Queen, “The Works”, 1984

Queen The Works, 1984 immagine pubblica blog“The Works” è stato il primo album dei Queen che acquistai, in formato musicassetta, al prezzo di diciottomila lire, nel 1992. Considerando che qualche tempo dopo me ne andai a comprare anche una copia in ciddì e che all’incirca nello stesso periodo ne regalai un’altra (in vinile) in occasione d’un compleanno, “The Works” è l’album dei Queen che più ho comprato. Ah, dimenticavo: nel 2011 ho anche preso la riedizione remaster con tanto di disco bonus contenente versioni alternative di alcune canzoni presenti nella scaletta originale.

“The Works” è ricordato soprattutto perché contiene due fenomenali singoli come Radio Ga Ga e I Want To Break Free, tuttora tra i brani più rappresentativi non solo dei Queen ma anche della musica pop degli anni Ottanta. Se con I Want To Break Free il suo autore, il bassista John Deacon, consolidò la sua fama di songwriter di successo dopo i fasti di Another One Bites The Dust (1980), con la sua Radio Ga Ga il batterista Roger Taylor divenne il quarto componente dei Queen su quattro ad aver scritto almeno uno dei grandi hit del gruppo. Credo che questo sia un record che nessun’altra band ha mai nemmeno eguagliato.

Gli altri due membri del quartetto, ovvero Freddie Mercury e Brian May, non furono comunque da meno: non solo firmarono gli altri due singoli estratti dall’album – It’s A Hard Life per Freddie e Hammer To Fall per Brian – ma firmarono insieme ed eseguirono da soli il brano conclusivo dell’album, quella Is This The World We Created…? che sembrava fatta apposta per suggellare la trionfale performance che i Queen avrebbero offerto nel corso del celeberrimo Live Aid (luglio ’85). E poi, se vogliamo dirla tutta, It’s A Hard Life resta la canzone più bella del disco, oltre che una delle più belle dell’intero repertorio dei Queen. Personalmente, inoltre, la ritengo la più bella che i nostri hanno pubblicato negli anni Ottanta.

Primo album dei Queen inciso (anche se non interamente) in America, in terra californiana, “The Works” ha inoltre una sua evidente qualità cinematografica: se l’album mette in bella mostra le fotografie scattate da George Hurrell, il famoso fotografo delle dive di Hollywood, il video di Radio Ga Ga mostra invece diverse sequenze tratte da “Metropolis”, il capolavoro di Fritz Lang del 1926. Senza poi contare che un brano originale dell’album, Keep Passing The Open Windows, era stato originariamente pensato come parte delle colonna sonora del film “Hotel New Hampshire” di Tony Richardson, colonna sonora che i Queen avrebbero dovuto firmare così come fecero quattro anni prima per “Flash Gordon“. Alla fine non se ne fece niente, la pulsante Keep Passing The Open Windows finì su “The Works” e il manager dei Queen, Jim Beach, restò legato al film in qualità di co-produttore.

Oltre alle canzoni che abbiamo già citato, “The Works” include anche la heavy Tear It Up, la scanzonata Man On The Prowl (con un grandissimo Fred Mandel al piano) e la futuristica Machines. Nove brani in tutto che non portano la durata complessiva dell’album a superare i quaranta minuti. Eppure, in quel periodo, i nostri furono piuttosto prolifici in studio: altri brani come Killing Time e I Cry For You (scritti da Taylor), Let Me In Your Heart Again (scritto da May), Love Kills e Man Made Paradise (scritti da Mercury) avrebbero infatti potuto far parte di “The Works” ma, per un motivo o per l’altro, sono finiti nei rispettivi progetti extra Queen dei propri autori. Senza poi contare che, alla fine di quell’estate, i Queen erano di nuovo in sala d’incisione per realizzare quello che sarebbe stato il loro primo e unico singolo natalizio, ovvero quella Thank God It’s Christmas che avrebbe visto la luce sul finire di quello stesso 1984.

-Mat

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All’indomani del Record Store Day

record store day immagine pubblica blogSabato scorso ho anch’io festeggiato il Record Store Day facendo quello che c’era da fare: andare al negozio di dischi, quello vero, che vende solo quelli, e fare acquisti. E’ stato tuttavia un Record Store Day abbastanza triste per me: e non soltanto perché non sono riuscito a mettere le mani sull’ambita ristampa in doppio vinile bianco di “Dead Bees On A Cake”, l’album di David Sylvian originariamente uscito nel 1999, ma soprattutto perché ho trovato uno dei negozi storici di Pescara, Discover, drammaticamente chiuso. Qualche settimana fa era venuto a mancare il titolare e, forse, di lì a poco, la decisione di chiudere Discover è stata anche pubblicizzata da qualche parte. Io non ne sapevo niente, ormai vivo a molti chilometri di distanza da Pescara, ma venirlo a scoprire proprio nel giorno in cui si dovrebbero festeggiare i negozi di dischi ha qualcosa di tristemente crudele.

