Gusti musicali geograficamente parlando

ivan-graziani-rock-e-ballate-per-quattro-stagioniPer molti anni, diciamo pure tra il 1988 e il 2008, ho comprato e quindi ascoltato prevalentemente musica inglese. Gruppi da me amatissimi come Beatles, Queen, Police, Pink Floyd, Genesis, Bee Gees, Clash, Depeche Mode e Cure in primis (con tutti i relativi solisti del caso, come ad esempio Paul McCartney, Sting, Phil Collins, eccetera), ma anche Bauhaus, Japan, Cult, New Order (e quindi Joy Division), Tears For Fears, Pet Shop Boys, Smiths, Verve e tutti o quasi i relativi solisti (Peter Murphy, David Sylvian, Richard Achcroft e via dicendo). Per noi parlare poi di David Bowie. Discorsetto bello lungo, insomma.

Tra il 2007 e il 2008, invece, sono stato colto dalla febbre per Miles Davis, statunitense. E quindi via con tutti i suoi dischi (o meglio, con tutti i suoi cofanetti deluxe della Sony), ai quali, di lì a poco, si sono aggiungi nella mia collezione tutti i dischi di John Coltrane, altro illustre statunitense. Allargando un po’ i miei confini, ho iniziato a comprare dischi jazz di musicisti e band d’America, come ad esempio i Weather Report, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Chick Corea, tutti nomi che sono andati ad aggiungersi ai vari Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder che già avevo in vinili, ciddì e cassette.

E se la black music afroamericana in fondo in fondo m’è sempre piaciuta, in anni più recenti ho avuto modo di apprezzare sempre di più i dischi di Isaac Hayes e soprattutto di Marvin Gaye. Tutta roba americana, ovviamente. Ai quali si sono aggiunti presto i dischi di Simon & Garfunkel (li ho comprati tutti!), del solo Paul Simon (ne ho comprati quattro o cinque), di Bruce Springsteen e soprattutto di Bob Dylan.

Insomma, se la Gran Bretagna la faceva da padrona per quanto riguarda la provenienza artistica dei dischi presenti in casa mia, credo proprio che ormai la fetta sia equamente divisa tra Stati Uniti e Gran Bretagna, e forse i primi sono anche in leggero vantaggio. In questa sorta di duopolio ho però registrato un curioso fatto privato: non so perché e non so per come, ma una mattina mi sono svegliato con la voglia di ascoltarmi i dischi di Lucio Battisti! Dopo qualche acquisto casuale, tanto per scoprire l’artista, ho deciso di fare il grande passo: acquistare l’opera omnia contenente TUTTI  i suoi dischi. L’anno scorso, spinto dalla curiosità, sono invece andato a comprarmi a scatola chiusa un cofanetto da tre ciddì + divuddì di Lucio Dalla, chiamato per l’appunto “Trilogia”. Io che ascolto e che soprattutto compro Lucio Dalla?! Un paio d’anni prima non l’avrei mai detto ed ora eccomi qui, a canticchiare Come è profondo il mare o L’anno che verrà oppure ancora Come sarà con tanto di Francesco De Gregori a dividere il microfono.

De Gregori che pure ha iniziato a incuriosirmi, nonostante un’antipatia per il personaggio che nutro da sempre. Ieri pomeriggio, e qui sto svelando un aspetto davvero inquietante della mia vita privata, avevo preso una copia di “Rimmel” e mi stavo già dirigendo alla cassa. Ho quindi adocchiato una raccolta tripla, fresca d’uscita, di Ivan Graziani e chiamata “Rock e Ballate per Quattro Stagioni“, edita dalla Sony in occasione del ventennale della morte del compianto cantante e chitarrista (nella foto sopra). Ebbene, ho preso una copia di quest’ultima con buona pace del classico di De Gregori.

E così, in conclusione, se una volta i miei ascolti erano concentrati quasi unicamente sulla Gran Bretagna, da un po’ di tempo sono felicemente passato all’America. E ciò nonostante rivolgo più d’un pensiero all’Italia, chissà perché. Ho iniziato anche ad apprezzare e comprare Vasco Rossi. Si attendono ora clamorosi sviluppi.

