Michael Jackson, “Dangerous”, 1991

Michael Jackson DangerousPer molti aspetti, “Dangerous” è l’ultimo grande album di Michael Jackson, quello vero, cioè la superstar capace di mettere d’accordo i compratori di musica più disparati e di vendere copie nell’ordine di decine di milioni in ogni parte del mondo. Oltre trenta milioni di pezzi fu la diffusione di “Dangerous” nei primi anni Novanta, grazie anche a singoli (e videoclip) straordinari quali Black Or White, Remember The Time, Heal The World, In The Closet, Jam, Give In To Me e Who Is It. Il tutto dopo aver rinnovato contratti discografici (con la Sony) e pubblicitari (con la Pepsi) per altri milioni di dollari a palate. Insomma, un uomo dai grandi numeri, Michael Jackson, un personaggio unico, con una storia unica, con una carriera unica per cui mi sento un privilegiato ad aver vissuto il tutto da testimone diretto. Oltre che, si capisce, da appassionato.

Ufficialmente la registrazione di “Dangerous” è iniziata nel giugno ’90, tuttavia già un anno prima s’era parlato d’un album chiamato “Decade”, un doppio che avrebbe dovuto contenere sia hit storiche che nuove canzoni, le prime dai tempi di “Bad” (1987). Il progetto saltò (anche se il concetto di base fu ripescato cinque anni dopo, con “HIStory”) ma Michael partì comunque da quei nuovi brani per realizzare “Dangerous”. Troviamo un assaggio di quelle prime incisioni in “The Ultimate Collection”, cofanetto edito dalla Sony nel 2004: l’inedita Monkey Business e una primitiva – ma interessantissima – versione della stessa Dangerous mostrano uno Jackson di transizione fra gli anni Ottanta che volgevano al termine e i Novanta che stavano per cominciare.

Fu proprio pensando agli anni Novanta, al supporto fonografico che in quel decennio avrebbe soppiantato il vinile, ovvero il compact disc, che “Dangerous” venne concepito. La capienza massima d’un ciddì era di settantasette minuti? Beh, allora Michael l’avrebbe sfruttata appieno, proponendoci un corposo disco da quattordici brani che potevano permettersi il lusso di estendersi in durata fin quando l’autore avesse voluto. Per mettere in pratica i suoi propositi e per dare alle canzoni il massimo della contemporaneità, Michael fece coraggiosamente a meno di Quincy Jones (col quale collaborava fin dal 1978), preferendo avvalersi di due giovani produttori, Bill Bottrell e Teddy Riley. Il risultato è musicalmente incredibile e tuttora impressionante: un avanzato mix di funk, pop, rap, dance, ballate, rock, elettronica e sampling che avrebbe contribuito enormemente a riscrivere i codici della musica leggera.

“Dangerous” offre ritmiche funky a volontà fin dall’iniziale Jam, e poi con le successive Why You Wanna Trip On Me, In The Closet e She Drives Me Wild, mentre con Remember The Time torna a suoni pop più ortodossi, in quella che resta una delle mie canzoni preferite. Al funk ipnotico di Can’t Let Her Get Away si contrappone la grande ballata di Heal The World, una delle pietre miliari del canzoniere jacksoniano, assieme alla successiva Black Or White, edita come singolo apripista. Segue la tenebrosa ma suadente Who Is It, dove il nostro canta alcune parti col registro più basso della sua voce. Impreziosita dalla chitarra di Slash dei Guns N’ Roses, ecco Give In To Me, una rock-ballad da brividi. Segue quindi il pop un po’ spiritual e un po’ tribale di Will You Be There, altro brano famoso (e controverso), seguìto a sua volta dal pop-gospel di Keep The Faith. Dopo la toccante Gone To Soon, che tristemente può riferirsi anche allo stesso Michael, il finale dell’album è affidato a Dangerous: tutt’altra cosa rispetto alla versione già citata sopra, qui siamo in presenza d’un funk secco e notturno, alquanto robotico, per una canzone di forte impatto.

Differenziandosi parecchio dal precedente “Bad” e mostrandoci un Michael Jackson finalmente adulto, “Dangerous” è la chiara fonte d’ispirazione per tutto ciò che il cantante ha pubblicato da quel momento in poi. Insomma, si tratta d’un autentico spartiacque nella carriera del nostro. Sarebbe stato comunque difficile per Michael Jackson ripersi dopo una trilogia di album così strabilianti – “Thriller”, “Bad” e “Dangerous”, pieni di canzoni che sono entrate nella storia – e i suoi successivi guai giudiziari ne hanno minato la credibilità come uomo ma certamente non hanno intaccato la sua immensa eredità artistica.

-Mat

(originariamente pubblicato il 18 gennaio 2010)

Annunci

Michael Jackson, “Bad”, 1987

michael-jackson-bad-immagine-pubblica-blogUltimo capitolo d’una trilogia di album prodotta da Quincy Jones, “Bad” è l’album dalle vendite milionarie che Michael Jackson ha fatto pubblicare dalla Sony nell’agosto del 1987, poco dopo il suo ventinovesimo compleanno.

Anche se io all’epoca avevo soltanto nove anni, ricordo benissimo tutto il successo che ottenne quest’album: scalò rapidamente la classifiche musicali di mezzo mondo, piazzandosi un po’ dappertutto al vertice, grazie alla forza di canzoni che hanno fatto la storia del pop anni Ottanta come The Way You Make Me Feel, I Just Can’t Stop Loving You, Smooth Criminal, Dirty Diana, Man In The Mirror e quindi la stessa Bad, della quale ricordo benissimo anche il celebre video diretto da Martin Scorsese che le televisioni mostravano spesso in quegli anni (compresa l’irresistibile parodia di Al Yankovic).

In realtà i successi tratti dal disco furono anche di più: ben nove i singoli pubblicati a partire dalle undici canzoni incluse sull’album, aggiungendo quindi a quelle menzionate sopra anche Another Part Of Me, Liberian Girl e Leave Me Alone (inizialmente pubblicata nella sola edizione in compact disc dell’album). Insomma, “Bad” fu un successo planetario, tanto di vendite quanto di popolarità, che segnò la definitiva consacrazione artistica di Michael Jackson, ormai un artista maturo e svincolato una volta per tutte dalla sua precedente vicenda nei Jackson 5. Per quanto mi riguarda, se già con “Thriller” avevo avuto modo di capire chi fosse questo Michael Jackson, con “Bad” capii di trovarmi alle prese con l’indiscusso numero uno della musica mondiale. Nessuno come lui, questo è certo.

Tornando all’album in questione, sono un’infinità le cose che potremmo dire a proposito di “Bad”, dalla lunga genesi all’estensione del progetto fino alla realizzazione d’un film e d’un videogioco chiamati entrambi “Moonwalker” (ed entrambi di successo, manco a dirlo), passando per i numerosi aneddoti, i musicisti di prestigio che vi hanno preso parte (mi limito a citarne soltanto due, Stevie Wonder e Steve Stevens), il tour mondiale che ha portato il nostro anche a Roma e quindi le canzoni in quanto tali e i relativi videoclip. Insomma, altro che post, qui dovremmo scrivere un libro!

Scrivere una recensione di “Bad” mi sembra anche superfluo: a parte che darei vita ad un lungo papirone (e mi sa che già qui ho scritto più di quanto i pochi lettori di questo modesto blog sarebbero disposti a leggere), ma le canzoni di questo disco sono talmente famose che una loro descrizione mi sembra un’idea quanto mai sciocca. Mi limito perciò ad esprimere un’ultima considerazione, relativa ad un aneddoto. All’epoca, Prince, considerato dalla stampa il vero rivale di Michael Jackson, disse che sulla copertina dell’album c’era scritto “Bad” perché non c’era abbastanza spazio per scrivere la parola “Pathetic”. Chissà se al mio beneamato Prince rodeva un po’ lo straordinario successo dell’illustre collega di Gary, visto che quest’ultimo lo invitò a collaborare all’album, per giunta proprio alla stessa Bad.

