George Harrison, “All Things Must Pass”, 1970

George Harrison All Things Must Pass immagine pubblicaPer sua stessa ammissione, John Lennon disse che le canzoni migliori del “White Album” e di “Abbey Road” erano, rispettivamente, While My Guitar Gently Weeps e Something, scritte entrambe dal collega George Harrison. Non solo erano le migliori che i Beatles avessero offerto in quei due storici album ma erano anche indicative dello stato di grazia di Harrison in quel periodo, che di belle canzoni ne mise su nastro molte altre. Talmente tante che avrebbero riempito non due ma addirittura sei facciate di vinile, dando così vita al primo album triplo mai realizzato da un singolo artista.

Stiamo ovviamente parlando di “All Things Must Pass”, il magnifico album da solista che George Harrison ha prodotto insieme a Phil Spector in quel tormentato 1970 che ha sancito la fine dei Beatles, e quindi pubblicato nel novembre di quello stesso anno. Un album, “All Things Must Pass”, che non solo rappresenta tuttora l’apice creativo-espressivo d’un Beatle in veste solista ma che può essere tranquillamente posto sullo stesso livello di due capolavori beatlesiani come appunto “Abbey Road” e il “White Album”.

Gran parte del materiale di “All Things Must Pass” è formato da una serie di magnifiche ballate come Isn’t It A Pity (proposta in due versioni sensibilmente diverse, soprattutto per durata), Behind That Locked Door, Let It Down, Run Of The Mill, Beware Of Darkness (tra le canzoni più belle mai realizzate da un Beatle, secondo la mia modesta opinione), Ballad Of Sir Frankie Crisp, Hear Me Lord e quindi la stessa All Things Must Pass. Non mancano tuttavia brani decisamente rock come Wah-Wah (a quanto pare ispirata da un litigio avvenuto in studio con Paul McCartney) e Art Of Dying (dove oltre a uno sfolgorante Eric Clapton alla chitarra c’è anche un giovanissimo Phil Collins alle percussioni), o brani dal sapore inevitabilmente più beatlesiano come What Is Life e Apple Scruffs.

E se l’intero terzo disco è composto da lunghe jam session strumentali, tra le quali segnalo l’epica Out Of The Blue e la grintosa I Remember Jeep, in “All Things Must Pass” c’è spazio anche per un paio di interessanti collaborazioni autoriali con Bob Dylan: I’d Have You Anytime, la splendida ballata iniziale che apre tutta l’opera, della quale Dylan ha scritto il romantico testo, e una If Not For You che quindi ha visto la luce quasi in contemporanea con l’analoga versione inserita da Bob nel suo album “New Morning” (1970). Il pezzo più celebre di “All Things Must Pass” resta però My Sweet Lord, brano che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, a sua volta il pezzo più rappresentativo dell’Harrison solista: fu un successo d’alta classifica che trascinò anche l’album al vertice della Top Ten dei dischi più venduti in quel periodo.

Fedele alla concezione tutta spectoriana del “wall of sound”, vale a dire una serie di sovrapposizioni di molteplici strumenti sulla traccia base, “All Things Must Pass” offre inoltre una corposa schiera di musicisti: oltre ai già citati Clapton e Collins, infatti, l’album figura anche Billy Preston (piano e tastiere), Ginger Baker (batteria), Peter Frampton (chitarra), Pete Drake (chitarra pedal steel), Dave Mason (chitarra), Klaus Voormann (basso), Jim Gordon (batteria), Bobby Keys (sassofono), Alan White (batteria) e altri ancora, tra i quali ovviamente non poteva mancare Ringo Starr. Quest’ultimo, narra la leggenda, a un certo punto avrebbe portato con sé in studio anche Maurice Gibb dei Bee Gees, il quale suonerebbe il piano in una delle due Isn’t It A Pity?, ma c’è chi sostiene (come il già citato Alan White) che anche John Lennon ha dato il suo contributo strumentale in qualcuno dei pezzi.

Vale la pena spendere due parole, infine, sulla bella riedizione di “All Things Must Pass” pubblicata nel 2001 in occasione del suo trentennale, una riedizione in due ciddì curata personalmente dallo stesso George. Arricchita da interessanti brani inediti – tra cui una nuova versione di My Sweet Lord registrata ad hoc – e con note interne scritte dallo stesso Harrison, quella riedizione di “All Things Must Pass” è stata purtroppo l’ultimo titolo accreditato al solo George Harrison che l’artista ha visto pubblicare in vita.

-Mat

The Beatles, “Sgt. Pepper” 50 anni dopo, e tutto ciò che c’è da sapere

The Beatles Sgt Pepper 50 anni box 6 dischiFinalmente, dopo settimane d’indiscrezioni, è arrivata l’ufficialità: quello che a questo punto viene riconosciuto dagli stessi Beatles come il loro capolavoro, l’album “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, verrà ripubblicato il 26 maggio in occasione del suo cinquantennale. E stavolta non si tratta dell’ennesimo remaster con tanto di nuova confezione cartonata; stavolta alla Apple hanno fatto le cose in grande.

Pubblicato originariamente in Gran Bretagna il 1° giugno 1967, “Sgt. Pepper” sarà infatti nuovamente disponibile in un lussuoso cofanetto da ben sei dischi (quattro ciddì, un divuddì e un bluray), contenente l’album originale opportunamente remixato (e non semplicemente remasterizzato) da Giles Martin (il figlio di George Martin, lo storico produttore dei Beatles, che ovviamente produsse anche “Sgt. Pepper”), la versione mono originale tanto dell’album quanto del singolo Strawberry Fields Forever/Penny Lane (due canzoni inizialmente concepite come parte integrante dell’album ma infine escluse perché la EMI preferì pubblicarle prima su singolo), una buona trentina di registrazioni alternative e soprattutto inedite delle canzoni pepperiane (una cosa alla “Anthology”, insomma), la versione 5.1 “surround” dell’album, un documentario del 1992 (debitamente restaurato) sul “making of” del disco, i videoclip di Strawberry Fields, Penny Lane e A Day In The Life, e quindi l’inevitabile serie di gadget compresi poster, inserti cartonati e il fondamentale libretto illustrativo con note storico-tecniche e fotografie (anche inedite) del periodo.

Questo, in sintesi, il cofanettone deluxe. Per i meno fanatici sarà comunque disponibile un doppio ciddì contenente sia il remix di Giles Martin dell’album che una selezione delle 33 versioni alternative dei brani altrimenti disponibili solo nel box. Il cinquantennale di “Sgt. Pepper” sarà commemorato anche attraverso il vinile: uscirà infatti un doppio trentatré contenente sia la versione remix che la versione mono, mentre già in occasione del prossimo Record Store Day, in programma il 22 aprile, verrà distribuito il singolo da sette pollici di Strawberry Fields Forever/Penny Lane.

Allora, riepilogando, il cofanettone deluxe da sei dischi conterrà quanto segue:

CD1 (il nuovo remix curato dal figlio di George Martin): 1. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, 2. With A Little Help From My Friends, 3. Lucy In The Sky With Diamonds, 4. Getting Better, 5. Fixing A Hole, 6. She’s Leaving Home, 7. Being For The Benefit Of Mr. Kite!, 8. Within You Without You, 9. When I’m Sixty-Four, 10. Lovely Rita, 11. Good Morning Good Morning, 12. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise), 13. A Day In The Life.

CD2 (le cosiddette “Sgt. Pepper Sessions 1966-67”): Strawberry Fields Forever, cinque versioni identificate come Take 1 (già su “Anthology 2”, 1996), Take 4, Take 7 (già su “Anthology 2”), Take 26 e Stereo Mix 2015; la Take 2 di When I’m Sixty-Four; tre versioni di Penny Lane identificate come Take 6 (strumentale), Vocal Overdubs And Speech e Stereo Mix 2017; cinque versioni di A Day In The Life identificate come Take 1, Take 2, Orchestra Overdub, Hummed Last Chord (comprendente le Take 8-11) e The Last Chord; due versioni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ovvero Take 1 (strumentale) e Take 9; due versioni di Good Morning Good Morning (Take 1 e Take 8, quest’ultima già su “Anthology 2”).

CD3 (il seguito del secondo ciddì): due versioni di Fixing A Hole (Take 1 e Speech And Take 3); la Take 7 di Being For The Benefit Of Mr. Kite! (già su “Anthology 2”); la Speech And Take 9 di Lovely Rita; due versioni di Lucy In The Sky With Diamonds (Take 1 e Take 5, intervallate da vari Speech); due versioni di Getting Better (Take 1, strumentale, e Take 12); due versioni di Within You Without You (Take 1 e George Coaching The Musicians); due versioni strumentali di She’s Leaving Home (Take 1 e Take 6); le Take 1 e 2 di With A Little Help From My Friends; la versione Speech And Take 8 di Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band (Reprise).