-Mat

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Richard Ashcroft, “These People”, 2016

richard ashcroft these peopleOltre al peppersiano “The Getaway” del quale si è già parlato nel post precedente, c’è un secondo ciddì fresco di stampa che sono andato a comprarmi negli ultimi giorni: “These People”, l’album che segna il ritorno di Richard Ashcroft dopo ben sei anni d’assenza discografica (un’eternità per l’effimero universo del pop, a pensarci bene). Dico subito che, per quanto io abbia sempre apprezzato Ashcroft, sia da solista che come leader dei Verve, “These People” non è un lavoro che mi abbia esaltato.

Non che sia un brutto disco, tutt’altro, ma semplicemente manca di organicità: alcune canzoni, dall’arrangiamento insolitamente virato verso l’elettronica (come l’iniziale Out Of My Body e il singolo Hold On), sembrano non c’entrare un bel nulla con quelle più vicine al classico sound ashcroftiano (come These People, come They Don’t Own Me o Picture Of You, ad esempio), come se il nostro non fosse stato in grado di capire bene quale direzione prendere, se cioè tentare una nuova strada o continuare a restare sé stesso.

E così, ascoltando sequenzialmente le dieci canzoni di “These People”, si ha quasi la sensazione d’imbattersi in inediti risalenti al tempo di “Keys To The World” (2006) – se non addirittura di “Urban Hymns” (1997), quando Ashcroft guidava quella che forse era la band più interessante emersa dal cosiddetto Britpop, i Verve per l’appunto – intervallati qua e là da canzoni ben più elettroniche che francamente si addicono poco allo stile del nostro.

Stile che  resta sempre riconoscibilissimo, fosse solo per quella voce così peculiare (che a me ha sempre ricordato un po’ quella di John Lennon), che fa sì che i dischi di Richard Ashcroft risultino sempre gradevoli a chi questo stile lo (ha sempre) apprezza(to). Può in definitiva una canzone come They Don’t Own Me, l’unica che mi piaccia davvero (almeno finora), giustificare l’acquisto di un album come “These People”? Evidentemente no, ma è pur vero che una canzone come They Don’t Own Me non esce tutti i giorni e non si trova in altri dischi. Grazie Richard, comunque.

-Mat

La musica del 2009 tra realtà e sogni

depeche modeEccoci così al 2009! Prima di cominciare, però, lasciatemi augurarvi buon anno, di cuore. Non possiamo dire come sarà l’ultimo anno di questo decennio, ovvio, ma possiamo già tracciare i contorni della musica che ascolteremo nei prossimi mesi. Ecco quindi una breve rassegna della musica che verrà…

Album
Per me il più atteso è il nuovo dei Depeche Mode, previsto in primavera e al momento ancora senza titolo: la band inglese (nella foto) ha anche girato il video di Wrong, il singolo apripista… sono molto curioso, non vedo l’ora di vederlo! Pare che questo nuovo capitolo depechiano dovrebbe recuperare delle sonorità retrò. Intanto usciranno anche i nuovi album di Bruce Springsteen (a giorni), Peter Murphy (il cantante dei Bauhaus), Prince, David Sylvian, Morrissey, Neil Young, Megadeth, P.J. Harvey, Green Day, Devo, Roxy Music, U2, No Doubt e Robin Gibb. Forse anche il nuovo di Michael Jackson e forse – udite udite – anche il secondo album dei redivivi Sex Pistols, che darebbero quindi un seguito al celeberrimo “Never Mind The Bollocks” del 1977.

Concerti
Per quanto riguarda gli appuntamenti live previsti nel nostro paese, per ora segnalo solo i Depeche Mode, gli Eagles, i Metallica, gli Ac/Dc, i Judas Priest, i Megadeth, i Lynyrd Skynyrd e gli odiosi Oasis. Mi piacerebbe tantissimo vedere il concerto degli Eagles… ma suoneranno a Milano… per me sarà difficile starci. Spero anche che i Verve recuperino l’unica tappa del loro tour del 2008 – quello che segnava la reunion dopo quasi dieci anni dallo scioglimento – che avevano programmato in Italia: dovevano suonare a Livorno ma la loro esibizione saltò perché Richard Ashcroft aveva la laringite.