E’ stato infatti lo stesso Quincy Jones a parlare della collaborazione sfumata tra le due maggiori stelle musicali afroamericane degli anni Ottanta, all’interno di un’intervista audio inserita nella riedizione in “Special Edition” di “Bad” datata 2001. A quanto pare, Prince avrebbe voluto una Bad più dura e più funk (mentre la coppia Jackson-Jones propendeva per sonorità più commerciali) ma non so fino a che punto esiste un’effettiva collaborazione del folletto di Minneapolis a questa memorabile canzone, gelosamente custodita in chissà quale archivio. Una super riedizione deluxe di “Bad” con questa e altre canzoni inedite (a quanto pare anche una coi Public Enemy) farebbe la mia felicità.

– Mat

Miles Davis & Jimi Hendrix: un appuntamento mancato

jimi-hendrix-miles-davis-collaborazioneTornando in tema di progetti musicali irrealizzati, vediamo ora un caso isolato, ovvero l’affascinante storia della mancata collaborazione fra due delle più luminose stelle afroamericane della musica, Miles Davis e Jimi Hendrix. Che genere di suoni avrebbe prodotto l’unione artistica di un gigante del jazz con un gigante del rock? Purtroppo non abbiamo avuto il modo di saperlo a causa della tragica morte del chitarrista di Seattle, tuttavia la storia del loro ‘appuntamento mancato’ è un argomento assai affascinante.

Preferisco però riportare alcuni brani tratti dal libro “Lo Sciamano Elettrico” di Gianfranco Salvatore (edito nel 2007 da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri); lo studioso davisiano ha narrato con dovizia di particolari tutta la vicenda Davis-Hendrix. Eccone un sunto, precisando solo che parentesi quadre e grassetti sono miei.

– Mat

Tra il ’68 e il ’69 anche Jimi Hendrix era alla ricerca di una svolta. Da tempo sognava di suonare assieme a una sezione di fiati, o su uno sfondo orchestrale. Probabilmente non gli interessava più di tanto che la formazione dei suoi sogni fosse jazzistica: voleva far viaggiare la chitarra elettrica su una trama sonora più ricca e più importante, vagheggiava la dimensione del “concerto” per chitarra e orchestra. […] Dal jazz Hendrix era attratto ma anche intidimito. Sapeva che la sua scarsa competenza in fatto di accordi e funzioni armoniche non gli consentiva di misurarsi con le strutture tipiche di quella musica. Non che di jazz fosse del tutto digiuno: aveva conosciuto da piccolissimo certe big band degli anni Quaranta che il padre amava ascoltare, […] e una notte del 1969 tenne una leggendaria jam con [John] McLaughlin, [Dave] Holland e Buddy Miles. […] Si era stancato dei musicisti del suo trio, l’Experience, mentre stimava certi jazzisti più smaliziati che non sentiva troppo lontani da lui, come [Roland] Kirk e altri, per la loro concezione delle improvvisazioni estese. […]
Miles Davis non gli era ignoto: conosceva ed ammirava quanto meno KIND OF BLUE. Davis, nello stesso periodo, stava cercando di trovare il modo di inserire la chitarra nella sua formazione, perché i tentativi fatti in studio di registrazione con Joe Beck e George Benson lo avevano lasciato insoddisfatto. Di Jimi lo attraeva moltissimo la sonorità, e doveva aver intuito, dall’ascolto dei dischi, che il chitarrista era predisposto per una musica più sofisticata. […]
Potrebbe essere stato Gil Evans il primo a parlare a Miles di Hendrix, a cui s’era appassionato fin dai primissimi dischi, adottando piano, chitarra e basso elettrici all’inizio del 1969 in BLUES IN ORBIT. […] Ma fu Betty Mabry [all’epoca giovane moglie di Miles], che frequentava personalmente il chitarrista, a spronare i due musicisti a incontrarsi. Verso l’inizio dell’estate del ’69 organizzò a casa Davis un party ad hoc, con pochi invitati selezionati: creata la giusta atmosfera, Miles avrebbe sottoposto a Jimi della musica scritta. Quella sera, però, andò a finire che Davis si trattenne in studio di registrazione: fatalità o tattica diversiva, la storia non lo dice. Tuttavia il padrone di casa aveva lasciato il suo spartito perché l’ospite gli desse un’occhiata, e poi gli telefonò dallo studio per sapere cosa ne pensasse, scoprendo solo in quel momento che Hendrix non era in grado di leggere la musica. La cosa, però, non finì lì: cominciarono a frequentarsi, entrarono in confidenza. […] Il più grande trombettista del jazz invitò più volte nella sua casa di New York il più grande chitarrista del rock a suonare e improvvisare insieme, anche per spiegargli come funzionavano certi meccanismi musicali, mostrandoglieli al pianoforte o alla tromba, oppure facendogli ascoltare un disco suo, o di [John] Coltrane. Hendrix coglieva il succo di tali lezioni e incorporava alcuni suggerimenti nei propri dichi: è Miles ad affermarlo, nell’autobiografia.
E l’affermazione è veritiera. Nell’autunno del ’69 il chitarrista aveva formato la Band Of Gypsys, e la notte del 31 dicembre 1969 il trio si era esibito al Fillmore East in un doppio concerto che scivolò tra il vecchio e il nuovo anno, aprendo un nuovo decennio musicale in cui rock e musica nera avrebbero trovato intese sempre più feconde. Davis li adorava: c’era Hendrix, c’era Buddy Miles – che diventò il suo batterista di riferimento -, e con Billy Cox al basso la musica aveva preso un orientamento spiccatamente più funky di quello dell’Experience. […]
Miles e Jimi cominciarono a scambiarsi lunghe telefonate, discutendo del loro lavoro e di una possibile collaborazione. […] E la loro amicizia non passò inosservata. Il chitarrista stava lavorando con un nuovo produttore discografico, Alan Douglas, proprietario della Douglas Records, che per lui aveva grandi progetti. Era l’uomo giusto per promuovere un incontro fra cultura afroamericana e psichedelia: aveva collaborato con [Duke] Ellington, [Charles] Mingus, Coltrane, Eric Dolphy ai suoi esordi, ma anche prodotto registrazioni di Timothy Leary, il guru dell’LSD. […] Quando seppe che Hendrix e Davis si frequentavano fiutò il colpo grosso, ritenendo di essere la persona più adatta per catalizzare una loro collaborazione. Per realizzare il progetto lavorò quattro mesi a un accordo tra la Columbia e la Warner Bros. Si decise che il disco sarebbe uscito per quest’ultima, e che avrebbe contenuto quattro brani, con i diritti equamente divisi tra i due musicisti. […] Douglas, che conosceva il fatto suo, commissionò la stesura del disco a Gil Evans: […] La soluzione sembrava prevenire ogni problema di ego. Evans avrebbe messo a punto la musica prima che le due star entrassero in studio di registrazione; con lui, Miles avrebbe trovato dalla sua parte colui che da tanti anni era il suo consigliere spirituale ed artistico, mentre Hendrix avrebbe ottenuto finalmente quel disco “barocco-blues-flamenco” a cui anelava.
Ma le cose si complicarono. Douglas sostiene che la sera stessa della seduta di registrazione, solo mezz’ora prima dell’orario previsto per iniziare il lavoro, l’agente di Miles lo chiamò per dirgli che il trombettista voleva cinquantamila dollari prima di entrare in studio. Il produttore stava per consultarsi con Hendrix, quando telefonò Tony Williams [il batterista di Davis] chiedendo la stessa cifra che voleva Miles…
La seduta fu annullata. Davis ammise poi nell’autobiografia che il disco non si realizzò non solo perché non si riuscì a far quadrare gli impegni suoi e del chitarrista, ma anche perché il compenso offertogli era troppo basso. Ma Hendrix non voleva rinunciare al propri progetto “jazzistico”. Frequentava anche la casa di Quincy Jones, e fu invitato a collaborare al suo album GULA MATARI nel brano Hummin’, di Nat Adderley. Tuttavia il chitarrista non si presentò né nelle sedute di marzo, né in quelle di maggio (al suo posto fu usato Toots Thielemans) [ecco così un altro caso di progetto irrealizzato, una collaborazione Jones-Hendrix]. Si decise di andare avanti con l’orchestra di Evans, senza Miles. […] Alla fine dell’anno il solista avrebbe dovuto cominciare le prove con l’orchestra evansiana, per poi esibirsi alla Carnegie Hall di New York, registrando il disco dal vivo. Fu anche commissionata a Mati Klarwein, l’artista che aveva ideato l’immagine di BITCHES BREW, la copertina dell’album in preparazione.
Ma in qualche modo Miles tornò in campo. Nell’agosto del 1970 i due musicisti erano entrambi in programma al Festival dell’isola di Wight, Miles il 29 e Jimi il 30, e avrebbero dovuto incontrarsi a Londra dopo il concerto del trombettista, tra un aereo e l’altro, per discutere del contenuto musicale del disco. A quello storico appuntamento Davis arrivò in ritardo – a causa del traffico, disse – e non vi trovò Jimi. Però, al suo ritentro a New York, Evans gli fece sapere che nel nuovo progetto con Hendrix (che evidentemente era stato anticipato, e a cui avrebbe partecipato anche Tony Williams, ridotto a più miti consigli) avrebbe voluto anche lui. Ma a quel punto si era già in settembre: il 18 di quel mese Hendrix fu trovato morto in una stanza d’albergo di Londra. Si dice che avesse già pronto il biglietto d’aereo: il giorno dopo sarebbe partito per New York per la prima seduta di registrazione con Miles e Gil. Invece volò via per sempre.
L’improvvisa scomparsa di Hendrix spezzò il cuore a Miles. Dominando per una volta la sua insofferenza alle convenzioni sociali e al fastidio di mescolarsi alla folla, si recò a Seattle per le onoranze funebri, il 1° ottobre 1970. Fu l’unico funerale della sua vita: non era andato nemmeno a quello dei suoi genitori. Si tormentava, era turbato, forse pentito. Più volte, negli anni, avrebbe confidato ad amici e collaboratori che il mancato progetto con Hendrix era il solo rimpianto della sua vita.