CD4: la versione mono originale del 1967 di “Sgt. Pepper” più sei brani bonus, tutti mono anch’essi, e cioè Strawberry Fields Forever (Original Mono Mix), Penny Lane (Original Mono Mix), A Day In The Live (Unreleased First Mono Mix), Lucy In The Sky With Diamonds (Unreleased Mono Mix nr. 11, che si credeva perduto), She’s Leaving Home (Unreleased First Mono Mix) e Penny Lane (Capitol Records U.S. Promo Single, per l’edizione americana dell’epoca).

Blu-ray e dvd: “Sgt. Pepper”, Strawberry Fields Forever e Penny Lane, sia in 5.1 “surround” che in stereo ad alta risoluzione, e quindi il “Making Of” dell’album (sui cinquanta minuti, con contributi del ’92 di Paul McCartney, Ringo Starr, George Harrison e George Martin) e i tre videoclip del ’67.

Insomma, c’è davvero da leccarsi i baffi, considerando che il tutto è anche proposto in un bel box che fa pure la sua figura. Il prezzo, non proprio modicissimo, si aggira sui cento euro. Penso proprio che sia una spesa che valga la pena di fare. Sono anche tentato dall’acquisto, in occasione del Record Store Day, del 45 giri contenente il doppio lato A Strawberry Fields Forever/Penny Lane. Torneremo ad aggiornarci sull’argomento.

-Mat

The Beatles, “Rubber Soul”, 1965

The Beatles Rubber Soul immagine pubblicaConsiderato il primo grande album dei Beatles, e non una semplice raccolta di canzoni più o meno inedite, “Rubber Soul” ha effettivamente un ruolo centrale nella discografia dei Fab Four. Pubblicato alla fine di quel 1965 che aveva visto consolidarsi la beatlemania come un vero e proprio fenomeno culturale e non soltanto discografico, “Rubber Soul” è lo specchio sonoro dei Beatles nel loro più importante momento di transizione. I cinque dischi che l’avevano preceduto – “Please Please Me” (1963), “With The Beatles” (1963), “A Hard Day’s Night” (1964), “Beatles For Sale” (1964) e “Help!” (1965) – rappresentavano gli anni giovanili, per così dire, mentre quelli che gli sarebbero immediatamente succeduti – “Revolver” (1966) e “Sgt. Pepper” (1967) – avrebbero rappresentato il culmine di quel periodo sperimentale, più adulto, che proprio con “Rubber Soul” aveva iniziato ad affacciarsi.

Eppure il nostro album ha avuto una genesi del tutto particolare che, in realtà, non lasciava presagire nessun capolavoro. Anzi. All’epoca, secondo il contratto sottoscritto con la EMI, i Beatles dovevano dare alle stampe almeno quattro singoli e due album all’anno, e così, dopo aver recitato nel film “Help!”, fatto pubblicare il relativo album-colonna sonora e intrapreso l’inevitabile tour internazionale, i Beatles erano tornati agli studi di Abbey Road il 12 ottobre.

L’obiettivo era ovviamente di realizzare il secondo album annuale per la EMI, e quindi un disco “dovuto” più che artisticamente “sentito” dalla band. E quel contratto non veniva certo sospeso quando l’ispirazione latitava e la stanchezza ci metteva del suo. Si partì infatti da Run For Your Life, un debole country pop dal fastidioso testo sessista, una canzone che qualcosa doveva alla Baby Let’s Play House di Elvis Presley e che resta, secondo la mia modestissima opinione, la peggiore dei Beatles (vedi QUI).

Quello stesso 12 ottobre, se non altro, i Beatles incisero anche una prima versione della splendida Norwegian Wood (This Bird Has Flown), una canzone acustica ideata da John Lennon e realizzata col fondamentale contributo di Paul McCartney. Dal canto suo, George Harrison, la cui effettiva partecipazione a Run For Your Life è incerta, si distingue qui per la sua esecuzione al sitar che, a quanto pare, segna la sua prima comparsa non solo in un pezzo dei Beatles ma anche in un pezzo pop in generale. La canzone è passata almeno per altri due rifacimenti prima di debuttare su “Rubber Soul”, mentre la prima versione di quel 12 ottobre è stata pubblicata trent’anni dopo col progetto “Anthology”.

Quella dell’indomani, il 13 ottobre, fu la prima seduta dei Beatles ad andare oltre la mezzanotte, inaugurando una pratica, quella delle incisioni notturne, che presto sarebbe diventata uno standard nella metodologia in studio dei Fab Four. Il motivo di tanto daffare? Il vivace rock-soul di Drive My Car, che quindi venne scelto come brano d’apertura di “Rubber Soul”. A quanto pare, il contributo di George all’arrangiamento fu determinante, dato che quello inizialmente proposto da Paul “somigliava” un po’ troppo a Respect di Otis Redding.

Cominciata il 16 ottobre con la sola parte ritmica, If I Needed Someone allargava la formazione fino a comprendere il produttore George Martin (qui all’armonium), per un pezzo che tuttavia “ricorda” The Bells Of Rhymney dei Byrds. Fin qui, insomma, il nuovo album dei Beatles non si stava certamente rivelando come quel capolavoro acclamato che tutti conosciamo. Le cose però cambiarono il 18 ottobre, quando in studio fece la comparsa In My Life, il vero capolavoro di “Rubber Soul” e una delle canzoni più belle di tutti i tempi. Con Paul McCartney e George Martin a dividersi le parti di piano elettrico, fu tuttavia Martin a prodursi nel barocco assolo a metà canzone. Tra il 21 e il 22 venne quindi ultimata la ben nota Nowhere Man, vale a dire la terza perla nata da un’idea di Lennon a comparire nelle sedute di registrazione dell’album.

Più laboriosa risultò invece la registrazione di I’m Looking Through You: messa su nastro una prima volta il 24 ottobre, fu sottoposta ad ulteriori rifacimenti il 6 e il 10 novembre. Con Ringo Starr all’organo, oltre che alla batteria e al tamburino, resta incerta l’effettiva partecipazione di George Harrison al brano. La prima versione del 24 ottobre, quando ancora la canzone non presentava quella sorta di bridge che comincia con le parole “Why, tell me why…”, è stata tuttavia inclusa in “Anthology 2”.

Iniziata e finita il 3 novembre, Michelle è con buona probabilità un’esecuzione solista di McCartney. E ciò nonostante, Lennon ha dato un contributo importante a questa canzone tanto celebre, compreso il “prestito” da I Put A Spell On You di Nina Simone (quando Paul canta “i love you, i love you, i loooove you…”)

Registrata il 4 novembre con Ringo alla voce solista, la country What Goes On è in realtà un’idea di John risalente almeno al ’63. In quella stessa seduta venne anche registra 12 Bar Original, un blues strumentale dagli oltre sei minuti di durata e ancora con George Martin all’armonium. Omessa dall’album, 12 Bar Original è stata inclusa trent’anni dopo in “Anthology 2”, sebbene in una versione editata a meno di tre minuti.

Think For Yourself, secondo e ultimo contributo autoriale di Harrison all’album, fu registrata l’8 novembre e si avvale di due parti di basso, una delle quali distorta col fuzz-box. In quella stessa seduta venne anche registrato l’audio per l’annuale flexi disc natalizio da regalare agli iscritti inglesi al Fan Club Ufficiale di Beatles, tra chiacchiericcio scherzoso, riproposizione semiseria di vecchi standard natalizi e stonature e buffonerie su brani originali, tra cui una dissacrante Yesterday.

Sentendo il fiato dei discografici sul collo perché “il nuovo album dei Beatles” doveva uscire in tempo per lo shopping natalizio, i nostri si gettarono a capofitto in una seduta-maratona tra il 10 e l’11 novembre nella quale vennero incise e ultimate altre quattro canzoni: The Word (con Martin nuovamente all’armonium), You Won’t See Me (presumibilmente basata su It’s The Same Old Song dei Four Tops), Wait (recuperata dopo un primo tentativo di registrazione del 17 giugno precedente, nel pieno delle sedute d’incisione di “Help!”) e quindi la migliore delle tre, ovvero Girl. Quest’ultima, a un certo punto, figurava anche una parte di chitarra trattata con distorsore ad opera di George; scartata infine dal mix definitivo, mostra che anche in vista delle scadenze i Beatles non risparmiavano sulle sperimentazioni.