E così, già che c’ero, ho fatto comunque un paio di acquisti, nell’unico, vero, storico, negozio di dischi rimasto a Pescara, ovvero Gong. Ho così comprato il “Rubberband EP” di Miles Davis (un dodici pollici da 45 giri contenente quattro brani) e il “Journey’s End” di Roger Taylor, il batterista dei Queen (un dieci pollici da 45 giri anch’esso, contenente però due soli pezzi). Un po’ pochino, insomma. E quello che ho ascoltato non m’è piaciuto granché.

Mi sto tuttavia consolando con due acquisti che nel frattempo avevo ordinato online: l’ultimo capitolo della “Bootleg Series” dedicato dalla Sony a Miles Davis, “The Final Tour” (quattro ciddì che documentano per la prima volta in maniera ufficiale la tournée di concerti che il Miles Davis Quintet tenne in Europa nel 1960, l’ultima con John Coltrane ancora nei ranghi) e la riedizione deluxe di “Purple Rain”, il capolavoro firmato Prince & The Revolution del 1984, riproposto lo scorso anno in una versione estesa da tre ciddì più divuddì. In settimana, inoltre, dovrebbe arrivarmi anche un cofanetto di Bruce Springsteen del 2015 che tenevo d’occhio da tempo, “The Ties That Bind”, dedicato al suo celebre & celebrato album del 1980, “The River”.

Forse, di questi miei recenti acquisti discografici avremo modo di parlare più dettagliatamente in specifici post. Il prossimo comunque dovrebbe riguardare un album da studio dei Genesis che giace già da qualche settimane tra le bozze di questo blog. Insomma, avremo modo di aggiornarci presto.

-Mat

 

Queen, “Sheer Heart Attack”, 1974

queen, sheer heart attack, immagine pubblica blogTerzo album dei Queen, e secondo pubblicato nel solo 1974, “Sheer Heart Attack” è un lavoro che non ho mai compreso appieno. Troppo eclettico, perfino per gli standard dei nostri, poco organico rispetto a quanto il quartetto inglese aveva già fatto sentire con “Queen II” e farà sentire con “A Night At The Opera“, questo “Sheer Heart Attack” è un ascolto che mi scivola via ogni volta senza lasciarmi grande impressione. Certo, non mancano le grandi canzoni, Killer Queen su tutte le altre. Mi sono sempre chiesto però che cosa c’entrassero delle melodie pianistiche poco più che abbozzate come Lily Of The Valley e Dear Friends con pezzi più compositi e ben più rock come Brighton Rock e Flick Of The Wrist. E poi perché quella sequela di brani da uno o due minuti come Stone Cold Crazy, Bring Back That Leroy Brown, Misfire (primo contributo autoriale ufficiale di John Deacon in seno ai Queen) e le stesse Lily Of The Valley e Dear Friends? Non si fa in tempo ad apprezzarle che sono già finite, passando così alla prossima canzone quasi come un effetto sorpresa. E forse, chissà, era proprio l’effetto che i Queen volevano ottenere.

Personalmente, poi, non ho mai amato uno dei singoli estratti dall’album, quella Now I’m Here che ancora nel 1986 – anno dell’ultimo tour mondiale dei Queen – veniva eseguita di fronte a platee capaci di riempire stadi interi. Questione di gusti, ovviamente. Sempre nel 1986, i nostri eseguivano regolarmente anche In The Lap Of The Gods, ovvero uno dei momenti più alti di “Sheer Heart Attack”. Tuttavia ho sempre preferito quelle versioni dal vivo alle due contenute nell’album originale del ’74: sì, due perché nel disco troviamo due differenti versioni della stessa canzone, nate entrambe dalla penna di Freddie Mercury. Mi piacciono tutte & due le versioni ma, ancora una volta, entrambe hanno qualcosa di sgradevole che mi fa pensare puntualmente che “avrebbero potuto farle meglio”. Sto parlando di quello straniante effetto rallentato sulla voce di Freddie nella prima In The Lap Of The Gods e di quell’esplosione fragorosa (e fastidiosa) sul finale della versione Revisited, che per giunta chiude il disco. Un finale col botto, letteralmente.