– Gianfranco Salvatore (da “Lo Sciamano Elettrico”, pagine 97-101)

Ringo Starr

ringo-starr-immagine-pubblicaAvevo già dedicato un (brutto) post a Ringo Starr ma, più che uno scritto biografico, era invece un mio risentito sfogo contro pagine poco lusinghiere che avevo letto sul conto del celebre batterista dei Beatles. Ora ritento la fortuna con questo post, completamente nuovo.

L’unico Beatle ad aver assunto un nome d’arte, il nostro in realtà si chiama Richard Starkey, ed è nato a Liverpool il 7 luglio 1940, mentre l’Inghilterra subiva le conseguenze della guerra contro la Germania. I genitori di Richie provenivano dalla classe operaia più modesta, col papà che, quando il piccolo aveva tre anni, decide di mollare moglie & figlio. La madre di Richie, nonostante l’abbandono e le ristrettezze economiche, farà in modo di non far mancare nulla a quel suo unico figlio, fin troppo cagionevole di salute: infatti, nel corso dell’infanzia, Richie passerà più tempo in ospedale che a scuola.

A partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’esplosione del rock ‘n’ roll in America e del fenomeno Elvis Presley hanno notevole risonanza in Inghilterra, specie in una città portuale come Liverpool, commercialmente aperta via mare agli Stati Uniti. Richie diventa un teddy boy ma non sarà mai un delinquente perché la sua gracile costituzione e la sua bassa statura non glielo permetteranno. Tuttavia la sua crescente passione per la musica trova finalmente sfogo quando il secondo marito di sua madre gli regala una batteria.

Il ragazzo inizia così a pestare sui tamburi con entusiasmo, rivelandosi alquanto portato. Ben prima di aver compiuto il suo ventesimo anno di vita, Richard Starkey sarà un richiesto batterista di diversi complessi & complessini liverpooliani, fra cui Rory Storm & The Hurricanes. Più o meno in quel periodo assume il suo noto pseudonimo artistico: Ringo perché portava (e porta tuttora) sempre diversi anelli (‘rings’) alle dita e Starr perché costituiva un’abbreviazione del suo cognome.

Con l’istrionico Rory Storm e i suoi Hurricanes, Ringo ha modo di girare l’Inghilterra e la città tedesca di Amburgo, meta lavorativa di vari altri gruppi liverpooliani. Sarà proprio ad Amburgo che il nostro avrà la possibilità di socializzare con un’altra band di Liverpool, i Beatles, un quartetto costituito dal ruvido John Lennon, dal talentuoso Paul McCartney, dallo schivo George Harrison e dall’anonimo Pete Best. E sarà proprio quest’ultimo che Ringo Starr andrà a sostituire dietro ai tamburi, una volta che i Beatles – guidati dal geniale manager Brian Epstein – avranno firmato un contratto discografico con George Martin della EMI.

Ringo debutta come batterista dei Beatles in studio, ad Abbey Road, nel settembre 1962, dopo un non propriamente caloroso benvenuto negli spettacoli dal vivo, quando le tante ammiratrici di Pete Best gliene urlavano di tutti i colori. Martin non fu particolarmente impressionato dalla tecnica di Ringo, tuttavia in poco tempo il nostro farà passi da gigante, contribuendo notevolmente alla definizione del sound dei Beatles. Essendo anche mancino (come McCartney), Starr svilupperà uno stile tutto suo e, con l’esplosione della beatlemania in tutto il mondo fra il ’63 e il ’64, quel suo stile diventerà presto una sorta di standard per tutti i futuri batteristi pop-rock. Il suo lavoro alla batteria, per quanto non virtuosistico, è sempre stato professionale ed impeccabile, lo documentano i nastri originali dei Beatles conservati negli Abbey Road Studios, parte dei quali pubblicata nel progetto “Anthology”. Inoltre, come cantante, Ringo ha avuto l’opportunità di farsi apprezzare in alcuni dei più amati e scanzonati brani beatlesiani, su tutti Yellow Submarine e With A Little Help From My Friends.

Nel corso degli elettrizzanti ma anche stressanti primi anni della beatlemania, Ringo viene visto come l’uomo normale fra quattro ragazzi altrimenti favolosi, quello attorno al quale il gruppo si stringe per smorzare la tensione, grazie alle sue battute fulminanti (Starr se ne usciva con espressioni incredibili che suscitavano l’ilarità degli altri tre, fra cui ‘it’s been a hard day’s night’ e ‘tomorrow never knows’… vi dicono niente?) e al suo tipico stile rilassato alla peace & love. Starr diventa quindi una sorta di mascotte in seno ai Beatles e non a caso sarà il componente del gruppo più in vista e divertente nei film “A Hard Day’s Night” (1964) e “Help! (1965). Queste sue prime esperienze cinematografiche fecero capire a Ringo che forse avrebbe potuto avere qualcosa da dire anche come attore e non solo come musicista. Infatti, nel momento più difficile dei Beatles, su finire dei Sessanta, Ringo parteciperà come apprezzato attore in diversi film.