Fin qui abbiamo visto le quattordici canzoni che finirono nell’edizione inglese di “Rubber Soul”. In America le cose andarono però diversamente: la Capitol pensò infatti di escludere Nowhere Man dall’album per pubblicarla invece su singolo, mentre due brani esclusi dalla versione americana di “Help”, ovvero I’ve Just Seen A Face e It’s Only Love, furono scelti a discapito di altrettanti brani sacrificati a loro volta da “Rubber Soul”. In pratica, togliendo ogni volta un paio di pezzi da ogni nuovo album dei Beatles e quindi inserendovi quelli pubblicati solo sui singoli inglesi, quei furbacchioni della Capitol potevano permettersi il lusso di pubblicare via via ulteriori “nuovi album dei Beatles”, in una pratica di montaggio e rimontaggio che i Beatles detestavano ma alla quale non potevano opporsi.

The Beatles Yesterday And Today Butcher CoverSentendosi carne da macello, i nostri escogitarono qualche mese dopo una grottesca trovata: si fecero fotografare proprio da macellai, con tanto di pezzi di carne rossa in bella vista e pezzi di bambole smembrate. Il tutto per una di quelle compilation americane che i Beatles “dovevano” alla Capitol, “Yesterday And Today”. Stiamo parlando della famigerata “butcher cover”, che è un pezzo di storia beatlesiana che meriterebbe forse un post a sé. Qui concludo dicendo che “Rubber Soul”, e forse proprio per l’effetto della “butcher cover” che venne ovviamente censurata in America, fu l’ultimo album dei Beatles ad apparire con due differenti scalette nei mercati al di qua e al di là dell’Atlantico.

-Mat

The Beatles, “Revolver”, 1966

the-beatles-revolver-immagine-pubblica-blogSettimo album dei Beatles, “Revolver” è riconosciuto non soltanto come uno dei vertici artistici del celeberrimo quartetto di Liverpool ma anche come uno dei pilastri sui quali poggia l’evoluzione della musica contemporanea. Seguendo un percorso intrapreso già col precedente “Rubber Soul” (1965), qui i Beatles danno dignità artistica ad un album in quanto tale, inteso non più come una mera raccolta di canzoni più o meno di successo, bensì come un corpus sonoro ideato e realizzato come un tutt’uno. Un concetto di base che poi giungerà a definitivo compimento già col successivo “Sgt. Pepper” (1967).

Le registrazioni di “Revolver” iniziarono il 6 aprile ’66 allo Studio 3 di Abbey Road, per poi concludersi il successivo 21 giugno con una seduta nello Studio 2. Durante le sessioni di “Revolver” – tutto prodotte da George Martin – vennero anche incise le altrettanto innovative Paperback Writer e Rain, rispettivamente lato A e B d’un singolo edito solo su 45 giri, il 10 giugno 1966. Vediamo adesso le canzoni che compongono l’album originale, seguendone la sua stessa scaletta.

“Revolver” si distingue da ogni altro album dei Beatles perché è il solo a iniziare con un brano di George Harrison, il saltellante rock-blues di Taxman, il cui testo, parzialmente scritto da John Lennon anche se non accreditato come tale, è una satira del severo sistema fiscale inglese del tempo. Segue la famosa Eleanor Rigby, un puro Paul McCartney: espandendo la tecnica impiegata per Yesterday, qui Paul e George Martin arrangiano e dirigono un ottetto d’archi sui quali viene adagiata la sola voce di Paul e gli splendidi cori (‘ah, look at all the lonely people’), senza alcun intervento strumentale dei Beatles. Mi piace considerare la magnifica Eleanor Rigby come un precursore di quel genere goth-rock tanto in voga nell’Inghilterra a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta.

La lennoniana I’m Only Sleeping è semplicemente una delle canzoni dei Beatles che più amo: fantastico l’alternarsi strofa/ritornello, quest’ultimo così tipicamente inglese, cantato all’unisono da John e Paul, superlativo l’assolo di chitarra che, grazie ai numerosi trattamenti in studio, imita il suono d’un prolungato sbadiglio. Segue Love You To, primo (e riuscito) esperimento di Harrison con la musica indiana: sotto un canto impassibile ad opera del chitarrista, troviamo una rutilante base composta da tipici strumenti indiani, suonanti da musicisti appositamente convocati in studio da George.

Poi è la volta della delicata Here, There And Everywhere, una cullante canzone d’amore il cui stile non lascia dubbi su chi ne sia l’autore… McCartney; molto belli i cori che accompagnano la voce solista di Paul, per quello che è uno dei momenti migliori del disco, oltre che uno degli episodi più romantici dei Beatles. Segue un’altra canzone molto famosa, Yellow Submarine: impassibilmente cantato da Ringo Starr, il brano è uno dei più divertenti (e divertiti) dei nostri, filastrocca in apparenza facile facile eppure concepita in studio con tecniche di registrazione alquanto poco ortodosse per l’epoca. Yellow Submarine, insieme con Eleanor Rigby, costituisce il solo singolo estratto da “Revolver” (singolo e album che vennero pubblicati in simultanea, il 5 agosto 1966).

Con She Said She Said ritroviamo una sonorità più convenzionalmente rock, col suo autore, John Lennon, che canta delle conseguenze d’un viaggio in acido, il tutto sostenuto da un ottimo Ringo alla batteria. Altra canzone tipicamente inglese è la maccartiana Good Day Sunshine, dal ritmo baldanzoso e scanzonato, seguìta dalla veloce And Your Bird Can Sing, che col suo morbido andamento rotolante ci riporta in una dimensione più rock; molto bella la parte vocale di John, sostenuta in alcuni punti da Paul.

Con For No One siamo in presenza d’un pezzo molto raffinato, di sicuro uno dei migliori brani dei Beatles non editi come singolo, impreziosito dall’assolo di corno francese eseguito dal turnista Alan Civil. Segue Doctor Robert, una canzone che nella sequenza delle strofe ricorda il periodo beat del gruppo (ma qui c’è la differenza che il basso di Paul è più pronunciato e manca l’incessante e caratteristico picchiare sui piatti di Ringo), mentre nel ritornello si entra in una dimensione sospesa e vagamente psichedelica.

Poi è la volta dall’arrembante I Want To Tell You, col pianoforte come principale strumento ritmico (curiosamente questo brano è opera di George… chitarrista) e sostenuto da una robusta batteria. Gli fa seguito Got To Get You Into My Life, creatura maccartiana alquanto briosa, caratterizzata da una calda sezione fiati in bell’evidenza. Tuttavia questo brano mi suona come incompiuto, come se i Beatles non ne avessero portato a termine l’arrangiamento, o che i suoni che McCartney aveva in testa non siano stati efficacemente tradotti nella pratica. Chissà, forse è solo una mia impressione ma quasi quasi apprezzo di più la cover che gli Earth, Wind & Fire ne hanno fatto dodici anni dopo.

La conclusione di “Revolver” è affidata all’innovativa e sperimentale Tomorrow Never Knows: se la canzone originale è di John Lennon, tutti e quattro i Beatles hanno collaborato attivamente alla forma definitiva di questo grandioso pezzo, con tanto di nastri loop dai mutevoli effetti e distorsioni. La voce stessa di Lennon (soprattutto nell’ultimo minuto della canzone) è trattata con vari effetti e saturata d’eco, mentre un’ipnotica batteria regge il tutto. Un’opera straordinaria, Tomorrow Never Knows, che testimonia una volta per tutte che i Beatles si erano definitivamente messi alle spalle il loro primo periodo beat. Alla fine del tour, inoltre, i Beatles smisero anche di fare concerti. Insomma, la storia dei Beatles ha chiaramente un prima e un dopo “Revolver”. E pensare che un disco del genere giunse dopo soli tre anni dal primo album del gruppo, “Please Please Me” (1963). Forse nessun altro gruppo ha mai raggiunto una tale maturazione artistica in uno spazio così breve di tempo.

Originariamente pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 14 maggio 2007, questo post è stato riedito il successivo 20 febbraio 2008, quando il sito aveva già assunto il nome Immagine Pubblica. Pensando di ripubblicarlo anche in questa nuova incarnazione del mio modesto blog, avevo preso a revisionarlo tra dicembre e gennaio scorsi; tuttora non mi soddisfa del tutto, ci sarebbero altre cose che avrei voluto dire di un disco come “Revolver”. Non sono stato tuttavia in grado di cancellare novecento parole già revisionate per poi ripartire daccapo. Avrò magari la scusa per un secondo post. Del resto, non si smetterà mai di parlare della vicenda Beatles, una vicenda dove “Revolver” riveste un ruolo centrale, per cui aspetterò di poter cogliere nuovi spunti. Fermo restando, ovviamente, che i commenti e le aggiunte di chi legge a quanto scrivo io sono sempre benvenuti.

