Roger Waters, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, 1984

roger waters the pros and cons of hitch hiking immagine pubblicaRoger Waters ha recentemente annunciato l’uscita del suo primo album da venticinque anni a questa parte, “Is This The Life That We Really Want?”. Se l’è presa decisamente comoda e, da quel poco che ho sentito, credo proprio che me la prenderò comoda anch’io nell’acquistarlo. E così, un po’ deluso, sono andato a riascoltarmi un suo disco che mi è sempre piaciuto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” del 1984, che è stato il suo primo vero album solista.

Pubblicato un anno dopo “The Final Cut“, “The Pros And Cons” ne condivide gran parte dei musicisti: tolti gli altri due membri dei Pink Floyd, ci sono quasi tutti infatti, a cominciare da quel Michael Kamen che pure in questo caso si è diviso tra i ruoli del direttore d’orchestra, del pianista e del produttore dell’album (assieme allo stesso Waters). Tra gli altri musicisti coinvolti, voglio comunque ricordare il grande batterista Andy Newmark, il percussionista Ray Cooper, il sassofonista David Sanborn e – ciliegina sulla torta – un certo Eric Clapton, qui impegnato con una chitarra solista che non fa rimpiangere troppo David Gilmour, seppure i due vantino stili sensibilmente diversi.

In “The Pros And Cons Of Hitch Hiking”, inoltre, Roger Waters ha riutilizzato alcuni schemi di chitarra ritmica presi pari pari da “The Final Cut” e ciò nonostante “The Pros And Cons” è un lavoro coevo a “The Wall“. Nel 1978, infatti, Waters propose ai Pink Floyd di scegliere tra due cicli di canzoni che aveva appena composto, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” e “The Wall”, per l’appunto, specificando che quello che non avrebbero scelto sarebbe poi diventato un suo progetto solistico. Come tutti sappiamo, i Floyd scelsero “The Wall” (con tutto ciò che ne è conseguito) e così Waters realizzò in solitaria “The Pros And Cons”, seppure sei anni dopo. In seguito, Gilmour sostenne che i Pink Floyd avessero messo mano anche a “The Pros And Cons”, lasciando così intendere che l’album non fosse tutta farina del sacco di quel bassista ormai diventato acerrimo rivale.

Ad ogni modo, è fin troppo evidente, anche all’ascolto più superficiale, la stretta somiglianza tra tre opere – “The Wall”, “The Final Cut” e “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” – registrate in contesti e situazioni differenti eppure così simili tanto a livello tecnico quanto espressivo. Non vorrei però soffermarmi ulteriormente sulle analogie tra questi tre parti della mente watersiana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; preferisco concludere invece sulle peculiarità del singolo album oggetto di questo post.

“The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è l’ennesima delle opere concettuali di Roger Waters, il cui tema stavolta è incentrato su un sogno notturno della durata di circa quaranta minuti (che poi è la durata dell’album); sogno nel quale vengono soppesati i pro e i contro dell’autostop, ovvero gli alti e i bassi delle relazioni sentimentali, tra reciproci tradimenti, ricordi, frustrazioni, timori e speranze per il futuro. Sogno che non manca di tramutarsi in incubo in diversi momenti della narrazione. Quest’ultima è resa non soltanto attraverso la musica ma anche per mezzo dei caratteristici effetti ambientali tanto cari ai Pink Floyd e ai loro fan: voci di adulti e di bambini, di uomini e di donne, urla, stridii, traffico, auto di grossa cilindrata che sfrecciano, e ovviamente l’immancabile televisore in sottofondo.

C’è da dire che un album così lo si apprezza di più se ascoltato in cuffia, anziché con le casse. E’ comunque un disco prodotto e suonato magnificamente, con le canzoni tutte collegate tra loro, con alcune parti che si ripetono nella più classica della variazione sul tema, in modo che il tutto suoni più come una suite che una collezione di canzoni a sé stanti (due di queste sono tra le più belle che io abbia mai sentito, ovvero Go Fishing e Every Stranger’s Eyes), ed è infine l’ultimo dei suoi album in cui Roger Waters non soltanto suona effettivamente il basso ma canta alla grande, così come aveva fatto in “The Wall” e in “The Final Cut” e come non farà più già a partire da “Radio K.A.O.S. (1987). Per tutti questi motivi, in definitiva, “The Pros And Cons Of Hitch Hiking” è un disco che mi ha sempre emozionato.