Dopo John Lennon, Ringo fu il primo Beatle a prender moglie, sposando nel 1965 Maureen, la sua fidanzata storica: il matrimonio durerà dieci anni e darà tre figli alla coppia, fra cui Zak Starkey, noto batterista anch’egli. Tuttavia il grande amore di Ringo sarà Barbara Bach, una delle più belle ‘bond girl’ mai apparse sullo schermo, che il batterista sposa quindi in seconde nozze nel 1981, dopo averla conosciuta l’anno prima sul set de “Il Cavernicolo”.

Facciamo però un salto indietro: nel 1969 la storia dei Beatles volge al termine e il nostro si guarda ansiosamente attorno per decidere quale strada seguire per il futuro. E così, oltre ad apparire in una grande produzione cinematografica – “The Magic Christian” – accanto ad un’altra grande star, Peter Sellers, Ringo appronta l’album “Sentimental Journey”, una pregevole raccolta di standard degli anni Trenta e Quaranta pubblicata nel marzo 1970. Passa al country di lì a poco, con l’album “Beaucoup Of Blues” (1970), poi proverà anche a fare il regista, dirigendo l’amico Marc Bolan e i suoi T. Rex nel film “Born To Boogie” (1972).

Torna trionfalmente alla musica con l’album “Ringo” (1973), al quale partecipano in vario modo anche gli altri Beatles. L’album, che raggiunge il 2° posto della classifica americana, viene tuttora ricordato come il capolavoro solista di Starr. Nel frattempo, Ringo ha anche modo di farsi notare sul mercato dei singoli, grazie ai grandi successi di It Don’t Come Easy, Photograph e You’re Sixteen. Starr prova a ripetere i fasti di “Ringo” con l’album “Goodnight Vienna” (1974) ma riesce a prendervi parte il solo Lennon e il disco non ottiene lo stesso successo del predecessore. “Goodnight Vienna” fu comunque l’ultimo successo da Top Ten per il nostro, dato che col successivo “Ringo’s Rotogravure” (1976) inizierà un lento declino commerciale ma, sotto certi aspetti, anche artistico.

A metà dei Settanta, infatti, Ringo Starr balzerà agli onori delle cronache più per i suoi bagordi con gli amici John Lennon, Harry Nilsson e Keith Moon che per i suoi meriti musicali. Tuttavia, dopo i disastrosi risultati degli album “Ringo The 4th” (1977) e “Bad Boy” (1978), Ringo preparava un ritorno in grande stile, grazie al supporto degli altri Beatles e rinfrancato dal successo d’un disco per bambini al quale aveva preso parte in quel periodo. Nel novembre 1980 Ringo è a New York, ospite dei Lennon per discutere del prossimo disco del batterista, in programma nell’81. John aveva già scritto per il suo amico quattro nuovi pezzi – fra cui Life Begins At 40 – ma fu soltanto la mano d’uno squilibrato ad impedire ai due di realizzare un disco che, probabilmente, sarebbe stato il trampolino di lancio per una reunion dei Beatles nel corso degli Ottanta.

Anni Ottanta che invece, per Ringo, si trasformano in un progressivo ritiro dalle scene, anche per combattere una volta per tutte il suo alcolismo. Vincerà nell’88, assieme all’amata moglie Barbara, e così sarà nuovamente pronto ad affrontare un nuovo decennio in forma smagliante, con nuovi tour e nuovi dischi. In particolare, Ringo torna a far parlare di sé presso gli appassionati di musica col celebrato progetto “Anthology” (1995-2000) dei Beatles e con il buon album solista “Vertical Man” (1998), al quale presero parte anche George e Paul.

Ringo Starr è stato musicalmente attivo anche in questo decennio, pubblicando finora tre pregevoli album da studio a suo nome – “Ringo Rama” (2003), “Choose Love” (2005) e “Liverpool 8” (2008) che, seppur non riportandolo ai fasti dei primi anni Settanta, lo hanno riabilitato musicalmente nei confronti dei tanti critici che in passato lo avevano stroncato.

Infine, una piccola annotazione… davvero invidiabile la lista di musicisti e cantanti che hanno preso parte, in epoche differenti, ai dischi solisti di Ringo: qui ricordo Quincy Jones, David Gilmour, Elton John, Maurice Gibb dei Bee Gees, Eric Clapton, Steve Cropper dei Blues Brothers, Dave Stewart degli Eurythmics, Ozzy Osbourne, Alanis Morissette, Joe Walsh e Timothy B. Schmit degli Eagles, Ron Wood dei Rolling Stones, Chrissie Hynde dei Pretenders, Willie Nelson e Stephen Stills.

– Mat

Michael Jackson

(FILES) US pop star and entertainer MichNon l’ho mai negato e non devo certo vergognarmene: a me Michael Jackson è sempre piaciuto. Voglio dire, la sua musica e il suo innegabile talento visionario. Per me, Michael rimane un personaggio legato all’infanzia, agli anni Ottanta, quando rimanevo incantato davanti alla tivù nel vedere i suoi celebri videoclip: Thriller, Beat It, Billie Jean, Dirty Diana, Bad, Smooth Criminal e altri. Però è stato nei Novanta che ho iniziato a comprare i suoi dischi, anche se in quel periodo m’è un po’ crollato il mito per via dei tanti scandali – veri o presunti – che hanno accompagnato il nostro fino a poco tempo fa.

Personaggio fra i più eccentrici, carismatici e controversi che la dorata industria del pop-rock abbia mai proposto al grande pubblico, Michael Jackson s’è conquistato nello spazio di pochi anni, e con una manciata di album, un posto di diritto nella storia della musica ma anche del costume e della cultura, influenzando e stregando più d’una generazione. Insomma, piaccia o meno, la presenza di Michael Jackson fa parte del nostro vissuto quotidiano e ci vorrà un bel po’ di tempo prima di poterci scordare di lui.

La storia artistica di Michael Joseph Jackson, nato in Indiana (USA) nel 1958, parte veramente da lontano, quasi quanto la sua stessa vita biologica: infatti a cinque anni già canta nei Jackson 5, un gruppo perlopiù vocale composto da altri quattro fratelli, che entro pochi anni inizierà ad incidere per una major discografica, la celeberrima e prestigiosa Motown.

Il nostro è un autentico bambino prodigio, canta, balla e dà spettacolo che è una meraviglia e in breve tempo cresce anche la sua consapevolezza d’artista: sarà proprio lui, a metà anni Settanta, a volersi slegare dalla Motown perché sentiva il bisogno di svincolarsi dalle imposizioni di manager e produttori. E così, a parte il fratello Jermaine Jackson (sentimentalmente legato alla figlia di Barry Gordy, boss della Motown), i Jackson passano alla Columbia (in seguito acquistata dalla potente Sony), aggiungono un altro fratello, Randy, e l’avventura riparte sotto il nome di The Jacksons.

L’avventura discografica dei Jacksons proseguirà fra enormi successi fino al 1984, quando i sei figli maschi di casa Jackson (ve ne sono altri tre di figli, tre femmine, fra cui la famosa Janet) pubblicheranno l’album “Victory” e ne celebreranno i fasti con un imponente tour mondiale. Nel frattempo Michael ha avuto modo d’oscurare non solo i suoi fratelli ma anche ogni altra star musicale del tempo, grazie allo straordinario successo di “Thriller” (1982), tuttora l’album più venduto di sempre. Ma, a ben vedere, già nel 1979, con l’uscita del suo album solista “Off The Wall”, il nostro ottiene uno strepitoso successo di critica e pubblico (l’album vende dieci milioni di copie in tutto il mondo, mica noccioline…), imponendosi con due grandiosi singoli danzerecci, Rock With You e Don’t Stop ‘Til You Get Enough, e una toccante ballata, She’s Out Of My Life.