-Mat

Tutti gli album di George Harrison in vinile

george-harrison-tutti-gli-album-in-vinileTorno a scrivere su Immagine Pubblica dopo i drammatici fatti che hanno sconvolto il mio Abruzzo e le regioni circostanti. Sono giorni duri e tristi, ne verremo fuori ma ci vorrà tempo. Sembra una cosa del tutto inutile, in momenti come questi, scrivere di musica in un blog personale. Eppure è un modo come un altro per evadere un po’ dalla realtà; ogni tanto se ne sente proprio il bisogno. E il mio è un piccolo contributo alla causa.

La notizia è di qualche giorno fa: il prossimo 25 febbraio, data di nascita del compianto George Harrison, la Universal distribuirà un lussuoso cofanetto contenente tutti gli album da solista – e in formato vinile – del chitarrista dei Beatles. Come ormai è d’obbligo in questi casi di riedizioni deluxe, ogni elleppì sarà stampato in vinile da 180 grammi e riproposto con la stessa veste grafica dell’originale dell’epoca. Oltre a tutti gli album che George Harrison ha fatto pubblicare a suo nome tra il 1968 e il 2002, il box – chiamato semplicemente “The Vinyl Collection” – conterrà anche due picture disc di 12 pollici riproducenti, rispettivamente, i singoli Got My Mind Set On You e When We Fas Fab. Nonostante due cofanetti usciti in anni recenti (“The Dark Horse Years” e “The Apple Years”, entrambi su ciddì), questa è la prima volta che tutta la produzione dell’Harrison solista viene contemplata in un’unica opera omnia. Cerchiamo ora di fare un punto della situazione, album dopo album, dei titoli presenti in “The Vinyl Collection”, con qualche piccola nota storico-critica.

“Wonderwall Music” (1968): il disco indiano di George, strumentale, colonna sonora dell’omonimo film. Inciso prevalentemente agli studi EMI di Bombay da musicisti locali, figura Harrison per lo più come produttore e supervisore generale. Ascoltato tanti anni fa, non lo trovai particolarmente memorabile; mi sembrò la versione estesa, per così dire, di brani dei Beatles come The Inner Light, Love You To e Within You Without You.

“Electronic Sound” (1969): edito dalla Zapple, l’etichetta “sperimentale” della stessa Apple di proprietà dei Beatles, è un lavoro completamente strumentale eseguito dal solo George al sintetizzatore. L’avrò ascoltato una volta, diversi anni fa, senza particolare entusiasmo; il mio sospetto è che di un album come “Electronic Sound” si continui a parlare perché presente nell’orbita Beatles, più che per i meriti intrinseci del disco.

All Things Must Pass” (1970): il vero capolavoro di George Harrison, è l’album più bello d’un Beatle in veste solista. E’ anche uno dei pochi album solistici che possono essere posti sullo stesso livello dei capolavori beatlesiani del periodo 1966-1969. Qui viene riproposto nella sua gloriosa edizione tripla con tanto di confezione scatolata. La scaletta dei brani è fedele all’originale, mentre nelle riedizioni a partire dal 2001 è sempre stata alterata dalla presenza di brani aggiuntivi.

Living In The Material World” (1973): sulla scia dei grandi successi di “All Things Must Pass” e “The Concert For Bangla Desh” (peraltro escluso da questo cofanetto del 2017), confermò tutto il talento di George con un album tanto personale quanto caldo & sentimentale. Da annoverare anch’esso tra le migliori realizzazioni beatlesiane da solista.

“Dark Horse” (1974): un disco interlocutorio, inciso quasi “per forza”, nonostante l’evidentissimo calo della voce del nostro in seguito alla tournée che aveva intrapreso parallelamente all’incisione dell’album. Un mezzo passo falso.

“Extra Texture” (1975): un lavoro più pop e gioioso del precedente, anche se non più assimilabile qualitativamente agli album del periodo 1970-73. E’ tuttavia un disco che manca fisicamente dalla mia collezione di dischi, come il precedente “Dark Horse”.

“Thirty Three & 1/3” (1976): originariamente distribuito dall’etichetta di proprietà dello stesso Harrison (la Dark Horse, per l’appunto) quando il chitarrista aveva effettivamente compiuto trentatrè anni… e quattro mesi! Un disco pregevole, suonato molto bene a discapito dell’ispirazione non sempre costante.

“George Harrison” (1979): pubblicato dopo una pausa di tre anni, questo album può essere annoverato tra i lavori migliori del nostro, forte di canzoni irresistibili come Blow Away, Faster e Your Love Is Forever.

“Somewhere In England” (1981): un lavoro mediocre, bisogna ammetterlo, ricordato per All Those Years Ago (singolo edito come risposta all’omicidio di John Lennon del dicembre ’80) e davvero poco altro.

“Gone Troppo” (1982): il punto più basso della carriera discografica di George Harrison, tanto da indurlo ad abbandonare la musica per anni, per dedicarsi prevalentemente alla sua seconda attività di impresario cinematografico.

“Cloud Nine” (1987): l’album del grande ritorno e uno dei punti più alti tanto nella discografia del nostro quanto in quella dei Beatles in veste solista. Mi piacerebbe parlarne in un post ad hoc, così come di “All Things Must Pass”, la cui bozza giace da anni tra i miei appunti.

“Live In Japan” (1992): vinile doppio, contenente una registrazione dal vivo con la band di Eric Clapton del ’91. Per il nostro è una sorta di Greatest Hits Live, contenente anche diversi brani dei Beatles; un album non proprio necessario ma molto piacevole.

“Brainwashed” (2002): nonostante il clamore di “Cloud Nine”, della relativa tournée e del successo riscosso dai suoi due dischi realizzati come componente dei Traveling Wilburys, George Harrison restò inattivo come solista per tutti gli anni Novanta, tornando a proporre musica a suo nome quando era già seriamente malato. Piacevolissima sorpresa, senza dubbio tra i dischi più belli di George, “Brainwashed” uscì nel corso del 2002, quando purtroppo il musicista era già defunto. Mi piacerebbe riparlarne in un apposito post.

Fin qui gli album. Come abbiamo detto prima, “The Vinyl Collection” contiene inoltre due singoli originariamente estratti da “Cloud Nine”, ovvero la cover di Got My Mind Set On You (l’ultimo vero hit da classifica per il nostro) e la beatlesiana When We Was Fab, un brano che rifà malinconicamente il verso a I Am The Walrus e che si avvale della collaborazione dello stesso Ringo Starr (che peraltro partecipa in tanti altri episodi presenti in questo cofanetto). Insomma, siamo alle prese con un corpulento cofanettone da ben diciotto vinili… e da trecentocinquanta euro di prezzo. Uscirà comunque anche “a puntate”, album per album, ma senza i due picture disc bonus. Mi farò due conti prima di decidere se prenderlo in blocco o se andarmi ad acquistare quei singoli titoli che ancora mi mancano. Ovviamente, ma che lo dico a fare, sono molto tentato dalla prima opzione.

-Mat

Ringo Starr, “Ringo”, 1973

ringo-starr-ringo-album-1973-reunion-beatlesOriginariamente pubblicato sul blog Parliamo di Musica il 15 giugno 2007, il post che segue va a sopperire a una mancanza in questa nuova versione del mio blog che non reputavo più tollerabile: non c’è un post su Ringo Starr?! Inaccettabile.

Si tratta, come sempre, d’un post abbastanza rivisto, nel quale ho inserito aggiunte e aggiornamenti, anche se l’operazione di revisione non è mai particolarmente facile, almeno per me. Penso che, il più delle volte, convenga riscrivere tutto daccapo. Vabbè, ormai è fatta. Buona lettura!

Forte della collaborazione dei Beatles al gran completo, “Ringo” è semplicemente l’album più bello & fortunato del grande Ringo Starr. Si tratta del suo terzo album da solista, seguito di una pregevole raccolta di cover di canzoni anteguerra chiamata “Sentimental Journey” e di un disco country apprezzabile ma poco ispirato intitolato “Beaucoups Of Blues”, editi entrambi nel 1970. Dopo un paio d’anni spesi ad inventarsi una carriera cinematografica, con “Ringo” il batterista dei Beatles dimostrò al grande pubblico e ai critici che anche lui era in grado di fare un album tanto consistente quanto di successo, pur se con un piccolo aiuto da parte dei suoi amici.