Anche i due brani cantati da Brian May e da Roger Taylor, ovvero – rispettivamente – She Makes Me e Tenement Funster, non mi hanno mai convito del tutto: troppo tirata per le lunghe la prima e troppo breve la seconda, di certo avrebbero guadagnato qualcosa in più se fossero state affidate alla voce di Mercury. Restiamo però sempre nel campo delle possibilità: se avessero fatto così, se avessero modificato cosà, eccetera. Insomma, quello che sento di “Sheer Heart Attack”, anche il buono, non mi piace mai completamente.

Acclamato tanto dal pubblico (al secondo posto sia nella classifica degli album e sia in quella dei singoli, con Killer Queen) quanto dalla critica (forse l’ultimo disco dei Queen che sia stato universalmente apprezzato anche dai recensori di professione), “Sheer Heart Attack” mostra se non altro una band vivace, versatile e ricca d’inventiva. Un’inventiva che, tuttavia, sembra dover ancora trovare uno sbocco unitario, finendo per risultare piuttosto dispersiva all’ascolto. Se non altro, i Queen dimostrarono in tempi brevi di saper fare di meglio. E il resto, come si dice, è storia.

-Mat

Notiziole musicali #6

Sting e ShaggyNon compro un disco dallo scorso 1° dicembre. E questa, secondo me, è già una notizia. Un po’ inquietante, per i miei standard, ma conto di rifarmi presto, al massimo entro marzo. Il 23 di quel mese, infatti, sarà disponibile il sesto capitolo della “Bootleg Series” che la Sony ha dedicato e sta dedicando a Miles Davis. Si tratta d’un quadruplo ciddì contenente alcuni concerti europei del 1960 che testimoniano l’ultima collaborazione dal vivo tra Miles Davis e John Coltrane. Il nuovo titolo si chiamerà appropriatamente “The Final Tour: The Bootleg Series Vol. 6” e, sebbene contenga del materiale già precedentemente disponibile, c’è da credere che offrirà una qualità audio notevolmente superiore a quanto finora già ascoltato di quelle leggendarie esibizioni.

Insomma, il 23 marzo non è molto lontano, considerando inoltre che meno di un mese dopo, e precisamente il 21 aprile, sarà la volta del Record Store Day 2018. Ecco, diciamo che mi sto tenendo buono per questi due succosi appuntamenti. Nel frattempo, la produzione di “Bohemian Rhapsody“, il tanto atteso biopic sui Queen del quale si parla ormai da oltre un decennio, ha avuto modo di licenziare il regista Bryan Singer e di sostituirlo con Dexter Fletcher. Se del primo sapevo poco, del secondo so ancora meno; resto comunque ancora incuriosito da questo film, che dovrebbe debuttare nelle sale a dicembre.

Un’altra notizia che mi pare interessante è quella del ritorno degli Smashing Pumpkins, al lavoro su un nuovo album assieme al celebre (e celebrato) produttore Rick Rubin. Stavolta è della partita anche il chitarrista originario della band americana, James Iha, per cui potremmo davvero sentirne delle belle. Chissà. Intanto, anche Sting è tornato in studio negli scorsi mesi, pronto per dare probabilmente un seguito all’album “57th & 9th” del 2016. Tra i suoi collaboratori, oltre al produttore Martin Kierszenbaum, ci sarà anche Shaggy… ricordate, quello di Boombastic? Sting e Shaggy (nella foto) che, fra l’altro, si esibiranno prossimamente nel corso del Festival di Sanremo.

Nel frattempo, Roger Waters ha annunciato che ad aprire il suo concerto che terrà a Hyde Park (Londra), il prossimo 6 luglio, ci sarà anche Richard Ashcroft. L’ex Pink Floyd e l’ex The Verve… due dei miei cantanti/musicisti preferiti. Mi farebbe davvero piacere vederli assieme per uno o due brani. Chissà anche in questo caso. Ci terremo aggiornati.

-Mat

Queen, “A Night At The Opera”, 1975

Queen A Night At The Opera immagine pubblica blogMi resta difficile stabilire quale disco dei Queen possa essere considerato il loro capolavoro assoluto. Senza dubbio, tra i fan, un album come “A Night At The Opera” è sempre stato in pole position tra i possibili candidati. E’ anche il primo album dei Queen ad essere stato riproposto in edizione deluxe, in occasione di uno dei suoi decennali (il 2005, se non erro), e questo forse dice qualcosa sull’importanza che la band e/o la casa discografica gli attribuivano all’interno della discografia ufficiale dei Queen. Eppure “A Night At The Opera” non rientra tra i miei preferiti; in tutti questi anni l’avrò ascoltato dieci volte sì & no.