Nel corso degli Ottanta, dopo il successo planetario di “Thriller”, Michael Jackson diventa quel re del pop che tuttora molti ricordano come tale, pubblicando l’album “Bad” (1987) e singoli famosi come The Way You Make Me Feel, Man In The Mirror, Bad, Dirty Diana e Smooth Criminal. Inoltre, scrive con Lionel Richie la famosissima We Are The World per un imponente progetto benefico al quale prendono parte le maggior stelle del pop-rock americano del periodo.
Diversi videoclip di Michael figurano celebrità hollywoodiane quali John Landis, Martin Scorsese, Dan Aykroyd e Eddie Murphy, e lui stesso avrà modo di cimentarsi occasionalmente col cinema, in particolare col film musicale di “Moonwalker” (1988).
Impressionante anche la lista di chi, nel corso degli anni, ha suonato e cantato al suo fianco: Stevie Wonder, Paul McCartney, Freddie Mercury, Diana Ross, Barry Gibb, Mick Jagger, i Toto, Quincy Jones, Slash, Eddie Van Halen, Steve Stevens e altri ancora.

Arrivano gli anni Novanta e per Michael Jackson arrivano anche altri successi, come testimoniato dall’album “Dangerous” (1991) e dai suoi singoli estratti: Black Or White, Heal The World, Remember The Time, Jam e In The Closet sono tutti scalatori di classifiche internazionali. Tuttavia sarà proprio a cavallo degli Ottanta e dei Novanta che il grande pubblico prende più a chiacchierare della vita privata di Michael che della sua carriera artistica: il cantante, infatti, si è sottoposto a svariati interventi chirugici ed estetici, che, di fatto, l’hanno trasformato in un altro. Il suo nome figurerà così più sui tabloid scandalistici che sulle riviste musicali, grazie ad una serie di manie, fobie e stranezze che Michael manifesterebbe in privato e talvolta anche in pubblico.

Nel 1993, infine, la botta finale: Jackson viene accusato e processato per molestie a minori. Processi che si ripeteranno altre volte fino ad anni recenti, con grande attenzione mediatica in tutto il mondo. Qualcosa di vero deve pur esserci ma una colpevolezza effettivamente provata non s’è mai prodotta… per quanto mi riguarda, mi rifiuto di credere che uno come Michael Jackson – che tuttora resta la stella della musica che più ha donato in beneficenza – ha violentato un solo bambino.

Nel frattempo la sua musica va avanti, anche se la sua immagine, e quindi la sua credibilità, sono notevolmente compromesse: nel 1995, dopo un chiacchieratissimo matrimonio (durato poco più di un anno) con Lisa Marie Presley, la figlia del celeberrimo Elvis, Michael pubblica il doppio “HIStory”, metà raccolta antologica e metà nuovo album, che riscuote dappertutto un enorme successo. Non così potrà dirsi di “Invincible” (2001) che, dopo l’ottimo singolo You Rock My World, non farà più parlare di sè, divenendo quindi il primo vero flop di Jackson. Seguirà quindi una marea imbarazzante di raccolte e ristampe curate dalla Sony che dura tuttora.

Nel 2009 Michael dovrebbe pubblicare un atteso nuovo album, supportandolo con un tour a suo nome e, forse, con un altro come componente dei redivivi Jacksons. Staremo a vedere… era quello che avevo scritto in quel tardo pomeriggio di novembre, mentre ora, ad agosto, la realtà è ben diversa. Purtroppo. Non sono riuscito ad aggiornare questo post, non ne ho voglia. Ci riproverò in futuro.

– Mat

(ultimo aggiornamento: 20 agosto 2009)

Michael Jackson, “Thriller (25° Anniversary Edition)”, 2008

michael-jackson-thriller-immagine-pubblicaUn mio amico, fan accanito di Michael Jackson, s’è ovviamente comprato l’edizione deluxe della nuova versione di “Thriller”, l’album dalle vendite multimilionarie pubblicato sul finire del 1982 e di recente ristampato con brani aggiuntivi e dvd contenente gli straordinari videoclip originali.

Stavo per comprarmela anch’io, questa scintillante riedizione del classicissimo di Michael, poi però ho preferito chiedere maggiori dettagli al mio amico: pensavo di trovarlo entusiasta, invece mi ha parlato molto male di questa ristampa, consigliandomi infine di risparmiarmi le venti carte necessarie all’esborso. Tuttavia è stato così gentile da prestarmi la sua copia, prima – così mi ha detto – d’imbustarla per sempre in una confezione antipolvere e di riporla sulla mensola dove tiene tutto il materiale video/discograficamente collezionabile di Michael.

Beh, a questo punto, prima di riconsegnargliela, ne approfitto per recensirla sul blog!

Esternamente la confezione promette benissimo: cartonata, a mo’ di libretto, con la foto che vedete in alto posta in copertina e la foto originale dell’album sul retro, il tutto arricchito da sgargianti cromature e da scritte dorate. Anche il libretto interno si presenta bene, è elegante contiene una nota introduttiva da parte di Michael (più che altro un ringraziamento ai fan) tutti i testi delle canzoni, la lista – imponente & già spettacolare di per sè – dei musicisti che vi suonano, i disegni che apparivano sulla busta del vinile originale e parecchie fotografie. Ecco, il problema sono appunto tutte queste fotografie: a parte un’interessante collezione che ci mostra le varie edizioni dei sette singoli estratti dall’album – Beat It, Thriller, Wanna Be Startin’ Somethin’, Billie Jean, P.Y.T., The Girl Is Mine con Paul McCartney e Human Nature – il grosso delle foto riguarda fermimmagini prese dal video di Thriller. Ok, giusto, va pure bene, però quel fantastico video mi viene mostrato in tutta la sua lunghezza (ben tredici minuti) nel dvd incluso, per cui… avrei preferito note tecniche sull’album, su come è stato composto e/o registrato (andava bene pure la trascrizione delle interviste audio del geniale produttore Quincy Jones incluse nella ristampa di “Thriller” del 2001), su qualche cazzuta nota critica d’un qualche cazzuto giornalista musicale. Insomma, un po’ di parole in più ci stavano bene, in fondo con questa ristampa si vuole celebrare una storia.

Ora però passiamo brevemente al ciddì audio, trattando separatamente l’album originale – composto da nove canzoni – e le sette tracce aggiunte…

1) “Thriller” inizia in modo assai danzereccio, grazie alla divertita & divertente Wanna Be Startin’ Somethin’, sorta di breakdance in grande stile dove a risaltare sono perlopiù le percussioni, i cori e la magnifica prestazione vocale di Michael. Una canzone che forse avrebbe giovato di una durata più breve, tuttavia è diventata ormai un classico per cui va bene così.

2) Baby Be Mine è una delle canzoni jacksoniane che più mi piacciono: un caldo brano funk-pop suonato & cantato con immensa classe. Mi sembra un’ottima rilettura della già ottima Rock With You, pubblicata sull’album “Off The Wall” (1979).

3) Il duetto con McCartney, The Girl Is Mine, è stato pubblicato come primo estratto dall’album: è una deliziosa canzone easy-listening, dove Michael e Paul bonariamente competono per conquistare il cuore della girl in questione. Anche in questo caso, The Girl Is Mine resta una delle mie canzoni jacksoniane preferite.

4) Segue il brano che dà il titolo all’album, Thriller, quel geniale & contaminato pezzo dance ormai diventato un classico, inframezzato dalla diabolica recitazione dell’attore horror Vincent Price.

5) La potente Beat It dovrebbero conoscerla pure le pietre, tanto è strafamosa! All’epoca mise daccordo gli appasionati di musica nera coi bianchi rockettari, grazie all’avvolgente assolo di chitarra di Eddie Van Halen e al grintoso arrangiamento complessivo, una perfetta fusione fra funk e rock, il tutto amalgamato dal pop che tanto strizza l’occhio alle classifiche di vendita.