L’iniziale I’m The Greatest, infatti, è brano scritto su misura per il nostro da John Lennon, il quale partecipa anche ai cori e suona il piano in una canzone che ricorda molto le atmosfere peppersiane (vedi anche la copertina stessa dell’album in questione, volutamente simile a quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“). Anche George Harrison partecipa a I’m The Greatest, suonandovi tutte le parti di chitarra, per cui abbiamo tre Beatles su quattro nella stessa canzone a tre anni di distanza dallo scioglimento ufficiale del gruppo.

Harrison che poi ha firmato ed eseguito con Starr anche la famosa Photograph, una canzone melodica e corale che, manco a dirlo, è talmente beatlesiana che non avrebbe sfigurato affatto in un album dei Fab Four del periodo 1967-69. Ma in “Ringo” il buon George ha messo la firma anche sulla country Sunshine Life For Me (Sail Away Raymond), che si avvale inoltre di alcuni componenti di The Band: è un brano magnifico che si piazza fra le migliori prove d’un Beatle solista, cullandoci col suo ritmo morbidamente pulsante ed una melodia canticchiabilissima.

E Paul McCartney? Tranquilli, c’è anche lui. Con Six O’Clock, infatti, non soltanto firma una canzone davvero bella, ma vi partecipa ai cori assieme alla moglie Linda e vi suona il piano e il sintetizzatore. Per quanto suoni spudoratamente maccartiana, Six O’Clock è eseguita più che egregiamente da Ringo, facendone una delle sue migliori canzoni in veste solista. Ritroviamo Paul anche nell’altro fortunato singolo tratto da “Ringo”, quella scanzonata ma impeccabile cover di You’re Sixteen che, come Photograph, volò al 1° posto della classifica americana. Oltre a McCartney, nel brano figura pure Harry Nilsson (assiduo collaboratore in quel periodo sia di Ringo che di John, oltre che loro compagno di baldorie), mentre l’inconfondibile chitarra ritmica di Marc Bolan figura invece in Have You Seen My Baby, un rockeggiante brano dalle evidenti influenze country.

L’album “Ringo” è inoltre completato dall’esuberante e corale Oh My My, un altro singolo, dalla tambureggiante e baldanzosa Devil Woman e dalla ben più distesa Step Lightly, canzone che figura il chitarrista Steve Cropper, futuro membro dei Blues Brothers. A You And Me (Babe) – altro brano firmato da George Harrison (con Mal Evans, storico assistente dei Beatles) – spetta invece la chiusura dell’album. Sul finale di questo rilassato ma ben ritmato brano, mentre George si prodiga in un placido assolo, Ringo ringrazia i collaboratori di questo disco che giustamente avverte essere il suo “masterpiece”, nominandoli uno ad uno, fra cui anche Klaus Voormann, Billy Preston (entrambi vecchie conoscenze del giro dei Beatles), Nicky Hopkins e il produttore del disco, Richard Perry.

“Ringo”, e qui ribadisco quanto scrissi dieci anni fa, è un album che mi sento di consigliare a chiunque volesse (… o a chiunque voglia… come si dice?) ascoltare un disco solista di Starr senza sapere da che parte cominciare. Ma anche a chi vuole arricchire la propria collezione di dischi con uno degli album più divertenti e riusciti degli anni Settanta.

-Mat

The Beatles, l’album bianco, 1968

the-beatles-the-white-album-bianco-numero-1Nell’ottobre 2008 pubblicai due post a proposito di “The Beatles”, il famoso album bianco dei Fab Four pubblicato 40 anni prima. Cercando di riunire quei miei vecchi scritti in quest’unico post, spero d’aver coniugato un’utile condivisione d’informazioni a quella che non è mai stata una mia dote, la sintesi.

Chiamato “The White Album” per la sua confezione immacolata, il nostro è un disco ricco di sfaccettature, registrato in totale libertà creativa ma pure tra continue liti per questioni finanziarie e gestionali. Venne fuori, ad ogni modo, l’ennesimo capolavoro dei Beatles, un’epopea da 30 canzoni che spaziano dal pop all’avanguardia, fino ad anticipare alcuni generi come l’hard rock, il punk ma anche un certo epic rock da stadio; tutte sonorità che sarebbero definitivamente emerse nel decennio successivo.

Sconvolti dalla morte di Brian Epstein (agosto ’67), inesperti nel management dell’etichetta discografica (la Apple) che avevano appena fondato e di ritorno da un controverso viaggio in India, al seguito del Maharishi Mahesh Yogi per “studiare” meditazione trascendentale, i Beatles presero a lavorare a quello che sarebbe diventato un doppio album eponimo nel maggio 1968. E così, tornati in Inghilterra, i nostri si ritrovarono nella dimora di George Harrison per incidere i demo delle loro composizioni più recenti: tutti e quattro proposero diverse canzoni, addirittura 11 da parte del solo John Lennon, anche se non tutte furono incluse nell’album (alcune, come ad esempio JunkJealous Guy, che allora si chiamava Child Of Nature, finirono nei successivi dischi solisti). Perlopiù acustici e dal suono deliziosamente rilassato, questi demo sono stati parzialmente pubblicati nel terzo volume della serie “Anthology” (1996) con un’eccellente resa sonora.

Il 30 maggio, mentre da Parigi montava la più celebre delle contestazioni giovanili, i Beatles tornarono finalmente negli studi EMI di Abbey Road per registrare le canzoni da destinare alle loro prossime uscite discografiche: un album – poi diventato un doppio, quindi – e un 45 giri di grande successo. Si cominciò con una di John, la blueseggiante Revolution, che presto arrivò all’imponente durata di 10 minuti, con un finale psichedelico fatto di nastri che giravano al contrario e sovrapposizioni multiple d’effetti sonori. Lennon pensò bene di tagliare la canzone in due brani ben distinti, che divennero quindi la rilassata Revolution 1 (con tanto di sezione fiati) e Revolution 9, un folle collage sonoro realizzato grazie a quello che è il più evidente contributo di Yoko Ono a un pezzo dei Beatles. Comunque anche Harrison diede una mano, lo si sente pure nei dialoghi surreali presenti sul pezzo; nel “White Album” così come è entrato nelle nostre case, Revolution 9 viene inoltre introdotta dal frammento di una canzone di Paul McCartney, Can You Take Me Back?, altrimenti inedita e non accreditata nei titoli. Revolution 9 può essere quindi considerata un’opera dei Beatles a tutti gli effetti e non un’escursione solista di John & Yoko in un disco dei Beatles.

A giugno fu la volta del debutto di Ringo Starr come autore, l’amabile Don’t Pass Me By, per la quale s’era concepita un’introduzione orchestrale, poi scartata (vi lavorò direttamente George Martin, e la si può ascoltare comunque su “Anthology 3”, sotto il titolo di A Beginning). Quindi fu la volta di Blackbird, perla acustica scritta & eseguita dal solo Paul, così come di Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey (titolo lungo per un testo di difficile interpretazione, in una canzone decisamente rock impreziosita da una grandiosa prova vocale di John, che ne è l’autore) e di Good Night (una delle più delicate creazioni lennoniane, affidata alla voce di Ringo e sorretta da un’orchestra e un coro diretti da George Martin).

A luglio fu quindi il turno della maccartiana Ob-La-Di, Ob-La-Da, il cui scanzonato andamento circolare e l’atmosfera complessivamente festosa ne tradiscono in realtà una gestazione lunga e complessa, con McCartney che avrebbe voluto lavorarci ancora per poi farne un singolo, prima che uno stufo Lennon dicesse basta. Il quale, stavolta rilassatissimo, mise su nastro Cry Baby Cry, guidando il resto dei Beatles in un’esecuzione amabile e accattivante. Tuttavia, se John voleva il gioco duro, Paul rispose con Helter Skelter, ovvero l’episodio più heavy di tutta la discografia beatlesiana, ad ennesima testimonianza della grande versatilità dei Beatles (e di Paul) e della loro (e sua) voglia di esplorare territori sonori inconsueti. Il colpaccio lo piazzò comunque George con la sua While My Guitar Gently Weeps: riconosciuta da Lennon – che per giunta non vi prese parte – come la miglior canzone dell’album bianco, questa dolente ballata rock impreziosita dalla chitarra solista di Eric Clapton resta senza dubbio una delle canzoni più belle dei Beatles. Una canzone nata già bella, a dire il vero, come testimonia ancora una volta “Anthology 3”, che include una versione acustica, ai primissimi stadi di lavorazione, assolutamente deliziosa. Forse colpito dalla maturazione artistica di George, ecco Paul che nel volgere di quello stesso mese di luglio, il giorno 29, introduce la sua Hey Jude nell’agenda di lavoro beatlesiana. Pubblicata su singolo un mese dopo – con una versione di Revolution appositamente riregistrata e molto più rock sul lato B – Hey Jude ottenne uno straordinario successo in tutto il mondo e tuttora è ricordata come una delle canzoni più belle e popolari dei Beatles, una per la quale non c’è davvero bisogno di presentazioni.