Reunion
Dopo le innumerevoli reunion degli ultimi anni, nel 2009 si attendono i ritorni – sul palco e/o in studio – di Blur (nella originale formazione a quattro), Magazine, Ultravox (nella formazione condotta da Midge Ure), The Specials, The Faces (sì, proprio il gruppo di Rod Stewart e Ron Wood, scioltosi nei primi anni Settanta!) e forse anche Faith No More, Smiths (ma qui ci credo poco… sarebbe un miracolo!), Stone Roses e Spandau Ballet. Voci incontrollate parlano anche dei Jackson 5

Ristampe
“Odessa” dei Bee Gees uscirà fra pochi giorni, il 12, in un bel cofanetto con tanto di rarità & inediti (… e io ho già la bava alla bocca!) in occasione del quarantennale della sua edizione. A marzo sarà invece la volta di “Ten”, il classico dei Pearl Jam. Dovrebbero uscire anche gli ultimi capitoli della bella serie di remaster dei Cure, in particolare dell’album “Disintegration” che nel 2009 compie ventanni. In autunno, secondo alcune indiscrezioni, dovrebbero uscire anche i ciddì rimasterizzati di tutti gli album dei Beatles… chissà, io lo spero vivamente, a patto, cazzo, che vi siano inclusi degli inediti!

Film
In questo 2009 dovremmo vedere il benedetto film sulla vita di Bob Marley, in cantiere almeno dal 2003. Pare che quest’anno sia la volta buona, chissà, certo è che al momento non se ne conoscono molti particolari. Don Cheadle dovrebbe dar vita al suo film sull’immenso Miles Davis, in attesa almeno dal 2007. Si attendono anche film biografici su Freddie Mercury e Kurt Cobain, annunciati anch’essi alcuni anni fa. Correrei subito al cinema per vedermi quello su Mercury, si era parlato di Johnny Depp per la sua interpretazione, chissà.

Questo quello che è stato confermato, in maniera più o meno ufficiale da parte dei diretti interessati o da chi per loro. Ora passo brevemente alle mie aspettative per quest’anno:

  • spero in un ritorno sulle scene del grande David Bowie, magari anche solo per dei concerti, ovviamente con transito obbligatorio in Italia;
  • una cazzutissima ristampa di “The Wall” dei Pink Floyd in occasione del trentennale di quello che resta il mio album rock preferito;
  • un nuovo album da studio di Sting che, a parte la divagazione medievale di “Songs From The Labyrinth”, non mi pubblica un album con canzoni sue dal 2003;
  • un nuovo album e/o tour per i Tears For Fears con tassativo passaggio live in Italia;
  • la pubblicazione d’un cofanetto di Miles Davis con le sue collaborazioni con Prince (si parla comunque d’un nuovo cofanetto davisiano della sua discussa produzione anni Ottanta);
  • almeno un concerto in terra italiana per Paul McCartney;
  • un nuovo album per Roger Waters, che non pubblica un disco d’inediti dai tempi di “Amused To Death”.

Questo è quel che le mie antenne sono riuscite a captare nell’aria; se non altro si prefigura un 2009 abbastanza interessante sotto il profilo musicale. Per tutto il resto, come sempre, staremo a vedere!

– Mat

The Verve, “Forth”, 2008

the-verve-forth-immagine-pubblicaIn questi giorni c’è praticamente un solo disco che sto ascoltando: si tratta di “Forth”, il nuovo album dei redivivi Verve, giunto nelle rivendite dopo un periodo di separazione fra i membri della band durato quasi dieci anni.

Il primo singolo, Love Is Noise, mi è subito piaciuto parecchio, le recensioni dell’album sono state se non entusiastiche almeno tutte positive, la confezione del disco si presentava in un’elegante cartonatura e così… ho sborsato sedici euro e mi sono portato la mia bella copia a casa.

