George Martin, il quinto Beatle

The Beatles George MartinE’ notizia di oggi, 9 marzo 2016, la morte di George Martin, lo storico produttore dei Beatles. Tra i dovuti omaggi – tra cui quelli di Ringo Starr, a quanto pare il primo a dare la triste notizia, quelli degli eredi di John Lennon e George Harrison, e anche quello dell’ufficio stampa degli stessi Abbey Road Studios di Londra – quello di Paul McCartney mi ha fatto tornare in mente un post che scrissi tanto tempo fa. Nel ricordare George Martin, classe 1926, McCartney non ha infatti usato mezzi termini per definirlo come il quinto Beatle. Ecco di seguito, così come venne pubblicato sul mio blog Parliamo di Musica il 20 settembre 2006, l’ingenuo post che azzardai sull’argomento.

Più volte s’è parlato del cosiddetto quinto Beatle, cioé quella persona che, idealmente, potrebbe condividere quel piedistallo dorato che spetta di diritto a Paul McCartney, John Lennon, Ringo Starr e George Harrison. Ma chi è questo quinto Beatle, quali caratteristiche deve possedere? Prima di tutto un soggetto che è stato fortemente legato ai Fab Four di Liverpool, che li abbia influenzati in qualche modo, che abbia contribuito alla loro musica ma anche alla loro identità di Beatles. E allora non possiamo che partire da Stu Sutcliffe, il bassista originale dei Beatles.
Pare che Stu sapesse suonare a malapena ma il suo status di amico di Lennon bastava comunque a renderlo partecipe alle attività del gruppo. Gruppo che si chiamava ancora Quarry Men ed era formato da ragazzini tra i sedici e i diciotto anni. Fu Stu Sutcliffe il primo della band a portare il caschetto alla Beatle, così come il primo ad indossare quelle famose giacche senza collo che rappresentano un sorta di divisa per i Beatles del periodo 1962-66. Queste poche ma fondamentali influenze, quindi più d’immagine che di musica, danno tutto il diritto a Stu di fregiarsi del titolo di quinto Beatle, chi oserebbe sostenere il contrario? Purtroppo Stu Sutcliffe morirà per emorragia cerebrale nel ’62, quando aveva già lasciato i Beatles, che stavano comunque per prendere il volo. Ma John e compagni non lo dimenticarono mai: sulla celebre copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, il disco più osannato dei Beatles, compare anche la faccia del povero Stu (è il primo della terza fila, in alto a sinistra della copertina).

L’altro quinto Beatle in ordine cronologico è senza dubbio Pete Best, il batterista che Ringo Starr rimpiazzò già per la seconda seduta d’incisione dei Beatles agli Abbey Road Studios, nell’estate ’62. Non so quanto Best abbia contribuito alla musica dei Beatles, probabilmente pochissimo, ma è stato comunque il batterista ufficiale del gruppo durante la fondamentale esperienza di Amburgo (1960-1962). Un’esperienza che ha permesso ai Beatles di farsi le ossa come intrattenitori e di compattarsi tra loro: l’unico a non compattarsi fu proprio Pete, sempre più distante dalle abitudini di McCartney, Lennon e Harrison. Dopo che nel marzo ’63 i Beatles esplosero come fenomeno in patria, Pete Best tentò addirittura il suicidio. Per fortuna si salvò ed oggi partecipa con entusiamo alle interviste sulla storia dei Beatles, così come presenzia di buon grado a vare iniziative organizzate dai fan di tutto il mondo.

Attraversiamo i confini della musica, passando dalla parte del management: ce l’avrebbero mai fatta i Beatles senza Brian Epstein? Secondo John Lennon no. Epstein aveva capito tutto, aveva capito soprattutto che quei ragazzini avrebbero potuto oscurare il mito di Elvis Presley: non so cos’abbia avvertito ma senza dubbio, e la storia ce l’ha dimostrato, si è trattato di un genio. Anche per lui il titolo di quinto Beatle è più che lecito ma anche per lui il destino fu avverso: morirà nell’estate ’67 per un’overdose di medicinali.