Iniziamo da una caratteristica fondamentale: “A Night At The Opera” è l’album che contiene Bohemian Rhapsody, che forse è davvero la canzone più bella dei Queen. Un pezzo formidabile, una specie di suite dove rock e opera si fondono in maniera strepitosa, che probabilmente rappresenta al meglio lo stile eclettico & potente a un tempo dei Queen. Nel 2000 venne inserita al primo posto in una classifica delle canzoni più belle del Novecento; certo, ricordo anche un’altra classifica che attribuiva a Imagine tale privilegio, ma il fatto che Bohemian Rhapsody possa competere con la canzone più rappresentativa di John Lennon lascia pensare.

Prossima ai sei minuti grazie ai suoi cambi di tempo e d’atmosfera, Bohemian Rhapsody è una canzone che, quando non mi fa venire la pelle d’oca, mi fa scendere una lacrimuccia. Ad ogni modo, ogni suo ascolto è per me un’esperienza sempre emozionante, e forse solo per questo dovrei metterla al primo posto tra i brani queeniani che più amo. Non così posso dire dell’album che la contiene. Il primo motivo è che mentre sta sfumando il suono del gong che la conclude, sento già sovrapporsi il fastidioso inno nazionale inglese che chiude l’album; sì insomma, God Save The Queen mi rovina l’atmosfera, avrei preferito decisamente che “A Nigth At The Opera” terminasse proprio con quel gong che sancisce la fine di Bohemian Rhapsody. Sarebbe stata una chiusura magnifica!

L’album vanta tuttavia un’apertura magnifica, la dura Death On Two Legs, dove un inviperito Freddie Mercury ne dice di tutti i colori a quel manager che per la sua avidità stava portando i Queen sull’orlo dello scioglimento. Freddie non fa alcun nome ma il manager in questione si riconobbe talmente tanto in quel testo che portò la band in tribunale, vincendo pure la causa! Questa però è un’altra storia.

Tornando al contenuto musicale, tra quelli che reputo i due vertici assoluti di “A Night At The Opera”, ovvero Death On Two Legs e Bohemian Rhapsody, troviamo quanto segue: tre innocue canzoncine dall’atmosfera retrò (Lazing On A Sunday Afternoon, Good Company e Seaside Rendezvouz, piacevoli ma un po’ fini a sé stesse), una ruggente rock ballad (I’m In Love With My Car) che però non mi ha mai esaltato (sarà che la canta il batterista Roger Taylor, mentre con Freddie sarebbe stata tutta un’altra cosa), un secondo singolo di successo (You’re My Best Friend), un po’ beatlesiano, molto amato dai fan ma che, per quanto mi riguarda, non rientra tra i miei preferiti (quel monotono saltellare del piano elettrico che scandisce tutto il pezzo non m’è mai suonato gradito, ecco), altre cavalcate in chiave heavy (Sweet Lady), un’escursione nel country (’39) forse un po’ troppo artificiosa, e una lunga escursione di rock progressive (The Prophet’s Song) decisamente troppo artificiosa. Spicca su tutte queste canzoni una ballata che ha trovato però nell’esecuzione dal vivo la sua vera dimensione, ovvero la celebre Love Of My Life, delicata e toccante, per quella che resta una delle canzoni più belle dei nostri.

Album potente ma raffinato, barocco ma non privo d’ironia, a tratti eccessivo ma tutto sommato divertente, “A Night At The Opera” resta per produzione (Roy Thomas Baker con gli stessi Queen), esecuzione (una menzione speciale va al chitarrista Brian May) ed inventiva da studio di registrazione quanto di meglio i Queen ci hanno mai offerto dal loro debutto con “Queen” (1973) almeno fino a “A Day At The Races” (1976). Trascinato da un singolo fenomenale come Bohemian Rhapsody, che conquistò la vetta della classifica inglese dei singoli in quel lontano autunno del 1975, anche “A Night At The Opera” si piazzò al primo posto della rispettiva classifica riservata agli album.

-Mat

Bohemian Rhapsody: il film sui Queen finalmente in lavorazione

Bohemian Rhapsody Rami Malek Freddie MercuryTanto il sito dei Queen quanto quello del loro chitarrista, Brian May, ci stanno tenendo aggiornati sulla lavorazione del film “Bohemian Rhapsody”, il biopic sulla stessa band inglese, che a questo punto dovrebbe essere distribuito nelle sale nell’autunno 2018. Sì insomma, dopo dieci anni buoni di preproduzione, tra sceneggiatori & attori che andavano e venivano (per la parte di Freddie Mercury si era parlato di Sacha Baron Cohen ma anche di un certo Johnny Depp, mentre una prima stesura era stata scritta da Peter Morgan), il film a cui è stato dato il titolo della più formidabile canzone dei Queen, Bohemian Rhapsody per l’appunto, è finalmente una realtà.