Ad agosto toccò invece alla lennoniana Yer Blues (un abrasivo rock-blues dove il suo autore esprime tra il serio e il faceto tendenze suicide) e alle maccartiane Mother Nature’s Son (rilassata e meditabonda, è un’altra esecuzione solista, sezione fiati a parte), Rocky Raccoon (sorta di country & western) e Wild Honey Pie (semplice improvvisazione da solo per voce, chitarra e batteria per un brano più corto d’un minuto del quale francamente potevamo tutti fare a meno). Pur se incise in quello stesso mese, altre tre canzoni dei Beatles andarono incontro a sorte diversa: la harrisoniana Not Guilty venne scartata dalla scaletta dell’album bianco per riapparire, in tutt’altra forma, nell’eponimo album solista di George del 1979; la lennoniana What’s The New Mary Jane, decisamente psichedelica, trovò posto nel catalogo ufficiale quasi trent’anni dopo, su “Anthology 3”, mentre la maccartiana Etcetera resta tuttora inedita.

Poi il fattaccio: il 22 agosto, durante una discussione mentre si lavorava alla nuova Back In The U.S.S.R., uno scanzonato rock dalle reminiscenze beachboysiane, Ringo se ne andò sbattendo la porta a causa della troppa tensione che s’era accumulata fra i quattro. La defezione del batterista venne tenuta segreta e i Beatles ridotti a trio continuarono imperterriti nel loro lavoro. Con Paul alla batteria, ecco quindi la lennoniana Dear Prudence, con quel pigro arpeggio di chitarra iniziale che è tutto un programma e la dolce voce di John che invita Prudence – la sorella di Mia Farrow ospite anch’essa del Maharishi in quella primavera ’68 – a uscire dalla sua paranoia.

Dopo il ritorno di Ringo, si procedette a settembre con le lennoniane Glass Onion (enigmatica e anche un po’ tetra, con rimandi ad altre canzoni beatlesiane) e Happiness Is A Warm Gun (costruita dall’unione di tre motivetti che Lennon aveva composto in India, mentre il titolo è stato preso da un’inquietante pubblicità di armi da fuoco), le maccartiane I Will (breve e pulsante ballata per chitarra acustica e percussioni) e Birthday (la cui ruvidità, unita al suo senso d’urgenza, sembrano anticipare le sonorità punk), e quindi la harrisoniana Piggies (insolitamente teatrale per George, forse lontana dal suo stile che, pur proponendovi un arrangiamento interessante, evidenzia nel testo una misantropia piuttosto sgradevole).

A ottobre fu la volta delle maccartiane Honey Pie (in stile anni Trenta), Martha My Dear (altra canzone dove il versatile Paul fa tutto da solo: voce, piano, basso, chitarra, batteria e battiti di mani… tutto tranne l’orchestra) e Why Don’t We Do It In The Road? (poco più di un’improvvisazione, provinata comunque in diverse forme, da una lieve e del tutto acustica eseguita dal solo Paul a questa più arrembante suonata con Ringo), delle harrisoniane Savoy Truffle (probabilmente la canzone più brutta dell’album bianco, il cui testo è stato “ispirato” da una scatola di cioccolatini particolarmente graditi dall’amico Eric Clapton) e Long, Long, Long (una ballata quasi sussurrata), e quindi delle lennoniane I’m So Tired (pigra ma isterica, lunga appena due minuti) e The Continuing Story Of Bungalow Bill (alquanto dimesso per gli standard beatlesiani del periodo, è un brano corale piuttosto scanzonato che narra le vicende di un altro ospite del Maharishi; è l’unico brano dei Beatles dove possiamo ascoltare – seppur brevemente – la voce solista di una donna, Yoko Ono) e infine Julia, ovvero una delle canzoni più belle e toccanti dei Beatles, sebbene sia un’esecuzione del solo John per voce & chitarra acustica.

Durante la lavorazione a “The Beatles”, inoltre, i nostri improvvisarono altri motivi, più o meno compiuti, come una versione di Blue Moon in medley con Helter Skelter, una jam in forma libera di Step Inside Love (una canzone scritta da Paul per una sua protetta, Cilla Black), una deliziosa alternativa di I Will chiamata The Way You Look Tonight, e una versione dissacrante di Sexy Sadie chiamata Maharishi (con pesanti insulti verso il guru ma anche contro Epstein, già defunto). Secondo alcuni tecnici di studio, infine, pare che McCartney provasse Let It Be fra una sessione e l’altra.

Come abbiamo già avuto modo di notare, buona parte di tutte queste canzoni venne eseguita da due o addirittura da un solo Beatle, con gli altri usati più come semplici musicisti che partner musicali veri e propri, e con ognuno che portava in studio i propri collaboratori di fiducia (Clapton, la Ono, ma anche Chris Thomas, in seguito famoso produttore). Tuttavia non mancano ruggenti e/o divertite esibizioni di gruppo, come Helter Skelter, Everybody’s Got Something To Hide, Ob-La-Di, Ob-La-Da o Birthday. Insomma, furono cinque mesi di registrazioni dove ognuno fece un po’ quello che gli pareva ma la libertà creativa ebbe da guadagnarci e i risultati furono eterogenei come non mai, e in molti casi assai interessanti.

“The Beatles” resta l’album più complesso e meno immediato dei Fab Four, ma il suo ascolto è sempre un’esperienza interessante, emozionante e a tratti esaltante. A chi ama questo doppio elleppì/ciddì consiglio vivamente anche l’ascolto di quella “Anthology 3” a cui abbiamo già accennato. Magari ne riparleremo in un prossimo post.

-Mat

George Harrison: un apprezzamento postumo 15 anni dopo

george-harrisonNon solo Miles Davis, non solo Freddie Mercury, ma anche George Harrison. Un anno come questo 2016, che ci ha portato via artisti del calibro di David Bowie, Glenn Frey, Maurice White e Prince, ci ricorda infatti anche importanti anniversari, tra cui quello della morte del celebre chitarrista solista dei Beatles, avvenuta appunto il 29 novembre del 2001.

Quindici anni fa quasi non ci feci caso, a quella morte. Mi spiego meglio: il buon George era malato da tempo, la sua lunga lotta contro il cancro sembrava già una battaglia persa in partenza, la spiritualità che lo ha sempre caratterizzato, così come quel suo senso dell’humour, tanto british quanto macabro, mettevano il tutto nella giusta prospettiva. E così, quando venni a sapere della morte di uno dei miei amati Beatles, in fondo ne restai quasi sollevato. Mi dispiaceva sì, certamente, ma almeno l’uomo aveva smesso di soffrire. E di nascondersi ai media che lo braccavano da mesi, in un circo del pettegolezzo macabro che puntualmente si ripete ad ogni illustre agonia ma che puntualmente torna a disgustarmi.

Quindici anni dopo e mi sembra ancora strano pensare che George Harrison non sia più di questo mondo, così come John Lennon, morto ventun’anni prima in circostanze ancora più tragiche. Sarà che dei Beatles si è sempre parlato molto, si parla ancora molto anche oggi, e probabilmente se ne parlerà ancora molto in futuro, che pare che siano ancora lì, vivi e vegeti tutti e quattro, eternamente giovani, col sorriso, circondati da quella musica che ha segnato tanto profondamente sia la storia del secondo dopoguerra che le vite di tutti noi, ci piacciano o meno i dischi dei Beatles. Insomma, sembra proprio che i Fab Four siano eterni, e poco importa che la metà di loro non ci sia più, e da molti anni ormai.