Tornando a ciò che più ci interessa, la musica, del titolo di quinto Beatle può fregiarsi anche George Martin, il produttore storico dei Beatles: dal 1962 al 1969 Martin fu la guida dei Fab Four in studio di registrazione. Senza di lui quelle canzoni che il mondo ha amato e ama così tanto sarebbero state redicalmente diverse. Qualcuno arrivò perfino a chiedergli maliziosamente se non fosse proprio lui il vero talento dietro i Beatles: il buon George ammise il suo importante ruolo di ‘regista’ nel celebre quartetto ma affermò senza ombra di dubbio che il talento era tutto loro, ovvero di Paul, John, George e Ringo.

Anche una donna può fregiarsi del titolo di quinto Beatle: Yoko Ono, la seconda signora Lennon. Dalla fine del ’67 alla fine dei Beatles stessi nella primavera del ’70, la Ono fu testimone diretta del processo artistico-creativo dei nostri, influenzandolo non poco. La presenza più evidente di Yoko Ono nell’arte dei Beatles è rintracciabile nell’album bianco del 1968, ma, rimanendo costantemente al fianco di John, la sua influenza su di lui e di conseguenza sui Beatles caratterizzerà la fase finale della straordinaria carriera del gruppo.

Si è parlato di quinto Beatle anche a proposito di Billy Preston, il bravissimo tastierista-pianista-organista americano (purtroppo scomparso di recente) che accompagnò i Beatles in studio al principio del ’69, contribuendo alle sonorità degli album “Abbey Road” e “Let It Be” e dei relativi singoli. Il ruolo di Billy, richiesto da George Harrison, può sembrare in apparenza solo quello di un turnista qualunque ma egli contribuì non poco a smussare la tensione che si era irrimediabilmente creata tra i quattro in quel periodo storico, permettendo così al gruppo di regalarci un’altra manciata di straordinarie canzoni.

In definitiva, quanti possono fregiarsi del titolo di quinto Beatle? Io, per un motivo o per l’altro, ne ho contati sei, cioè Sutcliffe, Best, Epstein, Martin, la Ono e Billy Preston, tutti importanti come abbiamo visto nell’imprimere ai Beatles una certa direzione nella loro storia. Ma penso che, almeno per quello che mi riguarda (la musica, la musica prima di tutto…) il vero quinto Beatle sia stato George Martin.

-Mat

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Paul McCartney, “McCartney”, 1970

paul-mccartney-mccartney-album-1970-immagine-pubblicaGiusto un anno fa scrivevo di “Let It Be”, l’ultimo album dei Beatles ad essere stato pubblicato, un disco piacevolmente dimesso ma pur sempre molto emozionante. Poco tempo prima, tuttavia, giusto nell’aprile del 1970, usciva un altro disco beatlesiano, “McCartney”, il primo album da solista per Paul. Un album che, pur non essendo emozionante come “Let It Be”, è quantomeno piacevolmente dimesso come quello, e forse anche di più.

In effetti c’è una nota vicenda – con lungo strascico di polemiche – che lega i due album menzionati: si fece pressione su Paul McCartney affinché rinviasse l’uscita del suo primo album, in modo da non togliere prezioso respiro d’alta classifica a “Let It Be”, un lavoro che peraltro il buon Paul non aveva ancora autorizzato e che, per ironia della sorte, portava il nome d’una sua canzone. Il bassista tenne duro e anzi, non solo pubblicò il suo “McCartney” in quel lontano aprile del ’70, ma l’accompagnò pure con una celebre lettera/intervista nella quale si dichiarava fuori dai Beatles.

Per gli appassionati di musica sparsi in tutto il mondo – non solo quelli beatlesiani – fu un autentico shock: dopo aver fatto di tutto per tenere unita la band, Paul McCartney fu il primo fra i Beatles ad ammetterne pubblicamente la fine. Una dinamica di gruppo che, nel mio infinitamente più piccolo, ho vissuto di persona e che mi fa capire benissimo che cosa Paul può aver provato all’epoca. Insomma, secondo me fece la cosa giusta e la storia gli diede infine ragione.

