Metal Box” (1979) e “Flowers Of Romance” (1981); nei primi due contribuisce al lavoro l’inventiva del bassista Jah Wobble (e si sente), ma è l’alchimia Lydon-Levene che fa la differenza. Alchimia che, poveri noi, finisce di funzionare nel 1983, quando i due prendono strade separate a causa delle divergenze artistiche e dei problemi di droga di Levene: il risultato è comunque il pregevole “This Is What You Want, This Is What You Get” (1984). Sempre nel 1983, inoltre, Johnny debutta come attore in una produzione cinematografica italiana, “Copkiller”, dove recita al fianco di Harvey Keitel.

Tornando alla musica, nell’autunno 1985 la formazione ufficiale dei PiL è ridotta al solo John Lydon: il cantante prosegue il suo cammino, come è sempre stato nel suo stile, e si unisce al celebre bassista-produttore Bill Laswell, col quale aveva già lavorato qualche tempo prima, quando John partecipò al singolo di Africa Bambaataa, World Destruction. Laswell coadiuva le idee di Lydon aggiungendovi uno scenario stellare: Steve Vai, Ginger Baker e Ryuichi Sakamoto sono alcuni dei musicisti che suonano (e come suonano!) nel nuovo album dei PiL, uscito nel 1986 e chiamato “Album” (l’edizione in ciddì si chiama “Compact Disc”, quella su cassetta… “Cassette”).

John Lydon ricrea però una formazione dei Public Image Ltd. nel 1987: con John McGeoch (già nei Magazine e poi con Siouxsie And The Banshees) e Allan Dias forma un sodalizio artistico di buon livello che giunge fino al ’93, realizzando gli album “Happy?” (1987), “9” (1989) e “That What Is Not” (1992). I tempi cambiano, il rock giunge alla sua storicizzazione, il panorama musicale degli anni Novanta diventa sempre più deprimente, i Sex Pistols acquisiscono lo status di pilastri della storia del rock. L’inevitabile reunion giunge nel 1996 col tour “Filthy Lucre” e sarà ripetuta nel 2002 con un’altra serie di concerti. Nel frattempo John Lydon pubblica un’autobiografia (dagli anni giovanili al periodo come frontman dei Pistols) nel ’94 e un coraggioso album solista nel ’97, “Psycho’s Path”, seguìto da una formidabile raccolta nel 2005.

Tuttavia, contrariamente alle aspettative, il signor Rotten non si dedicherà (più) a un nuovo progetto solista, bensì a una grande operazione nostalgia che – dopo averlo riportato a capo dei Sex Pistols per un tour mondiale fra il 2007 e il 2008 – ha coinvolto anche i PiL al termine del 2009. Reclutati nuovamente Lu Edmonds e Bruce Smith (già nella band nella seconda metà degli anni Ottanta, rispettivamente alla chitarra e alla batteria) e il nuovo acquisto Scott Firth, al basso, i Public Image Ltd. hanno realizzato due nuovi album tra il 2012 e il 2015, intervallati oltre dall’attività concertistica anche dalla rinnovata autobiografia di John, “Anger Is An Energy”, della quale aspettiamo ancora l’edizione italiana. Intanto, tra il 2016 e il 2017 hanno visto la luce le riedizioni deluxe da quattro ciddì dei due album storici più amati dei PiL, ovvero il “Metal Box” e “Album”.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 16 marzo 2017)