Il regista è Bryan Singer, newyorkese, classe 1965, già dietro la cinepresa per i film della serie “X-Men”, oltre che per “Operazione Valchiria” e “Superman Returns”. Era stato anche coinvolto nella produzione della celebre serie “Dr. House”, se non ho capito male. E se alla sceneggiatura troviamo Justin Haythe (quello di “Revolutionary Road” di Sam Mendes) e Anthony McCarten (quello de “La teoria del tutto” di James Marsh), ad interpretare i quattro componenti originali dei Queen abbiamo finalmente il cast al gran completo: Gwilym Lee sarà Brian May, Ben Hardy sarà il batterista Roger Taylor, Joseph Mazzello sarà il bassista John Deacon e Rami Malek sarà Freddie Mercury (nella foto sopra, la prima foto ufficiale diffusa dalla produzione, anche se mi sembra un po’ ritoccata). Ci saranno inoltre Lucy Boynton e Allen Leech ad interpretare, rispettivamente, la fidanzata storica e il manager personale di Freddie Mercury. Ammetto candidamente d’ignorare tutti questi nomi coinvolti nel casting, saprei giusto dire qualche parola in più su Rami Malek, ma solo perché interpretando Freddie Mercury ha il ruolo più in vista e perciò se ne è parlato di più.

Californiano d’origine egiziana, classe 1981, il buon Malek è noto per aver interpretato il protagonista della serie tivù “Mr. Robot” (della quale non sapevo assolutamente nulla fino a qualche giorno fa), oltre che aver preso parte a un paio di film della serie “Una notte al museo”. Con ogni probabilità, insomma, il rischioso ruolo che gli è stato affidato, quello di un personaggio ormai così impresso nella cultura popolare come Freddie Mercury, sarà il ruolo della sua vita. Staremo a vedere.

Nel cast, infine, pare proprio che ci sia anche Mike Myers, già celebre tra i fan dei Queen per aver interpretato il protagonista in “Wayne’s World”, dove la stessa canzone Bohemian Rhapsody ha una parte memorabile nella buffa vicenda filmica narrata. Ammetto che negli ultimi tempi i biopic (come si chiamano ora i film che riguardano una biografia) sui protagonisti della musica non mi hanno affascinato più di tanto; tanto per dirne una, mi sono stupito della mia stessa indifferenza con la quale ho accolto “Miles Ahead”, il biopic su Miles Davis del 2015 diretto & interpretato da Don Cheadle.

Eppure tutto questo gran parlare di “Bohemian Rhapsody” attraverso i siti ufficiali legati ai Queen ha risvegliato la mia curiosità. Non so esattamente come si svolgerà la vicenda, so soltanto che riguarderà gli anni 1970-1985, quindi dalla fondazione della band a Londra, in quel lontano 1970, al trionfo del Live Aid del luglio 1985. Ed è proprio con la storica esibizione dei Queen al Live Aid che sono iniziate le riprese. Prima dell’autunno 2018, ne sono certo, avremo comunque modo di riparlarne.

-Mat

Notiziole musicali #5

Walter Becker, Donald Fagen, Steely DanE’ settembre, finalmente, mese di ripartenze, ed è tempo di far ripartire anche questo modesto blog. Purtroppo si riparte con una brutta notizia: il chitarrista-autore-produttore Walter Becker (a sinistra nella foto), cofondatore degli Steely Dan assieme Donald Fagen (a destra nella foto), è morto ieri in circostanze non ancora rese note. Un tumore, probabilmente. Personalmente mi dispiace molto, giacché gli Steely Dan sono uno dei miei gruppi preferiti: ho tutti i loro dischi, quelli di Fagen da solista e, ovviamente, anche quelli di Becker da solista, cioè “11 Tracks Of Whack” (1994) e “Circus Money” (2008). Da qualche anno a questa parte sono clamorosamente scomparsi alcuni dei più famosi & celebrati divi musicali – qui metto soltanto David Bowie, Prince e George Michael, tanto per citarne alcuni tra i più recenti, ma la lista è tristemente lunga – per cui la morte di un personaggio peraltro schivo come Walter Becker mi addolora ma non mi sconvolge più di tanto. E’ anche una questione anagrafica, insomma. Non saranno certamente vecchie, le mie pop-rockstar preferite, ma non sono neppure nate ieri.