“McCartney” resta uno dei capitoli solistici di Paul più amati dai fan (incluso il sottoscritto), un’autentica delizia per chi apprezza il bassista non solo come musicista ma anche come persona. Inciso prevalentemente da solo – tutti gli strumenti e le voci, con accompagnamento vocale della moglie Linda in alcune canzoni – & fra le mura domestiche, “McCartney” è ben lontano dalla raffinatezza produttiva di grandi capolavori beatlesiani come “Revolver”, “Sgt. Pepper” e “Abbey Road” e forse per questo il suo ascolto è un’esperienza sonora ancora più avvincente. Lo stesso John Lennon avrebbe cercato d’imitarne lo stile di base per il suo più riuscito “John Lennon/Plastic Ono Band”.
Tutto “McCartney” è dominato da chitarre acustiche (ma l’album non è affatto acustico nel suo complesso) e da arrangiamenti scarni & essenziali, con tredici canzoni alquanto brevi, un corpus che porta la durata totale del disco a trentacinque minuti.

L’iniziale The Lovely Linda è una breve improvvisazione di quarantatrè secondi, più che altro una prova di setting per la strumentazione collegata allo studio domestico di casa McCartney. That Would Be Something è invece un brano più compiuto, lievemente pulsante e pensoso, mentre Valentine Day è uno strumentale gentilmente rock, fra le prime composizioni maccartiane in ordine di tempo, se non ricordo male. Every Night è la canzone che più amo fra quelle contenute qui, oltre che una delle mie preferite nel repertorio di Paul: melodica, gentile, libera, innamorata, rivelatrice… un piccolo capolavoro, secondo la mia modesta opinione. Anche lo strumentale Hot As Sun è una composizione più datata, risalente – pare – al periodo in cui i Beatles si chiamavano ancora Quarry Men. In realtà Hot As Sun forma un medley con Glasses, una piccola traccia ambient che termina a sua volta con un piccolissimo frammento di Suicide, una canzone non accreditata e finora inedita nella sua forma completa. Segue quindi il sentimentalismo di Junk, una ballata provinata anche dai Beatles nel ’68 ma mai incisa formalmente dal gruppo. Man We Was Lonely è un altro dei momenti salienti dell’album, in pratica un duetto fra Paul e Linda che anticipa e prefigura l’avventura dei Wings. Oo You è invece una sorta di country-blues, amabilmente arrembante, mentre il successivo Momma Miss America è lo strumentale di questo disco che più preferisco, soprattutto in quella prima parte dal basso pronunciato & il pianoforte in stile anni Trenta. Teddy Boy è – come Junk – un pezzo originariamente pensato per i Beatles, tanto che la sua esclusione da “Let It Be” è stata un affare da ultimo minuto, probabilmente perché Paul aveva già deciso quando & come pubblicare la sua versione solista*. Se Singalong Junk altra non è che una take alternativa & strumentale della stessa Junk, la successiva Maybe I’m Amazed è la canzone più famosa del disco, una ruggente ballata, ripresa in seguito da Paul in seno ai Wings. Infine eccoci a Kreen-Akrore, uno strumentale particolarmente percussivo, anzi tribale, che forse lascia un po’ il tempo che trova.

Al momento della sua pubblicazione, di certo anche cavalcando l’onda emozionale della dipartita di Paul dai Beatles, l’album “McCartney” schizzò al 1° posto della classifica americana, inaugurando così una tendenza che avrebbe caratterizzato tutti gli anni Settanta per i Beatles in veste solista: i loro dischi avrebbero trovato ben più fortuna nel ricco mercato statunitense, con Paul gran dominatore delle charts a dispetto degli altri Three che, in un modo o nell’altro, gettarono la spugna a metà del decennio.

Ultimi due aneddoti su “McCartney”: durante le sovraincisioni che Paul effettuò agli studi EMI di Abbey Road in vista della pubblicazione dell’album, preferì accreditarsi con lo pseudonimo di “Billy Martin”, forse per non dare troppo nell’occhio.

(*le versioni beatlesiane di Junk e Teddy Boy sono state ufficialmente editate nel 1996, sul terzo volume della serie “Anthology”).