6) Segue un altro grande classico di Michael, forse la sua canzone che più preferisco in assoluto, Billie Jean. Anche in questo caso, alzi la mano chi non la conosce… anzi, no, vada a nascondersi rosso di vergogna!

7-8) Se la suadente ballata funky di Human Nature mi suona come una delle migliori mai interpretate dal nostro, la successiva P.Y.T. (Pretty Young Thing) è invece la canzone di “Thriller” che meno mi piace; non che sia brutta ma in fondo è una canzonetta salvata da un bell’arrangiamento e da grandi parti vocali.

9) La conclusiva The Lady In My Life è una romantica ballata dalla struttura molto interessante: piuttosto teatrale, la canzone si arricchisce di parti strumentali e sequenze melodiche mentre procede nel corso dei suoi cinque minuti, col finale che ha ormai raggiunto tonalità funky.

Ed eccoci quindi al materiale aggiuntivo – vecchio & nuovo – per questa lussuosa riedizione…

10) Vincent Price Excerpt From “Thriller” Voice-Over Session è un breve brano di soli ventiquattro secondi dove si ascolta la sola voce del celebre attore, in particolare la sua nota risata finale. Niente di che, a dire la verità, era molto meglio l’altra Voice-Over Session inclusa nella riedizione del 2001 di “Thriller”, con l’incisione completa del ‘rap’ di Vincent e parti inedite che figuravano lo stesso Michael.

11-12) The Girl Is Mine 2008 e P.Y.T. 2008 sono due remix affidati a will.i.am dei Black Eyed Peas e sono i nuovi lavori aggiuntivi più memorabili presenti qui. Sono pezzi gradevoli che pur discostandosi parecchio dalle registrazioni originali del 1982 danno nuova personalità allo stile delle canzoni. In particolare, regge bene il rap di will.i.am e dei suoi vocalizzi sulla base hip hop della nuova The Girl Is Mine, nella quale si sente la sola voce solista di Michael che ricanta anche quelle parti originariamente affidate a Paul.

13) Wanna Be Startin’ Somethin’ 2008 è remixata da Akon e cantata dallo stesso in duetto con Michael. Non una versione particolarmente malvagia – ai fan di Akon dovrebbe piacere, dato che la parte del leone la fa lui, aggiungendovi anche nuove parti di testo – ma in fondo inutile se paragonata alla canzone originale.

14) Beat It 2008 è il terzo remix affidato a will.i.am anche se la nuova rivisitazione è accreditata alla collega Fergie (la bella cantante degli stessi Black Eyed Peas) che duetta con quelle che mi sembrano le parti vocali di Michael dell’82. Il pezzo è grintoso, non molto diverso dalla versione originale… ma del tutto inutile, dato che l’originale è una bomba!

15) Billie Jean 2008 è l’ultimo nuovo remix in programma, in questo caso affidato a Kanye West: anche qui la versione originale è una bomba e ci sarebbe ben poco da fare, tuttavia a West va il merito d’aver provato ad attualizzarne il sound (una sorta di secco ma melodico hip-hop) pur mantenendo integro l’arrangiamento originale orchestrale. Un remix fatto abbastanza bene, secondo me.

16) La conclusiva For All Time dovrebbe essere l’extra più ghiotta per i fan jacksoniani di lunga data: una canzone inedita risalente alle sedute di registrazione dell’epoca. Tuttavia il brano non suona affatto nuovo, o almeno non completamente, dato che si tratta infatti d’una versione – presumo precedente – di Human Nature: testo e ritornello sono diversi, però la struttura del pezzo, il suo andamento melodico e la strumentazione impiegata sono gli stessi. Ciò non toglie che For All Time resta una canzone molto gradevole che forse avrebbe meritato una pubblicazione quantomeno su qualche lato B di uno dei singoli originali.

Eccoci infine al dvd… mi aspettavo qualcosina in più, non so, un’intervista o un documentario in aggiunta, anche se l’inclusione del videoclip originale di Thriller, quello con gli zombi diretto da John Landis nel 1983, forse basta da solo a giustificarlo. Gli altri filmati presenti sono quelli girati per Billie Jean e Beat It – videoclip famosi quasi quanto le due stesse canzoni – ma il più notevole resta l’esibizione del nostro per il venticinquennale della Motown nel 1983, dove un Michael dalla forma strepitosa balla & canta sulla base in playback di Billie Jean e introduce all’estasiato pubblico il suo celebre moonwalk per la prima volta. Davvero una roba da brividi, penso che i fortunati presenti in quella serata se la ricordino ancora!

Piaccia o no, “Thriller” è un album epocale, il disco pop per eccellenza degli anni Ottanta ed è il primo album di musica leggera che ha portato la musica nera alle grandi masse bianche: è giusto tributarne i dovuti onori anche se resta il forte dubbio che Michael (e la potente etichetta Sony-BMG) l’abbia reimmesso sul mercato più per i soldi che per reali intenti celebrativi. Non so se andrò a comprarmi questa terza edizione del classicissimo jacksoniano: venti euro non sono pochi ma nemmeno molti se si considera che con quei soldi ci portiamo a casa un pezzo di storia della musica moderna in una confezione che al momento rappresenta la migliore mai pubblicata. Non so, aspetterò di riconsegnare al suo proprietario la copia che sto ascoltando in questi giorni… se in seguito mi dovesse mancare, il negozio di dischi è vicino…

– Mat

Michael Jackson, “HIStory”, 1995

michael-jackson-history-immagine-pubblicaMi è sempre piaciuto Michael Jackson e, per quanto riguarda la sua smerdata vita privata, ho sempre provato il più grande disinteresse. Piaccia o no, nessuno può negare che Michael è un grandissimo professionista ed un abile uomo di spettacolo, che possiede una delle voci più belle che si siano mai sentite, che è uno strepitoso ballerino e che ha realizzato alcune delle canzoni più divertenti e coinvolgenti che siano mai state registrate. Senza contare, infine, che con la sua arte, Michael Jackson ha pesantemente influenzato il corso della musica moderna.

Fatta questa premessa, passo a recensire quello che è l’album multiplo più venduto della storia, vale a dire”HIStory”, edito dalla Sony nel 1995: una raccolta di quindici successi solisti del periodo ’79-’91 ed un nuovo album, composto anch’esso da quindici canzoni.

1) “HIStory Begins”, il primo ciddì, comincia subito alla grande, con quella che è forse la migliore canzone di Michael Jackson, cioé Billie Jean, tratta dal celeberrimo album “Thriller” (1982). Mi vergogno quasi a recensirla perché è strafamosa… comunque Billie Jean è un’eccellente fusione di ritmi pop e funk, con un’atmosfera leggermente notturna, felpata e carica di mistero, forte d’un ritornello assolutamente memorabile.

2-3) Segue un’altra canzone ben nota, The Way You Make Me Feel, tratta dall’album “Bad” (1987): un’irresistibile cavalcata pop con un ritmo che, nonostante il suo essere sintetico, conserva tutto l’innato calore della musica nera. Poi è la volta del primo singolo estratto dall’album “Dangerous” (1991), vale a dire Black Or White: fusione di stili quali rock, pop e rap, questa leggera canzone rivela ad un attento ascolto diversi piani di lettura sonora.

4-5) Segue il brano migliore tratto dall’album “Off The Wall” (1979), il contagioso disco-funk di Rock With You, a mio avviso una delle migliori canzoni mai proposte dal nostro. Le fa seguito un’altra selezione da “Off The Wall”, la delicata e struggente She’s Out Of My Life, una malinconica e minimale ballata, con Michael che si prodiga in un canto molto commovente.