Queen News Of The World 40th Anniversary EditionE’ notizia di oggi, invece, che l’album “News Of The World” (1977) dei Queen verrà ristampato il prossimo novembre dalla Universal in un lussuoso cofanetto commemorativo in occasione del suo quarantennale. Ebbene sì, canzoni come We Will Rock You e We Are The Champions sono state pubblicate la bellezza di quaranta anni fa… sembra ieri, vero? “News Of The World – 40th Anniversary Edition” sarà un box multiformato contenente l’edizione in vinile dell’album originale, un divuddì con documentario e filmati d’archivio, tre ciddì (uno con l’album originale e due contenenti inedite versioni alternative e/o demo delle undici canzoni originariamente incluse nell’album del ’77, più alcuni brani che ne vennero scartati e una selezione degli stessi pezzi registrati dal vivo tra il 1977 e il 1982). Non mancheranno, infine, un bel libretto di sessanta pagine dalle dimensioni d’un vinile e un paio di poster del quale, probabilmente, chiunque di noi potrebbe anche fare a meno.

Il materiale presente in “News Of The World – 40th Anniversary Edition” è, in effetti, abbastanza ridondante, considerando che i master del vinile e del ciddì sono gli stessi della più recente riedizione dell’album (2011) e i pezzi dal vivo avevano già visto la luce in precedenti uscite discografiche dei Queen (come ad esempio le BBC sessions). I due ciddì contenenti i provini, gli strumentali e le versioni alternative dovrebbero però giustificare l’acquisto (secondo me siamo sui cento euro), almeno per noi fan accaniti del gruppo inglese. Senza contare il bel formato che anche solo a vederlo così, in questa prima immagine che è stata resa pubblica dal sito ufficiale, fa la sua porca figura.

Neil Young HitchhikerUscirà invece già questo venerdì “Hitchhiker”, un album inedito di Neil Young registrato nel lontano 1976. Si tratta di una raccolta di dieci brani perlopiù per sola voce & chitarra messi su nastro dal nostro in presa diretta. Soltanto due canzoni sono effettivamente inedite, Give Me Strenght e Hawaii, mentre le altre, in un modo o nell’altro, erano già comparse in altri album di Neil Young successivi, come ad esempio la splendida Pocahontas, che debuttò in “Rust Never Sleeps” del 1979. Per quanto io conosca Neil Young da una vita, soltanto di recente ho imparato ad apprezzarlo davvero: se tanti anni fa comprai su musicassetta (anzi, era un doppia musicassetta!) la raccolta “Decade”, negli ultimi mesi sono andato a comprarmi il celeberrimo “Harvest” (finalmente!) e “On The Beach”, che mi è piaciuto anche di più e del quale mi piacerebbe parlare prossimamente in un post dedicato.

-Mat

Queen, “The Miracle”, 1989

Queen The Miracle immagine pubblicaNé uno dei migliori dischi dei Queen e né tanto meno un capolavoro, “The Miracle” resta però uno dei capitoli più divertenti e godibili della band inglese, ed è forse il loro album che ho più ascoltato in tutti questi anni. Registrato tra il 1988 e il 1989, durante un periodo in cui le condizioni di salute di Freddie Mercury facevano già temere che si potesse essere alle prese con l’ultimo album dei Queen, “The Miracle” è il disco che suona meno datato tra quelli realizzati dai nostri negli anni Ottanta. E non soltanto perché uscì nell’ultimo di quei discussi anni ma anche perché è molto meno sintetizzato e robotico dei precedenti, decisamente più rock e appena un po’ più grezzo di quanto ascoltato in casa Queen da “Jazz” (1978) in poi.

Questo perché la band ebbe modo di ritrovarsi compatta in studio come non succedeva da molto tempo, e di mettersi a suonare tutti e quattro insieme come non si era sentito così spesso negli album precedenti. Questa ritrovata unità di gruppo venne simboleggiata sia nella copertina dell’album e sia – ben più concretamente – nella decisione di accreditare tutte le canzoni al gruppo stesso, indipendentemente da chi fosse stato l’artefice dell’idea originale del pezzo. Tutte le canzoni di “The Miracle”, infatti, sono autorialmente accreditate come “Queen”, così come tutte quelle del successivo “Innuendo” (1991).

Passando per l’appunto alle singole canzoni contenute in “The Miracle”, si parte con la percussiva Party, seguita senza soluzione di continuità dalla rockeggiante Khashoggi’s Ship, e poi dall’ormai classica The Miracle. Si prosegue quindi con I Want It All, uno dei pezzi più famosi e rappresentativi dei Queen (qui presente in una versione sensibilmente diversa da quella edita su singolo), con The Invisible Man, altro pezzo ormai molto famoso (disponile sull’edizione in ciddì dell’album anche in quel mix esteso chiamato 12″ Version), con l’arrembante Breakthru (altro singolo di successo) e con Rain Must Fall, brano ben più pop che peraltro non brilla per originalità, come vedremo meglio tra poco.