– Mat

Paul McCartney

paul-mccartney-immagine-pubblicaIl grande James Paul McCartney nasce a Liverpool, in Gran Bretagna, il 18 giugno 1942, sotto il segno dei Gemelli come il sottoscritto. Grazie al papà musicista, Paul s’avvicina fin da piccolo al mondo della musica, iniziando a prendere confidenza col pianoforte, la tromba e in seguito con la chitarra. Poco più che bambino, Paul inizia già a comporre le sue prime canzoni ma la svolta della sua vita avviene nell’estate 1957, quando conosce John Lennon, leader d’una formazione studentesca di skiffle, i Quarry Men. John, di due anni più grande, rimane favorevolmente impressionato da Paul, soprattutto dalla sua abilità chitarristica e dal fatto che fosse in grado di comporre canzoni da sé.

John lo invita immediatamente a far parte del gruppo: è da questo punto in avanti che inizia la leggenda dei Beatles, con Paul che invita a sua volta nel gruppo l’amico George Harrison, mentre John porta con sé Stu Sutcliffe. Incoraggiato da McCartney, anche Lennon inizia a scrivere le sue prime canzoni e di lì a poco i due giovani autori faranno un patto che durerà per tutta l’avventura dei Beatles: ogni canzone scritta dall’uno avrebbe recato con sé anche la firma dell’altro. Ecco che nasce il celebre sodalizio Lennon/McCartney… e siamo ancora agli anni Cinquanta!

Le cose assumono quindi una rapidissima piega, gli anni scorrono alla velocità della luce, e la band, finalmente chiamata The Beatles (dopo esssere passata da Johnny & The Moondogs a The Silverbeetles), debutta col singolo Love Me Do / P.S. I Love You – entrambe scritte proprio da Paul – nell’ottobre ’62 con la formazione definitiva che è passata alla leggenda, ovvero John Lennon, George Harrison, Ringo Starr e il nostro. Per il resto degli anni Sessanta la storia di Paul McCartney è la storia dei Beatles: non solo il bassista è il principale autore delle musiche del celebre quartetto ma è anche il componente del gruppo più attento ai processi produttivi e alla sperimentazione in studio. E’ anche il Beatle più professionale e quello più dedito al lavoro, cosa che alla lunga finisce con l’irritare gli altri tre. E’ comunque merito di Paul se i Beatles sono ancora attivi nella seconda metà dei Sessanta: è infatti grazie al suo irrefrenabile entusiasmo che prendono vita dei capolavori assoluti come “Revolver”, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, “The Beatles” e “Abbey Road”.

Paul fa di tutto per tenere uniti i Beatles ma, una volta capito che il giocattolo s’è irrimediabilmente rotto, è il primo a dichiararsi ufficialmente fuori dalla band, nell’aprile 1970. In quello stesso mese parte la sua carriera solista, con l’album “McCartney” che vola al 1° posto della classifica americana e anticipa di poche settimane l’uscita dell’ultimo album dei Beatles, “Let It Be”. A cavallo fra i due decenni non solo cambia la vita artistica e professionale di Paul ma anche quella privata: nel 1969 sposa Linda Eastman, che nel corso degli anni gli darà tre figli (Mary, Stella e James), e stabilisce il suo quartier generale in una fattoria scozzese.

Tutto ciò non significa però un ritiro, anzi: nei Settanta, McCartney è più prolifico che mai e realizza degli album e dei singoli straordinari che meritatamente riscuotono un enorme successo commerciale in tutto il mondo. Paul, infatti, è il Beatle solista che otterrà più successo, grazie alla sua musica irresistibilmente melodica e fortemente teatrale. Nel 1971 esce “Ram”, un album accreditato a Paul & Linda McCartney (2° posto della classifica americana), seguìto nel corso dello stesso anno dal più ruvido e immediato “Wild Life” (10° negli USA), un album accreditato alla sua nuova band, i Wings. Nel ’73 Paul è attivissimo in studio: coi Wings realizza l’album “Red Rose Speedway” (1° negli USA) e il superbo singolo Live And Let Die (tema fortunato d’un film della saga di 007), con Linda contribuisce al nuovo album di Ringo Starr, “Ringo”, e, ancora coi Wings, realizza quello che è il suo capolavoro indiscusso in veste solista, “Band On The Run” (altro 1° posto negli USA).