Per la verità ero stato tentato dall’edizione in vinile, due elleppì per un totale di ventuno euro… ma le canzoni sono dieci in tutto e non mi andava di cambiare una facciata ogni tre canzoni (ho invece escluso subito la versione ‘deluxe’, il solito ciddì abbinato all’inutile divvuddì che per mezzora ci mostra i nostri beniamini che ci raccontano su quanto sia stato bello incidere questo disco, che è il migliore che hanno mai fatto, e blah-blah-blah…).

Spazzando subito ogni dubbio, dico subito che questo “Forth” è veramente un bel disco, esattamente come me lo immaginavo. Mi fa piacere, inoltre, notare come sia stato scritto, eseguito e prodotto dai soli Verve (con un minimo contributo esterno), tanto che tutto il lavoro – oltre un’ora di musica con una media di sei minuti buoni per canzone – scorre via che è una bellezza, specialmente se lo si ascolta mentre si è alla guida.

Il brano più immediato è senza dubbio Love Is Noise, danzereccio e accattivante, sebbene il resto del disco non sia affatto di quel genere. L’album è piuttosto un insieme di grandi ballate pop-rock e di brani più tirati e rockeggianti, aggiungendo al tutto un po’ di psichedelia, un po’ di progressive e un po’ di noise qua e là. Fra i miei brani preferiti vi sono l’iniziale Sit And Wonder, un rock arrembante e vagamente minaccioso, l’eterea & distesa Judas, l’indolente psichedelia di Numbness, le più pop I See Houses e Valium Skies (dove si sente più la mano del cantante Richard Ashcroft che degli stessi Verve) ma soprattutto la conclusiva Appalachian Springs, una dolente ballata che per me rappresenta il pezzo migliore di tutto il disco. Comunque buono il resto dell’album, con quella Rather Be (candidata a prossimo singolo) che ricorda un po’ Check The Meaning, una delle perle dell’Ashcroft solista, gli otto tormentosi minuti di Noise Epic e il funk (o quasi) progressivo di Columbo.

Insomma, pur se ho scritto questa recensione di getto e ho “Forth” da pochi giorni, posso ritenermi più che soddisfatto del mio recente acquisto, anche perché ho la netta impressione che questo sia uno di quegli album che migliorano ascolto dopo ascolto.

– Mat

The Verve, “The Drugs Don’t Work”, 1997

the-verve-the-drugs-dont-workSarà pure una canzone triste, o deprimente che dir si voglia, ma ciò non esclude il fatto che The Drugs Don’t Work dei Verve sia una canzone magnifica.

Una notevole ballata, dolente ma a suo modo consolatoria, che ascoltai la prima volta alla radio, nei tardi & tristi anni Novanta.

Bellissima la sequenza dei versi, memorabile il ritornello, cantabilissimo, il tutto impreziosito dalla bella voce di Richard Ashcroft e da un azzeccatissimo arrangiamento che fa leva sulle chitarre acustiche e l’orchestrazione.

Copiando questo indirizzo [http://www.youtube.com/watch?v=n4XCGeckA-E] si può ascoltare The Drugs Don’t Work e vederne il bel video, semplice ma gradevole.

Ah, dimenticavo, The Drugs Don’t Work si trova sul terzo (e finora ultimo) album dei Verve, il celebre “Urban Hymns” (1997), ma anche sulla raccolta “This Is Music: The Singles 92-98”, pubblicata nel 2004.

– Mat

Un anno di ritorni, il 2007… e il 2008?

john-lydon-johnny-rotten-pil-sex-pistolsIl 2007 appena trascorso s’è rivelato come l’anno dei grandi ritorni, molti dei quali del tutto inattesi. Solo un anno prima non avrei mai detto che, a distanza di pochi mesi, avrei visto dal vivo due delle mie bande rock preferite, i Genesis (con Phil Collins di nuovo nei ranghi) a Roma, e i Police a Torino… insomma, nei primi mesi del 2006 tutto questo era fantascienza per me!