Seguono infine l’intenso pop-rock di Scandal (altro singolo estratto… e siamo a cinque), che per quel poco che può contare è una delle mie canzoni queeniane preferite, il fumoso incedere di My Baby Does Me, con un fascino retro tutto suo, e quindi l’hard rock teatrale di Was It All Worth It, dove i Queen (e Freddie Mercury in particolare) si chiedono se sia valsa la pena d’aver fatto parte di quel baraccone che è (sempre stato) il rock ‘n’ roll.

Cinque singoli estratti da “The Miracle”, s’è detto, ben quattro dei quali vantavano sul lato B una canzone inedita: Hang On In There sul lato B di I Want It All (comunque aggiunta come bonus alla sola edizione in ciddì dell’album), Hijack My Heart sul lato B di The Invisible Man, Stealin’ sul lato B di Breakthru e infine My Life Has Been Saved sul lato B di Scandal. In quel prolifico 1989 apparve anche Chinese Torture, un breve brano strumentale aggiunto anch’esso come bonus alla sola edizione in ciddì di “The Miracle”, mentre restò purtroppo inedita una splendida rock-ballad chiamata Too Much Love Will Kill You (debuttò infine nel 1992, nell’album solista di Brian May, “Back To The Light”, mentre una versione di gruppo apparve soltanto tre anni dopo, con l’album “Made In Heaven“).

Furono appunto molto prolifiche per i Queen le sedute d’incisione per l’album “The Miracle”, anche se peccarono in quanto ad originalità: fin dalla prima volta che ho sentito l’album, nei primissimi anni Novanta, ho avuto la sensazione che i nostri avessero scopiazzato qua e là brani di altri. The Invisible Man, in particolare, mi ha sempre ricordato parecchio la celeberrima Ghostbusters di Ray Parker Jr., mentre il finale di The Miracle, ovvero la parte più movimentata della canzone, sembra riciclato dalla base ritmica di Let’s Turn It On, brano dello stesso Freddie Mercury solista datato 1985. E se tanti anni fa un mio amico mi fece ascoltare un brano dance anni Settanta che somigliava decisamente a Rain Must Fall (purtroppo non ne ricordo né il titolo e né l’interprete… cantava una donna, se la memoria non m’inganna…), non tutto quello che ho sentito in Scandal, My Baby Does Me, Hang On In There, Khashoggi’s Ship e nella stessa The Miracle mi sembra frutto dell’inventiva dei Queen.

Tutta quest’aria da “già sentito” che avverto ora come allora, tuttavia, non mi ha mai impedito di apprezzare un album come “The Miracle” per quello che è: un acusticamente divertente & professionalmente appagante album rock dei tardi anni Ottanta, con ben pochi fronzoli e ancor meno pretese.

-Mat

“All This Is Love”, un altro inedito dei Queen?

Con flemma tipicamente inglese, la pagina facebook ufficiale dei Queen ha praticamente rivelato, lo scorso 23 marzo, la presenza d’un nuovo pezzo inedito della band. Si tratta di All This Is Love, una canzone che non venne inclusa nell’album “Hot Space” (1982).

A rivelarlo è Greg Brooks, l’archivista dei Queen, ed è un qualcosa che ha sorpreso tutti i fan, giacché nessuno di loro (me incluso) ne aveva mai sentito parlare prima. In realtà è stato reso pubblico un foglietto strapazzato (vedi la foto in alto) contenente il testo scritto a mano da Freddie Mercury e riguardante, per l’appunto, una canzone intitolata All This Is Love.

Ma si tratta di una canzone in senso stretto? Nonostante la curiosità dei fan manifestatasi subito nei commenti via facebook, nessuna voce ufficiale ha voluto chiarire la situazione. Ecco perché ho atteso una settimana prima di parlarne, speravo che fosse fatta un po’ più di luce. Le cose stanno evidentemente così, con tre diverse interpretazioni: All This Love è solo un testo scritto su un foglio al quale, tuttavia, non è stato associato nessuna musica; si tratta del titolo e quindi del testo alternativo di una canzone altrimenti nota e contenuta nell’album “Hot Space”; si tratta – ed è quello che mi auguro – di una canzone vera e propria incisa dai Queen durante le sedute di registrazione di quel controverso album ma infine scartata e rimasta tuttora sconosciuta.

Al momento, per una mera questione di cronaca, provvedo ad aggiornare il post relativo a le (poche) canzoni inedite dei Queen, sperando di avere presto ulteriori informazioni sulla ghiotta scoperta.