Nel 1975 Paul e i Wings tornano con “Venus And Mars” (1° in America), seguìto l’anno dopo da “Wings At The Speed Of Sound” (ennesimo 1° posto). Nel ’77 viene pubblicato un album dal vivo, “Wings Over America” (manco a dirlo… 1° negli USA), a testimonianza d’un tour memorabile dove Paul sembra aver finalmente fatto pace col suo recente passato di Beatle, proponendo alcune canzoni che aveva scritto al tempo dei Fab Four. Nel ’78 escono un nuovo album da studio, “London Town” (2° in USA), e una raccolta chiamata “Wings Greatest”, mentre nel ’79 è la volta di “Back To The Egg” (8° in USA), l’ultimo album a nome Wings. Nel 1980, infatti, Paul torna a firmarsi come solista con l’album “McCartney II” (3° negli USA) ma, in definitiva, quello è un anno maledetto: mentre si trova in tour in Giappone viene arrestato alla dogana per possesso di marijuana e poi, a dicembre, riceve la batosta della morte di John Lennon.

Superato lo shock, dopo aver contribuito all’album di Ringo “Stop And Smell The Roses” (1981), Paul torna nell’82 col fortunato “Tug Of War” (1° in Gran Bretagna), seguìto l’anno dopo dall’altrettanto celebre “Pipes Of Peace”. In quel periodo il nostro collabora attivamente con Michael Jackson, realizzando con lui due indimenticabili hit degli Ottanta quali The Girl Is Mine (primo estratto dal celeberrimo “Thriller”) e Say Say Say; tuttavia l’amicizia con Jackson si raffredderà qualche anno dopo quando quest’ultimo avrà acquistato gran parte del catalogo editoriale dei Beatles, soffiandolo proprio a Paul. Tra l’84 e l’86 la creatività di McCartney sembra subire un appannamento: firma alcune colonne sonore qua & là, realizza due album alquanto insipidi, “Give My Regards To Broad Street” e “Press To Play”, dopodiché si concede una pausa riflessiva e ne approfitta per dare alle stampe una splendida raccolta, “All The Best!”, nel 1987.

Aiutato da Elvis Costello, Paul ritorna alla grande nel 1989 con “Flowers In The Dirt” (1° in Gran Bretagna), uno dei suoi album migliori. Un tour internazionale da antologia verrà giustamente immortalato nel triplo elleppì dal vivo “Tripping The Live Fantastic” (1990), poi la frequenza degli album da studio di Paul subirà un rallentamento. “Off The Ground” vede infatti la luce nel ’93, seguìto da “Flaming Pie” (1997), “Run Devil Run” (1999), “Driving Rain” (2001) e “Chaos & Creation In The Backyard” (2005). Ma ciò non significa una riduzione dell’attività del nostro, anzi: oltre ad una serie di album dal vivo (“Unplugged” e “Choba B CCCP” nel ’91, “Paul Is Live” nel ’93 e “Back In The World” nel 2003), McCartney dà alle stampe degli album sperimentali (“Strawberry Oceans Ships Forest” nel ’93 e “Rushes” nel ’98, due dischi realizzati con Youth sotto lo pseudonimo comune di The Fireman) e addirittura delle composizioni classiche (“Liverpool Oratorio”, “Standing Stone”, “Working Classical” e il recente “Ecce Cor Meum”). Inoltre, fra il 1994 e il 2000, Paul contribuisce attivamente con George Harrison e Ringo Starr a quel monumentale & fortunato progetto beatlesiano chiamato “Anthology”.

La vita privata del nostro è cambiata enormemente tra la fine degli anni Novanta e i primi di questo decennio: la morte dell’amata moglie Linda, il matrimonio con l’ex modella Heather Mills, la morte di George Harrison, la nascita della quarta figlia, Beatrice, il divorzio dalla Mills.
Tutto ciò da un artista che calca le scene da cinque decenni e che ha segnato delle pagine indimenticabili non solo nella storia della musica ma anche in quella della cultura, del costume e della vita di milioni d’appassionati in tutto il mondo.

Personalmente ho ancora un vivido & caro ricordo del momento in cui Paul salì sul palco, a Roma, ai Fori Imperiali nel maggio 2003, per cantare Hello Goodbye e dare avvio a quello che, di fatto, è stato uno dei concerti più memorabili nella storia del rock.

– Mat