L’ultima, clamorosa reunion in ordine di tempo è stata quella dei Led Zeppelin (col figlio di John Bonham a sostituire l’illustre genitore, scomparso nell’80), ma grande attenzione da parte della stampa è stata riservata ai ritorni di due celeberrime formazioni pop degli anni Novanta, i Take That (anche se privi di Robbie Williams) e le Spice Girls al gran completo. Grande attenzione da parte degli acquirenti di dischi come il sottoscritto è stata riservata invece agli Eagles che, col loro recente “Long Road Out Of Eden” (l’ho comprato per Natale… lo recensirò presto…), hanno meritatamente conquistato il 1° posto della classifica americana, vale a dire il mercato discografico più importante al mondo.

Nel corso del 2007, tuttavia, sono state parecchie le formazioni che si sono ritrovate insieme dopo molti anni, sia sul palco, sia in studio o in entrambi i casi. Qui mi limito a citare i Sex Pistols – sul palco (nella foto sopra, una rassicurante immagine del loro cantante, quel gran soggettone di Johnny Rotten) – i Verve di Richard Ashcroft – palco e studio – gli Smashing Pumpkins – studio e palco – i James (quelli di Sit Down), i Crowded House (quelli di Don’t Dream It’s Over) – palco e studio – i Jesus And Mary Chain, gli Stooges del selvaggio e carismatico Iggy Pop – studio e palco – e gli Happy Mondays, una band di sballoni proveniente da Manchester particolarmente celebre (in patria) fra gli ultimi anni Ottanta e i primi Novanta.

Pure i Queen, o ciò che ne rimane, ovvero Brian May con Roger Taylor, sono tornati in pista: a dicembre è uscito il singolo Say It’s Not True, sempre con la partecipazione di Paul Rodgers come cantante, mentre per questo 2008 si attende un album completo. Si attendono inoltre i nuovi album dei già citati Verve, dei Cure, dei R.E.M., dei Metallica e, udite udite, di Michael Jackson. Proprio il nome di Michael Jackson potrebbe essere quello più discusso in questo 2008… dovrebbe intraprendere un tour per sanare i suoi debiti e, per farlo, potrebbe resuscitare addirittura i Jacksons, la sua storica band con i fratelli. Personalmente sono molto curioso, nel frattempo a febbraio uscirà una lussuosa riedizione del suo classicissimo, l’album “Thriller” datato 1982.

Insomma, musicalmente anche questo 2008 promette bene… spero che si avranno altre piacevoli sorprese! A questo punto, per quanto mi riguarda, ora aspetto una sola reunion… quella dei benedetti Pink Floyd… ma, sia ben chiaro, senza Roger Waters non ne voglio sapere alcunché!

Buon anno a tutti, amici blogger & lettori, ci sentiamo nei prossimi giorni. Ciao!

– Mat

Richard Ashcroft, “Keys To The World”, 2006

richard-ashcroft-keys-to-the-worldSul finire del 2005 ebbi il piacere d’ascoltare in radio una gran bella canzone che tornò a farmi interessare alla musica più contemporanea: si trattava di Break The Night With Colour di Richard Ashcroft (voce e anima dei Verve), canzone che continuai ad ascoltare per mesi e che, di lì a poco, mi spinse all’acquisto di “Keys To The World”. Acquisto avvenuto all’inizio di quest’estate, quando ho scovato in un centro commerciale una copia sola soletta di “Keys To The World” all’allettante cifra di otteurennovanta.

Terzo album solista per Richard Ashcroft, “Keys To The World” mi piace un po’ di più ogni volta che lo metto nel lettore, sia a casa che in auto: non è un disco contenente chissà quali mirabolanti effetti speciali o chissà quale musica innovativa (che di questi tempi è cosa assai rara), tuttavia è un bel lavoro, suonato e prodotto con gusto, caldo & sentimentale ma non stucchevole & lagnoso, leggero ma non stupido, coinvolgente ma non impegnativo. Insomma, un buon disco che assolve ottimamente alla sua funzione: farci compagnia per quarantacinque minuti con della buona musica pop-rock inglese, senza però ridursi a mero sottofondo.

1) Si parte con la spumeggiante Why Not Nothing?, un movimentato brano vagamente retrò (ma suona retrò un po’ tutto il disco, sarà per questo che mi piace così tanto…) che strizza l’occhio agli anni Sessanta. Anche la distribuzione spaziale degli strumenti ricorda il glorioso passato pop d’oltremanica, soprattutto le parti di chitarra, separate nei canali sinistro e destro.