6-7) Il sentimentalismo viene però spazzato dall’incalzante ritmo d’un altro pezzo strafamoso, Bad, tratto dall’album omonimo: anche qui, alzi la mano chi non conosce questo tirato brano pop-funk. Segue un’altra canzone estratta da “Bad”, la splendida I Just Can’t Stop Loving You, arcinota ballata che vede il nostro duettare con Siedah Garrett, sua collaboratrice in quel periodo.

8-9) Ancora una canzone presa da “Bad”, ancora una delle mie preferite, Man In The Mirror: un brano dall’atmosfera straordinaria, con Michael che ci regala una prestazione vocale da brividi… il finale del pezzo, poi, col suo intenso gospel, è assai emozionante. Segue un’altra famosissima canzone, la danzereccia Thriller, tratta ovviamente dall’album omonimo: anche qui, chi è che non se la ricorda… anche nel video, con il nostro che ballava attorniato dagli zombi? Da antologia il rap orrorifico eseguito dall’attore Vincent Price, con tanto di diabolica risata finale.

10-11) Altri due estratti da “Thriller” in sequenza: il primo è quel fantastico connubio fra pop e rock che è Beat It, i cui ritmo & melodia indimenticabili, impreziositi dall’assolo chitarristico di Eddie Van Halen, fanno di questa canzone uno dei vertici artistici di Michael Jackson. Il secondo è The Girl Is Mine, un divertente e divertito duetto col mitico Paul McCartney. Ho sempre trovato deliziosa The Girl Is Mine e il fatto che sia cantata da due degli artisti che più apprezzo me la rende ancora più piacevole.

12-13) Ecco sopraggiungere il ritmo campionato di Remember The Time, tanto secco quanto avvolgente: questa canzone è sempre stata la mia preferita fra quelle contenute nell’album “Dangerous”. Altro classico, stavolta un classico disco, con Don’t Stop ‘Til You Get Enough, tratta da “Off The Wall”: un chiaro invito a ballare che sembra rubato da Michael ai suoi fratelli, The Jacksons. E’ una bella canzone Don’t Stop, dove il nostro canta perlopiù in falsetto, anche se forse è un po’ troppo estesa per un ascolto al di fuori d’una pista da ballo.

14) Le fa seguito un altro numero danzereccio, Wanna Be Startin’ Something, che è il brano d’apertura di “Thriller”: un po’ troppo ripetitivo e dal suono breakdance irrimediabilmente datato (la voce di Michael è però al top), Wanne Be è comunque un brano divertente, cavallo di battaglia negli spettacoli dal vivo del nostro.

15) Chiude questa entusiasmante carrellata nel passato musicale di Michael Jackson una splendida ballata guidata dalla chitarra acustica, Heal The World: probabilmente il brano più apprezzato dell’album “Dangerous”, questa è un’altra di quelle strafamose canzoni che caratterizzano la storia artistica di Jackson… inutile recensirla più di tanto!

16) Ed ora passiamo al secondo ciddì, chiamato appropriatamente “HIStory Continues”, che costituisce in pratica il quarto album solista del Michael Jackson adulto. Si parte col selvaggio pop-funk di Scream, un duetto del nostro con la sorella Janet Jackson: primo singolo estratto da “HIStory”, la canzone è una dura accusa a tutti coloro che (a torto o a ragione questo non lo so) hanno tormentato la vita privata di Michael. Scream è comunque interesante per la tessitura sonora che la forma: diversi elementi campionati fanno di questo pezzo qualcosa che va ben oltre la semplice canzonetta R ‘n’ B di turno.

17-18) Segue un altro singolo, la scarna e percussiva They Don’t Care About Us: è forse l’ultimo vero grande singolo proposto finora da Michael Jackson, accompagnato da un videoclip altrettanto potente. Poi troviamo finalmente una canzone più delicata, l’atmosferica Stranger In Moscow, anch’essa edita come singolo, dove la morbida voce cantilenante di Michael ritrova tutta la sua dimensione.

19) I ritmi più duramente funky tornano a marcare con la successiva This Time Around, dove Michael riadotta uno stile vocale più serrato ed arrabbiato. Lo supporta, a metà del pezzo, il rap di Notorious B.I.G. (che di lì a poco verrà assassinato), mentre il ritornello alquanto corale si segnala come uno dei più coinvolgenti di questa seconda parte dell’album.

20-21) Segue un altro singolo estratto da questo monumentale progetto, l’ambientalistica Earth Song: si tratta d’una potente ballata che ha qualche reminiscenza di Man In The Mirror… è un brano che tuttavia mi è sempre piaciuto poco. Si ritorna alle sonorità più funky con la secca D.S., altro interessante crossover fra musica nera e rock, grazie alla partecipazione di Slash, a quel tempo ai suoi ultimi giorni nei Guns N’ Roses.

22-23) Ancora funk, sebbene dai toni più morbidi, con la successiva Money, dove il canto di Michael si districa agevolmente fra più tonalità. Poi è la volta di Come Together, nota canzone dei Beatles che il nostro aveva già proposto nella colonna sonora del film “Moonwalker” (1988): è una cover pregevole che vede un Jackson perfettamente a suo agio.

24-25) Segue la romantica You Are Not Alone, scritta da R.Kelly ed edita anch’essa come singolo. A mio avviso è una delle migliori ballate di Michael Jackson e, non so perché, mi sembra un perfetto tema natalizio; da segnalare, comunque, la grande performance vocale del nostro su questo pezzo. Segue a sua volta la commovente Childhood, presente anche nella colonna sonora del film “Free Willy 2”: fanno riflettere le parole di questa delicata ballata, scritta da Michael stesso… ‘hai mai visto la mia infanzia?’… ‘prima di giudicarmi prova ad amarmi’… Non aggiungo nulla.

26-27) Successivamente troviamo un’altra accusa di Michael contro i suoi detrattori, stavolta quelli della carta stampata, con un pezzo intitolato appropriatamente Tabloid Junkie: addirittura il nostro campiona alcuni spezzoni di servizi giornalistici televisivi, quali la nota leggenda che ‘il cantante Michael Jackson dorme in una camera ossigenata’ (una camera iperbarica). Musicalmente parlando, Tabloid Junkie è un’altra sortita verso la musica funk, così come la successiva 2 Bad, un pezzo teso dove ha una particina rap il noto campione di basket (almeno a quel tempo, oggi non so…) Shaquille O’Neal.

28-29-30) Chiudono il tutto tre canzoni che, per un motivo o per l’altro, non ho mai ascoltato abbastanza, ovvero, in sequenza, HIStory, Little Susie e Smile. Se quest’ultima è un tributo a Charlie Chaplin (la musica di questa lenta e gentile ballata è sua), la prima è un confuso crossover fra pop epico – con tanto di campionamento d’un lavoro di Modeste Mussorgsky – e funk tirato, Little Susie è un brano tetro e teatrale che sfrutta anch’esso (specie nella lunga introduzione) campionamenti tratti da varie fonti audio.

Spero che questo lungo excursus nella musica di Michael Jackson possa contribuire un pochino a rivalutare un grande protagonista dei nostri tempi che negli ultimi anni è stato messo in ombra dai tanti scandali che hanno costellato la sua vita.
Nota conclusiva, per i più fanatici e per quelli che, come me, vanno a leggersi la lista di tutti i musicisti coinvolti nel disco. E’ davvero imponente la mole di quelli presenti sui due cd di “HIStory”… oltre ai nomi già citati sopra, troviamo infatti: lo storico produttore Quincy Jones, i tastieristi James Ingram, David Paich, Greg Phillinganes, Steve Porcaro, Jimmy Jam, Terry Lewis (questi ultimi due sono anche dei celebri produttori) e Glen Ballard, i chitarristi Steve Lukather, Tim Pierce, Nile Rodgers e Michael Thompson, i bassisti Louis Johnson, Nathan East e Guy Pratt, i batteristi Jeff Porcaro, Omar Hakim e Steve Ferrone, il percussionista Paulinho Da Costa e i fiatisti Jerry Hey e Larry Williams.