In questi quindici anni, per quanto mi riguarda, ho fatto una scoperta clamorosa, un qualcosa che in quel lontano 2001 non avrei mai lontanamente sospettato: i dischi da solista di George Harrison sono quelli che, tra tutti e quattro gli autori, mi piacciono di più, quelli che più ascolto, quelli che sembrano perfino più rilevanti col passare del tempo. Essì che ho sempre pensato che “All Things Must Pass” – il primo disco che il nostro ha pubblicato all’indomani dello scioglimento del Beatles, nel 1970 – sia non soltanto il disco più bello d’un Beatle solista ma anche uno che potrebbe stare sullo stesso piano dei vari “Sgt. Pepper”, “White Album” e “Abbey Road”; tuttavia in questi ultimi anni ho definitivamente apprezzato quell’unico componente dei miei amati Beatles che sembrava restarsene un po’ nell’ombra. Guardando in alto a quei giganti di Paul McCartney e John Lennon, e tutto preso dalla mia smisurata simpatia per Ringo Starr, infatti, quasi non mi ero accorto di George e della sua musica. Ci sono arrivato in anni più recenti, e per me è stato un autentico shock culturale.

Anche l’ultimo album da studio di Harrison, pubblicato per suo volere nel 2002, quando ormai se n’era già andato, non solo è perfettamente in linea con la sua produzione solistica dei tempi d’oro ma è anche uno dei più bei dischi beatlesolistici di sempre. E’ come se avessi avuto, ascoltando quegli album e informandomi di più sulla vita del nostro, un’autentica rivelazione.

Mi dispiace di essermi perso tutto questo quando George Harrison era ancora in vita. Eppure sono convinto che un grande artista abbia proprio questa caratteristica: dopo la sua morte, anche molti anni dopo il luttuoso evento, continua a far parlare di sé, mentre la sua opera continua ad appassionarci e, in casi non rari, a meravigliarci ancora.

-Mat

Le canzoni (ancora) inedite dei Beatles

Beatles ineditiNegli ultimi anni abbiamo visto ristampe discografiche d’ogni sorta, dal semplice cd remasterizzato in confezione digipack a imponenti cofanetti multiformato contenenti cd, vinili (sia a 33 che a 45 giri) e dvd/bluray. Generalmente, accolgo con gran favore questo materiale storico che, spesso, include dei succosi brani inediti che bastano da soli a fare la felicità di noi fan.

Dal 2009 fino a tempi più recenti sono stati ripubblicati a più riprese tutti gli album dei Beatles – sia in stereo che in mono, sia singolarmente che tutti assieme in corposi box, sia in formato digitale che in abbinamento editoriale – ma nessuno di essi è stato riproposto con una mezza nota di brano inedito. Eppure ce ne sono eccome, di canzoni inedite dei Beatles negli archivi EMI e in quelli privati degli stessi Beatles superstiti e/o dei loro eredi. Nel 2008, ad esempio, s’era parlato d’un Paul McCartney nuovamente alle prese con l’inedita lennoniana Now And Then (scartata da “Anthology 3”) e soprattutto intenzionato a pubblicare finalmente il brano più strambo & misterioso dei Beatles, A Carnival Of Light. Poi tutto è finito lì, e il 9 settembre 2009 (il fatidico 09/09/09) sono stati sì distribuiti nei negozi i tanto attesi album remasterizzati dei Beatles ma nessuno di essi conteneva un solo brano inedito o una sola versione alternativa.

Credo sempre che nel prossimo futuro avremo ancora qualche clamorosa pubblicazione beatlesiana, magari un’edizione deluxe di “Sgt. Pepper” che potrebbe uscire nel 2017, in occasione dei cinquant’anni del disco, oppure – come spero da anni – ulteriori volumi del fortunato progetto “Anthology”, pubblicato nel biennio 1995-96 e contenente per l’appunto tutta una serie di canzoni inedite e alternative a quelle apparse originariamente fino al 1970. In attesa che le mie speranze – ma anche quelle, ne sono certo, di milioni di altri fan – trovino realizzazione, ripropongo quindi un post che avevo scritto proprio nel 2009 e qui opportunamente rivisto: si tratta d’un assaggio – in ordine cronologico – di ciò che le future uscite discografiche beatlesiane potrebbero riservarci.

L’11 settembre 1962, in una delle prime sedute ai celebri EMI Studios di Abbey Road, i Beatles incisero Please Please Me, una ballata che venne successivamente accelerata nella forma che tutti conosciamo affinché fosse più appetibile come singolo. Purtroppo quella prima versione lenta è andata distrutta perché all’epoca non tutte le incisioni alla EMI venivano conservate su nastro e perché nessuno ancora poteva prevedere il fenomenale successo dei Beatles; mi piace però pensare che magari esista ancora qualche versione casalinga della lenta Please Please Me in casa McCartney. Altra registrazione degna di nota, risalente al 26 novembre, è quella di Tip Of My Tongue: i Beatles ci lavorarono un po’ ma poi preferirono donare la canzone a Tommy Quickly, che la incise per conto suo, mentre la versione originale resta inedita tuttora.

Il 17 ottobre del ’63 i nostri registrarono invece “The Beatles’ Christmas Record”, il primo di sette consecutivi flexi-disc inviati gratis ai membri del Fan Club ufficiale in prossimità del Natale: contenevano spezzoni di dialoghi, battute, canti natalizi e a volte anche veri e propri inediti, come quel Christmas Time Is Here Again svelato nel 1996. L’eventuale pubblicazione di questo materiale natalizio potrebbe dar vita benissimo ad un doppio o triplo album a sé stante. Balzando al 1965, il 13 aprile i Beatles misero su nastro la prima versione di Help!: per quanto fin da subito si trattava d’un brano veloce, è noto che la versione originale presentata da John Lennon al gruppo era anch’essa una ballata. Chissà, forse Yoko Ono o anche Julian Lennon sono in possesso di qualche registrazione casalinga con tale notevole inedito.

Eccoci quindi alla A Carnival Of Light citata sopra: incisa il 5 gennaio ’67, è un’escursione psichedelica della durata di oltre 13 minuti. Il brano era stato concepito come parte della colonna sonora dell’omonimo spettacolo che si tenne al Roundhouse Theatre di Londra in quello stesso mese. Per un soffio A Carnival Of Light (indicata alla EMI semplicemente come Untitled) non comparve su “Anthology 2”: George Harrison si oppose alla pubblicazione ufficiale d’un pezzo che, secondo lui, era più un’opera di John e Paul che una prova di gruppo.

Nel corso di quel prolifico 1967, i Beatles registrarono numerosi altri brani dalla lunghezza insolita per i loro standard: Anything, con un Ringo Starr in grande spolvero, dura 22 minuti e 10 secondi; un’altra Untitled del 9 maggio ha una lunghezza prossima ai 16 minuti; due altre lunghe jam session strumentali, entrambe marcate anch’esse come Untitled, vennero registrate il 1° e il 2 giugno. Senza contare, inoltre, un Aerial Tour Instrumental (brano che sarebbe diventato Flying nel progetto “Magical Mystery Tour”) lungo 9 minuti e 36 secondi e una It’s All Too Much dagli oltre 8 minuti. Infine due brani registrati per la colonna sonora di “Magical Mystery Tour”, Shirley’s Wild Accordion e Jessie’s Dream: inclusi come spezzoni in alcune sequenze del bizzarro film, restano inediti su disco.

Anche il 1968 ci riserva diverse altre lunghe composizioni: una Revolution 1 di oltre 10 minuti e addirittura una Helter Skelter di ben 27 minuti. Entrambe le canzoni sono state pubblicate in versioni differenti (e notevolmente più brevi) sull’album “The Beatles” ma sarebbe interessantissimo poter ascoltare questi nastri dalla lunghezza così inusuale. Esiste anche un’alternativa Sexy Sadie chiamata Maharishi, dove John si fa beffe del Maharishi Mahesh Yogi, il guru che i Beatles seguirono in India nella primavera del ’68, mentre Paul è invece l’autore di una ballata acustica chiamata Etcetera. Una seduta interessante è quella del 16 settembre: ben due composizioni registrate dai Beatles restano inedite, Can You Take Me Back? e The Way You Look Tonight, entrambe composte da McCartney; un discusso frammento di Can You Take Me Back? finì comunque sull’album, poco prima di Revolution 9, ma si tratta soltanto d’una manciata di secondi.