-Mat

Sting, “The Soul Cages”, 1991

sting-the-soul-cages-immagine-pubblica-blogCredo che i primi tre album incisi in studio da Sting come solista siano fra i migliori che siano mai stati prodotti nell’ambito della musica contemporanea. Probabilmente il più bello resta ancora “…Nothing Like The Sun” ma, di fatto, quello che continuo ad ascoltare con più frequenza è il successivo “The Soul Cages”, dove il celeberrimo artista inglese raggiunge definitivamente il suo stile maturo.

Sting ha fatto sempre le cose con classe ma questo suo terzo album è quello che presenta gli arrangiamenti più raffinati. Del resto, ancora una volta, i suoi collaboratori sono eccezionali… qui ricordo: Manu Katché alla batteria, Kenny Kirkland e David Sancious alle tastiere, Branford Marsalis ai fiati, Ray Cooper alle percussioni e soprattutto Dominic Miller, il più fido & abile chitarrista ad aver accompagnato Sting nella sua avventura solista, qui al suo debutto accanto a lui. Il tutto prodotto dallo stesso Sting con Hugh Padgham, una celebre conoscenza risalente ai tempi dei Police.

1) Il suono d’una northumbrian pipe, una sorta di cornamusa, introduce Island Of Souls, una grandiosa ballata dai toni celtici. E’ uno dei brani più suggestivi & raffinati di Sting, con un ritornello molto bello, in lento crescendo, mentre in chiusura troviamo lo stesso suono della cornamusa a chiudere un capolavoro dentro un capolavoro.

2) Edita su singolo già nel dicembre del 1990, la briosa All This Time è una delle canzoni più note del nostro. Un pop di gran classe con una lieve venatura country & un ritornello orecchiabilissimo e leggermente malinconico.

3) Il pezzo forte è però Mad About You, che resta fra le canzoni che più apprezzo in assoluto: cadenze mediorientali, chitarre ritmiche in grande spolvero, esecuzione vocale impeccabile, bridge indimenticabile… insomma, detto spassionatamente, è un altro capolavoro!

4-5) A dispetto del titolo, Jeremiah Blues è un brano tendente al rock dove il bravissimo Dominic Miller si scatena nel finale. Segue Why Should I Cry For You?, una delicata ballata, emozionante & melodica, anche se preferisco la versione inclusa nella raccolta “Fields Of Gold” (1994): è un lieve ma più efficace remix che aumenta l’impatto complessivo della canzone.

6-7) Tempo di voltare lato al mio vinile di “The Soul Cages” ed ecco un breve & malinconico brano acustico, lo strumentale St. Agnes And The Burning Train, dove il mandolino è lo strumento portante. Il tutto conduce alla maestosità di The Wild Wild Sea, un brano che sembra scritto proprio di fronte al mare in tempesta, sotto nuvoloni grigi: è un grande pezzo d’atmosfera che viviamo in compagnia d’uno Sting più meditabondo che mai.

8) I sensi sono quindi scossi dal successivo The Soul Cages, uno dei numeri più rock dell’intero repertorio di Sting: emozionante il passaggio strofa/ritornello/bridge dove il cantante riprende il bel ritornello dell’iniziale Island Of Souls, come se stesse chiudendo un cerchio.

9) La conclusiva When The Angels Fall, infatti, è ben più eterea, sembra quasi un’ascensione dopo che le canzoni precedenti ci hanno fatto vagare tra fiumi & mari. Sono proprio i fiumi e i mari – in senso allegorico – gli elementi principali dei testi di “The Soul Cages”, molto introversi, per la gran parte nostalgici e autobiografici, in qualche modo legati alla recente (a quel tempo) scomparsa del padre di Sting. L’intensa lentezza di When The Angels Fall sembra avere quindi una funzione perlopiù consolatoria, una specie d’assoluzione finale.

Comunque vale la pena di menzionare l’edizione italiana di “The Soul Cages”, contenente un brano aggiuntivo posto a conclusione del disco, Muoio Per Te: sulla base strumentale di Mad About You, Sting canta una rielaborazione del suo testo tradotta in italiano dall’amico Zucchero.