-Mat

David Bowie, “Lodger”, 1979

DAVID BOWIE LODGER immagine pubblicaEro convinto d’aver già dedicato, in passato, un post a “Lodger”, l’album di David Bowie del 1979. Rimettendo ordine fra i miei vecchi scritti (nel corso del mese sono riuscito finalmente a recuperare quanto pubblicato tra il 2006 e il 2011, o almeno i post più decenti, ecco) ho invece constatato una stridente assenza. Forse ne avevo tentato più volte la bozza, nel corso degli anni, resta il fatto che su Immagine Pubblica non ho mai speso pubblicamente due parole – per quello che possono valere – a proposito di “Lodger”.

Considerato il capitolo conclusivo della celeberrima “trilogia berlinese” di David Bowie, “Lodger” non c’entra un bel nulla con Berlino. E’ stato principalmente registrato nello studio svizzero dei Queen, gli ormai famosi Mountain Studios di Montreux, più una serie d’incisioni finali (soprattutto per quanto riguarda le parti vocali) effettuata a New York. Anche la concezione di base di “Lodger” si discosta parecchio dai due album che l’hanno preceduto, ovvero “Low” e “Heroes“: se questi ultimi presentavano grosso modo i brani cantati e più convenzionalmente pop sulla facciata A, lasciando così quelli strumentali e più sperimentali sulla facciata B dei vinili originali, in “Lodger” non soltanto questa distinzione non viene applicata ma sono del tutto assenti i pezzi strumentali.

Ad ogni modo, similitudini stilistiche e sonore tra i tre dischi in questione sono però evidenti, anche perché sostanzialmente sono il frutto della creatività delle stesse tre menti: il musicista e compositore Brian Eno, il produttore Tony Visconti e ovviamente lo stesso David Bowie. Mettendo per un momento da parte il buon Visconti, che ha prodotto dischi per Bowie sia prima che dopo quelli della “trilogia berlinese”, ecco che la vera e propria trilogia – se proprio di trilogia vogliamo parlare – è quella realizzata dal duo Bowie-Eno nella seconda metà degli anni Settanta, tre magnifici album appunto chiamati “Low”, “Heroes” e “Lodger”. Sgombrato il campo dagli equivoci (mi sembra d’aver scritto per uno di quegli orrendi trattati sociologici che mi toccava studiare all’università…), passiamo ora a vedere “Lodger” un po’ più da vicino.

Trilogico o meno, “Lodger” è un gran disco, uno dei migliori che si possano trovare nella discografia di David Bowie. In perfetto equilibrio tra commercialità pop e sperimentazione d’artista, quest’album originariamente edito dalla RCA quasi quarant’anni fa è uno di quei rari casi in cui ogni ascolto sembra rivelarci qualcosa di nuovo, come se avessimo il disco fra le mani solo da qualche giorno e non, come nel mio caso, da decenni. Ogni volta che l’ascolto, voglio dire, mi sembra di sentirlo differente da come me lo ricordavo: dieci brani per trentacinque minuti di musica che spaziano dalla ballad pianistica di Fantastic Voyage, il sublime pezzo d’apertura di “Lodger”, al funk-rock robo(ipno)tico di Red Money (posto a chiusura dell’album, proprio esso che apriva le danze in “The Idiot” di Iggy Pop con il titolo di Sister Midnight e tutt’altro testo), passando per veri e propri antesignani della world music che verrà negli anni Ottanta (African Night Flight, Move On e Yassassin) e delizie pop-rock che restano tra i brani più riusciti e apprezzati di Bowie (Look Back In Anger, Boys Keep Swinging e D.J.).

Su “Lodger” ci sarebbe molto altro da dire (anche dell’inquietante veste grafica), ma in attesa di sviluppi futuri per ora mi fermo qui. Sviluppi futuri perché quest’anno dovrebbe vedere la luce il terzo d’una serie di lussuosi cofanetti comprendente l’intera produzione di David Bowie: dopo aver pubblicato “Five Years (1969-1973)” nel 2015 (dodici ciddì o tredici vinili) e “Who Can I Be Now? (1974–1976)” l’anno dopo (sempre dodici ciddì o tredici vinili), la Warner Bros (la casa madre che attualmente detiene i diritti di edizione sui dischi bowiani) dovrebbe infatti distribuire un altro cofanetto con presumibilmente una decina buona di dischi del periodo 1977-1980, tra i quali figura quindi anche “Lodger”. Ecco, spero proprio che il box contenga qualche succosa versione alternativa dell’album, qualcosa che ci faccia ulteriormente appassionare a un lavoro sempre un po’ ingiustamente sottovalutato e che magari ci racconti la sua storia da angolazioni sonore inedite. Avremo modo di riparlarne.

-Mat