– Mat

New Order

new-order-immagine-pubblicaLa storia dei New Order inizia a Manchester nella primavera del 1980, all’indomani del suicidio di Ian Curtis, cantante dei Joy Division. Sì perché i New Order sono Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris, rispettivamente chitarrista, bassista e batterista dei Joy Division, che, dopo il comprensibile smarrimento iniziale, decidono di darsi un nuovo nome e di continuare insieme.

I New Order debuttano quindi al principio del 1981 col singolo Ceremony / In A Lonely Place, entrambe canzoni dei Joy Division mai completate: la prima è un brano pop-punk formidabile (vale la pena di andarsi ad ascoltare anche la versione live dei Joy Division sull’album postumo “Still”) mentre la seconda è addirittura cantata da Ian Curtis, in quello che è uno dei pezzi più tenebrosi della band. In seguito, i New Order aggiungono stabilmente all’organico una tastierista, Gillian Gilbert (già ragazza di Stephen) con la quale reincidono completamente il singolo Ceremony / In A Lonely Place (il risultato, oltre che più pulito, è comunque migliore) e ritoccano alcune canzoni inedite dei Joy Division da inserire nel loro terzo ed ultimo album, “Still” (1981).

Sempre nel corso del 1981, inoltre, esce “Movement”, il primo album dei New Order: lo stile non si discosta poi molto da quello dei Joy Division (del resto i musicisti sono gli stessi…) ed il risultato è già strepitoso. Un disco della durata di appena 36 minuti per 8 brani che tuttavia è in perfetto equilibrio tra new-wave, punk, elettronica e dark. Due brani sono cantati da Peter, gli altri sei da Bernard: di lì a poco la band capisce che il ruolo di cantante spetta solo a quest’ultimo, il quale, pur non possedendo una gran voce ha tuttavia un timbro molto riconoscibile che ben s’incastra nel sound complessivo dei New Order. E la storia può riprendere il volo…

Nel 1983 esce il singolo Blue Monday ed è una rivoluzione: il suo ritmo disco-club sostenuto dalla drum machine, i suoi synth gelidi e la voce impassibile di Bernard che canta un testo di rivalsa ne fanno un classico istantaneo e una pietra miliare nella storia della musica. Blue Monday è il primo incrocio credibile tra rock e dance, una strada che in seguito verrà tentata da altri artisti, anche più famosi. Il brano, inoltre, può anche essere considerato un precursore di quel genere house che sarebbe esploso commercialmente sul finire del decennio.

Sempre nell’83 esce il secondo album dei New Order, “Power Corruption & Lies”, che si distacca dal suono dei Joy Division – puntando maggiormente sull’elettronica – senza però rinnegarne le origini. Davvero un gran disco, così come il successivo “Low-life” del 1985. I New Order sono sulla cresta dell’onda ed i vari manager ed intermediari vorrebbero farne delle star: i quattro di Manchester non ci stanno, l’unica concessione è l’inserimento delle loro foto (per la prima e ultima volta), in un loro disco, “Low-life” per l’appunto, distribuito in USA dall’etichetta di Quincy Jones, più noto come geniale produttore di Michael Jackson. Il fatto è che l’amarezza per la morte prematura di Curtis è un fantasma ancora molto ingombrante col quale i New Order riusciranno a convivere solo in anni recenti.

Nel 1986 esce un altro bel disco, “Brotherhood” (uno dei miei preferiti), contenente la celebre Bizarre Love Triangle (ma a me fa impazzire Angel Dust…). L’anno dopo è la volta di “Substance 1987”, una strepitosa doppia raccolta contenente lati A e B dei singoli, molti dei quali non presenti sugli album, più due inediti, le stupende 1963 e True Faith (probabilmente quest’ultima è, con Blue Monday, il brano più famoso dei New Order).

Nel gennaio ’89 i New Order volano al 1° posto della classifica inglese con l’indimenticabile album “Technique”, il mio album preferito tra quelli della banda di Manchester, lanciato da singoli innovativi come Fine Time, Run e Round And Round. Il momento di gloria si ripete l’anno dopo, con l’uscita del singolo World In Motion: scritto come inno della nazionale inglese per i mondiali di calcio, World In Motion è stata votata di recente come miglior inno scritto da un gruppo inglese per la propria nazionale calcistica.

Ma la solidità dei New Order inizia a dare i primi segni di cedimento: tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, i membri della band formano diversi gruppi paralleli (gli Electronic per Sumner, che si unisce a Johnny Marr degli Smiths, i Revenge prima e i Monaco dopo per Hook, e gli Other Two per il duo – ormai sposato – Morris-Gilbert), mentre la casa discografica storica, la Factory Records (già distributrice dei Joy Division e in seguito di Happy Mondays e Stone Roses) è in grave crisi finanziaria. E’ proprio per tentare di salvare la Factory che dei riluttanti New Order tornano in studio per dar vita ad un nuovo album: “Republic”, che vede la luce nel ’93, quando la Factory è ormai spacciata, è forse il peggior album della band (ma non è brutto, state tranquilli…) anche se c’è la splendida Regret, con un video molto bello girato a Roma. Résisi forse conto di aver fatto un mezzo passo falso, i New Order sembrano guardare al passato: reincidono alcuni vecchi brani e li pubblicano con altri hits nella raccolta “(The Best Of) NewOrder” del 1994, poi, praticamente, la band si scioglie.

Lo scioglimento dei New Order, mai ufficializzato, termina sul finire degli anni Novanta: nel 1999 esce un brano nuovo, Brutal, per la colonna sonora del film “The Beach”, mentre la band è al lavoro sul nuovo album, che vede quindi la luce nel 2001. Così, il settimo album da studio dei New Order s’intitola “Get Ready” e con mio sommo piacere scopro che è uno dei migliori dischi del gruppo. Intanto, i New Order sono in grado di eseguire senza problemi concerti di due ore, mentre una nuova generazione di musicisti, in primis i Chemical Brothers, li inneggia come propri padri musicali.

Negli ultimi anni, una figlia della coppia Morris-Gilbert è stata gravemente malata: la mamma, per prendersene cura, ha abbandonato l’attività dei New Order, mettendo a rischio la vita stessa della band. Tuttavia, su insistenza della stessa Gilbert, i New Order sono tornati in pista con un nuovo tastierista/chitarrista, Phil Cunningham, un nuovo album, “Waiting For The Siren’s Call” (2005), e un nuovo tour.

Recentemente, dopo aver dato alle stampe un paio di raccolte, i New Order sono stati impegnati con la colonna sonora del film “Control”: girato da Anton Corbijn (storico fotografo e videomaker dei Depeche Mode), ripercorre la vita di Ian Curtis, voce dei Joy Division, e la parabola del gruppo stesso. Tuttavia quest’altro ritorno al passato non s’è tradotto nella nostalgia per il lavoro comune: nel corso del 2007 il bassista Peter Hook ha annunciato infatti la sua dipartita dai New Order e la formazione d’una nuova band, i Freebass, in compagnia di componenti degli Smiths e degli Stone Roses.

Ufficialmente i New Order non sono finiti e il sottoscritto crede che il buon Peter tornerà sui propri passi dopo essersi tolto lo sfizio di pubblicare un disco a nome Freebass. Staremo a vedere, per il momento ci possiamo accontentare delle ristampe degli album dei New Order pubblicati negli anni Ottanta, con disco aggiuntivo di materiale bonus per ogni titolo.

(