Passando infine al 1969, ci imbattiamo subito nei numerosi inediti registrati per l’album che nelle intenzioni originarie era “Get Back” ma che poi, con oltre un anno di ritardo, divenne “Let It Be”: l’originale Rocker, le cover di Going Up The Country e Save The Last Dance For Me, una jam session chiamata appunto Untitled Jamming, poi Blues – una breve improvvisazione fra i Beatles e il tastierista Billy Preston – e una versione di Dig It della durata di 12 minuti e 25 secondi (e pensare che, anche in questo caso, sull’album ne finì soltanto una manciata di secondi). Altre cover e vari standard rock ‘n’ roll con Bye Bye Love, Kansas City (peraltro già incisa dai nostri nel 1964), Miss Ann, Lawdy Miss Clawdy, Tracks Of My Tears, The Walk, Not Fade Away, Besame Mucho (già incisa nel 1962 e poi rimasta inedita fino al 1995) e addirittura Love Me Do. Infine, oltre a due brani di Preston suonati dai Beatles come supporto, entrambi chiamati Billy’s Song, spiccano fra questi inediti le prime versioni di Isn’t It A Pity? e All Things Must Pass, brani di George Harrison che troveranno posto nel suo primo album post-Beatles, “All Things Must Pass” (1970).

Tuttavia esistono altre canzoni mai pubblicate e registrate privatamente dai Beatles in forma di provini come Watching Rainbows (simile nell’arrangiamento a I’ve Got A Feeling), Because I Know You Love Me So, Child Of Nature (una prima versione della lennoniana Jealous Guy), Fancy My Chances With You, Taking A Trip To Carolina (spezzoni di queste ultime quattro appaiono sul bonus disc di “Let It Be… Naked”, del 2003), Soldier Of Love, Bad To Me, From A Window, It’s For You, Goodbye, Peace Of Mind, India (da non confondere con uno dei primi demo di Within You Without You, chiamato anch’esso così), Love Of The Loved, Tennessee, le cover di House Of The Rising Sun e Stand By Me, No Pakistanis (una embrionale Get Back), White Power, Suzy Parker, Yakety Yak, Suicide, Commonwealth e sicuramente qualche altra che ora mi sfugge. C’è da dire che molte di queste “Get Back Sessions” sono emerse negli anni in svariate pubblicazioni non autorizzate – i cosiddetti bootleg – anche se la qualità audio non è sempre delle migliori.

Infine due ultime chicche, ancora relative alle sedute dell’album “Abbey Road”: una versione della tenebrosa I Want You (She’s So Heavy) cantata da Paul e una versione di Something da ben 7 minuti. Insomma, con tutto questo materiale d’archivio potrebbero forse ricavare altri cinque sei dischi dei Beatles… ma cosa staranno aspettando?

-Mat

George Martin, il quinto Beatle

The Beatles George MartinE’ notizia di oggi, 9 marzo 2016, la morte di George Martin, lo storico produttore dei Beatles. Tra i dovuti omaggi – tra cui quelli di Ringo Starr, a quanto pare il primo a dare la triste notizia, quelli degli eredi di John Lennon e George Harrison, e anche quello dell’ufficio stampa degli stessi Abbey Road Studios di Londra – quello di Paul McCartney mi ha fatto tornare in mente un post che scrissi tanto tempo fa. Nel ricordare George Martin, classe 1926, McCartney non ha infatti usato mezzi termini per definirlo come il quinto Beatle. Ecco di seguito, così come venne pubblicato sul mio blog Parliamo di Musica il 20 settembre 2006, l’ingenuo post che azzardai sull’argomento.

Più volte s’è parlato del cosiddetto quinto Beatle, cioé quella persona che, idealmente, potrebbe condividere quel piedistallo dorato che spetta di diritto a Paul McCartney, John Lennon, Ringo Starr e George Harrison. Ma chi è questo quinto Beatle, quali caratteristiche deve possedere? Prima di tutto un soggetto che è stato fortemente legato ai Fab Four di Liverpool, che li abbia influenzati in qualche modo, che abbia contribuito alla loro musica ma anche alla loro identità di Beatles. E allora non possiamo che partire da Stu Sutcliffe, il bassista originale dei Beatles.
Pare che Stu sapesse suonare a malapena ma il suo status di amico di Lennon bastava comunque a renderlo partecipe alle attività del gruppo. Gruppo che si chiamava ancora Quarry Men ed era formato da ragazzini tra i sedici e i diciotto anni. Fu Stu Sutcliffe il primo della band a portare il caschetto alla Beatle, così come il primo ad indossare quelle famose giacche senza collo che rappresentano un sorta di divisa per i Beatles del periodo 1962-66. Queste poche ma fondamentali influenze, quindi più d’immagine che di musica, danno tutto il diritto a Stu di fregiarsi del titolo di quinto Beatle, chi oserebbe sostenere il contrario? Purtroppo Stu Sutcliffe morirà per emorragia cerebrale nel ’62, quando aveva già lasciato i Beatles, che stavano comunque per prendere il volo. Ma John e compagni non lo dimenticarono mai: sulla celebre copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band“, il disco più osannato dei Beatles, compare anche la faccia del povero Stu (è il primo della terza fila, in alto a sinistra della copertina).

L’altro quinto Beatle in ordine cronologico è senza dubbio Pete Best, il batterista che Ringo Starr rimpiazzò già per la seconda seduta d’incisione dei Beatles agli Abbey Road Studios, nell’estate ’62. Non so quanto Best abbia contribuito alla musica dei Beatles, probabilmente pochissimo, ma è stato comunque il batterista ufficiale del gruppo durante la fondamentale esperienza di Amburgo (1960-1962). Un’esperienza che ha permesso ai Beatles di farsi le ossa come intrattenitori e di compattarsi tra loro: l’unico a non compattarsi fu proprio Pete, sempre più distante dalle abitudini di McCartney, Lennon e Harrison. Dopo che nel marzo ’63 i Beatles esplosero come fenomeno in patria, Pete Best tentò addirittura il suicidio. Per fortuna si salvò ed oggi partecipa con entusiamo alle interviste sulla storia dei Beatles, così come presenzia di buon grado a vare iniziative organizzate dai fan di tutto il mondo.

Attraversiamo i confini della musica, passando dalla parte del management: ce l’avrebbero mai fatta i Beatles senza Brian Epstein? Secondo John Lennon no. Epstein aveva capito tutto, aveva capito soprattutto che quei ragazzini avrebbero potuto oscurare il mito di Elvis Presley: non so cos’abbia avvertito ma senza dubbio, e la storia ce l’ha dimostrato, si è trattato di un genio. Anche per lui il titolo di quinto Beatle è più che lecito ma anche per lui il destino fu avverso: morirà nell’estate ’67 per un’overdose di medicinali.

Tornando a ciò che più ci interessa, la musica, del titolo di quinto Beatle può fregiarsi anche George Martin, il produttore storico dei Beatles: dal 1962 al 1969 Martin fu la guida dei Fab Four in studio di registrazione. Senza di lui quelle canzoni che il mondo ha amato e ama così tanto sarebbero state redicalmente diverse. Qualcuno arrivò perfino a chiedergli maliziosamente se non fosse proprio lui il vero talento dietro i Beatles: il buon George ammise il suo importante ruolo di ‘regista’ nel celebre quartetto ma affermò senza ombra di dubbio che il talento era tutto loro, ovvero di Paul, John, George e Ringo.

Anche una donna può fregiarsi del titolo di quinto Beatle: Yoko Ono, la seconda signora Lennon. Dalla fine del ’67 alla fine dei Beatles stessi nella primavera del ’70, la Ono fu testimone diretta del processo artistico-creativo dei nostri, influenzandolo non poco. La presenza più evidente di Yoko Ono nell’arte dei Beatles è rintracciabile nell’album bianco del 1968, ma, rimanendo costantemente al fianco di John, la sua influenza su di lui e di conseguenza sui Beatles caratterizzerà la fase finale della straordinaria carriera del gruppo.

Si è parlato di quinto Beatle anche a proposito di Billy Preston, il bravissimo tastierista-pianista-organista americano (purtroppo scomparso di recente) che accompagnò i Beatles in studio al principio del ’69, contribuendo alle sonorità degli album “Abbey Road” e “Let It Be” e dei relativi singoli. Il ruolo di Billy, richiesto da George Harrison, può sembrare in apparenza solo quello di un turnista qualunque ma egli contribuì non poco a smussare la tensione che si era irrimediabilmente creata tra i quattro in quel periodo storico, permettendo così al gruppo di regalarci un’altra manciata di straordinarie canzoni.

In definitiva, quanti possono fregiarsi del titolo di quinto Beatle? Io, per un motivo o per l’altro, ne ho contati sei, cioè Sutcliffe, Best, Epstein, Martin, la Ono e Billy Preston, tutti importanti come abbiamo visto nell’imprimere ai Beatles una certa direzione nella loro storia. Ma penso che, almeno per quello che mi riguarda (la musica, la musica prima di tutto…) il vero quinto Beatle sia stato George Martin.

-Mat