2) Music Is Power è la rivisitazione da parte di Richard d’un vecchio brano del compianto Curtis Mayfield: in pratica sarebbe una cover, ma il nostro ne ha riscritto completamente il testo. Ammetto di conoscere poco l’arte del buon Curtis, tuttavia la coinvolgente Music Is Power mi ricorda perlopiù lo stile sonoro degli Style Council.

3-4) Ed eccoci finalmente all’emozionante Break The Night With Colour, che ritengo la migliore fra le dieci canzoni incluse in “Keys To The World”. Anzi, dirò di più… dopo pochi ascolti è diventata già una di quelle che amo di più, sarà che mi ricorda parecchio lo stile di John Lennon. Segue a ruota la melodica Words Just Get In The Way, pubblicata come secondo singolo, che è una canzone assolutamente deliziosa, strepitosamente semplice & appassionata. Nient’altro da dire.

5) A metà del disco troviamo la canzone che gli dà il titolo, Keys To The World, dal ritmo appena più sostenuto rispetto alle ultime che abbiamo visto. E’ il solo brano presente qui ad avvalersi di una voce che non sia quella di Richard (che di solito canta tutte le parti vocali, da quelle soliste ai vari tipi di cori), cioè quella d’una corista che infonde a Keys To The World un che di etnico. In effetti, questo quinto pezzo in programma suona come una metropolitana world music, sembra adatto come colonna sonora per un giro turistico nella parte più cosmopolita di Londra.

6) Davvero molto bella la canzone seguente, la commovente Sweet Brother Malcom, molto più minimale ed intima delle altre viste fin qui. Con l’inconfondibile voce di Richard ben in primo piano e una delicata orchestra a farle da contrappunto, lo strumento portante diventa quindi la chitarra acustica. Credo che Sweet Brother Malcom sia una delle migliori creazioni da parte del nostro.

7) A seguire troviamo la dolente ma magnifica Cry Til The Morning: l’inizio è lento ma dopo poco più d’un minuto subentra la bella base ritmica guidata dal piano. Stile vagamente lennoniano anche qui, per un pezzo maturo che conduce i nostri sentimenti alla deriva, specie nel finale, affidato ad un circolare & avvolgente assolo di chitarra elettrica.

8) La romantica Why Do Lovers? è un altro dei pezzi forti di questo disco: un crescendo melodico ed emozionale molto intenso, con la voce di Richard in primo piano che pare spezzarsi dopo ogni verso. Why Do Lovers? rappresenta un tipo di ballata che può venir fuori da una sola terra… la Gran Bretagna, senza dubbio.

9) Simple Song è il brano che meno mi piace in questo disco, anche se oggi lo apprezzo di più rispetto alle prime volte che l’ascoltavo. E’ una canzone piuttosto teatrale che s’incastra fino ad un certo punto con le altre presenti in “Keys”, anche se non si tratta affatto d’una cattiva prova… forse suona un po’ artificiosa.

10) La conclusiva World Keeps Turning è un classico pezzo da ascoltarsi in auto, meglio ancora se si è sulla via del ritorno. Dopo l’iniziale Why Not Nothing?, questo è il brano più veloce del disco, come se il buon Richard avesse voluto raccogliere un cuore più lento e riflessivo fra un inizio e una fine più movimentate.

Prodotto dallo stesso Richard Ashcroft col fido Chris Potter, “Keys To The World” figura diversi musicisti dal passato (per me) interessante: fra i batteristi troviamo l’ottimo Steve Sidelnyk, già con gli Orange Juice e ospite frequente nei primi singoli degli Style Council; fra i bassisti troviamo John Giblin, produttore e collaboratore di alcuni dei migliori lavori dei Simple Minds; al piano c’è invece Martin Slattery, già coi Mescaleros del compianto Joe Strummer. Infine, le efficaci partiture orchestrali, presenti un po’ ovunque, sono eseguite dalla London Metropolitan Orchestra.

– Mat